Chapter 30
Lalla, spaventata, si mise a piangere, a balbettare parole sconnesse, mentre confusa e tremante cercava, il cappello, la mantellina, i guanti... Il Vharè rimaneva immobile, colla testa bassa, pallidissimo. Egli, che sarebbe stato forte, impassibile contro il marito offeso, dinanzi alla madre perdette tutta la sua audacia, si sentì colpevole e vile.
Maria non gli rivolse una parola, non lo guardò nemmeno; non sentiva, non vedeva, non capiva nulla, altro che una cosa sola: salvare sua figlia. Lalla era pronta, stava già per uscire, quando Maria che si era avvicinata alla finestra spiando dietro le tendine calate, diè all'improvviso un grido soffocato, e presa e stretta sua figlia fra le braccia, come per salvarla, con un atto d'indicibile sgomento le additò un uomo nascosto fra le colonne esterne di una chiesa, che faceva angolo in fondo della strada. Prima ancora di ravvisarlo, tutte e due sentirono ch'era lui, Giorgio, e non s'ingannarono punto: Giorgio, immobile, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso sulla porta di quella casa maledetta. Doveva esservi giunto allora allora: Maria, quando era passata di là, avea guardato bene; non c'era nessuno.
Giorgio, infatti, era lì fermo da pochi istanti.
Quel giorno al tocco, lo si sapeva, era aspettato alla sede del _Comizio Agrario_; ma invece la seduta era andata deserta. Egli allora, era una bella giornata di sole, ritornò a casa per prendere Lalla e fare insieme una passeggiata. Anche il Della Valle, come prima la Nena, sentì che Lalla non c'era, ma anch'egli pensò subito che l'avrebbe trovata da sua madre. Prima per altro, come faceva spesso, passò dal suo studio per vedere se fossero arrivate lettere od altro.--Trovò il suo ragioniere, parlò di affari con lui, gli diede alcuni ordini e già stava per andarsene, quando l'altro gli additò una lettera e una gazzetta appena arrivate. Il Della Valle guardò l'una e l'altra distrattamente, poi buttò il giornale e tenne la lettera. L'indirizzo era scritto con una calligrafia ignota; anzi, a guardarci bene, era una calligrafia a sghimbescio, ammaccata, piena di adulterazioni studiate. Ciò lo mise in sospetto. Osservò il bollo: era di città; la data: quella dell'ultima impostazione. Doveva essere, senza dubbio, una lettera anonima, e diè un'alzata di spalle! Nelle noie, nei triboli della sua vita pubblica, erano queste le spine meno pungenti. Sorridendo stracciò la busta, e come aspettandosi una buffonata cominciò a leggere tranquillamente; ma poi, dopo le prime parole, trasalì, oscurandosi in viso:
«Signor conte!
«Se non siete un vile, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia, oggi alle due dovete recarvi in persona a fare una visita al vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè. Chi ve ne consiglia, sappiatelo, è la Giustizia di Dio!»
--Ah, no, no, no!... Questo è un tiro di quel farabutto del Frascolini!--esclamò Giorgio calmato il primo impeto, e si strinse nelle spalle e stracciò la lettera.--Un uomo onesto, un uomo che si rispetta, non tiene nessun calcolo delle lettere anonime--pensava fra sè. Certo; doveva averla scritta il Frascolini, per vendicarsi d'essere stato messo alla porta!... Canaglia, buffone!... «_Andate alle due dal vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia!..._»--Ha proprio trovato, l'imbecille, chi ci casca nella rete. Ma... con che scopo mi scrive così? Anche ammesso che io fossi tanto gonzo, una volta che ci andassi, che cosa avrebbe ottenuto?...--Così, a poco a poco, senza accorgersene, cominciò ad essere inquieto. Di sua moglie era sicuro; per altro, con quella lettera, si voleva alludere a lei. Ripetè seco stesso che sarebbe stato un vile, peggio del Frascolini, se avesse dubitato di sua moglie, per una lettera anonima. Di sua moglie era sicuro, non arrivava nemmeno a concepire un dubbio così mostruoso; ma, ad ogni modo, perchè si scrivesse a lui in quella forma, perchè lo si volesse fare andar lui, quel giorno, dal Vharè, chi scriveva doveva aver preso un qualche equivoco.