Part 3
Corona di spine e di raggi, martirio invocato con braccia protese, con supplice cuore, maternità!... tu sola sul mesto femineo destino fiorito d'amore e di pianto imprimi il suggello divino.
Torrente di vita che rompi le viscere d'Eva, a nutrire la gioia e il vigor de la terra, maternità!... tu sola redimi e consacri del senso la cieca follìa; tu, sbocciata da un bacio, in aromi d'incenso.
La gracile Schiava, strumento d'ebrezza, di sogno e di morte, fra l'ombre de gli evi te attese, maternità!... te sola che a lei redimisse la fronte di pallide rose, a celare del lungo servaggio le impronte.
Se, libera e sacra, Ella segua domani la fulgida via che il Dio de la vita le impone, maternità!... tu sola potrai, col tuo verbo profondo, avvincer le razze: tu sola sarai la salvezza del mondo.
LA CENTENARIA
Prega--e in un soffio spirali le preghiere tremanti su la bocca ùmile e tarda-- la venerata candida Vegliarda che vide più di cento primavere. Tutto ne la sua casa è come un giorno era: ma triste, solitario, immoto: figli e nepoti verso il grande ignoto fuggiron tutti, senza far ritorno.
Prega--ma non ricorda, e non desìa. --Forse ella è morta prima di morire.-- Lo stanco cuor che non sa più soffrire s'aggela in una immemore agonia. .... Fuori, da l'alba, neve senza vento. Bianche le case, bianca la pianura. Par che avvolga un candor di sepoltura la cieca Ava pregante, il mondo spento.
Ella fu un giorno fresca come il fiore de i prati, ed ebbe la serena fronte d'Ebe, e sciacquò le vesti al chiaro fonte, stornellando di rondini e d'amore. Andò sposa a colui che fra i valenti figli del solco a lei parve il più forte; cinse d'ulivo e d'edera le porte de la sua casa, e custodì gli armenti.
Nacquero i figli dal suo bronzeo grembo di vincitrice, audaci come belve, liberi per radure e campi e selve, esperti in guadar fiumi al sole e al nembo. Crebbero come il grano su l'arista, in un fulgor di forza aspra e possente; e ognun lasciò la Madre, avidamente sognando il mondo per la sua conquista.
Ella rimase presso il focolare sacro, traendo a l'alta rocca il fuso. Nuova talor de' figli al nido chiuso come rondin venìa, da terra e mare. Tumultuanti d'energie superbe trasfuse in lor da le materne vene, toccavan essi il sommo segno, il bene eccelso, invitti ne le pugne acerbe.
Ella rimase, casta guardiana de la casa e de i campi abbandonati. Quante volte tornò l'erba ne i prati, quante volte fiorì la maggiorana?... Quante volte passò l'aguzzo dente de l'aratro nel solco, ed il baleno di cento falci sotto il ciel sereno rise di gioia fra la messe aulente?...
Ella non sa.--Più non ricorda.--Prega.-- Forse or non è che un vano simulacro di vita,--Il corpo assiderato e macro sotto un terror d'eternità si piega. Ella fu come l'albero che diede tutti i suoi fiori e tutte le sue fronde; ella temprò le forze sitibonde de i figli con l'ardor de la sua fede;
creò la stirpe e fu sovrana.--Espande or la stirpe selvaggia un irruente fiume di gioia per le arterie spente de gli uomini.--E la Madre, ùmile e grande, posa.--Sovra le innumeri vittorie, tremula e bianca illusïon di vita, posa, a custodia de la casa avita che tace, oppressa da le sue memorie.
E tutto tace, in torno a l'alte mura. La neve cade, lenta e maliarda, avvolgendo la terra e la Vegliarda ne lo stesso candor di sepoltura. Sogna la terra, sotto il largo oblìo, fiori di pesco e gemme di vermène. Sogna l'Ava la pace ultima, il lene battito d'ali che la porti a Dio.
