Mater dolorosa

Chapter 8

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--Allora sa che cosa le devo dire?--Io me ne lavo le mani; è troppo difficile da contentare. La Pierina, no, la Rinaldini nemmeno; come la vorrebbe dunque?...

--Come la vorrei?...--e il povero Sandrino, al quale il freddo della sera aveva fatto un po' di bene, s'interruppe quasi atterrito di ciò che stava per dire.

--Dunque?! Coraggio!... ci sarebbe forse il pericolo che non sapesse nemmeno lei come la vorrebbe?

--Oh! lo so; ma è su, su, tanto in alto, che io non dovrei, non potrei... non posso nemmeno guardarla!...

--Peccato; in questo caso, non mi saprà dire se è bella o brutta.

--No, no, non devo... non devo dir nulla! Senta, è meglio ritornare; fa freddo qui, e le potrebbe far male.

--Teme che la signora Ottavia cerchi di lei?

--No, non ho paura della signora Ottavia, ma ho paura della mia testa; della mia testa che brucia; e poi, se vuol saperlo, ho paura di lei...

--Di me?... arrivare fino alla paura, è proprio un po' troppo!

--Vorrebbe dirmi, almeno, perchè lei si diverte tanto a prendersi gioco di un povero diavolo?... Da mezz'ora sento, e provo ciò che non ho mai sentito, nè provato in mia vita. Divento pazzo o che cosa divento? Non so... solamente so, che lei è tanto bella... e che mi fa perder la testa!...

_Bella!_... era la prima volta che un giovane diceva a Lalla questa parola, e perchè sapeva di averla guadagnata, provò insieme con la soddisfazione della vanità, anche tutta la gioia di una vittoria. Sandro la vide sorridere avvolgersi nella sua mantellina, come per nascondersi agli occhi dell'ardito compagno, abbassar la testa, arrossire... egli credeva di modestia; ma la fanciulla arrossiva di piacere.

Povero Frascolini, povero illuso! Egli vedeva svolgersi uno dei capitoli più romantici della _biblioteca circolante_: quella fanciulla che arrossiva alle sue parole, sola con lui, al chiaror della luna, bionda, duchessa, egli la fece scendere, a poco a poco, fino a sè, confidente, sincera, innamorata; e troppo ingenuo, troppo inesperto, troppo esaltato, senza poter riflettere, Sandrino si abbandonò tutto a quella gran finzione.

--No, no;--esclamò Lalla interrompendo l'estasi del buon figliuolo--non sono bella, anzi... bruttina... sì, piuttosto bruttina; ma per questo appunto, ella non deve burlarsi di me!

--Ah, se non fosse lei!...

--Certo, se fossi un'altra... potrei essere anche bella!...

--No, se lei non fosse una signora, oppure se anch'io fossi nato nobile, ricco, allora...

Sandro s'interruppe e Lalla non gli rispose; ella chinò il capo di nuovo, arrossendo con un brivido, un sussulto, che pareva un sospiro di tutta la persona. Il giovane le si avvicinò, sempre di più, e, mentre gli si piegavano le ginocchia al contatto delle vesti di Lalla, sentiva diffondersi intorno un profumo fresco, soave, finissimo, che usciva dai capelli, da tutto il corpo di lei; un profumo inebbriante, nuovo per il giovanotto ignaro, lontano dai gusti, dalle abitudini del viver signorile; e i suoi nervi, eccitati, provocavano un odioso confronto fra quella fragranza aristocratica e l'afrore di sudaticcio della pingue moglie dello speziale. La fanciulla stava chinata con la fronte appoggiata a una mano, mezzo velandosi gli occhi tra vergognosa e raccolta; egli accostò la bocca al collo di lei candidissimo che spiccava in quella penombra, ma non ebbe coraggio di baciar quello... le sfiorò appena i capelli, e timidamente posò le labbra sulle unghiette rosee della mano, senza notare, l'inesperto, che fra quelle dita lunghe e affusolate, lo spiava un occhio freddo, attentissimo.

Lalla si alzò ratta, con un piccolo grido.

--Madonna Santa!--esclamò Sandrino ritornando in sè.--Madonna Santa! che cosa ho fatto!... Perdoni, signora duchessina, perdoni il mio ardire, la mia sfrontatezza... perdoni; non ho detto che la testa mi gira?... che sto male?

