Maternità

Part 1

Chapter 13,278 wordsPublic domain

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ADA NEGRI

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MATERNITÀ

MILANO

Fratelli Treves, Editori

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono_ _riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,_ _la Norvegia e l'Olanda._

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

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Milano, Tip. Treves--1922

Indice

- MATERNITÀ ...................................................... 1 - MATERNITÀ .................................................... 2

- GÈRMINA ...................................................... 5

- L'ÈSTASI ..................................................... 11

- DIALOGO ...................................................... 15

- LE DOLOROSE .................................................. 19

- INSIEME ...................................................... 25

- MARA ......................................................... 29

- MARTHA ....................................................... 35

- ELIANA ....................................................... 39

- «VENGO, NINÌ» ................................................ 45

- È PARTITA .................................................... 49

- L'ABBANDONATO ................................................ 53

- ZINGARESCA ................................................... 57

- IL CORREDINO ................................................. 63

- «MATER INVIOLATA» ............................................ 67

- NINNA-NANNA DI NATALE ........................................ 71

- QUEL GIORNO .................................................. 77

- RITORNO A MOTTA VISCONTI ..................................... 81

- LA CULLA ..................................................... 87

- UN RICORDO ................................................... 93

- DESTINO ...................................................... 99

- IL CALVARIO DELLA MADRE ...................................... 103

- DOLCEZZE ....................................................... 107 - SONETTO D'INVERNO ............................................ 109

- PRIMULE ...................................................... 113

- IL RITORNO DI BIANCA ......................................... 117

- RICÒRDATI .................................................... 121

- ACQUERELLO ................................................... 127

- CANTILENA .................................................... 131

- L'ACQUAZZONE ................................................. 135

- CANTA A' MIEI PIEDI.... ...................................... 139

- L'OMBRA ...................................................... 143

- PICCOLA CASA ................................................. 149

- TU SOLA ...................................................... 153

- LA CENTENARIA ................................................ 157

- ACQUEFORTI ..................................................... 163 - GLI AMANTI DELLA MORTE ....................................... 165

- LACRIME SILENZIOSE ........................................... 171

- LA VECCHIA PORTA ............................................. 175

- L'ORGANETTO .................................................. 181

- L'ULTIMO VALZER .............................................. 185

- SETTE MAGGIO 1898 ............................................ 191

- FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO ................................. 195

- REDENZIONE ................................................... 201

- INCONTRO ..................................................... 207

- DILUVIO ...................................................... 211

- CAMPANA A MARTELLO ........................................... 215

- ALPE ......................................................... 219

- A MIA MADRE LONTANA .......................................... 223

- SUL MONUMENTO DI EDVIGE V*** ................................. 227

- PASQUA DI RISURREZIONE ....................................... 233

- IN MEMORIA ................................................... 237

- PICCOLA TOMBA ................................................ 241

- PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI .............................. 243

- IL SOGNO DI DRAGA ............................................ 247

- NATALIA ...................................................... 255

- IL MINUTO .................................................... 259

- MADRE TERRA .................................................. 263

- SACRA INFANZIA ............................................... 269

- IL SALUTO FRATERNO ........................................... 275

MATERNITÀ

MATERNITÀ

Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi: sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?

O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitanti trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti.

Tu sei l'Ignoto.--Forse pel tuo disperato dolore ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;

pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza, io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza:

t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male, poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.

E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza, sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...

Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero ch'apre il lor seno a un essere novello di carne e pensiero;

urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scïenza, come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.

È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore: sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.

*

Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli mentre ne gli occhi splende un calmo riflesso de i cieli:

pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscure ove, anelando al sole, respiran le vite future:

per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante, quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante

pel roseo bimbo ignudo, che nasce--miserrima sorte!...-- su letto di tortura, talvolta su letto di morte:

uomini de la terra, che pure affilate coltelli l'un contro l'altro, udite, udite!... noi siamo fratelli.

In verità vi dico, poichè voi l'avete scordato: noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.

In verità vi dico, le supplici braccia tendendo: non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.

Gettate in pace il seme ne i solchi del campo comune mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:

nel sole e ne la gioia mietete la spica matura, grazie rendendo in pace a l'inclita Madre, Natura.

GÈRMINA

Calma e silenzio, in torno. Dietro le mie cortine muore tra nebbie fine il giorno.

