Mater dolorosa

Chapter 31

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Ma Giorgio, udite appena le parole dello suocero, guardò Lalla facendole segno di no; e l'atto fu notato anche dalla duchessa Maria. Maria, subito, non potè nemmeno parlare, ma appena vinta la commozione si oppose alla partenza con straordinaria vivacità.--Quel viaggio--disse a Prospero Anatolio--lo dovevano fare loro due soli e in fretta, perchè lei non desiderava di rimanere molto tempo fuori di Borghignano; e poi doveva essere un viaggio d'affari e non una gita di piacere, anche per un riguardo al loro lutto. Aggiunse di più che stava sempre poco bene, che capiva di non poter essere una piacevole compagna, e che lei stessa ormai si trovava meglio quando era sola.--Erano tutte scuse di nessun peso, ma la duchessa le espresse con un tono così risoluto, con una concitazione così precipitata, che nessuno osò contraddirla... e Prospero Anatolio meno degli altri. In tanti anni di matrimonio, sua moglie non gli aveva mai espressa la propria volontà in un modo così fermo altro che una sol volta--e c'era passato molto tempo--quando all'epoca della de Haute-Cour aveva voluto dividersi e ritirarsi a Santo Fiore. Al duca Prospero, anche adesso, sembrò di vedere sotto quell'ostinazione qualche cosa di simile e dubitò che Maria avesse indovinato le sue platoniche tenerezze verso la Giulia; però, subito, non disse verbo, sorridendo anzi per quel capriccetto della moglie, ma poi facendole subire, quando furono soli, tutto il peso del suo umore più nero.

Giorgio, da parte sua, che non poteva più vedersi a Borghignano, pensò di approfittare di quella partenza dei d'Eleda per portarsi via la sua Lalla e andarsene un po' soli a vivere in quiete. Egli cercò e prese in affitto un villino sulla riviera Ligure, vicino a Nervi, che sua moglie, un'altra volta che vi erano stati, avea trovato amenissimo; ma per non doversi sopportare il peso della Giulia lasciarono credere di voler fare una corsa fino a Parigi e a Londra, e perciò il Conte da Castiglione era rimasta come disperato alla notizia della doppia partenza.--Sono diventati matti, sono diventati!--andava brontolando al _club_ e al caffè, dove, per tante novità, si era diffusa una certa agitazione. Ma la sua bizza proveniva da ciò: partiti i d'Eleda e i Della Valle a chi avrebbe affidata la Giulia? Non c'era una ragione per tenerla a Borghignano; non avrebbe certo potuto mandarla sola a Firenze, e in quanto a lui--cascasse il mondo, cascasse, non si sarebbe allontanato dalla Soleil finchè non... finchè non fosse riuscito nel suo capriccio... o, come diceva Pier Luigi nel suo linguaggio figurato--finchè non avesse attraversata la Manica!...--Navigazione che pareva molto difficile e in cui non era certo piacevole il tirarsi dietro una pupilla.

Che cosa fare?... il conte da Castiglione, rabbioso, bisbetico sfogava il suo malumore su Prospero Anatolio, che lo accarezzava e lo lisciava, e fu Prospero medesimo, alla fine, che, dopo essersi dato d'attorno per la grave faccenda, riuscì ad allogare la Giulia dalla Bertù e dalla Calandrà, che si erano risolte a prendere in affitto un casinetto di campagna e che in quelle pene e intente sempre a cavar cinque denari da un quattrino, accolsero la Giulia a braccia aperte. Infatti avrebbero risparmiato un terzo di spesa, e tutto quello che mancava per mettere in ordine il villino sarebbe stato prestato graziosamente dal duca d'Eleda.--Molto gentile il caro duca: volle pensar lui anche alla cantina; volle mandar lui anche il suo giardiniere coi fiori più belli e più rari!

