Mater dolorosa

Chapter 5

Chapter 53,686 wordsPublic domain

Fosse per le forti attrattive del frutto proibito, o fosse anche perchè avesse finalmente aperto gli occhi su quel che era Haute-Cour, il fatto sta che il prurito della coniugale riconciliazione durava acuto, insopportabile, fra carne e pelle, al duca d'Eleda. Ma sua moglie, che lo accoglieva sempre colla più schietta cordialità, gli teneva chiusa tuttavia, e inesorabilmente, la sua cameretta; una camerettina elegante, profumata come il nido della capinera, dove, tra le spesse cortine, spuntava fuori un lettino breve, piccolo, tutto a pizzi e a ricami, un lettino candidissimo, da educanda; e il duca d'Eleda, che per quella cameretta avrebbe rinunziato con tutta l'anima a ben più vasti dominii, arrivato a Santo Fiore gaio e cerimonioso, ripartiva poi con un palmo di muso, borbottando il solito ritornello:--La maledetta non ha sangue; è una donna di ghi-ghi-ghiaccio!...

Allora, per vendicarsi o per distrarsi, ritornava più accalorato presso la Haute-Cour, lusingandosi che sua moglie notasse come a lui, spento il focolare domestico, riuscisse facile di riscaldarsi ugualmente.

Un'altra visita che Maria sopportava con rassegnazione era quella del marchese di Vharè. Costui, d'un marchesato un po' dubbio, aveva i suoi possedimenti nelle vicinanze di Santo Fiore, e a Borghignano teneva casa: dissipatore vizioso, l'inverno, anzi quasi tutto l'anno, egli viveva a Monte Carlo, e solamente quando la _roulette_ gli faceva le corna, rimpatriava per cercare un'ipoteca o per vendere, affettando un disprezzo olimpico per la _provincia_ e i suoi abitanti.

Non toccava ancora i trent'anni, eppure contava già molti debiti e parecchie di quelle avventure che in provincia appunto si chiamano scandali, e alla capitale _des bonnes fortunes_. Quantunque per altro egli fosse il _babau_ dei mariti e dei padri, i buoni e pacifici borghesi provavano un senso di meraviglia e sgranavano gli occhi dinanzi al bel marchese apocrifo, elegante, freddo, epigrammatico, che in una notte, sulla _rossa_ o sulla _nera_, sapeva perdere, senza tirare un accidente, qualche decina di mille lire, fossero magari dei creditori. Si sarebbero ben guardati dallo scontargli una cambiale: ma si compiacevano di essere con lui in buoni legami d'amicizia, e i pochi fortunati cui era concesso dalla sorte di dargli del tu, quasi se ne gloriavano, e incontrandolo per istrada lo salutavano con un _ciao_, gridato da un marciapiede all'altro, _ciao_, che suscitava invidie.

Contuttociò la gente per bene, che non mancava nemmeno a Borghignano, lo stimava secondo il merito; e primo tra quelli il conte Della Valle; tanto che ormai tra di loro un po' di ruggine c'era, e davvero fu un contrattempo che Giorgio lo incontrasse a Santo Fiore.

Ormai otto o nove mesi erano scorsi dall'improvvisa partenza di Maria, e Giorgio non l'aveva più riveduta e anche le notizie gli mancavano affatto; egli le aveva scritto, ma senza averne risposta. Sua zia, la Castiglione, aveva sempre l'incarico di salutarlo e di ringraziarlo _da parte_ della duchessa d'Eleda.

Questo silenzio gli pareva troppo nuovo per non recare anche un po' di meraviglia oltre al dispiacere. Maria alla fine era stata per lui come una sorella e gli era cara come una sorella.--Che cosa mai le ho fatto--pensava Giorgio--per essere trattato in tal modo? Sarò stato forse troppo vivace nel difendere Prospero; ma doveva capire che parlavo sempre a fine di bene. Basta, andrò a Santo Fiore, e Maria dovrà spiegarsi.--E allora, dovendo egli recarsi a Venezia, per un congresso del _Comitato operaio_, pensò di fermarsi a Santo Fiore.

