Chapter 9
--Oh! no, no, don Gregorio! Io non sapevo di amare, fu un sogno, e quando mi sono svegliata non ero più padrona del mio cuore, non potevo altro che fuggire, e son fuggita via subito. _Lui_ non sa nulla... mi ha veduta fredda, mutata, dubita che io non gli voglia più bene, non si ricorda più di me. Qui, così sola, lontana da tutti, non credevo di far male se pensavo a lui, qualche volta. Quel pensiero mi faceva tanto bene, mi rifaceva buona, mi confortava! Non era un turbamento, ma una consolazione che mi dava quiete e forza... che mi aiutava a vivere.
--Sei madre e parli in questo modo? In tua figlia non avevi la consolazione, la quiete, la forza? Sei madre, e tua figlia non ti bastava per vivere? Piangi?... Sì... sì, piangi, Maria, perchè hai grandemente offeso la Provvidenza.
Maria si era sentito stringere il cuore per l'inesorabile verità di quella risposta; e mentre grossi lacrimoni le colavano giù dagli occhi, balbettava timidamente, come per iscusarsi:--Non l'ho più riveduto... Non gli ho più scritto... non sa più niente di me...
--E per questo--esclamò don Gregorio, colla voce mal ferma--e per questo sola ti credi onesta; ma onesta, sei agli occhi degli uomini, non agli occhi di Dio. Come donna, se non hai fatto male, lo hai amato, e come sposa, dalle tue promesse inviolabili, sacre di fedeltà e di amore, hai sottratto la parte più bella, l'anima e il cuore.
Povera Maria! Ella continuava a piangere; ma le sue non erano le lacrime sole del rimorso; c'erano pur quelle ineffabili del sacrificio che stava per compiere: della sua cara libertà e del suo casto rifugio. E poi c'era un altro pensiero, un pensiero più forte di lei, che si faceva strada in quel turbamento dello spirito, per angosciarla e insieme per consolarla, spaventandola e facendola quasi contenta di essere costretta a cedere alle insistenze di don Gregorio... il pensiero di _rivederlo_.
Tutto ciò si agitava nel cuore di Maria colla lotta di mille sentimenti opposti e confusi, che si urtavano insieme, che la straziavano, e guardando a ritroso nei lunghi anni trascorsi rimpiangeva il passato, che era solo la calma di un gran dolore, ma che le appariva in quel punto come una felicità cara e perduta.
Intanto don Gregorio, vedendola scossa, s'infervorava sempre più rivolgendosi al suo cuore, alla sua ragione, alternando le preghiere al comando, le promesse del premio alle minacce del castigo, finchè la povera donna, spaventata e vinta, promise formalmente che si sarebbe rassegnata a compiere ciò che doveva essere il suo dovere. Don Gregorio sentì allora nel proprio cuore il peso del grande sacrificio che stava per imporre, e commosso a sua volta le strinse la mano, mormorando con un'espressione d'affetto indicibile:--Coraggio, figliuola mia, coraggio!--Poi tutt'e due continuarono silenziosi il loro cammino verso Santo Fiore, mentre le povere contadine, abbrustolite dal sole e sfinite dalla fame, che incontravano la ricca duchessa, borbottavano contro la Provvidenza... che concedeva il Paradiso ai _signori_ in questa vita e nell'altra.
Quando don Gregorio e Maria giunsero a vista del Palazzo, scorsero subito il duca d'Eleda: questi, veduta arrivare la carrozza vuota, aspettava ansioso presso il cancello.
--Mio Dio!...--balbettò Maria con un brivido. Non le lasciavano nemmeno il tempo per respirare, per riflettere, per soffrire un po' sola, in pace...
--Coraggio, coraggio--ripetè ancora don Gregorio, ma più a bassa voce.
Il duca Prospero li ebbe subito raggiunti, e salutata affettuosamente Maria, che rispose con un cenno del capo, entrarono insieme nel giardino.
--Abbracciate vostra moglie--disse don Gregorio al duca, che lo interrogava cogli occhi--essa vi ha perdonato.
Prospero Anatolio uscì in una esclamazione inarticolata di sorpresa e di gioia, e strinse forte la moglie contro il petto, baciandole la bocca e le guance.