Se la Desirée Soleil continuava ancora ad ostinarsi sul no, il conte Pier Luigi finiva matto come il principe russo. La passione amorosa del vecchio libertino non era paziente come quella del duca Prospero, ma era quasi feroce. Non gli lasciava nè tempo, nè lena di pensare ad altro, lo occupava interamente, irritandolo e facendolo soffrire. A vederlo, adesso, sempre rosso invasato, col naso paonazzo, gli occhietti spelati, lustri lustri e lacrimosi, metteva ribrezzo. Ma non c'era verso: la Desirée non voleva saperne di lui; prima di tutto perchè amava il suo Giacomo alla follia e gli voleva essere fedele, e poi perchè quel vecchiaccio le ripugnava, le faceva orrore, e glielo mandò a dir dalla sarta che le offriva a nome del signor conte grosse somme di denaro per un giorno, per una notte, per un'ora soltanto. Gli mandò a dire, chiaro e netto, che non avrebbe voluta essere toccata da lui, nemmeno con un dito, per tutto l'oro del mondo!... E gli mandò a dire, di più, che se anche fosse stato bello come un amorino, quel _no_ sarebbe stato egualmente inflessibile. Essa amava il marchese di Vharè ed era sua, tutta sua, solamente sua, anima e corpo!

Era la prima volta che il conte Pier Luigi non poteva soddisfare un suo capriccio; era la prima volta che la sua passione si trovava di contro ad un ostacolo insormontabile. Egli così ricco, così prodigo, non poteva averla quella donna!... quella donna, che tutte le notti dormiva col suo amante!... Fosse stata casta, onesta, gli sarebbe stata forse indifferente; ma ciò che lo invogliava, che lo accendeva di più, era il vizio che si rifiutava al suo vizio.

Tutto il giorno era sempre a macchinare della _diva_ colla sarta: una buona signora non più giovane, magra, pulitissima, che aveva sempre l'onore di servire le artiste drammatiche, le cantanti, le ballerine e le cavallerizze che capitavano sulla _piazza_, accomodando i vestiti per la scena, stirando la biancheria, portando, all'occorrenza, anche qualche monile al Pietoso e non rifiutandosi a nessun servizio, anche più delicato, pur di guadagnarsi tanto, diceva lei, da campare onestamente.

Da questa brava signora, il conte Pier Luigi era riuscito una volta a poter avere un abito molto usato della Desirée. Lo aveva fatto portare a casa, lo aveva fatto portare su, segretamente, in camera sua, e vi si era rinchiuso dentro solo soletto... Aveva cominciato a toccarlo, a svolgerlo colle mani tremanti... poi a stringerlo, a baciarlo, a brancicarlo pazzamente, ed a morderlo, e stracciarlo, tormentato ed ubbriacato dalle forme belle della donna che lasciava scorgere e dall'odore di cui era tutto impregnato.

L'Andreina sapeva poi dalla sua sarta tutte queste pazzie e ne rideva di gusto ripetendole a Giacomo, lusingata nella sua vanità di donna per quei desideri sfrenati, per quei tormenti che eccitava la sua bellezza, e indovinando che sarebbe stata ancora più bramata dal suo amante per le grandi follìe che suscitava.

Ma Giacomo ascoltava assai distrattamente le prodezze del vecchio frollo, e non lo mettevano più di buon umore. Ogni giorno che passava era un passo verso la rovina e il disonore! Era arrivato al punto da non sapere più dove dar la testa. Certe volte, non aveva in casa da prendersi i sigari, e doveva sfogarsi a tutto pasto colle sigarette turche del _pascià!_ L'amor proprio il punto d'onore, la delicatezza, tutto ciò il marchese Giacomo aveva consumato da un pezzo, e di giorno in giorno diventava anche permaloso: faceva colazione, pranzava dall'Andreina e in cambio le mandava mazzi di fiori che prendeva senza pagare da una povera fioraia che gli teneva il credito aperto pel solo timore che, disgustandolo, allontanasse gli altri avventori.

Della scena successa in casa sua, quando Maria era capitata a sorprendervi Lalla, il Vharè non conosceva la fine. La contessa Della Valle non si era fatta più viva, ed egli avea creduto prudente di non andarla a cercare. Soltanto il suo servitore, quel povero vecchio che ad ogni costo--a costo anche di patir la fame--non aveva voluto abbandonare il signor marchese, gli aveva riferito che la prima a discendere e ad uscire era stata la signora duchessa, e poi la contessa Lalla, quasi subito.

Indovinava da tutto ciò, e dal contegno tranquillo del Della Valle, che la tempesta era stata scongiurata, ma non sapeva come, e non si affannava per ottenere la chiave del mistero. Aveva ben altro da pensare, povero Vharè! Capiva ormai che non gli restavano altro che due vie da scegliere; o fuggire, o ammazzarsi. Veramente, ce ne sarebbe stata forse anche una terza... da galantuomo almeno, se non da gentiluomo: lavorare. Ma a questa il Vharè non aveva pensato. Dunque, fuggire. Ma dove fuggire?... Come?...--Ammazzarsi?... Sì; non gli restava che ammazzarsi, e non era molto per stare allegro.