ACQUEFORTI
GLI AMANTI DELLA MORTE
Essi erano stanchi di tutte le cose vedute. Nessuna veniva, di tutte le cose sognate. La vita, come una straniera dal freddo sorriso indolente, ignota passava, fra gente ignota.--Non era, non era la vita che un pugno possente brandisce, scudo, asta o bandiera. E accadde che un giorno i fieri assetati pensarono la fonte che sazia ogni arsura, la fuga che è senza ritorno, la gioia de l'ultima oscura rinuncia, del freddo guanciale, del bacio che è senza l'uguale, del sonno immortale. E ti chiamarono, o Velata.-- Ma tu non rispondi che a l'ora nel tempo fissata.-- Ed essi sognarono allora vïolentare le tue labbra smorte: sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...
*
E tu, prostituta del mondo, che sai tutti i baci, vampiro che succhi ogni vena con labbra voraci, tu fosti a quegli occhi la fata dormente nel chiuso giardino, il giglio lontano e divino, la bocca non anco baciata.-- Ti pregarono, a capo chino. Ti dissero: Vieni, o Velata. --Con te nel silenzio del bosco ove foglia non s'agita e voce d'uccello non canta: fra cespi di mirto e d'assenzio, fra tronchi che l'edera ammanta, o amore di terra lontana, o luce di fata morgana!...-- .... Fu vana, fu vana la lunga preghiera, o Velata. Tu solo rispondi ne l'ora dal tempo fissata.-- Ed essi sognarono allora vïolentare le tue labbra smorte: sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...
*
E come fanciulla dormente t'han presa.--Lo so.-- La bocca brutale rovente la tua soggiogò. E tu, che prepari implacate torture a colui che ti fugge, col morbo che làncina e strugge, con lunghe agonie disperate, tu fosti l'Amante che rugge d'ebrezza fra braccia adorate, e versa le estreme delizie con l'ultimo rantolo; l'Amante com'edera avvinta che tutta si dona, che freme, che morde--tu vinta, tu vinta!... .... Fra cespi di mirto e d'assenzio or giaccion gli Atleti, in silenzio. Eterno è il silenzio, eterna la pace.--Un sorriso di fiera dolcezza s'effonde sul rigido viso. Risognan le gioie profonde ch'hanno strappate a le tue labbra smorte: poichè tu ben ami chi t'ama, o bianca, o terribile Morte.
LACRIME SILENZIOSE
Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede, quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,
mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote, goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.
Come inesausta fonte, oh, sgorgan nel freddo silenzio, sciogliendosi su i labbri con acre sapore d'assenzio.
L'ombra le guarda e tace, le ascolta cadere dirotte, e tace; e in essa il loro segreto d'angoscia s'inghiotte.
Stille di piombo fuso su viscere dilanïate, ricadono su i cuori--e tutti ne abbiamo versate.
Chi mai, chi mai, fratelli, nel mondo può dir che le sole lacrime sieno quelle che i cenci rivelano al Sole,
porte e finestre aprendo per chieder pietà su le vie, pietà pei bimbi scarni, pietà per le ignude agonie?...
*
Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede, quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,
mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote, goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.
Piangon su i vecchi sogni, sul vecchio lontano dolore che il labbro dice--spento--che è piaga insanabil nel core;
piangon su i figli ingrati, sul mesto avvizzir de la vita che, come sabbia d'oro, ne sfugge da l'avide dita;
su quel che tu non dici nè pure a te stessa talvolta, anima miseranda, nel buio, nel dubbio travolta!...
Gocce di vivo sangue, o lacrime ignote, sgorgare da ignoti occhi vi sento--e, ahimè!... non vi posso asciugare.
Lo metteran sotterra, il cor che in segreto vi pianse: non saprà mai nessuno che oscura tristezza l'infranse.
LA VECCHIA PORTA
Quadro di A. Baertsoen.
_A Elisa Ricci._
La vecchia porta s'apre nel fianco del vicolo oscuro: goccia miseria e lebbra la crosta del viscido muro.