Maria era nel salotto col marchese di Vharè, quando, prima ancora che Giorgio le fosse annunziato, udì la sua voce: balzò in piedi, corse quasi fino all'uscio; ma intanto che Lorenzo, precedendo il conte, ne diceva forte il nome con quella intonazione particolare di voce colla quale i servi affezionati annunziano una visita che sanno gradita o inaspettata per i loro padroni, ella ritrovò la forza di ricomporsi. Si mostrò gentile col nuovo arrivato; ma lo fu molto più del solito col marchese di Vharè, che non aveva notata la commozione della sua ospite, costringendolo a fermarsi pel pranzo; cosa che spiacque a Giorgio moltissimo.

Egli se ne stava ancora mezzo imbronciato, quando il rumore di due o tre usci sbatacchiati con violenza, gli fece indovinare la venuta di Lalla. Lalla, infatti, entrò poco dopo nel salotto, correndo, saltando com'era avvezza; ma appena vide il marchese di Vharè si fermò come interdetta, arrossì vergognandosi, ed ai rimproveri della mamma per quel precipizio, balbettò qualche scusa, mentre gli occhi lucidissimi e il mento tremante mostravano che le lacrime erano lì lì per spuntare. Il Vharè, per difenderla e per confortarla, la prese, chiudendola fra le ginocchia, e le chiese un bacio. Lalla abbassò allora la testolina forte sul petto, e fece un po' di resistenza prima di cedere al marchese, che con due dita le rialzava lo scaltro visetto, per baciarla sulla bocca; ma, nonostante la resistenza fatta, quando le labbra del giovane toccarono le labbra della bambina, la piccola bocca non restò ferma sotto quel bacio, e lo ricambiò con un sussulto di tutto il corpicino. La crisalide era in via di trasformarsi in farfalla, e le alette, sebbene allora piccolissime, fremevano impazienti di sciogliere il volo.

--Guarda, Lalla--disse Maria dolente per il Della Valle che non si vedeva notato dalla bambina;--guarda chi è venuto a trovarci, il tuo buon amico Giorgio. Da brava, sii gentile, dagli un bacino...

Lalla rispose appena con un'alzata di spalle.

--Non mi riconosci più?--le domandò Giorgio un po' seccato.

--Lalla, su via, obbedisci!--replicò Maria vivamente. Lalla abbassò la testina un'altra volta, allungò il musino, ma non si mosse.

--Quando vi dovete mostrare così ineducata--esclamò Maria in collera più di quanto avrebbe voluto esserlo--ritornate subito subito da miss Dill.--Lalla corrugò le ciglia con un atto comicamente feroce, e opponendosi con mal garbo a Giorgio, che voleva trattenerla, corse via dal salotto.

--Perchè tormentarla, povera piccina?--disse il Vharè alla duchessa.

--Piccina, non è poi tanto piccina. Va per gli otto anni, presto.

Il marchese sorrise.... il perfido marchese che avea lasciate forti impressioni nel cervellino di Lalla.

In una delle sue gite a Santo Fiore, Prospero Anatolio aveva parlato lungamente colla duchessa, a proposito del Vharè. Lalla che da un'ora era occupata nel ritagliare le _belle signore del figurino_, era là interamente dimenticata dal babbo e dalla mamma, nascosta dietro a un tavolino coperto di fiori e di libri ammonticchiati, e, a poco a poco, la sua attenzione si sviò dalle _belle signore_ e fu invece tutta assorta nei discorsi del duca Prospero Anatolio, dopo aver parlato dei debiti del marchese, raccontava le sue avventure amorose, e tra le altre, il tentato suicidio di un'attrice celebre, la Mirette Croix, gelosa della baronessa Poloniski, sua rivale fortunata.

Il racconto piacque tanto alla piccina, che essa da quel giorno scelse il marchese di Vharè per suo sposo, e fu il principe _Incantevole_ di tutti i suoi castelli fabbricati in aria. Però, quando egli era in villa dalla duchessa, e passeggiava in giardino, Lalla prima lo spiava nascosta: poi, tutto ad un tratto, gli appariva dinanzi rossa e balbettante. Quel giorno, durante il pranzo, se Maria e Giorgio le avessero badato, avrebbero veduto il suo visino pallido, cogli occhi grandi, fissi, incantati nel bel parlatore. Ma invece quel giorno Maria avea ben altro nel cuore, e Giorgio era troppo irritato per poter badare a simili bambinate.