Intanto, verso la metà di aprile, il palazzo d'Eleda e la casa Della Valle, si chiudevano contemporaneamente, e alla stessa ora e colla medesima corsa, Maria e Prospero, e Lalla e Giorgio, partivano tutti insieme, diretti a Genova: a Genova poi dovevano separarsi, gli uni per andare a Nervi, gli altri per andare a Palermo.

Alla vigilia della partenza, il conte Della Valle avea detto alla moglie che la Nena si era licenziata per ritornare a Santo Fiore, dove la chiamava, sul momento, una lettera della Pierina. Giorgio aveva temuto con quella notizia di darle un dispiacere, ma invece Lalla, dopo aver finto la più grande maraviglia, si era accomodata subito, e benissimo, con un'altra cameriera: infatti era stata Lalla medesima che aveva imposto alla Nena di licenziarsi e di ritornare a Santo Fiore, con una scusa qualunque.

Povera Nena!... Non fu rimpianta nemmeno dal cavaliere Frascolini. Allontanandosi lei, si allontanava anche il pericolo di doverla sposare; poi era diventata musona, bisbetica... faceva bene a cambiar aria! In verità, non si potevano più vedere, si facevano ribrezzo l'un l'altro, e avevano finito coll'odiarsi. La Nena non aveva detto a Sandro che il tiro della lettera anonima era andato fallito, temendo che ne preparasse uno più sicuro, ma invece questo pericolo non c'era. Il Frascolini, che aveva aspettato colle orecchie tese lo scoppio della bomba in casa Della Valle, quando i giorni passarono tranquilli e silenziosi senza nessuna novità, si era assai maravigliato, trovando che anche il conte Giorgio, quel _tentennante stinto_, era un marito di buona pasta, ma poi, in fondo all'animo suo, non ne aveva provato gran dolore... Anzi, gli seccava di aver scritto quella lettera e, quantunque giurasse e spergiurasse seco stesso di essere stato il rappresentante del dito di Dio, un'altra volta, forse, non si sarebbe data la pena di tornare daccapo, e avrebbe lasciato che il gran dito facesse da sè.

Il viaggio da Borghignano a Genova fu per i Della Valle e i d'Eleda tutt'altro che allegro.

Il duca Prospero era convulso e dimostrava, per quella partenza, per quel distacco dalla sua figliuola e dal suo caro Giorgio, un dolore vivissimo. Diceva sospirando, ma non era sincero nel dirlo, che aveva il presentimento di non più rivederli!... Invece la duchessa Maria, che sentiva davvero che sarebbe morta prima di ricongiungersi a Lalla, a Giorgio, non ebbe mai una parola in tutto il viaggio, mai un sospiro, come non ebbe mai una lacrima negli occhi accesi dalla febbre. Giorgio, essa pensava, avrebbe trattenuta Lalla a Nervi chi sa per quanto tempo! Il suo studio, il suo pensiero fisso non era quello di allontanare Lalla da lei? E per poco che egli ci fosse riuscito a trovare scuse... era finita.

Anche il Della Valle doveva sentirsi seccato, impacciato, e certo non vedeva il momento di essere a Genova e che i d'Eleda fossero imbarcati; la presenza della suocera lo rendeva nervoso, lo faceva star male.

Lalla era angosciata dal rimorso, era tenuta in soggezione, era umiliata dalla muta presenza di sua madre, ed oltre a ciò soffriva uno strano timore, quello di non poter fuggire fino a Nervi, senza che Giorgio arrivasse prima a scoprir tutto. Lalla non era più tentata dall'idea di buttarsi alle ginocchia di suo marito e di confessargli tutto; oh no, no. Ad ogni costo voleva apparire come egli la credeva, pura, innocente; perchè lo amava e voleva essere riamata. D'altra parte, non era solamente la sua felicità, ma era la felicità di suo marito, era l'esistenza di Giorgio, che difendeva dissimulando in tal modo; e la mamma... la mamma, se si sacrificava e taceva... taceva e si sacrificava perchè voleva bene a tutti e due. Sì, sì, l'orgoglio, la consolazione, la gioia di salvare quella pace, quella felicità era tutta della mamma e non gliela voleva togliere. Lei era cattiva... e vile; sì, vile; ma che importa? Voleva essere amata!...