Lalla non rispose più una parola, si serrò intorno la mantellina e lentamente si avviò verso il palazzo, seguita dal giovinetto così mortificato, paurosa, come avesse commesso una grave colpa. Egli non aveva coraggio nemmeno di aggiungere scuse alle scuse, e si sentiva agghiacciare pensando a tutto ciò che gli poteva accadere.--Che gli era mai saltato in testa? Offendere così la signorina che si fidava di lui, che si degnava di concedergli la propria confidenza, che si degnava di scherzare, di trattarlo, non come un inferiore, ma come un amico? In che modo gli era sembrato, come mai aveva creduto, aveva potuto supporre un sentimento che fra loro due sarebbe stato impossibile?... Eppure egli l'aveva veduta sorridere, arrossire, tremare... No, no; egli era ubriaco e chissà che cosa aveva veduto. La signora duchessina irritata, offesa da quel suo procedere, avrebbe riferito tutto alla duchessa Maria, ed egli finirebbe coll'essere scacciato dal _Palazzo_, e coll'essere disprezzato da tutti!--Con simili pensieri giunto sotto il portico, credeva morire dalla vergogna; e quando la Nena e la sposa, veduta la padroncina, le vennero incontro correndo, si sentì cascare il fiato. Ma Lalla disinvolta, chiamò le due ragazze per nome, colla sua voce chiara e rotonda, poi si fermò un istante e, voltandosi appena, mormorò piano a Sandrino:--Si ricordi, mi ha promesso di non ballar più colla signora Ottavia.

Sandro si fermò sbalordito; volle parlare, ma gli si chiuse la gola.

Intanto Lalla scherzava tranquillamente colla sposa e colla Nena, chiedendo conto della miss sparita dalla festa, e che tutti credevano in compagnia della signorina. Subito l'Ambrogio, il medico, il cuoco, e i due Frascolini andarono in cerca dell'istitutrice. A Sandrino non era parso vero di sottrarsi in tal modo alle domande e ai rimproveri dell'Ottavia ed alle occhiatacce scrutatrici della signora Veronica che, avendo notata l'inquietudine della rivale per l'assenza del giovanotto, provava in sè stessa un vivo piacere; piacere che poi crebbe, e di molto, quando li vide brontolare e bisticciarsi.

Miss Dill non si lasciava trovare. Tutti giravano in giardino chiamandola qua e là... Nessuno rispondeva. Eppure Ambrogio e il signor Domenico erano passati sul piedi dell'istitutrice e del Reverendo; ma le nere colombelle, invece di lasciarsi prendere, si erano nascoste nella serra, donde usciva poco dopo la sola miss, guardandosi prima ben bene attorno e poi avviandosi lentamente verso il Palazzo, mentre don Vincenzo aspettava sull'usciolo il ritorno d'Ambrogio e del signor Domenico.

--Ohi! Ecco don Vincenzo!... Non avete sentito a chiamare la _signora miss?_

--No.

--È un'ora che si cerca; dove sarà andata a ficcarsi?...

--L'ho veduta poco fa... mi ha chiesto, anzi, della signorina.

--E la signorina cerca la miss!...

--Oh, guarda guarda, combinazione!...

Tutti e tre ritornarono insieme verso casa, dove trovarono appunto l'istitutrice che scusava la sua assenza dicendo di aver preso un po' di fresco sotto il pergolato, perchè soffriva di nervi.

La brigata prestò fede al racconto; non così Lalla, che fissò l'istitutrice e sorrise.

Salutati affabilmente gli ospiti, la signorina e la miss si ritirarono, e la Nena con loro.

Lalla sentiva gli occhi di Sandrino che cercavano i suoi, pure gli passò dinanzi senza guardarlo. Le tre donne fecero la scala in silenzio; ma poi, prima di separarsi, sull'uscio delle loro camere, la signorina vedendo la miss che brontolava, minacciando l'emicrania per l'indomani, le domandò fissandola bene in faccia, con un certo tono impertinentino:

--Scusi, miss, non crede lei di aver presa l'emicrania stando troppo al fresco sotto il pergolato?

--Probabile... probabilissimo. Buona notte.

--Ma... un momentino, miss... mi lasci vedere... oh curiosa! Che cos'ha sulle guance?

--Io?...

Lalla prese, il fazzoletto e lo passò qua e là sulla faccia scialba dell'istitutrice.