Giorgio non poteva lagnarsi di nulla: ma ciò non impediva ch'egli fosse malcontento di tutto, e che si trovasse a disagio. Accolto con festa, capiva tuttavia di essere diventato straniero in quella famiglia, e quando egli disse di voler partire la mattina dopo, non fu adoperata alcuna insistenza per trattenerlo di più. Anche l'intimità che vedeva concedere ad un uomo per lui disprezzabile, senza reputazione e senza carattere, com'era il marchese di Vharè, lo irritava, mentre cominciava a essere infastidito dalle durezze e dalle impertinenze di Lalla, che non gli avea perdonato d'esser egli la cagione, sebbene involontaria, del castigo ricevuto.

Dopo il pranzo, la serata fu tutta a beneficio del Vharè, che sorretto da un eccellente Bordeaux-Lafitte era riuscito a dimenticare le prossime scadenze e a fare dello spirito: mentre Giorgio annoiato, arrabbiato, aveva perdute tutte le buone intenzioni di spiegarsi con Maria e di riprendere l'intimità di una volta, così che quando, partito il marchese, egli si trovò solo colla duchessa, non iscambiò con lei altro che i soliti complimenti.

--Dunque volete proprio partire domattina?

--Sì, signora duchessa, col treno delle otto.

--Col treno delle otto? Così presto? Non potreste aspettare dopo colazione?

--Ne sono spiacentissimo... è assolutamente impossibile!

Di faccia all'impossibilità non si fecero altri tentativi, e Maria salutò la sera stessa il suo ospite.

--Per Dio, ho fatta una bella gita quest'oggi!--esclamò Giorgio, dando libero sfogo al dispetto, per tanto tempo trattenuto, dopo di essersi rinchiuso, solo, nella sua camera.--Metteva proprio il conto che sacrificassi una giornata di Venezia, per ottenere di questi bei risultati--e, così dicendo, buttò lontano una scarpa che si era levata.--Mah! Le donne?... chi capisce le donne, è bravo davvero! E Lalla?... com'è viziata quella sciocchina!--A questo punto la seconda scarpa raggiunse la prima.--Infine, se Prospero non ha ragione, non ha neanche torto; Maria è senza cuore. In tutto il giorno trattò me, che conosce da vent'anni, come fossi il primo venuto; mentre era tutta smorfie e garbatezze per quel barattiere, per quel marchese da burla, impertinente e sfacciato... Sacripante! ho rotto l'orologio!--Giorgio, dopo essersi spogliato dell'abito, s'era messo a caricare il suo _remontoir;_ ma, accompagnando ogni giro con un movimento nervoso delle dita, terminò a questo punto d'ira crescente, col rompere la molla.

--Sapristi!... Prima che capiti un'altra volta a Santo Fiore, deve passare molto tempo!--borbottò,--No, no, lascio libero il campo al bel marchese!... Ma... ora che ci penso, non ci sarebbe pericolo ch'egli fosse più innanzi con la duchessa di quanto si crederebbe?... L'occasione fa l'uomo ladro; la solitudine, la donna facile!... Che! che! nemmen per idea!... Maria non è altro che un pezzo di ghiaccio!--e così concludendo, il giovinotto, ormai svestito, si cacciò in letto, spense il lume, e ben presto si addormentò.

In tutta quella notte chi, passando dal _Palazzo_ dei Santo Fiore, avesse alzato un po' il capo, avrebbe veduto una finestra illuminata. Come mai? Non c'erano nè poeti nè ammalati là dentro, e faceva un tempo così tranquillo, con una brezzolina fresca d'ottobre, da conciliare il sonno anche alle stelle del firmamento.

Chi vegliava, dunque, in quella stanza, e perchè vegliava?...

Quella era la cameretta di Maria... Povera Maria!

La mattina dopo, prima delle otto, il conte Della Valle era già sceso nel cortile del palazzo e, pronto per partire, accendendo il sigaro dinanzi alla carrozza che doveva condurlo alla stazione:

--La signora duchessa dorme ancora, certamente?--domandò al servitore che gli teneva aperto lo sportello.

--No, signor conte. La signora duchessa è uscita a cavallo.

--Sola?--domandò meravigliato.

--Sola, con Lorenzo.

--Esce di frequente la mattina?

--Quasi sempre, ma molto più tardi.

--Uhm!... poteva almeno fermarsi per salutarmi,--pensò Giorgio tra sè; e montò in carrozza, accomiatandosi più annoiato che dolente da Santo Fiore.