Nera come un abisso, è muta, è sinistra la porta: sotto le basse nubi sta, fredda, terribile, morta.
Morta?... no, pensa.--Cose nel tempo sepolte ella sa. Molto ricorda--amore, dolore, delitto, pietà.
.... Passò, scherzosa, a l'alba, tornò, stanca e pallida, a sera, con le compagne, l'esile fanciulla che avea ne la fiera
bocca e ne gli occhi glauchi la luce d'un sogno.--Non fu vista tornare, un giorno. Nessuno la vide mai più.--
.... La vecchia porta pensa:--ne l'andito buio, una notte, due corpi avviticchiati, un colpo, uno schianto, due rotte
parole: A me! soccorso!...--Durò, dentro l'andito muto, tutta la notte il rantolo de l'uom che morì senza aiuto.
Piccole, strette bare di bimbi rachitici, spenti da tabe e da miseria nel fiore de gli anni innocenti,
passarono.--Non pianse la madre, o assai breve fu il pianto: è dolce ai bimbi infermi la pace del pio camposanto.
Passarono i braccianti, cantando. Ma avevan le note un ritmo grave, un senso d'ignote tristezze, d'ignote
lacrime.... e una fanciulla da l'alto guardava, chinato il viso fra i cespugli di qualche geranio malato.
Quanti singhiozzi e sogni di povere vite ascoltò la vecchia porta?... ora essa è stanca. --Ora pensa: Cadrò.--
*
Con voluttà di gioia, le picche e i martelli, domani, faran le grigie case del sordido vicolo a brani.
Abbatteranno i muri stillanti la febbre del tifo, le garrule ringhiere, degli anditi immondi lo schifo,
le stanze ove s'ammucchian, su stretti promiscui giacigli, pel torbido riposo i padri e le madri coi figli.
Udran le tristi razze la prima parola d'amore, sapran che su la terra vi sono degli alberi in fiore,
e gioie ùmili e sante, e case dai lindi balconi pieni di vento, pieni di gaie ridenti canzoni.
E tu, tu, vecchia porta, travolta ne l'ampia ruina, vedrai la prima volta, cadendo, la luce divina:
coi palpiti di marzo che sveglian le fresche viole, respirerai, morendo, la gloria feconda del sole.
L'ORGANETTO
Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato, da un monco veterano per ùmili strade guidato.
A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti, tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:
quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli, tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.
Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera gente portare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;
che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno, dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.
Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortili getti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;
Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale, ansando un poco, smorte del lento terribile male
che sugge a goccia a goccia le vene del povero.--E tu suoni per quella gioia le danze del tempo che fu:
oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti, chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...
Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenate cantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:
getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore, così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:
Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'onda d'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.
Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo core l'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,
e piange....--come il cieco vagante a tastoni entro il velo d'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.
L'ULTIMO VALZER
Fra le sue braccia ella è flessibile come un virgulto nel lungo strascico color viola. Danzano, danzano senza parola. Fra densi effluvii, fra luci gemmee piegano, ondeggiano, stretti trasvolano ritmicamente; ed ella fingere tenta un sorriso nel bianco viso; ma il viso mente, ma il valzer mente, non s'aman più.
A onde, a fremiti, a spire, a vortici si snoda il valzer pieno di lagrime, pieno di baci. E passan agili coppie fugaci: corpi di giglio, spume di rosei veli, auree treccie, lenti bisbigli, carezze lente.... bellezza e musica, eterna e vana fata morgana: follia di danza, fresca esultanza di gioventù!...
.... La dama pallida non è più giovane, non è più bella. Fra i ricci morbidi v'è un filo bianco, nel petto il fragile cuore è già stanco. Danzano, danzano, avvinti inseguono nel ritmo l'ultimo miraggio, l'ultima speranza in vano. Giro di valzer rapido e lieve sei, vita breve!... La terra accoglie le vizze foglie: il sogno fu.