--Giorgio era sicuro di Lalla, tuttavia lo turbava quel nome del Vharè, messo lì per eccitare la sua gelosia. Perchè avevano scelto il Vharè?... proprio il Vharè? Dunque si era detto in giro che costui faceva la corte a sua moglie?... In conclusione, quella lettera cominciava a fare il suo effetto, e già egli voleva accertarsi che era una menzogna, che era una calunnia infame; e pensò ad una scusa, ad un pretesto per poter andare dal marchese. Perchè ci voleva un pretesto. Se il Vharè avesse indovinato qualche cosa, egli avrebbe fatto una figura ridicola. Ma infine, non andarci e tenersi addosso quella febbre?... Se la lettera avesse accusata apertamente Lalla, forse lo avrebbe meno inquietato; ma quella forma sibillina, quel reciso consiglio di andare dal Vharè alle _due_ proprio alle _due_?... Che scopo ci doveva essere per mandarlo là a quell'ora? Non avrebbero potuto inventare qualche cosa di meglio? Un ordito più ingegnoso e che non si potesse così subito mettere in chiaro?... E Giorgio, attratto da una forza che vinceva ogni ragionamento, persuaso che non avrebbe dovuto essere così debole, sicuro che commetteva quasi una bassezza, ma pur tuttavia volendo fare ciò che gli avrebbe ridata la pace e la quiete, anche a costo di esser lui più tardi il primo a ridere di sè stesso, volle vedere, verificare, toccare con mano che quella lettera era stata scritta da un bugiardo, infame, e per di più da uno sciocco: bugiardo, perchè mentiva; infame perchè calunniava sotto l'anonimo, e sciocco perchè non aveva saputo immaginare una falsità più verosimile.--E se lo scopo dell'anonimo fosse quello soltanto di burlarsi di lui per ridere alle sue spalle?...--Un tal pensiero lo trattenne a mezza strada... e lo fermò appunto, sotto la chiesa. Era inquieto, titubante e anche un po' si vergognava di sè stesso, perchè infine, il fatto di fermarsi a spiare era un'azionaccia indegna.--Ma dopo, sarebbe stato così tranquilla, così felice!
Era lì da qualche tempo e aspettava, e non vedendo alcuno nè entrare nè uscire, persuaso e convinto di aver avuto torto a muoversi, stava per andar via, quando si affacciò sotto la porta, dove il suo occhio era sempre fisso, il marchese di Vharè. Giacomo uscì, venne verso la chiesa tenendosi sul marciapiede opposto, e tirò diritto senza guardare nemmeno dalla parte dov'era il conte Della Valle.
Ma il cuore?... il presentimento?... il Vharè passava diritto e sicuro; eppure a Giorgio sembrò di notare in lui qualche cosa di strano, di irresoluto, qualche cosa che non era naturale; e invece di andarsene, rimase fermo, guardando fisso quella porta che pareva volesse bruciare cogli occhi.
Su, intanto, in casa del Vharè, Maria e Lalla erano in un tormento di disperazione. Lalla inginocchiata, piangeva sempre, nascondendo la faccia nelle vesti di sua madre che, rigida e stecchita, nascosta dietro la tendina, non respirava, non viveva altro che per gli occhi, intenti in quell'uomo, sempre immobile laggiù, fra le colonne della chiesa.
Era stata lei che aveva consigliato al Vharè di uscire. In mezzo allo sgomento di tutti, lei, lei sola, per amore di sua figlia, conservava ancora un po' di coraggio, un po' di fermezza.
--Signor Vharè... provi ad uscire--gli aveva detto:--e qualunque cosa accada, per ora, non ritorni più qui. Chi sa, vedendolo andar via solo, non vedendo più nessuno, chi sa ch'egli non possa calmarsi e credere di essere stato ingannato.
Il Vharè non rispose una parola. Non ebbe il coraggio nemmeno di alzare gli occhi; ma con una obbedienza passiva e rispettosa, fece quanto gli veniva imposto. La duchessa Maria, pallidissima e anelante, tornò a guardare fissa dalla finestra.
Lalla era tramortita e si vedeva perduta da un momento all'altro, e perciò, per lo spavento che le legava il cuore, sentiva un gran conforto dalla presenza di sua madre. Le stava vicina piangendo, inginocchiata e tenendosi colle mani stretta alle vesti di Maria.