Il viaggio, fra tutta quella gente, le faceva paura. Le pareva che in mezzo al frastuono assordante, dovesse alzarsi un grido od uno scroscio di risa contro di lei, per tradirla. Temeva che la mamma, nel momento supremo del distacco, potesse perdere il coraggio, e pregava Dio, pregava la Vergine buona, perchè aiutassero la mamma; e finalmente, in quell'agitazione d'animo, le pareva, ad ogni fermata del convoglio, di vedere il Frascolini avvicinarsi ad un tratto al loro _coupé_ per coprirla d'insulti e smascherarla. Era una paura sciocca, stupida; ma tant'è, la teneva inquieta e agitata; e sotto la tettoia della stazione di Alessandria, mentre aspettavano il treno da Torino, poco mancò non desse in un grido, tanto le era sembrato di vederlo davvero il Frascolini, muoversi gesticolando in mezzo ad un gruppo di persone che le veniva incontro.

Che sciocchezza!... Ma però che sgomento le avea messo in cuore.--E Giorgio?... Giorgio non avrebbe potuto leggere la verità sul volto stesso della mamma?... In quel suo dolore così cupo, così profondo?... Insomma tutto il viaggio, fu un viaggio triste, penoso, che non finiva mai.

Giunti a Genova, stettero insieme fino al momento in cui il _Newton_ levò l'ancora per la Sicilia. Un poco prima i Della Valle accompagnarono i d'Eleda, in canotto, fino al battello, e lì ricominciarono i saluti; ma allora, nel momento di separarsi, Lalla ebbe uno slancio improvviso che le fece dimenticare tutte le ansie, i timori di prima ed anche il suo amore, vinta e trascinata da un impeto di gratitudine che le proruppe dal cuore per la mamma buona, per la mamma santa, e abbracciandola stretta e baciandola si abbandonò ad un pianto dirotto e poco mancò in quel momento, che non si tradisse da sè sola. Ma il dolore di Maria si mantenne muto e forte, quantunque un ultimo spasimo l'aspettasse anche in quell'ultimo addio. Giorgio aveva abbracciato il duca Prospero, che ansimava cogli occhi gonfi, e doveva salutare, doveva abbracciare anche la duchessa; ma si sentiva di ghiaccio, non sapeva come fare; si sforzò, volle risolversi e poi, quando le fu vicino, invece di abbracciarla, indietreggiò, stendendole la mano. Maria la toccò appena, salì in fretta sul battello e incespicò nel vestito: quel nuovo colpo l'aveva stordita.

Giorgio e Lalla partirono per Nervi la sera stessa. Soli, soli, in un _coupé_ colle finestrelle aperte, dalle quali entravano grandi ondate d'aria sana, dimentichi di tutto quanto avevano sofferto, si tenevano l'uno vicino all'altra, stretti insieme, come due innamorati da un mese, il conte Della Valle discorreva con sua moglie di molte cose, animandosi e sorridendo coll'allegria d'un fanciullo; discorreva dei loro disegni per l'estate, della vita tranquilla che avrebbero condotto a Nervi, della Giulia che doveva annoiarsi parecchio in compagnia della Bertù e della Calandrà; e Lalla lo ascoltava sorridente, silenziosa, tutta abbandonata sul petto del suo Giorgio, così ch'egli ne sentiva ogni respiro, ogni fremito. Aveva la bella testina sulla spalla di lui e gli occhioni scuri, fissi in quel profondo infinito del mare. Ella si sentiva consolata e le pareva di rinascere, avvolta dall'aria fresca e umida, che le bagnava i capelli come una rugiada e che le ricreava i sensi cogli odori acuti delle alghe marine e colla fragranza dolce degli aranci e delle acacie. Il treno correva via sbuffando e fischiando, ma non interrompeva la gran calma della notte, e a Lalla pareva di essere sola col suo Giorgio, in una solitudine immensa, e si sentiva beata. Sandro, il Vharè, la Nena, Pier Luigi, erano ormai lontani dal suo spirito, al di là di quel mare, al di là di quelle onde scintillanti come pallide fiammelle, erano laggiù, in fondo in fondo, sepolti nel buio della tenebra densa e infinita. Lalla, non sentiva più nulla, delle pene sofferte, più nulla, nemmeno il rimorso. In quel vasto silenzio d'ogni voce umana, il frastuono delle onde, misurato come una cantilena, si univa al gorgheggiare dell'usignuolo, al canto del grillo, ai mille stridori degli insetti, al rumorio della scogliera, al sussurro del vento e formava un'armonia sola, amorosa e voluttuosa, che Lalla sentiva nell'anima e sentiva nei sensi, mentre l'aria tepida e fragrante, sollevando atomi d'acqua dalle onde che s'infrangevano, pareva le portasse sulle guance, sul collo, sulla bocca, il bacio umido del mare. Allora si sentì correre intorno tanta felicità quanta non ne avea mai sognata, e d'improvviso, abbracciando Giorgio, stringendolo, fissandolo cogli occhi raggianti d'amore, gli mormorò coi più lunghi fremiti:--T'amo, sai! T'amo, t'amo!...--finchè gli ricadde stanca, sfinita sul petto.