.... Danzano, danzano la ridda funebre sui fiori morti. L'amore in livido gorgo s'affonda; ma ancor del valzer spumeggia l'onda. Con lunghi brividi, con molli e perfide carezze avvinghia, trascina, intorbida l'anima e il senso. Oh, fra le immemori ultime spire così sparire: di mari ignoti naufraghi ignoti, non soffrir più!...
SETTE MAGGIO 1898
Ho quell'ore ne l'anima inchiodate: la via deserta, sotto un ciel di piombo: ad un tratto, da lungi, un sordo rombo di folla, e un grandinar di fucilate.
Porte e finestre in un balen serrate lugubremente--poi silenzio.--Il rombo già s'avvicina, sotto il ciel di piombo: colpi, fischi di palle, urli, sassate.
Fin ch'io vivrò mi resterà ne l'ossa quell'angoscia, quel soffio d'agonia su gente inerme del suo sangue rossa;
e vedrò quel fanciul, senza soccorso morente--un bimbo!...--in mezzo de la via, china e intenta su lui come un rimorso.
FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO
Carro povero e nudo e senza un fiore che lentamente porti il fèretro del vecchio muratore a la casa de i morti,
come un carro di re verso il riposo che non ha fine, vai: il corteo che ti segue è glorïoso come niun altro mai.
Son diecimila e pur sembrano un solo, calmi, quasi sereni. Unica e grande sul compatto stuolo par che un'idea baleni;
e nel ritmico passo e ne l'uguale respiro e ne le assorte fronti parli e s'affermi, alta sul male, sul pianto e su la morte.
«O Camerata, che ne l'aspro e degno conflitto eri con noi, e moristi, sperando, in questo segno, fra le braccia de' tuoi;
volgiti indietro, e guarda. Eccoci tutti a le tue pompe estreme. Quel giorno solo noi verrem distrutti che non saremo insieme.
Sappiamo ormai che, in nostra fede avvinti, rinnoveremo il mondo. Son retaggio de i deboli e de i vinti il gesto furibondo,
il cieco sasso, de gli incendii il lume sanguigno, e il pazzo urlare. Noi siamo il grande e maestoso fiume che volge il corso al mare;
il ghiacciaio noi siam bianco e silente che leva al ciel la fronte, e a poco a poco, inesorabilmente, spacca e sommuove il monte.
L'ultimo aiuto e la speranza estrema perduta avrem dimane. Non tener, Camerata. Il cor non trema se pur ci manca il pane.
Oh, come lungi ancor le radïose battaglie del lavoro, fra canti di fanciulli e aulir di rose sboccianti a l'albe d'oro!...
Quante vittime ancor lungo la via irta di sassi e spine, ne la guerra inugual, ne l'agonia tremenda e senza fine
de la fatica che non ha conforto, de la scarsa mercede, del duro pane!... O Camerata morto, dormi, ne la tua fede.
Siam diecimila in torno a la tua cassa, doman sarem milioni. L'ira nostra non è turbin che passa denso di lampi e tuoni:
è l'avanzar compatto ed incessante fra torbidi perigli, non per noi, non per noi, ma per le sante gioie de' nostri figli:
è il batter senza tregua coi pesanti martelli il duro masso, a poco a poco disgregando, ansanti, le vèrtebre del sasso:
nostra fede portar come un bel fiore su l'elsa d'una spada: stringer le file se un fratel ci muore, e seguitar la strada.»
REDENZIONE
L'uomo che molto pianse e maledisse e s'abbrutì per fame, a colei che di sè mercato infame lungo i trivii facea,--Seguimi--disse.
Vide ch'ella, a vent'anni, rifinita era, come vegliarda; e avea ne la pupilla opaca e tarda la vergogna e il terror de la sua vita.
Egli dunque le disse: «O condannata al bacio, àlzati e vieni. Con quest'occhi che un dì furon sereni tra i rifiuti del mondo io t'ho cercata.