Maria, dopo tanti anni, sentiva con disgusto l'alito caldo di un uomo bruciarle la faccia; le sembrò di esserne contaminata, di essere divenuta indegna dell'ideale purissimo, che ad onta della sua volontà e del suo sincero pentimento era ancora, era sempre vivo nel suo cuore, come le gemme del mare che l'onda in tempesta non frange, ma rende più vivide e scintillanti. Al duca tremavano le labbra, balbettava, e il volto pallido, scialbo, avrebbe mostrato ad occhi più esperti che non fossero quelli di don Gregorio, come non venisse solamente dal cuore tutta quella grande commozione. Ma don Gregorio, invece, ammirava Maria intenerito, e si sentiva contento come di un'opera buona e bella, della quale egli si sapeva artefice.
Di solito, Prospero, accompagnava il prete quando questi ritornava alla canonica; invece quel giorno non si mosse. Egli aveva bisogno di godersi tutta la dolce felicità della famiglia: voleva star colla moglie: sentiva di non poterla più abbandonare, e infatti, aspettò l'ora del pranzo passeggiando in giardino con lei, tenendola stretta al suo braccio, chiamandola con tutti gli sdolcinati nomignoli imparati già dalla de Haute-Cour. Ma a poco a poco egli si faceva più taciturno, fissava Maria divorandola cogli occhi; e da pallido diventava rosso in viso, con due chiazze accese che gl'infiammavano le guance agli zigomi. Pareva distratto, preoccupato, inebetito; di tanto in tanto si guardava intorno, inciampava; poi, con malizia premeditata, facendo alla moglie certi visacci che volevano essere sorrisi, la spinse, serrandola fianco a fianco, sotto un capanno fitto di convolvoli; e là dentro, abbracciandola e stringendola all'improvviso, di nuovo la baciò sulle labbra, sulle guance, sul collo.
--No, no, no...--supplicava la poveretta, tentando inutilmente di svincolarsi dalla stretta e di difendersi da quella bocca sgarbata.
--Sei... mia... a... adesso... mi hai pe...e...--e non riuscendo a finir la parola, e Maria piegando vivamente la faccia per ischivare il fiato che l'ammorbava. Prospero Anatolio le stampò un altro bacio, sopra l'orecchio, che la fece rabbrividire.
--Babbo!... Babbo!...--si udì gridare in quel punto da Lalla, che si avvicinava al capanno correndo.
--Lalla!--esclamò Maria; e adesso, al disgusto e alla collera aggiungendosi il timore di poter essere sorpresa dalla propria figliuola, respinse il duca, facendolo rinculare d'un passo.
Lalla ritornava allora da un pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta, quattro ore di strada a piedi, impiegate nel recitar rosari e litanie. La duchessina, creata _priora_ della _Scuola Cristiana_ di Santo Fiore, aveva ordinato, col mezzo di don Vincenzo, quel devoto pellegrinaggio.
Vi avevano preso parte tutte le maestre, tutte le alunne della _Scuola_, capitanate dalla signora Sindachessa, e soltanto la bella Ottavia non vi era intervenuta. Ma Lalla, da qualche tempo, si prendeva un po' troppo il divertimento di farla arrabbiare, non parlandole mai, non salutandola nemmeno, mentre invece era piena di gentilezze per la signora Veronica; e perciò, non volendo ammalarsi di fegato, nè contribuire alla gioia della rivale, la bella bionda si sfogava con un'alzata di spalle, e schivava le occasioni di trovarsi insieme.
Digiuni, novene e tridui, alla cui spesa avrebbe supplito Lalla colla sua cassetta privata, avevano preceduto il pellegrinaggio. Lalla, miss Dill, don Vincenzo intonavano le orazioni, ripetute dal coro, che cangiava ciliege e parole. Nè in quella processione mancavano le belle ragazzotte, ragion per cui agli svolti delle viuzze, o vicino ai tabernacoli, c'erano appostati gli zerbinotti, che seguivano da lungi la brigatella, sfidando le occhiatacce irose della signora Veronica, che si voltava indietro borbottando inviperita, coll'autorità del sindaco suo consorte, che ella sentiva di rappresentare.