Appena chiuso nel suo _coupé_, dove per fortuna si trovò solo, accese una spagnoletta, e, quando il convoglio partì, abbassò i cristalli, aspirò con voluttà l'aria fresca balsamica del mattino, ammirando le praterie verdissime, che passando dinanzi ai suoi occhi parevano descrivere dei semicerchi.

--Oh, bella! guarda la duchessa!--esclamò a un tratto levandosi e sventolando il fazzoletto fuori dal carrozzone.

--To', to', to', il Vharè è con lei?... solo?... A quest'ora? ma dove diamine hanno lasciato Lorenzo?--e il giovane rimase meravigliato di quell'incidente persuadendosi a dispetto del suo ottimismo che l'intimità di Maria col marchese era, per lo meno, eccessiva.

Infatti, sopra un poggio, dietro un filare di platani. Maria e il Vharè, a cavallo, aspettavano il paesaggio del treno. Pareva che là a cavallo tutti e due, tutti e due soli, in quell'ora mattutina si fossero dati una posta; ma invece il loro incontro non era che l'opera innocente del caso.

Quel poggio che si chiamava appunto il _Poggio dei platani_, era adiacente ad una delle fattorie del marchese, dove questi si era recato assai di buon'ora con due periti per fare una stima.

--Ohè! la corsa!--esclamò un di loro, quando udì il rumore sordo, monotono che la precede.

--Sicuro; è l'omnibus di Venezia.--Così dicendo il Vharè puntò lo sguardo per vederlo passare; ma vide invece Maria, che a briglia sciolta saliva l'erta e penetrava, nascondendosi al di là del _Poggio dei platani_.

--La duchessa? Aspettate un momento, vado e torno,--e l'incorreggibile vagheggino, ch'era pure a cavallo, in due galoppate l'aveva raggiunta.

Maria non avrebbe potuto lasciar partire a quel modo il conte Della Valle senza prima concedere a sè stessa di rivederlo ancora, un'ultima volta.--Lo aspetterò là, al _Poggio dei platani_,--aveva detto tra sè, e con questo patto trovò un po' di sollievo. Ma adesso, a mano a mano che quel punto nero s'ingrandiva avvicinandosi, un timore, ch'era un'angoscia, le strinse il cuore; e quando quel punto nero diventato un mostro gigantesco, velocemente attraversava la via, il suo timore si mutava in una preghiera appassionata, fervente.--Fate, mio Dio, fate ch'io possa rivederlo, rivederlo ancora per un'ultima volta;--e Iddio, commosso a tanta virtù e a tanto amore, esaudì la poveretta.

--Eccolo! è lui! addio, addio, Giorgio, addio!

--Duchessa, i miei complimenti! La sua apparizione mi fa pensare a Diana, e al bel tempo antico!

--Ah!... lei, marchese!... mi ha fatto paura!

Il Vharè lo credette e spiegò colla paura il tremito, il rossore, il seno palpitante di Maria. Lorenzo, i due periti, i contadini, rimanevano intanto nascosti dietro una siepe, nella prateria sottoposta: ecco in qual modo la duchessa d'Eleda e il marchese di Vharè apparvero a Giorgio soli, riuniti come a un ritrovo.

Il fatto però, nemmeno per caso, non si ripetè più, nè poteva ripetersi: il Vharè, terminati gli affari, ripartì subito per Monte Carlo, e per molto tempo non ritornò a Santo Fiore. Il conte Della Valle, invece, non si rivide mai più. E questo avvenne per due perchè: perchè glien'era passata la voglia col primo viaggio, e perchè poco dopo, a cagione delle lotte elettorali, si ruppe fra lui e il d'Eleda la buona amicizia.

Fu Prospero Anatolio che ne scrisse alla moglie, contentissimo in cuor suo che un tale incidente la allontanasse da Giorgio. Il marito era sempre sicuro, ma così si sentiva ancor più tranquillo.

Per altro, anche separato da tanti e insormontabili ostacoli, il cuore di Maria era sempre vicino al giovane amato. Il suo era l'affetto di amante e di madre, un affetto che doveva proteggerla nella vita come la preghiera di un angelo.