Perduta sei com'io perduto sono: pietà di me nessuno commoverà, pietà di te nessuno: chi è fuor di legge non avrà perdono.
La tua china è la mia, giù, sino al fondo. In questo è la salvezza. Noi avrem la terribile dolcezza d'amarci come niun s'amò nel mondo.
Per l'infanzia di stenti e di percosse che ricordi tremando, pel tuo livido corpo miserando, per la fame che a venderlo ti mosse;
pel trivio cieco, ove randagie e scarne ombre velate in viso offronsi col più squallido sorriso che mai finga il piacere in triste carne;
per le taverne ove il barabba porta il rauco ritornello d'un'oscena canzone, il suo coltello pronto a ferire, e la sua donna smorta;
per l'alba d'ôr che Iddio promise, io t'amo, io t'amo.--Così sia.-- V'è una terra nel mondo ove s'espìa per rinascere.--Credi: àlzati: andiamo.»
*
Vanno--per espiar.--Tutto il rossore de i colpevoli e ciechi anni trascorsi, e i tumulti de l'anima e i rimorsi vibrano in quell'amore:
come lavacro su le fronti oranti, scroscïando dal ciel tinto di lutto, cadono al par di tempestoso flutto tutti del mondo i pianti.
Vanno--per espiar.--La fulgida ora non suonò--ma rischiara a poco a poco le trepidanti anime un riso, un foco di speranza e d'aurora.
Passano ignoti per ignote strade, fin che cessa la pioggia e il giorno appare: giungono a un piano vasto come il mare, magnifico di biade.
E caste madri e giovani e vegliardi da la libera festa del lavoro tra l'erbe verdi e tra le spiche d'oro miran con dolci sguardi
i due ploranti, e tendono le braccia, salmodiando il cantico di Cristo: --Ben venga chi sofferse ignudo e tristo, e chi smarrì la traccia:
chi, delitti non suoi scontando, infranse le mura de la legge per un pane, e tutte seppe le vergogne umane, e il suo sfacelo pianse!...
Qui ogni vita risorge e si trasmuta: qui si crede e si canta; e la sublime giustizia de l'amor salva e redime il ladro e la perduta.--
INCONTRO
Noi c'incontrammo. Io mi sentìi repente il gelo su la faccia e un tuffo al core, e per tutte le membra un'opprimente
gravezza.--Ella era smorta del pallore stesso che volto e labbra a me coprìa: tremava del medesimo tremore.
Piegò vêr me la testa in atto muto, silenzïosa io reclinai la mia: e mai covò tant'odio in un saluto.
DILUVIO
E piove, e piove senza mai cessare: piove con odio su la terra scossa. La rauca voce del torrente ingrossa più e più, sotto il cieco imperversare.
Empie la stretta valle che s'infossa fra i monti--e sale, e pare urlo di mare, l'eco de gli opifici a soverchiare come rombo di popoli in sommossa.
.... Ascolto--sola.--E penso a le fiumane che, non lungi di qui, sfascian le rive, tutto affogando in gialle onde incalzanti;
di qui non lungi, udir credo, su schianti di case e lagni d'ombre fuggitive, un ruinar precipite di frane.
CAMPANA A MARTELLO
Dan-dan di campana lontana che turbi la pallida Notte, che rompi la calma del sonno con grida d'angoscia, con rotte parole, che piangi, che incalzi ne l'ombra, portato da i venti, e piombi e ripiombi su i cuori, che al buio trasalgono, intenti: qual fiume strarìpa?... qual dramma si svolge di sangue fraterno?... qual fiamma divora le case, divora le vite, ed avventa ne i cieli da l'arse ruine con folle superbia le spire crudeli?...
E pur non rosseggia d'incendio de i cieli la curva profonda, non rombo di fiume ne giunge che gonfio travolga la sponda. Dan-dan di campana lontana che chiami, che chiami, che chiami, da quale fantastica torre tu mandi i tenaci richiami?... Non sei de la terra?... nel vuoto ti getta il dolor d'uno spirito ignoto?... Le bianche, le tacite stelle che piano tramontano in mare te ascoltan con voce inesausta pregare, pregare, pregare.