--Sarà polvere...

--Sicuro, polvere di tabacco!

La miss diventò verde, perchè non poteva diventar rossa.--Oh! Sarà... certo... m'hanno detto che fa tanto bene per la nevralgia.

--Ma è inutile metterne sulle guance... e nemmeno sugli occhi... e sul collo!

Lalla aveva indovinato, da quei segni, i passaggi del naso di don Vincenzo, e una tale scoperta le fece molto piacere: quella donna, la inflessibile guardiana, ella ormai la teneva in sua balìa.

--Mi pare impossibile...

--Oh, anche a me pare impossibile, miss, ma è proprio vero!

L'istitutrice si sentì perduta: la bocca aperta, il candeliere in una mano, il libro delle preghiere nell'altra, immobile sotto il _plaid_ grigio che teneva sulle spalle, fissava la signorina e non poteva più muovere un passo, non sapeva più dire una parola.

--Buona notte, buona notte, miss, e, per conto mio, non abbia timore di nulla. Dorma, dorma sonni tranquilli...--E la signorina sorrise un'altra volta salutando colla mano l'istitutrice attonita, e raggiunse la Nena...

Sandro mantenne il giuramento. Lasciò gli amici, e approfittando della lite successa, non accompagnò a casa l'Ottavia: la Veronica giubilava e, non avendo di meglio, si sfogava abbracciando il signor Domenico.

Sandro andò camminando a casaccio per la campagna, solo solo, fin quasi all'alba, e poi, rincasato stanco, si buttò sul letto senza poter dormire, nè riposare, e continuò a sognare le cose più strane. Sognava di farsi un nome, e guadagnarsi la gloria e le ricchezze colle sue attitudini artistiche. Le manine lunghe e nervose della signorina, gli avevano fatto vibrare, possenti, le corde dell'amore e dell'ambizione. Quella vittoria ch'egli credeva sua, mentre il vinto invece era lui, fe' dar di volta al cervello del povero figliuolo.--Come aveva ottenuta la donna, superando tutti gli ostacoli, non sarebbe riuscito anche a crearsi uno stato che lo rendesse degno di lei? Degno di lei, s'intende, agli occhi della sua famiglia, agli occhi del mondo...; per il cuore della fanciulla, egli lo era sempre stato. Lalla, la _sua_ Lalla aveva arrossito d'amore e si era mostrata gelosa!...--E ciò bastava perchè Sandro vedesse la bionda duchessina rifiutare i più ricchi pretendenti per aspettar lui, e per la consolazione di diventare la moglie del celebre Frascolini!... Così sognando, sognando sempre, egli perdeva di vista la realtà delle cose e, svanita la spensierata allegrezza dei suoi vent'anni, cominciava a essere malcontento di sè e degli altri, e a trovarsi a mano a mano sempre più infelice. Il giovinotto, che fino allora era rimasto pago dell'affabilità dei Conti di Santo Fiore, i quali si degnavano di tenerlo ospite nelle loro anticamere, adesso imprecava contro il _pregiudizio ignorante_ e le _ingiustizie aristocratiche_, che pretendevano, con cento braccia, di opporsi al suo ingresso nella camera da letto della duchessina Lalla d'Eleda. D'altra parte sdegnava il nome onorato di suo padre, disprezzandone la condizione umile e plebea: le modeste aspirazioni e le gioie fino allora godute, perdevano ogni attrattiva per il giovinotto povero e oscuro, che voleva essere ricco e illustre, e che in quello squilibrio fra il volere e il potere, si trovava, si sentiva _spostato_. Uno _spostato!_... Il figlio e nipote dei segretari comunali di Santo Fiore, i quali occupando quel posto avevano sperato di tenerlo in serbo anche per lui, dove, come sarebbe andato a finire?...

E Lalla?... Lalla si svegliò che il sole era già alto, e fu suo primo pensiero quello di accertarsi di non aver detto o fatto nulla che potesse comprometterla. Poi pensò all'Ottavia, alla Veronica, e sorrise, l'orgogliosetta, della propria vittoria. Pensò, e molto, anche a Sandro, alla maschia bellezza, al volto colorito, alle labbra che bruciavano, alla voce tremante del giovane; ricordò che la Nena, quel giorno, sarebbe andata da lui per avere i libri promessi, e indovinò arrossendo dal piacere, che nei libri ella avrebbe trovata una lettera...