--È andato?... Se ne va?... Si muove?...--chiese poi a sua madre, con un fil di voce, senza osare di alzarsi a guardar lei dalla finestra, quando le sembrò che il Vharè dovesse ormai essere passato dalla chiesa, ed anche scomparso dalla strada.
--No!--rispose Maria colla disperazione sorda di chi ha perduta anche l'ultima speranza.
--Dio, Dio mio!--balbettò Lalla, torcendosi le mani con un altro scoppio di pianto dirotto,--Dio! Dio mio!... Che cosa fa fare la passione! Tu non sai, mamma; tu non sai!
--Io non so?... Io?...--Maria, a tali parole, si sentì scuotere tutta, si sentì vacillare come se una mano invisibile l'avesse percossa sulla faccia, e le sembrò allora, in quel momento, che tutta la storia della sua vita così addolorata, le si sollevasse viva dinanzi. Anche Maria aveva la febbre, anche Maria delirava. Le più forti commozioni, mille opposti sentimenti si affollavano, si confondevano in lei; e mentre rimaneva immobile, palpitante per il disonore, per l'infamia che minacciava sua figlia, già l'audacia di un sacrificio ch'ella aveva appena intravveduto, ma che sentiva pure di dover accettare ad ogni costo, perchè sola poteva salvare sua figlia, le sgominava la coscienza, le straziava l'anima. Era un sacrificio supremo e terribile, era lo schianto di tutto il suo cuore, era la sua ultima speranza perduta, la sua ultima illusione svanita; era l'orgoglio, era il santo pudore della donna che in lei rimaneva mortalmente offeso, era Giorgio, Giorgio che l'avrebbe derisa, disprezzata, maledetta!... Era l'urto dei due sentimenti più forti della sua vita che s'incontravano, che davan di cozzo fra di loro per abbatterla, per ucciderla.
--Io non la conosco la passione?... Io non la conosco?... T'inganni, sai, Lalla... Son vent'anni che la conosco, è da vent'anni che mi tenta, è da vent'anni che mi fa piangere, che mi fa soffrire, che mi strazia, ed oggi... oggi, sì, ha vinto lei; però è riuscita ad uccidermi, ma non è riuscita a perdermi,--Io non la conosco la passione?... E sei tu, tu, che inginocchiata, fra le lacrime ed i rimorsi, non trovi altra difesa alla tua colpa che in un insulto al mio dolore. Ma sai che io ebbi il coraggio di fuggirlo l'uomo che amavo, e che colle mie stesse mani ho voluto e ho saputo cancellare dal suo cuore ogni memoria, ogni ricordo mio? E sai tu quando, dopo averlo pianto con tutte le mie lacrime per anni ed anni, senza averlo potuto mai dimenticare nemmeno per un giorno, nemmeno per un'ora, sai tu quando l'ho riveduto?... Quando venne a chiedermi in moglie mia figlia!... Ed io mia figlia gliel'ho data in moglie, e lo amavo, sai, Lalla, e lo amo; tanto è vero che muoio!...
--Lui?... Giorgio!...--esclamò Lalla, guardando sua madre esterrefatta.
--Sì... tuo marito; tuo marito che oggi vedrà me uscire da questa casa e crederà che io sia l'amante di un uomo che è corrotto, che è vile, infame, quanto tuo marito è grande, è nobile, è bello!... Sì... Giorgio!... Sì... anche l'ultima mia speranza mi deride, la speranza di essere ricordata come una madre adorata, come una donna onesta; anche l'unico sentimento che mi era concesso di ottenere da lui, e che mi era pur tanto caro, la sua stima, oggi la perdo per sempre. Ma che importa?... Nel mio stesso sacrificio sento più viva, più grande la mia passione; e se non mi è dato di amarlo, sono io, io sola, che in questo momento può difendere, può salvare la sua quiete, la sua felicità, la sua vita... e la tua!--Maria, così dicendo, cogli occhi scintillanti, bella, più bella nel suo amore, nel suo dolore, nel suo coraggio, pareva godere, fremendo, la voluttà di quello spasimo supremo, e abbassato, il velo sugli occhi si strinse nella mantellina e si avviò per uscire.