Tutte le sere Maria aveva un'ora di felicità quando, chiusa nella sua cameretta, leggeva e rileggeva tutti i giornali che parlavano del conte Della Valle, che ne lodavano l'ingegno e il carattere, e se di tutto ciò insuperbiva il sentimento della donna, vedendolo così assorto nel lavoro e nell'affetto del paese, sperava senza confessarlo a sè stessa, sperava la povera gelosa, che non un'altra donna, ma la patria, la patria sola, avrebbe riempito tutto il suo cuore... e allora, dopo tanti dolori e tanto ritegno, finalmente dava l'aire ai pensieri, che, liberi, volavano al suo ideale dorato.

Il conte Della Valle, d'animo forte e coraggioso, ripudiato l'egoismo istintivo, gretto, pauroso della sua casta, si affermava da uomo, com'era stato da giovane, sinceramente liberale.

Non voleva sapere di pregiudizi, di privilegi e di _clericaglia_ più o meno _moderata_, e aveva scritto nel cuore _Roma o morte!_... sante parole, ch'egli ricordava più tardi come un conforto, quando faceva molta poesia anche a proposito dell'_Italia irredenta_.

Insomma Giorgio Della Valle era un _rosso_; nome col quale si distinguevano allora tutti coloro che più tardi vennero detti _radicali_; e Maria, sebbene cresciuta in un ambiente tutt'altro che rivoluzionario (anzi la bella duchessa era stata fin allora un po' _codina_...), a poco a poco, in quelle sere, diventava una _rossa_ anche lei...

XII.

Sédan s'era già resa; a Porta Pia era stata aperta la breccia; era caduto l'impero Napoleonico; era finito il potere temporale... e in tutta questo gran rumore di avvenimenti il duca d'Eleda aveva perduto la testa e l'equilibrio. Soffriva di vertigini e chiudeva gli occhi, come li chiude il fanciullo impaurito dal bagliore di un lampo, quasi aspettando, da un momento all'altro, il fulmine che doveva scoppiare. Così, a occhi chiusi, il deputato di Borghignano in ogni città vedea la _Comune_ e, dietro le spalle, sentiva gli ultimi crociati discesi per la restaurazione del trono papale. Ma, come appunto quel fanciullo di prima, trovatosi illeso dopo lo scoppio, riapre gli occhi, si guarda intorno e respira confortato, così anche Prospero Anatolio, veduta passar la _Comune_ senza trascinar l'Italia con sè e Vittorio Emanuele salire il Campidoglio senza che la cristianità valicasse le Alpi, pur sempre maledicendo, in pubblico, al _partito d'azione_, si persuase, in cuor suo, come i clericali potessero vivere ancora e meglio in Italia, che in un altro paese, e non solo vivere, ma chi sa, governare... un dì o l'altro.

Passato dunque il periodo più minaccioso, nel suo animo tornarono a galla le personali aspirazioni e ritornò alla Camera col proposito di nuove audacie. Protestò contro i _fatti compiuti;_ ma poi, quando l'arcivescovo di Borghignano volle ch'egli desse un salutare esempio col rassegnare il mandato, il duca d'Eleda, benchè duca, fece orecchie da mercante, ripetendo il ritornello!.--Bisogna restare sulla breccia, bisogna sacrificarsi alla causa.--Rimase, e fu l'Orlando delle _guarentigie_. Per un momento, allora, egli ritornò in auge, e un'altra volta ebbe le sue giornate, se non di gloria, almeno di notorietà e nelle elezioni generali la candidatura del vecchio deputato di Borghignano, sostenuta dai _neri_ del vescovado e dell'aristocrazia, trionfò di tutti gli altri colori.

Il 27 novembre 1871 il re d'Italia inaugurava in Roma il Parlamento, e a Roma Prospero Anatolio, che aveva giurato con restrizioni mentali, trovò buon terreno per i suoi cavoli.

Tra quei principotti rimasti fedeli al Vaticano, egli recitava la parte del _Cittadino di Gand_ alla rovescia, acquistandosi una qualche importanza coll'autorità dei milioni, dell'influenza politica e dei titoli. Nè gli amori con Renata, venuta a Roma anche lei colla capitale, amori, che la vanità reciproca aveva resi pubblici in Roma, come già erano a Firenze, valsero, in quell'ambiente di corruzione pretina, a farlo scapitare nell'opinione dei più.