Ne la penombra, i volti noti, da le cornici, mi affisano.--Che dici, che ascolti,

che abissi d'acqua fonda schiudi al mio nero sguardo, o amor di Leonardo, Gioconda?...

.... Ne la penombra io sono sola.--Non veramente.-- L'anima veglia e sente un suono

lievissimo, un tremare d'ali, un sommesso pianto, come in conchiglia il canto del mare.

L'anima veglia e prega: e su la vita informe che nel mio grembo dorme si piega.

Io sembro inerte. E pure son come zolla al sole. S'aprono in me viole oscure

di sogni, ardenti flore d'un incantato maggio. Porto io forse un messaggio d'amore?...

Di pace un senso pio per ogni vena io sento. Sono io forse strumento di Dio?...

La Sfinge dolorosa sul tuo mortal destino come suggel divino si posa;

ma tu, che da me bevi la forza essenzïale, ed il bene ed il male ricevi,

rompi, potente seme, la zolla inturgidita. Benedirem la vita insieme.

L'ÈSTASI

Cuce, in silenzio, sotto la lampada, una cuffietta rosa. Mai non si vide più leggiadra cosa.

Trasale, a un tratto, ne l'ampia tunica, con un sorriso strano. La cuffietta le scivola di mano.

Così, velato lo sguardo, pallida come una morta, ascolta. A qual raggio l'intenta anima è vôlta?...

Mai questo acuto spasimo d'èstasi le scolorò la faccia quando la cinser l'adorate braccia;

mai fu sì bella, fra riso e lacrime, quando, folle d'amore, il suo prescelto le posò sul core.

Così la bruna figlia di Nàzareth udì la sacra voce, congiungendo le mani ùmili in croce:

piccola voce nova e terribile che dice a l'infinita tenerezza materna: Eccomi, o vita!...

DIALOGO

È lui.--Dal mistero profondo dei sogni si desta, mi chiama, mi dice: --«Nel pallido Ignoto vagavo, felice.... perchè tu mi vuoi nel tuo mondo?...

È triste il tuo mondo.--Dai morti lo seppi, che ad esso non tornano più. O madre, io non chiesi di vivere. E tu perchè nel tuo grembo mi porti?...

Non temi che un giorno, con voce di vinto, io ti dica che tutto è menzogna, e spezzi il tuo core con l'aspra rampogna: --È troppo pesante la croce?...»

--«O figlio, vi sono viole ne i prati. Vi sono farfalle ne l'aria. È bello, da un ciglio di via solitaria, fissare lo sguardo nel sole.»

«O madre, ho paura. Nel cozzo de l'ire terrene son troppi i caduti. Su l'erbe calpeste procombono, muti, con l'ultimo rantolo mozzo

dal colpo di grazia.»--«O figliuolo, temprando io ti vado la spada e la maglia: di atleti ha bisogno la santa battaglia: tu forse cadrai, ma non solo;

chè al fosco tuo cor la mia voce dirà le parole d'un'unica fede; saprò, lacerando la veste ed il piede, portare con te la tua croce.»

.... «O madre, nel sogno, fra queste penombre fiorite di strane corolle, per sempre abbandona colui che non volle venire a le vostre tempeste....»

«O figlio, al solenne richiamo nessuno è ribelle. Se amore t'adduce, fiorisci al tuo sole, t'avventa a la luce, vivi, ardi, sorridimi, io t'amo.»

LE DOLOROSE

Ed a me giunse un ulular di pianti come suono di molte acque scroscianti.

E mi parea venisse di lontano, col bianco spumeggiar de l'Oceàno:

e mi parea sorgesse di sotterra, dal cuore immenso de la Madre Terra:

e mi pareva empisse il mondo e l'aria in torno a la mia stanza solitaria:

entrò con la fremente ombra e col vento, mi travolse fra il buio e lo sgomento:

e la voce che udìi fra la tempesta qui, eterna, ne la scossa anima resta.

«Noi concepimmo senza gioia il figlio che splende ai sogni come splende un giglio.

Noi portammo nel sen la creatura con fatica, con fame e con paura.

Ne le soffitte dove manca l'aria, ne le risaie infette di malaria,

ne' campi dove passa, orrida Iddia, la pellagra con occhi di pazzia,

ne' luoghi di miseria e di servaggio, chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio;

pregando, allor che la virtù svaniva: --Prenditi il figlio, o Dio, prima ch'ei viva--.

*

«Noi procreammo in viscere malate le tristi creature a pianger nate.