Anche la duchessina era severissima, in fatto di morale e, per un nonnulla, faceva cancellare le giovani dal registro della _Scuola Cristiana;_ ma, per debito di giustizia bisogna anche aggiungere che sapeva dare il buon esempio. In fatti il giovane Frascolini avrebbe perduto subito tutta la protezione della fanciulla soltanto che si fosse lasciato vedere durante il pellegrinaggio. Lalla si era confessata, doveva comunicarsi a Valsanta, era pentita dei propri peccati, e coll'atto di contrizione faceva solenne promessa di non commetterne più... fino alla sera, alla sera di quel giorno medesimo in cui doveva trovarsi con Sandrino. E forse, appunto per questo dolce ritrovo, la signorina avrebbe rinunciato di gran cuore anche all'arrivo improvviso del babbo, ch'ella per altro spiegava a tutti quanti come un primo miracolo concessole dalla Madonna, che le mostrava in tal modo di aver molto gradito il pellegrinaggio a Valsanta.
E anche quel giorno essa abbracciò _il suo caro papparino_ con grande effusione di tenerezza; e durante il pranzo fu amabilissima, e sostenne da sola, si può dire, tutta la conversazione. In fatti Maria si mostrava pensosa e triste e la miss s'era imbronciata col signor duca, perchè questi aveva dimenticato di complimentarla secondo il solito. Infelice miss Dill! Non sapeva che sorba l'aspettava alle frutta!... La notizia che due giorni dopo sarebbero partiti tutti per Borghignano!... Lalla, a quell'annunzio, non si ricordò del Frascolini, ma fuori di sè per la gioia di diventare cittadina, saltando e battendo le mani dall'allegrezza, volle buttarsi subito al collo del babbo. Maria ebbe ancora un sospiro profondo, sommesso, mentre miss Dill colla bocca aperta, impeciata di marenga al zabaione, lo sguardo esterrefatto, che facea ridere nella sua terribilità, diventava verde, gialla, livida, con un sobbalzo così forte di tutta la sua anatomia che pareva scricchiolasse.
XVI.
Dall'allegrezza dimostrata e sentita veramente da Lalla, non si deve credere che il capriccetto per Sandrino fosse svanito: tutt'altro; Lalla continuava anzi a scherzare con lui, ma tenendosi sempre a fior d'acqua, mentre il giovanotto c'era dentro fin sopra la testa. Per la signorina quella simpatia lì, era parte della sua vita di villa. Si godeva a tenerselo ben legato perchè Sandrino, libero, non ritornasse dall'Ottavia. Finchè c'era lei a Santo Fiore, sarebbe stato uno smacco troppo forte per il suo amor proprio, ma una volta partita gliene sarebbe importato ben poco di tutta la razza dei Frascolini!... Tant'è, capiva che così non la poteva durare, che non c'era da cavarne nessun costrutto, che una volta o l'altra bisognava pure finirla con quell'intrighetto sentimentale. Lalla voleva vivere, voleva suscitare passioni, voleva primeggiare nel bel mondo, e però s'era consolata all'annunzio della partenza, che mentre l'avrebbe portata in mezzo alla gente, le dava il bandolo per sciogliere quella matassa ormai, fra Sandro e lei, anche troppo imbrogliata.
Ben diversamente certo sentiva e fantasticava il sognatore romantico che aveva creduto, con tutta l'ingenuità de' suoi vent'anni, ai rossori, agli sguardi, ai teneri sorrisi della divina fanciulla; ma se Sandro era matto, peggio per lui. Sarebbe ritornato savio un giorno o l'altro, e intanto la _divina_ che ci poteva fare? Era stata anche troppo buona da lasciarsi amare!...
Sandro era matto davvero; matto da legare. Egli non viveva che per la sua Lalla, non dormiva più, non mangiava più, non parlava più con nessuno. Camminava per la campagna i giorni interi, fabbricandosi castelli in aria per l'avvenire, e mandando intanto a gambe levate il suo stato presente. Si sentiva ammalato di spirito e infiacchito. Tremava del domani, ch'egli, a occhio nudo, spogliandolo degli smaglianti colori che gli prestava la sua fantasia, sentiva prepararsi ben triste; e allora, pauroso, si ingolfava tutto nell'oggi, e anche lì non c'era altro che una serie di dolori e di desideri, di smanie acute e insoddisfatte. Non lavorava più; fuggiva i compagni, le scampagnate festevoli e chiassose, delle quali un tempo era stato il capo più ameno. Divenuto superbo, lunatico, sospettoso, si era creato una infinità di inimicizie e di antipatie.