XXXI.

La sera che precedette la partenza della Soleil da Borghignano, fu davvero una serataccia. La diva aveva molto lavorato coll'Assunta nel riporre la roba e nel prepararsi per la partenza, e tutt'e due erano stanche morte. Poi, si sa bene, l'ultimo giorno che si rimane in un luogo, anche quando non si lasciano nè persone, nè memorie care, non è mai un giorno allegro, e l'Andreina invece lasciava Borghignano, dove si era riconciliata con Giacomo, dove si era riunita con lui, dove aveva amato e dove avea godute di quelle ore così felici, che non si dimenticano più e che non tornano quasi mai. Era dunque naturale la sua malinconia, quantunque Giacomo partisse con lei; ma dalla malinconia all'affanno ci corre, e l'Andreina mostrava dagli occhi rossi di aver molto pianto, e di tratto in tratto si guardava intorno smarrita e trasaliva con brividi di ribrezzo e quasi di terrore.

Si sentiva afflitta in tal modo, perchè vedeva quel suo bel nido guasto e sciupato, come il nido della cingallegra caduto fra le mani di un ragazzaccio cattivo?... Oppure aveva qualche altra amarezza chiusa dentro nel cuore?... Sì, quelle povere stanzette presentavan davvero uno spettacolo uggioso: il suo lettuccio non era più addobbato colle cortine candide e civettuole dai lunghi fiocchi azzurri, ma la corona d'ottone, le stanghe e i ferri della camerella apparivano così spogliati, come uno scheletro gigantesco, dalle braccia lunghe e sottili. Sopra il canapè del salotto, che aveva udito le parole più care e i baci più dolci, era stato portato un cassone enorme, color verde scuro, foderato di ferro. Il giardiniere, finito il nolo, s'era già portati via i bei vasi di rose e i sempreverdi, dalle larghe foglie, che nascondevano la tappezzeria vecchia e stinta. Le stuoie, spogliate dei vari tappeti, logore, indicavano il posto dove le casse erano state ferme per tanti mesi con delle righe quadrate di polvere e di sudiciume; ma pure, se tutto ciò era uggioso, l'abbattimento di Andreina era troppo forte, perchè non dovesse nasconder qualche altro affanno. Ella andava innanzi e indietro dal salotto alla sua camera, con mucchi di biancherie e di _spartiti_ che accatastava, sorridendo amorosamente, sulle ginocchia del Vharè, che rimaneva cupo e distratto, senza nemmeno guardarla.

--Via, non temere,--gli disse l'Andreina, sedendosi sulle sue ginocchia, quando ebbe terminato di vuotare i palchetti e di riempire i bauli.--Non temere; vedrai che domattina lo Schreiber mi risponderà favorevolmente. Ho telegrafato un'altra volta, a quel tedesco tartaruga!

Lo Schreiber era l'impresario per l'America, e Andreina, che aveva firmata una scrittura per due anni gli aveva scritto domandandogli un'anticipazione di quindicimila lire sul suo contratto. Ella continuava a dire a Giacomo di non aver ancora ricevuto riscontro alla sua lettera; ma ciò non era punto vero. Lo Schreiber le aveva risposto subito, e le aveva risposto un bel no. E il Vharè, quantunque non lo sapesse, lo prevedeva.