Il guasto sangue de le nostre vene ebbero, e il peso di nostre catene;

ben vorremmo, nel giorno, esser con loro ma il giorno è breve ed è lungo il lavoro:

ci afferran del bisogno i rudi artigli, mentre la strada ne corrompe i figli.

Madri noi siamo per l'angoscia e il pianto, non per cantar su rosee culle un canto:

cantalo tu--che il mondo abbia pietà-- questo supplizio di maternità!...

*

«Tu che scrivi col sangue de i fratelli caduti e coi singulti de i ribelli;

tu che lottasti con nemica sorte, canta il dolor più forte de la morte.

Ricòrdati, ricòrdati: così pianse tua madre ne i lontani dì.

Ricòrdati, ricòrdati: e il tuo grido sia come uccello di selvaggio nido;

come popol che irrompe a la battaglia, come fiamma che incendia la boscaglia:

dica a la terra: Salvezza non v'ha se umiliata è la maternità!...»

*

Tacquer--ma come, in notte senza lume di stelle, mugge un procelloso fiume,

durò ne l'aria in fremebondi giri l'eco dei pianti e dei lunghi sospiri.

Oh, fin ch'io soffra in questa esil parvenza ove s'infiamma la mia pura essenza,

sempre, nel ritmo de la vita oscuro, dovunque, nel presente e nel futuro,

udrò quel lagno senza fine e quelle vane preghiere d'anime sorelle:

sempre nel cuore avrò, come un rimorso, quel torvo e disperato urlo: Soccorso!...--

INSIEME

Sul letto sta, rigida e scialba, la Morta, che sembra dormire. Ai vetri è il sospiro de l'alba.

La Morta è vestita di bianco come una fanciulla, con fiori di neve sul petto, sul fianco;

e pare una vergine, un giglio; ma incrocia le mani, in eterno, sul grembo ove dorme suo figlio.

Il grembo che il germe raccolse e il germe anelante a la vita la stessa tempesta travolse;

al vento che romba e che geme piegarono il boccio ed il fiore insieme; si spensero, insieme,

il grande ed il piccolo cuore.

*

La Morta sorride.--Una pace di sogno e di cielo s'imprime sul volto, sul labbro che tace.

Le mani incrociate con pio lor gesto, sul grembo che è tomba al figlio, par dicano: È mio.--

--Io n'ebbi la prima parola che sola compresi: nessuno lo sa, ciò ch'ei disse a me sola.

Se visse de l'anima mia, morì de la stessa mia morte: laggiù ci farem compagnia.

Chi sa?... forse avrebbe smarrita, lontano da me, la sua strada. Che è mai, senza madre, la vita?...

Chi sa?... forse un solo ed un vinto nel mondo che è senza pietà.... .... Oh, meglio, o mio sangue, a me avvinto

sparire, ne l'eternità.--

MARA

La donna fila, presso il focolare. Fra la cenere è ancor qualche favilla. La lampadetta d'olio a tratti brilla sul dolce viso che d'avorio pare.

Non vecchia ancora--ma son tutte bianche le rade chiome, e l'orbite infossate non contan più le lacrime versate. La donna fila, con le mani stanche.

Suo figlio ha ucciso un re.--Più mai, nel mondo ella potrà vedere il suo figliuolo. Solo è, per sempre e senza fine solo, vivo e pur morto, d'un abisso in fondo

pieno di sangue--e il nero sangue a fiotti corre, sprizza, zampilla insino al cuore materno.--O sempre rinnovato orrore de i lunghi giorni, de le lunghe notti!...

Ella non pensò mai che fosse ingiusto per l'altrui pane coltivar la spica, con tristezza, con fame e con fatica guadagnando la vita a frusto a frusto:

arò la terra e dondolò la culla, senza riposo e senza gioia.--Al fianco le crescea quel figliuolo esile e bianco, esile e bianco come una fanciulla;

e le chiedea talor, con veemente desìo ne gli occhi, una storia di re. «Non so narrarti una storia di re: che ne sa del suo re, l'umile gente?...

Egli è solo e lontano, come Iddio: fra la sua torre e il nostro casolare ci sta tutta la terra e tutto il mare: egli è in alto ed è solo, o figlio mio.»

.... Ed il figlio partì.--Ne le rombanti fabbriche il torvo ansare udì dei mostri d'acciaio a mille artigli, a mille rostri, de le donne sposarsi ai tristi canti;

il tremendo silenzio udì talvolta de gli scioperi: star, muti ed inerti, i mostri vide, ma con gli occhi aperti per afferrar le prede un'altra volta.