La vera cagione, per altro, del suo mutamento non l'aveva indovinata anima viva; neppure la Nena, che portava e riportava i libri da Sandro alla padroncina, senza mai sospettare che insieme coi libri ci fosse una corrispondenza secreta. La Sindachessa attribuiva quelle lune alla nausea del troppo _mangiar di grasso;_ la Ottavia si dava a credere ch'egli la aveva lasciata perchè, come figlio del segretario comunale, non voleva inimicarsi colla moglie del sindaco; e l'organista, maestro di scuola, veterinario (e anche strozzino per meglio campar la vita) spiegava tutto col brutto viziaccio del giuoco, che, come una cancrena, divorava il giovane segretamente, tanto che più d'una volta aveva dovuto ricorrere a lui per aver quattrini.
Tali supposizioni, anche quest'ultima dell'organista, andavano ben lungi dal vero. Sandrino non toccava mai una carta, il bigliardo non sapeva nemmeno che cosa fosse, e se faceva debiti era un soprappiù da segnare sul conto delle sue fortune amorose. Lalla, certo, non lo faceva spendere direttamente per sè; ma, si sa bene, fantasie tutte le fanciulle ne hanno, e per gli amanti è un piacere il soddisfarle; poi ci sono le improvvisate; poi insomma bisogna cercare di fare buona figura, e quindi addio economie dei figliuoli, e insieme addio pazienza dei babbi. E babbo Frascolini, anche lui, la perdè la pazienza, e cantò chiaro sul muso al bambinone, che pecunia da buttar via non ne aveva altra, dandogli in pari tempo una buona lavata di capo per il suo ozio, la sua vitaccia, il suo vestire da bell'imbusto, tutto leccato, profumato, unguentato.--«Il figlio di un segretario di campagna!--vergognati!»
Infatti il giovine adesso era diventato irriconoscibile: tutte le bizzarrie della fanciulla erano sacro verbo per lui. A Lalla un giorno gli uomini piacevano vestiti di velluto, e un altro invece con certe giacche, con certi _tout-de-même_ blu, bigi, verdi, ora a quadretti, ora a righette; e la si accorgeva poi sempre, delicatissima com'era, s'egli adoperava saponi od essenze che non fossero di Pinaud, di Violet o di Atkinson; cianciafruscole che costavano un occhio.
E la signorina aveva minor colpa che non paresse alla prima. Abituata, come si dice, a nuotare nell'abbondanza, il _danaro_ non lo conosceva altro che di nome. Era una sporcizia ch'ella appena toccava colla punta delle dita per farne elemosine, e che credeva colasse giù, naturalmente, dalle mani sempre piene de' suoi agenti e de' suoi grassi e numerosi fittaiuoli. Lalla aveva tutto ciò che voleva senza cavar mai un soldo dal borsellino e, per ciò, come avrebbe potuto fermarsi per riflettere se anche a Sandro, sì o no, capitava la roba con la stessa facilità?... Era povero, la famiglia sua non viveva di rendita, ma per trovarsi senza quattrini bisogna essere affatto un pitocco. Un giovinetto che non ha mille lire lo si compiange e può sembrare anche artistico, sotto un certo punto di vista; ma il giorno ch'egli non ne ha cento in tasca, e fa all'amore, diventa addirittura ridicolo. Per tutte queste considerazioni, Sandro sarebbe morto prima di confessare alla signorina la propria ignobile ristrettezza.
Un'altra spesa superiore alle sue rendite, e alla quale Lalla lo assoggettava senza darsi alcun pensiero, era quella dei libri. Ormai la _biblioteca circolante_, coi romanzi del Féval e del Ponson du Terrail, non appagava il gusto fine della giovinetta, che si appassionava col de Musset, col Feuillet, col Daudet, ed era poi curiosissima di leggere lo Zola. Perciò, due, tre volte al mese, preparava lunghe noticine di romanzi, che Sandro doveva comperare a quattro lire il volume, e ch'essa poi gli restituiva sempre appuntino, ed anzi, qualche volta, quando il romanzo era noioso, coi fogli non ancora tagliati. E Sandro, come avrebbe potuto rifiutarle quelle garbatezze? Era tutto ciò che la duchessina, circondata dalla ricchezza e dal lusso, non poteva ottenere se non per via del suo innamorato. E, oltre a ciò, i libri, erano pure l'unico espediente che si prestasse alla loro corrispondenza. Il giovanotto ci nascondeva dentro bigliettini pieni di foco, e la fanciulla, che non si era mai lasciata sfuggire una riga di scritto, segnando col lapis alcune parole dei romanzi, con un certo alfabeto combinato d'accordo fra loro due, gli indicava le ore, il luogo dove vedersi e trovarsi, gli mandava ordini e contrordini.