--Ma io non ti risponderò, signorino bello!--esclamò scherzando con _Musette_, la quale, veduta muoversi la padroncina, era saltata sul letto, vispa, festante, dimenando la coda, e abbaiando dall'allegrezza.--No, no!--e Lalla parlava colla cagnetta come se questa fosse appunto Sandrino.--No, no; non voglio rispondere alla tua lettera, è inutile che ti arrabbi, è inutile che tu mi morda le mani; in questo caso tu prenderai un buon scappellotto, così...--e la fanciulla faceva seguire l'atto alle parole--ma una risposta scritta, non l'avrai no, no e no... Col tuo bel musino, tu saresti capace di mostrare le mie lettere agli amici... Ah! vedi? Hai detto di sì!--esclamò Lalla ridendo di uno starnuto della cagnolina, che veniva a proposito come un'affermazione.

--Saresti capace di farmi piangere un giorno, quando non potrò più volerti bene, perchè dovrò sposare un signore, più bello di te!... Indietro, subito; che non voglio baci! Vergognatevi! Mi credete forse miss Dill?... Indietro!... Va via!... e la fanciulla con le braccia tese, si teneva lontano _Musette_ che allungava il collo per arrivare a lambirle la faccia.--Ohè! birichino! Volete rompermi la camicia?...--Va via!--da bravo!... Non dovete veder nulla... cattivo... brutto... Ah! cattivo, cattivo!--La piccola _Musette_, con un salto improvviso, le era arrivata dietro le spalle, poichè Lalla stava a sedere sul letto, e leccavale il collo, la faccia, le orecchie, facendola gridare dal solletico e dal piacere, finchè la fanciulla, presa la cagnolina, si rannicchiò con essa sotto le coltri, mordendola alla sua volta, e soffocandola quasi, tanto la stringeva forte contro il petto.

XV.

Don Gregorio era un sant'uomo. Anch'egli, come Maria, non era di questo mondo, e pieno di criterio e di dottrina, pure si presentava inerme contro la furberia e la doppiezza che sapevano sorprendere la sua ingenuità. Egli conosceva il cuore umano, conosceva anche le passioni, ma per quel tanto che il cuore e le passioni dell'uomo avevano bisogno di aiuto e di conforto; del resto i buoni e i cattivi erano i felici e gli infelici; ma la malvagità stessa non era per lui altro che una sventura. Ma se tutto il male non viene per nuocere, così non tutto il bene riesce a giovare; e don Gregorio, preso nelle reti del duca d'Eleda, ne divenne in breve uno strumento docile e cieco.

Prospero Anatolio si era messo a fare in quel tempo frequentissime gite a Santo Fiore, e invece di farsi condurre colla carrozza direttamente al _Palazzo_, smontava prima alla canonica, in cerca di don Gregorio, e tutt'e due passavano ore e ore in secreti colloqui. Il piano del duca era altrettanto semplice, quanto pratico: confessione intera dei propri torti rispetto alla moglie, e delle proprie colpe rispetto a Dio, scusandosene in parte e accusando a sua volta la severità eccessiva della duchessa Maria, che lo aveva abbandonato, lasciandolo solo, senza affetti e senza conforti. Se Maria fosse stata per lui una moglie amorosa, oh allora come egli si sarebbe sentito forte contro le tentazioni! Ma invece, veduto appena il marito vicino al pericolo, essa non volle sentir difese, non volle sentir preghiere... anzi pareva avesse paura ch'egli fosse innocente!... Certo certo, lì sotto covava un segreto, un segreto del cuore, ancora vivo e forte dopo tanti anni, il quale aveva cominciato dal consigliare a Maria di fuggire, e che poi l'aveva seguita nel suo ritiro, innalzandosi sempre tra di loro come una porta di bronzo. Ma se un simile stato di cose egli aveva potuto sopportare a stento come marito, non poteva più farlo ormai come padre. Egli voleva redimere i propri trascorsi con una vita nuova; e se fino allora si era lasciato sacrificare, adesso avrebbe impedito ad ogni costo che fosse sacrificata anche Lalla, la sua Lalla adorata, che l'egoismo di Maria seppelliva a Santo Fiore, mentre invece doveva entrare nel mondo a fianco della madre per esservi felice, e per trovarvi quel collocamento ch'egli le augurava colle benedizioni del Cielo.