.... E passò.--Qualcheduno egli cercava al di là de la folla e de la strada, col grigio sguardo acuto come spada pieno di lampi tra la chioma flava.

E passò tra il fetor de le taverne, tra l'immensa putredine ove langue l'ignota gente che di pianto e sangue bagna il calvario de l'angosce eterne;

tra l'orror de le carceri e l'orrore de gli ospedali e il fango del selciato passò, co' suoi felini occhi in agguato, una fiaccola d'odio accesa in cuore;

e un giorno--un giorno, finalmente, a Quello ch'egli cercava da l'età lontana giunse, fendendo una muraglia umana, e gli cacciò nel petto il suo coltello.

*

Tu fili, o Madre, presso il focolare insanguinato.--Le tue labbra smorte che bevvero a la coppa de la morte, non osan più, non sanno più pregare.

Entro il tugurio tuo nulla è mutato. V'è l'uguale miseria e v'è l'uguale nuda tristezza, e un tanfo glacïale qual di covo selvaggio abbandonato.

Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuolo ove sarai, per la tua pace, avvolta. E implori presso il figlio esser sepolta, perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.

L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scritto portò il suo fato.--Forse, incoscïente, un germe de la tua psiche dormente passò in lui, fecondando il suo delitto.

L'ami, ferita in lui, per lui dannata de la vergogna a l'implacabil giogo, de l'insonne rimorso al laccio al rogo, complice ignara, santa e disperata.

E ancor nel sogno l'accarezzi, come ne gli spenti crepuscoli di pace, quand'ei, lupatto indomito rapace, scarno fra l'ombra de le flave chiome,

ti chiedeva, col grigio occhio felino pieno di lampi, una storia di re. Tu tremavi--e gravar su lui, su te sentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.

MARTHA

Sopportò gli urti de l'acerba doglia ritta, bianca, silente, al suo telajo. Quando ogni opra cessò, sotto il rovajo corse a la casa, e cadde su la soglia.

E gemè senza freno--e allor che sôrto fu il pallido mattin, la sventurata con un urlo di bestia lacerata mise a la luce un angioletto morto.

Il piccolo cadavere fu tolto da gli occhi de la madre--e tutto tacque. Tre dì sovra i guanciali ella si giacque, fatta di pietra ne l'immobil volto;

ma il quarto giorno--e gelido il rovajo soffiava ancora--volle alzarsi, esangue come avesse perduto tutto il sangue.... .... Così disfatta, ritornò al telajo.

ELIANA

Un'ombra è ne' suoi strani occhi. Il suo petto è scosso da un brivido. Sul rosso velluto le sue mani

s'abbandonano, come morte. E di morta è il volto, fra l'ondeggiar disciolto de le scomposte chiome.

Premerà dunque il greve travaglio, il peso enorme, le sue scultorie forme, la sua beltà di neve?...

Spasimerà la pura marmorea carne anch'essa, dilanïata, oppressa da l'immortal tortura?...

No.--La superba vuole de i balli fra le chiare pompe gioir, regnare, come rosa nel sole!...

E le purpuree tende quasi regali, e i densi tappeti, e i vasi immensi ove l'oro s'accende,

son complici a l'abisso perfido che la tenta. Oh, come ella diventa livida!... oh, come fisso

si fa il suo sguardo!... come arde!... ma condannato ha il figlio.--È decretato l'atto che non ha nome.

*

.... Morrai fra poco, umano germe che il mondo ignora, e che, nel sonno, l'ora vital sognasti in vano:

morrai fra poco, o cuore soffocato ne i brevi tuoi battiti da lievi mani, senza rumore:

pura alba, che diritto avevi a la tua sera!... Non teme la galera chi osò questo delitto.

Ne i balli andrà, qual giglio immacolato il viso, la Pallida, che ha ucciso se stessa nel suo figlio:

andrà, come se fosse viva.--Ma un sordo male misterïoso, da le viscere che le rosse

sue mani han profanate succhierà il sangue, lene lene, fin che le vene avrà tutte vuotate;

e una manina informe l'attirerà fra l'onda del gorgo senza sponda ove il rimorso dorme.

«VENGO, NINÌ»

«Vengo, Ninì.--So bene che mi aspetti da tanto tempo, e ti struggi in pianto quando la notte viene.

