Mater dolorosa

Chapter 29

Chapter 293,858 wordsPublic domain

Il portiere, richiesto, vista l'eleganza del visitatore, rispose che la padrona era in casa, che riceveva, e sonato il campanello lo accompagnò fino ai piedi dello scalone. Sull'uscio dell'anticamera c'era un servitore che fece entrare il Frascolini nella prima sala; poi gli domandò il suo nome e andò ad annunziarlo. Tornò dopo averlo fatto aspettare abbastanza perchè Sandro, consumata tutta la sua provvista di coraggio, pentito, pauroso dell'atto temerario, al quale non sapea più nemmen lui come avesse potuto risolversi, desiderasse che Lalla non lo ricevesse per poter scappar via. Invece il servitore lo pregò di seguirlo; ma non lo accompagnò nel salottino della contessa, e Sandro, molto maravigliato, si trovò inaspettatamente nello studio del signor conte e proprio a faccia a faccia con lui, il tentennante, il _rosso di ieri_!...

Il Della Valle lo salutò appena, con un cenno del capo, e senza farlo sedere, tenendolo in piedi vicino all'uscio, domandò che cosa il cavalier Frascolini desiderava da sua moglie.

L'egregio uomo, direttore dell'_Omnibus_, in questa circostanza non trovò più una gocciola di spirito e nemmeno un granellino di pepe; ma si turbò, si perdette d'animo, ed in preda ad una gran confusione balbettò coll'aria di chi sa di doversi discolpare,--ch'egli si era recato dalla signora contessa, desiderando solo di presentarle i suoi omaggi.--Allora Giorgio, fissandolo bene, gli rispose di essere incaricato, appunto dalla signora contessa, di dispensarlo da ogni obbligo: e detto ciò non aggiunse una parola di più, nè rispose agli umili inchini del Frascolini che nell'andar via sbagliava gli usci, non trovava la scala, maledicendo il momento che avea messo i piedi in quella casa.

Ma trovatosi all'aria aperta gli ritornò subito il coraggio e la cattiveria, e col bruciore addosso della brutta figura che aveva fatta si arrovellò contro Lalla e contro Giorgio aggiungendo a tutto ciò che avea sofferto anche la vergogna di quell'ultima umiliazione.

Però, quando rivide la Nena, non le riferì il cattivo esito della sua visita: era stato uno smacco troppo forte. Invece ebbe reticenze, misteri, i quali lasciavano sospettare chissà cosa alla povera grulla, che temeva sempre le sfuggisse l'amante, e si sforzava non più per difendere la padrona, ma per convincere Sandro che la signora contessa avea tutt'altri in mente che lui. Gli riferì, allora, come la sua padrona si era incontrata a Torino col marchese di Vharè, e a mano a mano gli contò tutto ciò che le venne fatto di scoprire, non sospettando mai che quel suo spionaggio potesse recar danno alla contessa; ma sperando solo di strappar via dal cuore del proprio innamorato ogni ricordo, ogni cara memoria.

Il Frascolini, più furbo della Nena, sapeva giocarla benissimo su questo tasto. Dopo ch'egli ebbe scoperto il suo anello in dito al bel marchese,--quell'anello che gli era costato tanti sacrifici e tanti dispiaceri,--risoluto di vendicarsi e trovato il modo di farlo, per metterlo in esecuzione lasciò capire alla ragazza che s'egli non aveva prove più convincenti non avrebbe mai potuto credere che la contessa Della Valle potesse incapricciarsi di un tristo soggetto dello stampo del Vharè; ma che lei, la Nena, voleva ingannarlo pe' suoi fini; e dopo di essere arrivato ad una tale conclusione taceva, pareva distratto e sospirava.

La Nena che, oltre a tutto il resto, si sentiva accusare di falsità, si pose all'opera con maggiore impegno e si tenne sempre vigilante, spiando la sua padrona quando usciva, quando restava in casa, e tenendo d'occhio chi andava e chi veniva. Appena il portiere sonava, annunziando una visita, la Nena cacciava il capo fuori della _galleria_ per vedere chi attraversava la corte, finchè, venuta la volta del Vharè, essa, passando per l'uscio segreto che dava adito alla stanza vicina al salottino, potè udire tutto ciò che dicevano il signor marchese e la signora contessa. Ne sentì abbastanza, più di quanto avrebbe creduto, e la sera, trovandosi come di solito, nei viali deserti dei _Giardini pubblici_ col Frascolini, gli riferì ogni cosa, pur di convincerlo che se voleva ancora sospirare per la sua padrona, era fiato sprecato.