E a proposito del segreto del cuore, il duca Prospero diceva proprio la verità... senza saperlo. Certe cose delicate, quando si credono sul serio, non si raccontano mai. Invece, per il cieco marito, quell'amore di Giorgio era sempre la commediolina della moglie ch'egli si compiaceva di risolvere a proprio vantaggio. E anche adesso ne faceva suo pro con don Gregorio per circuirlo, per abbindolarlo, per farselo alleato, e raggiungere il suo fine: la riconciliazione di Maria, la quale riconciliazione si era fatta, in seguito agli ultimi avvenimenti, e secondo le sue viste, più che mai necessaria.

Dopo l'avvento della _Sinistra_ al potere, e specialmente dopo la morte di Vittorio Emanuele, l'onorevole della _curia_ di Borghignano, spaventato dal famoso _ponte_, gridava ai quattro venti di non volerne mai più saper di politica; profetava torbido, minaccioso il futuro, e consigliava a tutti di rinchiudersi in casa, finchè di fuori fosse calmata la tempesta. In gran parte, quella paura egli la sentiva davvero; e se prima gliel'aveva inspirata il _novantatrè_, adesso anche il _nichilismo_ e l'_internazionale_ ci mettevano lo zampino. Ma non era poi altrettanto sincero quando strombettava di non volerne più sapere di deputazione. Non era stato lui che aveva piantato in asso gli elettori; al contrario gli elettori avevano lasciato lui sul lastrico, mandando a Roma, in sua vece, il conte Della Valle, il quale non salì la _Montagna_, come qualcuno aveva temuto, ma rimase al _centro sinistro_. Fermata opportuna, che tranquillò un poco le teste quadre del gran caffè di Borghignano, occupate, in quello scorcio di elezioni, a fare e a disfare l'Italia, la monarchia e la repubblica due volte al giorno, regolarmente: la mattina all'ora di colazione, e la sera dopo il teatro.

In quegli ozi forzati dopo l'amara sconfitta, Prospero Anatolio pensò che colla scusa di dedicarsi alla figlia, avrebbe potuto riavere la moglie, che vedeva farsi più bella e più fiorente, quanto più egli diventava vecchio e floscio... e poi c'era un'altra circostanza che lo infervorava in quel disegno. Il duca, da qualche mese facente funzione di sindaco a Borghignano, voleva esser nominato sindaco effettivo per poter arrivare più presto alla Camera vitalizia, e sperava molto nell'aiuto dei pranzi e delle feste, già esperimentato con buonissimo esito a Firenze.

Tutte queste circostanze, tutto questo miscuglio di passioni, di vanità, d'interessi non solo non erano indovinati, ma non avrebbero potuto essere nemmeno supposti dall'ingenuità di don Gregorio, che nel duca d'Eleda vedeva solo un padre e un marito amantissimo della moglie e della figliuola, e solo desideroso di riparare i propri torti. Per tutto ciò il buon prete si faceva in quattro pensando al modo di consolarlo e di aiutarlo; ed era già parecchio tempo che colla perseveranza più ostinata, martirizzava la duchessa per indurla a riconciliarsi col marito. Oltre all'autorità che don Gregorio godeva sull'animo di Maria, egli sapeva toccarle tutte le più riposte corde del cuore, presentandole da un lato l'avvenire della figlia, dall'altro lo stata anormale del signor duca, e la poveretta, sentendosi meno sicura dopo tante lotte, domandava angosciata a sè stessa se aveva proprio diritto di ostinarsi nel non voler perdonare, e temeva e tremava che l'affetto serbato vivo nell'anima non la rendesse colpevole come moglie e come madre.

Questo tasto, delicato assai, don Gregorio non si era ancora arrischiato a toccarlo. Esitava, un poco per naturale riguardo, un po' perchè voleva servirsene come un argomento formidabile, per dar l'ultimo colpo quando Maria fosse vicina ad arrendersi. Per tentarlo davvero ci volle la spinta del duca, il quale minacciava una scenata, uno scandalo se non si faceva a suo modo:--Bisogna battere il ferro quando è caldo!--pensava Prospero Anatolio.