Quando capitavano a Sandro quelle piccole note ed egli si trovava senza il becco d'un quattrino, la disperazione del povero giovane arrivava al colmo; tanto più che la signorina se desiderava una cosa la voleva subito subitissimo, e gli allungava il musetto per ogni ritardo. Un giorno, non potendo più trovar soldi in casa, si ricordò d'un signorotto lì nei dintorni, un suo camerata di scuola; questi, un buon diavolaccio, gli prestò la firma e lo diresse dall'organista. Così Sandro potè contrarre il primo debito. Novellino a siffatte cose, egli non chiuse occhio la notte, tale e quale come la prima notte in cui si era aperto con Lalla, perchè le innamorate e i creditori producono spesse volte i medesimi effetti. Dopo qualche tempo si abituò un poco anche ai debiti, ma, povero figliuolo, si era abituato a star male. Che doveva fare? Anche lui preferiva l'aver debiti al non aver quattrini, e ricordava con raccapriccio la vendita del suo orgoglio, consumata prima ch'egli avesse scoperta la California della cambiale.
La signorina Lalla gli aveva dato appunto la noticina di tre romanzi del Feuillet: _Monsieur de Camors_, _Sibilla_, e un altro citato dal buon Filippi nella _Perseveranza_. Fatta la somma, e colla spesa del viaggio per giunta, occorreva una trentina di lire, ed erano già due giorni, due giorni brutti e neri, ch'egli mulinava spedienti e si grattava il capo inutilmente, quando, premendosi la mano sul petto, come per cacciarne fuori l'affanno, sentì da quella parte certi battiti leggeri che, pure non essendo quelli del cuore, annunciavano che lì c'era la vita: erano i battiti dell'orologio.
--Ah, sì, sì, le trenta lire sono trovate!... Torniamo dunque a volare nell'azzurro!...
Sarebbe partito l'indomani mattina, subito, in omnibus, quantunque da poco in qua egli sdegnasse di servirsi di quel democratico mezzo di trasporto, adoperato dalla gente di villa che viaggiava per economia. Ma necessità non ha legge, e la corsa della strada ferrata non l'avrebbe potuta pagare che a orologio venduto. Durante il viaggio, per altro, la sua gioia ricominciò a intorbidarsi. Sentiva crescere le inquietudini e i dubbi per quella vendita; in città non sapeva a chi avrebbe potuto rivolgersi, e sentiva una gran pena e arrossiva figurandosi d'entrare in una bottega, a domandare:--Quanto mi date di questo?... Se lo avesse saputo la signorina? Si sarebbe sotterrato dalla vergogna!--Per ciò appunto, non aveva voluto vendere l'orologio in paese; in città, almeno, nessuno sapeva chi egli fosse.
--Trenta lire!... Ma... daranno poi trenta lire?... Quando si deve vendere la roba, non si prende più niente!....
In fondo al cuore, sentiva anche un'angoscia grande, profonda per doversi dividere da quel suo vecchio compagno... L'orologio era una memoria della sua mamma; essa lo portava sempre con sè; il giorno della sua morte lo aveva accanto al letto!... Sandro, sospirando, lo levò dal taschino e lo guardò lungamente. Non gli era mai sembrato tanto bello! Gli pareva di vederci dentro qualche cosa della sua povera mamma ammalata, e sentì stringersi il cuore davvero. Diamine! quella goccia ch'era caduta sul vetro era proprio una lacrima; e quando volle asciugarla col dito, la goccia si allargò e lo appannò tutto quanto... No; non doveva vendere l'orologio della mamma. Il venderlo gli avrebbe portato sfortuna. Ma, a Lalla?... Lalla che lo aspettava col _Monsieur de Camors_, _Sibilla_, e quell'altro romanzo?...--Non doveva venderlo!...--Si fa presto a dirlo; ma ormai era troppo tardi. Il viaggio bisognava pagarlo, bisognava mangiare un boccone, e in tasca non c'era un soldo!... Si ricordò di essere stato altre volte da un orologiaio, in _Piazza dei Mercanti_, per qualche incarico avuto dal signor Domenico: egli sapeva ora dove far capo; e con questo pensiero tutte le incertezze svanirono. Un giorno, chissà, quando sarebbe diventato ricco, perchè la prospettiva della ricchezza e della celebrità gli stava sempre fissa dinanzi agli occhi, egli avrebbe potuto ricuperarlo; anzi, lo avrebbe ricuperato ad ogni costo.