Sandro l'ascoltò attentamente, fermandosi su due piedi, per paura di perdere una sillaba; e lì, sotto quelle piante che rendevano più ingombra la luce cupa della sera, anche il suo occhio di vetro pareva animato da una gioia selvaggia.

--Per la Madonna!--ghignò concitato quando la Nena ebbe finito di parlare.--Adesso non mi scappano più! No!... ci sono caduti nella rete, ci sono caduti!

--Gesù mio! Che cosa dici?... che cosa intendi di fare?...--esclamò la Nena spaventata.

--Ciò che voglio fare non ti riguarda.

--Ma la mia padrona?

--Non ci devi pensare.

--No, no. Sandro, non voglio; non voglio che tu le faccia del male. T'ho contato tutto, perchè ero gelosa, ecco, non per altro.

--Oh, non l'amo, no. Sta tranquilla che non l'amo e ne avrai presto la prova.

La Nena, sbigottita, cominciava adesso ad aprire gli occhi e per la prima volta si fermava nella sua corsa vertiginosa per riflettere, per misurare tutte le conseguenze di quell'atto infame, commesso da lei durante uno stordimento che l'avea spinta, trascinata giù giù, in fondo all'abisso, senza ch'ella nemmeno se ne fosse accorta. Allora, colle punture del rimorso nel suo cuore sconvolto dall'amore, ma non ancora pervertito, tornò a ridestarsi tutto l'affetto per la duchessina, la gratitudine per tutto ciò che le doveva; e pregò, supplicò Sandro di acquietarsi, di perdonare alla signora contessa, di promettere, di giurare che non le avrebbe fatto del male. Ma Sandro, le mani in tasca, il capo basso, il cappello calato sul naso, invece di lasciarsi commuovere e di rispondere, si era messo a fischiare la _Marsigliese_; e la durò così, ingrugnito, quanto fu lunga la passeggiata, finchè venuto il momento di tornare a casa, tentò di cavarsela salutando in fretta e filando via. Ma la Nena gli corse dietro e non lo lasciò, e Sandro dovette promettere che l'indomani si sarebbe trovato in ufficio a mezzogiorno per aspettarla e che, frattanto, non avrebbe tentato nulla contro nessuno.

La poveretta arrivò a casa più morta che viva: era sbalordita, tremante, coll'angoscia paurosa di chi ha commesso un delitto. Quella sera, per giunta, la signora contessa fu con lei ancora più buona del solito; e quando ebbe finito di svestirla, le regalò una cappotta, sulla quale Lalla sapeva che la sua cameriera teneva l'occhio da un pezzo. La Nena si sentì stringere la gola nel ringraziarla, e quella veste le pesò sull'anima come fosse di piombo.

Entrò nella sua camera barcollante, si cacciò presto nel letto e avrebbe voluto addormentarsi per non isvegliarsi più. Ma il sonno, invece, non voleva venire; smaniava, dava le volte pel letto, aveva paura e si sentiva i brividi della febbre. Passò così buona parte della notte finchè, colla stanchezza, riebbe un po' di calma.--Sandro, pensava, non doveva essere affatto senza cuore e lei lo avrebbe tanto pregato, che avrebbe finito col cedere. Al primo colpo, si sa, era rimasto ferito nel vivo e non aveva voluto piegarsi, ma l'indomani, certo, sarebbe stato più buono. Non era un birbante, non era una canaglia. Alla fine egli aveva molti obblighi con lei, obblighi sacrosanti. Ebbene, ella dimenticherebbe tutto, non gli domanderebbe nemmeno più che la sposasse, a patto, per altro, che abbandonasse ogni cattivo pensiero contro la padrona. Ma e... e se invece tenesse duro?... Se fosse così... così cane, da non piegarsi a nessun costo?... Ebbene, allora lei sarebbe tornata a casa e avrebbe confessato tutto alla signora contessa... Sì, sì. La signora contessa dovea essere salva e lei l'avrebbe salvata. Alla fine poi, mentre la signora contessa e il signor marchese fissavano il loro convegno, non li avea uditi che lei sola, e al caso, in un caso disperato, avrebbe anche giurato e spergiurato di aver riferito il falso al Frascolini.