In fatti, capitato uno di quei giorni a Santo Fiore, il duca aveva passata tutta la mattina alla canonica, senza che Maria, uscita in carrozza a passeggiare, sospettasse il suo arrivo. Era una bella giornata di giugno, venuta fuori dopo un'acqueruggiola fitta, che pareva avesse dato una mano di calore a tutto il verde della campagna, al turchino del cielo, alle case, al villaggio, al campanile e ai monti lontani, che si disegnavano nettamente sull'orizzonte, senza penombra, e senza sfumature. Si respirava un'aria fresca e leggera, piena di atomi profumati che la pioggia aveva sbattuto dalle erbe e dagli alberi. Anche don Gregorio sentì il bisogno di rivivere all'aperto, e partito appena il signor duca, si avviò, passo passo, fino al piccolo cimitero del borgo. Ivi fatta una breve sosta, nell'uscire incontrò Maria che passava in carrozza; e la carrozza ad un cenno della duchessa si fermò subito.

--Vuol salire con me, don Gregorio? Lo accompagno a casa.

--Grazie, figliuola; ma vorrei fare due passi; ne ho bisogno.

--Allora scendo, e cammineremo un po' insieme.

Maria smontò infatti, e tutt'e due tennero dietro alla carrozza che andava lentamente verso il paese. Don Gregorio non disse nulla a Maria dell'arrivo e dei lunghi discorsi fatti quel giorno stesso col duca Prospero; ma coll'eloquenza della convinzione e del cuore ritornò bravamente all'assalto.

Le fece capire che per l'avvenire e per la felicità di Lalla, era ormai necessario di prendere una risoluzione. La fanciulla s'era fatta una giovinetta, e non poteva più vivere in campagna. Bisognava ritornare a Borghignano: e allora Maria come avrebbe potuto rimanere in collera con suo marito? Per tutti e due doveva essere uno stato di cose insoffribile e da non potersi sostenere. Lalla stessa, notando la vita così irregolare dei genitori, ne avrebbe forse cercato anche la cagione angustiando il suo cuore di figlia colla scoperta di una verità molto dolorosa... e anche pericolosa assai per la serenità della sua coscienza e de' suoi affetti. In ogni modo, il signor duca era pentito, pentitissimo... e domandava perdono de' suoi falli.--Ma poi, in fine, se il signor duca si era allontanato qualche volta dal buon sentiero, non sentiva ella pure nel suo cuore di donna, di moglie, di aver contribuito a quel traviamento, colla propria durezza, colla propria inflessibilità?... Come pretendere che facciano gli altri il proprio dovere, quando noi ci rifiutiamo di adempiere il nostro?... E Lalla, che adorava il signor duca, non avrebbe trovata un giorno troppo eccessiva e crudele quella severità della mamma?... Finalmente poi Maria non aveva diritto di separare il babbo dalla figliuola, come non poteva più oltre rifiutarsi di dimenticare un'offesa, una grave offesa, ma dolorosamente espiata.--Bisogna perdonare--concluse don Gregorio--per essere alla nostra volta perdonati; e il Signore, che aveva insegnato ciò col suo esempio, aveva cara sopra tutte la virtù del perdono; era quella che maggiormente avvicinava ai beati spiriti del Paradiso la creatura della terra.

--Io gli perdono, io gli ho perdonato,--balbettò Maria, un po' mortificata dalle gravi parole del vecchio sacerdote.

--Non basta... bisogna amarlo... egli è tuo marito; hai giurato a Dio che lo avresti amato per tutta la vita.

--Amarlo... amarlo, non posso, non posso!

--Perchè non puoi?... Sarebbe adunque così grande il tuo orgoglio da tener chiuso il cuore per sempre ad ogni dolce sentimento, oppure... oppure dimmi, figliuola, nel tuo cuore nasconderesti un segreto, un segreto che non mi hai confidato?

E don Gregorio si fermò per fissar Maria attentamente, e la vide rossa, confusa, chinare il capo sul petto.

--Dunque è proprio vero? Tu ami?... Ami un altro uomo?... So, so, so tutto ciò che mi vuoi dire: tu non ti credi colpevole perchè sei fuggita prima di cadere: ma nella fuga hai portato un'immagine nel tuo cuore; un'immagine che avresti dovuto scacciare, dimenticare, e invece è quest'immagine che oggi ancora si pone fra te e il tuo dovere.

Ah! era davvero una colpa quell'amor suo misero e caro?... e lo scrupolo, il dubbio della povera tormentata adesso si mutava in rimorso.