Per il Vharè, avere sì o no quindicimila lire entro le ventiquattr'ore, voleva dire poter restare al sole o doversi accontentare di vederlo a scacchi. L'elegante marchese di Vharè era giunto a questo punto!... I suoi creditori, dopo avergli messo il sequestro sui mobili di casa, glieli avevano lasciati _in custodia_ con tutte le regolarità volute dalla legge; ma Giacomo, un brutto giorno che avea dovuto combattere colla fame, aveva cominciato a far sparire un quadro, poi un seggiolone antico, poi il pianoforte, e così a poco a poco aveva dato fondo a quasi tutta la roba.

Si trattava di truffa, e c'era tanto d'andare diritto in prigione!... Andreina, appena il Vharè le aveva confessato il proprio fallo, pareva disperata: pianti, convulsioni, gemiti; ma poi, sembrò le balenasse un raggio di speranza, si consolò e consolò anche Giacomo. Era subito corsa col pensiero a... a Schreiber. Si sentiva tanto felice, povera Andreina, e le doveva capitare quel colpo terribile!... Aveva finito di essere gelosa e di temere la contessa Della Valle; lo portava via lei, il suo Giacomo; se lo portava in America, ed era più contenta sapendolo povero, perchè, povero, era meno facile che le scappasse di nuovo, e perchè povero si sarebbe persuaso che lei gli voleva bene senza nessuna mira interessata... povera Andreina!

Ma per quanto il sentimento dell'onore si fosse attutito nel cuore del Vharè, tuttavia la parte di procolo, di marito della prima donna, o press'a poco, offendeva troppo vivamente la delicatezza del gentiluomo.--Non c'era dubbio; la sua carriera finiva molto male!--Ma d'altra parte, che cosa poteva fare? Necessità non ha legge, e a conti fatti, ancora ancora, avrebbe potuto ringraziare la Provvidenza se quell'affare dei mobili non fosse capitato, sul più bello, a precipitare la catastrofe.--Scappare!...--Dove?... Lo tenevano d'occhio, e senza quattrini lo avrebbero ripreso subito...--che! scappare? ci vogliono quattrini per scappare!...--Intanto, all'indomani, egli doveva estinguere quindicimila lire di cambiali, oppure presentare il mobilio intatto, oppure... in galera. I suoi creditori, per non lasciarlo nell'incertezza, lo avevano avvertito che non gli verrebbe usato nessun riguardo.--in prigione?... Aveano messo in prigione, per debiti, anche il conte di Mirabeau!...--Ma questo riscontro era un magro conforto, e poi, lui, non lo avrebbero messo dentro per debiti soltanto, ma per truffa.--Dio santo! Bisognava finirla!...

Il povero marchese era tanto oppresso, quella sera dai più tristi pensieri, da non badare nemmeno all'Andreina, da non accorgersi che essa aveva trasalito quando erano sonate le undici all'orologio della piazza. E poi, gli si era avvicinata quasi subito, baciandolo con gran passione e dicendogli colla voce piena di lagrime:--Sono stanca assai, lasciami andar a dormire--Di solito, era sempre Andreina che lo tratteneva con mille carezze, con mille furberie, con tutti gli agguati della donna innamorata; ma il Vharè aveva ben altro da pensare che a fare confronti!... Si alzò, e colla testa bassa, senza dire una parola, prese il cappello e si avviò lentamente per uscire.

--Vai via?... Senza dirmi nulla? Te ne hai avuto a male?--gli chiese Andreina, fermandolo ancora con un altro bacio.

--Avermene a male?... Di che cosa? Va... Va a dormire. Hai ragione di sentirti stanca. Buona notte!--E la baciò distratto, senza sapere nemmeno lui dove baciava.

--Non temere, Giacomo, vedrai che domani le quindicimila lire di Schreiber arriveranno di sicuro. Mi par di sentirlo:--Nostro pell'astro fulgidissimo, non afere che da comantare, tuo piccolo Schreiber sempre pronto ai comanti,--e Andreina, sebbene avesse la morte nel cuore, si mise a ridere per far ridere l'amico suo; ma non ci riuscì.

--Sì... Sì... Schreiber!...--mormorò il Vharè con un'alzata di spalle. Andreina intese bene quella sorda disperazione e con un tremito lo abbracciò più forte.

--Giurami che non hai nessuna idea matta per la testa?

--Cioè?... Non ti capisco!...

--Giurami che aspetterai... che aspetterai fino a domani la risposta di Schreiber?...