Appena dentro dalle porte il giovanotto discese in fretta dall'omnibus. Non voleva farsi vedere allo stallatico in compagnia dei villani. Una volta ci si fermava e faceva gazzarra con loro; ma adesso, con una duchessina nel cuore, era diventato aristocratico.
Si avviò subito verso la _Piazza dei Mercanti_; a mano a mano, per altro, che si avvicinava alla meta, camminava sempre più adagio, fermandosi ritto davanti alle vetrine delle botteghe, senza sapere nemmeno lui che cosa guardasse. Quella strada gli era apparsa, le altre volte, il doppio più lunga, e come si trovò dinanzi alla bottega dell'orologiaio, non ebbe il coraggio di entrarvi. Tirò innanzi, poi ripassò: bisognava pure risolversi, sicuro, ma voleva prima vedere se in bottega c'era il padrone; con quello gli pareva di averci più confidenza: ritornò indietro di nuovo: le tendine erano calate sul cristallo. Occorreva uno sforzo eroico di volontà.
--Ancora un giro intorno la piazza, e poi se non entro diritto in bottega, vuol dire che sono un vigliacco! Alla fine non vado nè a rubare, nè a domandar l'elemosina; vado a vendere la roba mia, e il mercante, se la compera, la compera perchè ci ha il suo tornaconto.
Questa volta entrò veramente.
L'orologiaio, quello stesso appunto col quale Sandrino aveva discorso altre volte, sedeva davanti al tavolo con le sue brave pinzette in mano. Era un tedesco biondo, grassotto, colla faccia rasa; vestiva una zimarra larga, colle maniche rimboccate. Si levò da sedere, tutto d'un pezzo, posando sul banco da lavoro, sotto una campanella di vetro, il castello di un orologio che stava aggiustando, si tolse dall'occhio la lente, dopo aver alzata con due dita la ventola a visiera fin sulla fronte, e disse:
--_Pon ciorno_--accompagnando il saluto con un cenno del capo.
--Lei forse non si ricorda più di me?--cominciò Sandro, assai rinfrancato, dal trovare il suo omo solo, in bottega.--Sta bene?
Il tedesco squadrò il giovine con due occhiacci bigi, e un po' loschi per l'uso della lente.
--_Penissimo, crazie_.
--Sono Frascolini di Santo Fiore. Si ricorda?
--No, signore, non _ricorto. Necozio crante; fiene, fa molta cente. A' suoi comanti_.
--Io sono stato da lei l'anno passato...
--Oh! anno passato! Come posso _ricortare_ anno passato...?--e il tedesco alzava una mano movendola in modo che pareva cacciasse le mosche dall'orecchio.
--Ci sono venuto per conto del signor Domenico; del nostro sindaco...
--_Penissimo, penissimo_. A' suoi _comanti_.
--Vorrei, se le fosse di comodo, vorrei...--e Sandro, che aveva già in mano il suo bravo orologio, stava appunto per fare l'offerta, quando di colpo, sbattendo con violenza l'uscio a cristalli, entra in bottega una bella signora, e assai elegante. A Sandrino mancò nuovamente il coraggio; avrebbe aspettato, e sarebbe anche andato via volentieri, ma il tedesco non badava nemmeno alla signora, e continuava a guardare il giovane con una tal quale serietà, che voleva dire:--alle corte, sbrighiamoci.
--Vorrei, vorrei... _cambiare_ il mio orologio. Ma non ho premura, posso anche ritornare più tardi, faccia il comodo della signora.
--Oh! la signora è mia moglie.
A questa risposta il filodrammatico si sentì cascare le braccia. Non poteva certo tornare indietro, e adesso, dopo quella maledetta parola--_cambiare_--che gli era scappata, non sapeva più come tirare innanzi.