--No!... No!... Non voglio!--gridò Lalla, non più singhiozzando, ma guardando sua madre con un'espressione di maraviglia, di sgomento e anche quasi di gelosia ne' suoi occhi spauriti.--No, no, non voglio!--
--Lasciami!... Lasciami passare!... Domando a Dio, domando a te per tutto quanto ho sofferto, una grazia... una grazia sola: quella di poterti salvare.--Va via! Alzati!... Tu non puoi impedire a me, a tua madre, di salvarti. Alzati! Va via!... Te lo impongo. Io sola, qui, ho diritto di comandare e di sacrificarmi; tu questo diritto non l'hai, tu devi ubbidire. Va!... Va! Lasciami passare!...--Maria più forte di Lalla in quell'istante, l'afferrò per un braccio e dopo averla violentemente strappata dall'uscio la condusse vicino alla finestra e--sta attenta,--le disse concitata, indicandole Giorgio,--tra poco lo vedrai... lo vedrai muoversi di là... forse per seguirmi... forse... per fuggire. Tu allora potrai scendere, potrai salvarti. Bada!... Al mondo non ho più nulla, altro che te. Devi salvarti, te lo comando; devi salvarti, perchè tu sei ancora l'ultimo anelito di questo cuore che s'infrange. Salvati, o mi farai maledire la mia virtù, il mio sacrificio, la mia vita; salvati, o mi farai morire dannata!--E uscì ratta, sciogliendosi con un urto violento dalle braccia, dalle mani di Lalla che tremante, le si aggrappava d'intorno, tentando invano di trattenerla.
Lalla rimase interdetta, stordita; ma poi, trovandosi sola, il pericolo che correva la fece presto rientrare in sè stessa. Si avvicinò alla finestra, tenendosi sempre nascosta dietro le tendine, trattenendo fino il respiro, tanto aveva timore di poter essere scoperta. Giorgio era lontano, ma lo vedeva bene. Aspettò con un battito di cuore angoscioso; ci fu un punto in cui lo vide trasalire con una scossa di tutta la persona: indovinò che sua madre, in quel momento gli era passata dinanzi. Poco dopo, lo vide uscire barcollante dalle colonne della chiesa, guardarsi attorno sospettoso e sparire. Allora... oh, allora sentì che era salva!... Si accomodò in fretta le vesti, la mantellina, il cappello; si guardò attorno un'altra volta, come incerta, esitante, poi, ad un tratto, parve risolversi e si avvicinò alla scrivania, aprì un cassetto: c'erano le sue lettere unite insieme, legate col nastrino azzurro. Le prese, rinchiuse il cassetto, le cacciò in tasca, abbassò il velo, si strinse nelle vesti, scese a volo giù dalle scale e corse a casa lesta, spedita.
Giorgio, quel giorno, salì da sua moglie più tardi del solito. Aveva girato a lungo per le strade più deserte di Borghignano; voleva stordirsi, voleva calmarsi. Si sentiva sconvolto e umiliato dalla dolorosa e vergognosa scoperta. Non domandò nemmeno al portiere se Lalla era rientrata; ormai non pensava, non ricordava più che, quando prima l'aveva cercata, sua moglie era fuori. La trovò nel salotto sola, che lavorava coll'uncinetto una piccola cuffia da bambino. Giorgio si sentì stringere il cuore e baciò Lalla sui capelli, colle labbra che gli bruciavano dalla febbre; poi ebbe appena il tempo di fuggire nella sua camera, perchè si sentiva soffocare dalle lacrime.
Quando riapparve, all'ora del pranzo, disse a Lalla ch'egli si sentiva poco bene, ma le prodigò le cure più affettuose, più tenere, che lasciavano scorgere in lui qualche cosa di triste, di melanconico, un'espressione di compianto indefinibile. Giorgio non si stancava di accarezzarla, le dimostrava tutto il suo amore, come se volesse amarla e consolarla anche per la mamma... che la poveretta non aveva più.
Lalla seria, mesta, riceveva quelle carezze con una docilità timida, quasi paurosa. Cogli occhi scuri, profondi guardava lungamente suo marito, quando egli non la vedeva, e il suo sguardo era inquieto e appassionato: lo guardava come non lo aveva guardato mai, a volte facendosi pallida pallida, a volte diventando rossa, di fuoco.
XXX.