So che non hai riposo che col tuo capo sulla mia mano.--A la tua culla di fango il furïoso

uragano s'abbatte. T'infràdicia la piova la camicina nova ch'io t'ho cucita. E batte

e batte la manina su l'assi de la bara: --Mamma, la terra è amara se non mi sei vicina!...--

.... Lascia ch'io metta i fiori ne i vasi, e accenda il foco pel babbo, che fra poco ritornerà da fuori.

Ch'ei trovi ogni sua cosa linda, anche in questo giorno; e i crisantemi in torno al tuo ritratto rosa....

.... Povero babbo!... solo sarà, per sempre.--Vengo, Ninì.--Se mi trattengo un poco, o mio figliuolo,

se m'indugio così, è perchè penso, sai, al babbo, che più mai, più mai....--Vengo, Ninì.--»

È PARTITA

Stesa fra il letto e il muro ei la trovò stanotte. Sul cuore un grumo oscuro

di sangue; fra le dita la rivoltella; calmo il volto, come in vita;

bella qual'era ai lieti anni di giovinezza, quando mirti e roseti

non eran freschi come il fior de la sua bocca, il fior de le sue chiome.

Nulla lasciò: nè pure un foglio che dicesse --_perdonami._ --Nè pure

una riga d'addio. Ne la sinistra ancora stringe,--davanti a Dio

che il suo Ninì le prese,-- un ricciolo del bimbo seppellito da un mese.

L'ABBANDONATO

Un'ombra di donna comparve ne l'ombra notturna, strisciante, radente, fuggente pel vicolo tetro. Depose un fardello, disparve--così, taciturna, così, senza volgersi indietro.

È vivo il fardello.--Ne parte un sottile vagito, lamento d'implume perduto che chiama il suo nido. Le mura, le porte, le pietre di cupo granito ascoltan quel tremulo grido.

La bassa finestra ne parla al rossiccio fanale che s'apre qual fumida piaga nel cuor de la via. Il vento che passa ne parla a la stella immortale, al cielo che in alto s'oblìa.

Il trivio, con sordo ribrezzo, bisbiglia a la fogna: --C'è un bimbo là in fondo, c'è un bimbo che muor sul selciato: Colei che nel mondo lo mise, per fame o vergogna al fango così l'ha gettato....

.... Perchè?... che ferocia di leggi su gli uomini grava se fame o vergogna può vincer l'istinto materno?... che benda t'accieca?... che lacci, o degli uomini schiavi t'attorcono il cuore in eterno?...»

Il fioco vagito che chiama la madre e la culla diventa singhiozzo, poi rantolo.--Il vicolo guarda con occhi sbarrati, morire quel bimbo, quel nulla, in grembo a la notte codarda....

La notte trapassa, fremente di pianti non pianti, d'angosce non dette, di sdegno terribile e muto. Vorrebbe, non può--vano strazio di tenebre oranti!... salvar quell'umano rifiuto.

Si spengono gli astri nel brivido primo de l'alba che sparge di cenere il cielo, che schiude le porte, che chiama le donne a le soglie, fantastica, scialba, dicendo: È passata la Morte....

Là giù, come un piccolo cencio che il lastrico ingombra appare, nel giorno, l'Ignoto.--Egli è nudo ed è solo.-- Nè madre, nè casa, nè croce.--Più lieve di un'ombra....-- .... Raccoglilo tu, cenciaiuolo.

ZINGARESCA

Fra i pioppi, mentre sorge alta la luna, al tardo passo de i cavalli stanchi, l'errante casa va de i saltimbanchi, inseguendo l'ignoto e la fortuna.

V'è un lumicino ad una finestrella, e guizza e trema ne l'incerto andare; presso il lume, il suo pargolo a cullare, canta una donna con fioca favella;

limpida e triste, di dolcezza piena, di lacrime e d'amor, ai pioppi de la via la cantilena tesse i suoi fili d'ôr.

«Dormi a l'ombra de' miei lunghi capelli, de' miei lunghi capelli zingareschi, piccolo bimbo tutto mio, da i freschi labbri e da gli occhi regalmente belli:

quando tramonterà la luna chiara sul fiume, al primo impallidir de l'alba, sostando fra le siepi di vitalba saluteremo la stella boara;

respirerem la brezza vagabonda che avviva fiore e stel; liberi come barca sopra l'onda, allodola pel ciel!...

*