Prospero Anatolio non si vide in tutto l'inverno a Santo Fiore, e per parecchio tempo, contento della nuova vita, non fece alla moglie che rarissime improvvisate e sempre di sfuggita. La bellezza di Maria turbava ancora, in qualche notte di veglia, il sistema nervoso del duca; ma appunto, siccome le sue preghiere non riuscivano a commuoverla ed il suo male, dopo tali incontri, soffriva di recrudescenza, così, anche per rispetto all'igiene, diradò le visite.

Si faceva invece sempre più frequente e più tenera la corrispondenza con Lalla, la quale prodigava al babbo un'affezione morbosa, accompagnata da un grande sfoggio di espansioni. Era nell'indole della signorina di supplire colle apparenze esteriori a ciò che in fondo le mancava: un sentimento sincero; e però, quanto la mamma era fredda e ritenuta, altrettanto alla figliuola piaceva dimostrare calore e gaiezza: il contrapporsi era il suo gusto maggiore, e tanto più se poteva contrapporsi a sua madre.

E forse non le importava neppure di fare più così che così; l'essenziale era che tutto il paese sapesse ciò che faceva.

Il suo pubblico non poteva essere molto ammodo, ma la piccola donnina esordiente nella commedia della vita, faceva ogni sforzo per istrapparne gli applausi. Non era in età da suscitare intorno a sè rumore d'ammirazione o di scandalo; non avrebbe potuto dominare la moda, nè farsi eroina d'un dramma o d'un romanzo sentimentale; peraltro i suoi trionfi se li cercava e se li guadagnava. Una volta ebbe la soddisfazione di essere citata dal pergamo ad esempio delle giovinette per l'affetto figliale, per le sue penitenze e per i suoi digiuni, con un brano di ghiotta e ben digerita eloquenza che guadagnò a don Vincenzo i rimproveri della duchessa, una lavata di capo da don Gregorio, e le smorfie affettuose dell'istitutrice.

Lalla, come non somigliava punto alla duchessa nel viso, così ne differiva nell'animo. Ella era il carattere stesso del duca: lo stesso egoismo, e la stessa leggerezza.

Come Prospero davanti a sua moglie, così anche Lalla provava una certa soggezione davanti a sua madre. L'occhio limpido di Maria penetrava, scrutatore molesto e importuno, nella mente e nel cuore della giovinetta; e costei, che si sapeva sicura contro tutti gli altri, sotto quello sguardo si sentiva dominata e, con un certo dispetto, capiva che a sua madre non avrebbe mai potuto darla ad intendere.

Il marchese di Vharè, il _Principe Incantevole_ dei suoi primi sogni, essa lo aveva messo da parte. Nel paese c'era un altro bel giovanotto, non nobile e meno ricco (era figliuolo del segretario comunale); ma poeta e filodrammatico; il genio di Santo Fiore.

A Sandro Frascolini la gente gli contava le amanti a dozzine. Tutte le più leggiadre ragazze erano sue innamorate; perfino la bellissima Ottavia, la bellezza regina, si comprometteva per lui, cosa che faceva intisichire la moglie del sindaco: e Lalla ebbe per Sandrino un capriccetto.

Lalla, nei suoi quattordici anni, non era bella, ma aveva quel tutt'insieme che è più pericoloso di molto, perchè è più raro della bellezza.

La piccola duchessina aveva i capelli maravigliosi che a giorni, stranezza, tendevano quasi al biondo, a giorni pareano castagni; e la stessa mobilità negli occhi, che passavano dal cinereo al verde cupo; languidi, appassionati, ingenui, modesti, ora saettavano lampi, ora non esprimevano altro che la più timida verecondia.

Snella, magra, di una magrezza flessuosamente voluttuosa, pareva, per l'eleganza del corpo, meno piccola di quanto era realmente. Solo le braccia aveva grassocce e belle con due fossette ai gomiti. Di quelle sue braccia, di quelle fossette, Lalla pareva innamorata, stava ore e ore a sedere sul letto, in camiciuola; piegandole, stendendole, ripiegandole, per ammirarne i contorni e l'azzurro pallido delle vene; poi si cacciava sotto le coltri baciandole con trasporto e con passione; come baciava la bianca _Musette_, la sua cagnuola cara, che spesse volte si udiva guaire fra le strette nervose della padroncina.

Dunque Lalla, pur non essendo bella, poteva piacere assai, e il giovane Frascolini co' suoi vent'anni e con la conoscenza della vita che s'era procurato, mercè una lunga serie di associazioni alle _Letture amene_, ne rimase presto ammaliato.