Trascorsi in pace alcuni giorni e riposatasi alquanto dal gran pericolo che aveva corso, la contessa Lalla era tuttavia sempre assorta col pensiero nelle vicende di quel momento tanto angoscioso e terribile. Vedeva ancora sua madre fremere di amore e di dolore, nel compiere l'ineffabile sacrificio; sentiva ancora, nell'anima, l'eco di quelle parole che Maria le aveva gettate in faccia calde, vive, sanguinanti, come i brani di un cuore infranto, e tutto ciò mentre si agitavano in lei, mentre correvano nel suo sangue le prime fiamme di quella istessa passione. Giorgio le appariva come non le era apparso mai: anche Lalla, adesso, lo vedeva grande, nobile; lo vedeva bello. Quando egli parlava, non era più distratta, non lo interrompeva più per uno scherzo, per un nonnulla, ma lo ascoltava silenziosa, fissandolo con dolcezza infinita, come se da quella sua voce adorata ricevesse intime seduzioni. Lo cercava sempre, gli era sempre d'attorno, continuamente, quantunque cominciasse a sentire una soggezione indefinibile alla presenza di Giorgio, una timidezza strana!.... Arrossiva quando egli le si avvicinava; le sue parole la turbavano e rimaneva colpita e mortificata dalla devozione cieca ch'egli aveva per lei: ma tuttavia era beata quando Giorgio stava lì a vezzeggiarla, a sorriderle, a ripeterle che le voleva tutto un mondo di bene. Adesso Lalla non gli faceva più scene, non aveva più capricci, non era più lei che comandava; ma era docile e sottomessa, esprimendo in ogni suo atto una tenerezza affettuosa e rispettosa.
Come si era mutata in poco tempo!... Giorgio, consolato, credeva di dover tutta quella trasformazione alla donna che diventava madre. Lalla non era più frivola, non era più permalosa, ma era triste spesso e malinconica, era diventata una donnina raccolta e pensierosa.
Il segreto di simile cambiamento era... era l'amore: Lalla cominciava ad amare e si sentiva infelice. Cominciava ad amare suo marito come non lo aveva amato mai; come, così, non aveva mai amato nemmeno _quell'altro_: cominciava adesso ad amare per la prima volta. Ma Lalla, a cui tutto pareva sorridere, Lalla, che si sarebbe creduto avesse tanta e così sconfinata felicità d'intorno quanto ha la rondine d'aria e di cielo, era invece infelicissima. A mano a mano che il suo cuore cominciava e vivere, a battere, il suo cuore sentiva più fiera, più acuta la voce interna del rimorso, e allora il sacrificio quasi disumano di sua madre le pesava più della colpa. Subiva strazi e punture atroci, tanto che un giorno, in preda ad una convulsione disperata, pensò di buttarsi ginocchioni dinanzi a suo marito, pensò di svelargli, di confessargli tutto; poi non ebbe il coraggio di farlo, non già che si sentisse vile, ma perchè, dopo, egli non l'avrebbe più amata. E Lalla, a costo di perdere la pace per sempre, a costo di soffrire per sempre l'affanno per quel rimorso, a costo di finire dannata, non voleva perdere, non voleva, non poteva rinunziare all'amore di Giorgio.
La sua mente, il suo spirito, erano in continua agitazione, in continuo tormento. Tra le sue angosce c'era anche la ripugnanza ch'ella sentiva adesso per il Vharè, una ripugnanza strana e dolorosa, che alle volte rivolgeva contro sè stessa, perchè le pareva di sentirsi tutto il corpo insudiciato da quella colpa. Allora non era più antipatia, non era più ripulsione che il Vharè destava in lei; ma lo odiava coll'odio quasi feroce della donna disamorata che ha ceduto in un momento di debolezza o di abbandono dei sensi.
Ogni volta che suo marito, accarezzandola, alludeva alla propria contentezza, alle intime gioie che gli risvegliava nel cuore quella creaturina non ancora nata, ma già tanto viva al suo affetto, sembrava a Lalla di vedere il Vharè mettersi fra di loro come un fantasma, per mutare in uno spasimo di rimorso la cara voluttà delle più dolci carezze. Lalla non poteva mai essere sola con Giorgio; l'immagine del Vharè non la lasciava un istante!... Allora, per fuggirla, per cancellarla, sentiva il bisogno di stordirsi e di nascondersi in mezzo a tutti i suoi cari; ma anche lì era aspettata e tormentata da nuovi dolori. Giorgio credeva sua madre colpevole, colpevole del suo proprio delitto!... Egli voleva, tentava di nascondere in fondo all'anima l'odioso segreto, ma come nel suo contegno, ed anche nella sua rispettosa tenerezza verso la mamma, come si era fatto diverso! E come, per quanto si sforzassero di dissimulare, era tutto ciò indovinato e _sentito_ nello stesso tempo, da tutte e due!... Giorgio per di più, in quell'inganno così perfido nel quale era stato avvolto, non dubitava nemmanco che Maria sapesse com'egli l'aveva veduta uscire dalla casa del Vharè, e, perciò, non la supponeva attenta ad ogni sua parola, ad ogni suo atto, nè immaginava punto che una sola risposta data di malumore potesse inasprire la ferita profonda.