Dan-dan di campana a martello squillante dal buio Infinito, ne l'ora d'un sogno tremendo noi tutti t'abbiamo sentito. Vorremmo assopirci ne l'ombra, ma tu sei de l'ombra più forte: ci sveli il perchè de la vita, ci sveli il perchè de la morte. E tutte le cose bugiarde, e il tempo perduto ne l'opere tarde, e tutte le ignavie vigliacche del cor che a se stesso ha mentito, ne dici, campana a martello squillante dal buio Infinito!...
E il piccolo cuor che ha creduto di battere eterno, la Sfinge a un tratto comprende: si sente caduco; ma il tempo già stringe. Fu errata la strada e la fede; fu un sogno la gloria; fu vano l'amore.--Mentisti a te stesso--ripete il rintocco lontano. --O cuore, riprenditi intero: t'imbevi di luce, combatti pel vero: vuoi dunque morir senza dirla, la pura, la grande Parola che devi?...--Così la campana singhiozza--fatidica--sola.--
ALPE
Non posso amarti, o vetta ove risplende fredda la neve ne' silenzî immoti, ed il ghiaccio cristàllino si fende su abissi ignoti.
Tu stai sovra le nubi e sovra il male, t'avvolge l'ampia nudità de l'aria: pria di sfiorarti irrigidiscon l'ale, o Solitaria
che non sai, che non senti e che non muori. Fra la mia vita e le tue nevi eterne sta un miserrimo stuol d'odii, d'amori, d'ansie fraterne:
tremano gli echi de i singhiozzi umani, danzan le ridde de gli umani strazî; ma tu non hai pietà, da' tuoi lontani gelidi spazî.
E se l'uom, te mirando, un'ideale grandezza pensa, gli rispondi: Mai: a questa calma eccelsa ed immortale non giungerai.--
*
Forse, chi sa?... tu pur soffri.--Tu, stanca forse de' tuoi silenzî ampî di tomba, e d'esser sempre immobilmente bianca sul mondo che qua giù turbina e romba,
sogni.--Sogni un torrente aureo di lava che salga dal tuo core a le tue cime, e vi squarci un cratere, e su te schiava trabocchi, ardendo d'un amor sublime.
A MIA MADRE LONTANA
Ti sogno.--A le gracili mani appoggi la testa che langue. Oh, mai così pallida, oh, mai così esangue ti vidi ne i tempi lontani.
Tu ascolti il cammino de l'ore, o madre, d'intense memorie vivendo; e passano l'ore, cadendo pesanti sul chiuso tuo core.
E pensi a me sola, a me sola: con tutta l'oscura energia di quella che t'arde mortal nostalgia chiamando me sola, me sola.
Oh, qui, dove perdutamente a un rogo d'amore la vita abbandono, ti grido--Perdono, perdono-- o madre diserta e cadente;
e sempre ti sogno. Le mani raccogli, bianchissime, in croce, e parli--e nel soffio de l'esile voce rivivono i tempi lontani.
SUL MONUMENTO DI EDVIGE V***
Ritta presso il sarcofago, non geme l'alta immobile donna, e non impreca: ascolta, intenta e dolorosa insieme.
Lo sguardo e il viso essa tremando tende, socchiuso il labbro, giunte ambo le mani: e forse il sogno del mistero intende,
poi che le vibra tutta la persona, e gli occhi, fissi al limitar del cielo, spiran l'essenza d'ogni cosa buona.
In questi giorni di novembre, grevi di nebbie, e quando coprirà l'inverno le fosse col pallor de le sue nevi,
e sempre, nel fluir del tempo ignoto, muta sfinge di bronzo, ascolterai, perduti i supplicanti occhi nel vuoto;
ma quel che intendi non saprem giammai.
*