Lalla cercava sempre di attenuare l'insulto di quella freddezza; ma, senza volerlo, non riusciva ad altro che a renderla più evidente. Il suo dovere, lo sapeva, sarebbe stato quello di gridare a Giorgio:--Mia madre è innocente, mia madre è una santa!... Io, io sola, sono colpevole; mia madre si è sacrificata per me, per salvarmi!--Ma, allora, come la mamma sarebbe apparsa grande e splendida e bella agli occhi di Giorgio e come lei sarebbe caduta giù giù, in basso, nel fango! E a questi pensieri, fra il rimorso, il dolore, il pentimento, sentiva pure la gelosia acuta che le penetrava nell'anima contro quella virtù tanto sublime, contro quell'amore tanto grande!... Lalla era combattuta da mille opposti sentimenti, e forse da quella lotta, da quell'urto medesimo, erano uscite le prime scintille del nuovo incendio.--No, no; Giorgio era suo; alla mamma avrebbe ceduto, in compenso, la sua parte di Paradiso, ma suo marito no; suo marito non doveva amare altri che lei, solamente lei!--E impaurita, pregava Dio perchè confortasse la mamma e le infondesse nuovo coraggio, e la sua preghiera le usciva dal cuore calda, sentita, appassionata. Era sicura che sua madre non l'avrebbe tradita, che sarebbe morta senza dire una parola, senza mai un lamento, e nel disordine dei suoi pensieri e dei suoi affetti, di contro agl'impeti della gelosia, le prorompeva dal cuore la gratitudine più viva per la mamma buona che si sacrificava per lei, che le aveva conservato l'amore e la stima di Giorgio!...
No, no, la mamma moriva, ma rimaneva forte e muta, e nella santa poesia della fede credeva non solo di aver salvato la figliuola sua, ma di averla redenta, e ciò la consolava nella rovina, nella disfatta del cuore. Maria aveva perduta anche l'ultima e la sua più dolce speranza: quella di lasciare a Giorgio una memoria cara di sè: egli l'avrebbe maledetta, l'avrebbe ricordata con orrore, si sarebbe fatto cupo ogni qualvolta avesse udito pronunciare il suo nome: eppure Maria era tanto e ancora e così supremamente madre, da tremare che Lalla in avvenire potesse mai scoprirsi con Giorgio, forse vinta, forse tradita da un impeto di dolore o di rimorso o di amore.
Il male, intanto, cresceva rapidamente; ma la febbre che la teneva in vita, la rendeva più colorita e più bella. Certo, ogni volta ch'ella incontrava Giorgio e leggeva il disprezzo ne' suoi occhi, era per la poveretta un urto violento che la spingeva più presto verso la fine; certo, notando come Giorgio cercava di allontanare Lalla da lei, e notando come diventava pallido e cupo quando vedeva sua moglie--il suo amore, la sua donnina cara, idolatrata--a darle un bacio od a farle una carezza, quasi temendo ne dovesse rimanere offeso l'ingenuo candore, certo Maria sentiva allora che quel suo amato era lui, lui stesso che la uccideva!... Era uno stato di cose che non poteva durare; era troppo penoso; e tutti e tre, ma per vie diverse, e non sapendo nulla l'uno dell'altro, pensavano ad un modo qualunque di poterne uscire.
Un giorno, Prospero Anatolio fece la proposta di andare a Palermo tutti insieme: Maria, Lalla, Giorgio e la Giulia. Egli vi si doveva recar con sua moglie, per l'eredità dello zio, che vi avevano da raccogliere, ed era una bella occasione per visitare la Sicilia. Un viaggetto di un paio di mesi in quella stagione e colla Giulia in compagnia, sarebbe stato piacevolissimo!