Così confortata, potè addormentarsi; ma la sua quiete durò poco. Si svegliò quasi subito, sussultando, in preda a nuove angosce. Nel sogno le era apparsa la faccia del Frascolini che la fissava con un ghigno beffardo, feroce, e quella faccia s'ingrandiva a mano a mano che le si avvicinava, e appariva mostruosa, mentre di sotto alla benda nera gli colava, lungo la guancia, una riga di sangue. Ma la Nena non poteva liberarsene; ormai le era addosso, la toccava e nello stesso tempo che la vedeva chiara dinanzi, la sentiva sul petto greve, opprimente. Si svegliò che credeva di soffocare; spalancò gli occhi; eccola ancora, quella grinta, in mezzo al buio della cameretta!.... Accese il lume impaurita, si provò a pregare; no, no, non poteva; aveva la mente troppo sviata, troppo sconvolta. Si alzò che albeggiava. Il primo oggetto che si presentò al suo sguardo fu la cappotta regalatale dalla padrona. Allora la prese con tutt'e due le mani, la baciò quasi devotamente, e riandando col pensiero le memorie più lontane della sua infanzia, rammentava tutti i benefici ch'ella aveva ricevuti in quella casa; l'assistenza, i soccorsi prodigati a sua madre, al babbo suo, e quel comando di Lalla di non ritornare a _discorrere mai più col Frascolini_.... Lei l'aveva disubbidita; aveva incontrato Sandro, di nuovo si era messa a parlare con lui... Egli le disse che le voleva sempre bene... la condusse lassù, in quel camerone buio, lungo, basso come una prigione, pieno zeppo di ruote, di cavalletti, di macchine che giravano, pestavano, fischiavano, mentre uomini sudici, col ceffo annerito e con certi occhiacci che la divoravano viva, sembravano in tutto quel fracasso d'inferno altrettante anime dannate; poi... poi, senza saper come, da un momento all'altro, si trovò in una stanzetta linda, silenziosa...

Per la prima volta sentiva adesso, adesso soltanto, tutto l'orrore della propria colpa, come un ubriaco che, risvegliandosi dopo un lungo sonno, a poco a poco si ricorda di aver commesso un delitto. A questo strazio non potè reggere, cadde bocconi sul letto e mentre le pareva di sentirsi nell'anima la maledizione de' suoi due vecchi, balbettava singhiozzando:--Vergine Santa! Vergine Santa! Che cosa ho mai fatto!

Più tardi, quando ebbe vestita la sua padrona, prima del mezzodì, e colla scusa di dover andare dal merciaio, corse dal Frascolini. Ma il Frascolini non c'era, nè giù all'ufficio, nè su, in casa, e nemmeno in stamperia.

La Nena si sentì una stretta al cuore: Sandro non le aveva mantenuta la promessa. Ne domandò a un monello in camiciotto, con due occhietti neri, maliziosi, luccicanti in una faccia scialba e sudicia, la pipa in bocca e un berretto in testa, fatto con un giornale. Il monello sbirciò la bella ragazza, strizzando l'occhio, tale quale come se fosse stato un uomo di vent'anni, poi levandosi la pipa, sputando e asciugandosi lentamente le labbra colla manica del camiciotto, rispose:

--È il direttore che cerca? Il direttore è andato a... e movendo la --mano aperta, distesa, all'un de' fianchi, il monello fece quell'atto --che spiegava come Sandro fosse andato a mangiare.

--Tarderà molto a venire?

--Secondo l'appetito. Intanto può aspettare in ufficio.

--No, grazie.

--Come vuole.--E il monello, continuando a sbilucciarla, sputacchiò un'altra volta per darsi importanza, poi, fischiettando con un certo fare da menimpipo, infilò l'uscio della stamperia e scomparve.

La Nena era inquieta e sgomenta: aspettò sulla porta una mezz'ora buona, salì di nuovo, nemmeno il _proto_ sapeva indicarle dove si potesse trovare il signor direttore. Al caffè avevano mandato a cercarlo, ma non c'era; non andava più lì, di fisso, a far colazione.

La poveretta era sulle spine e ogni minuto che passava pareva le portasse via un tanto di fiato e di vita. Finalmente, quando già cominciava a disperarsi, vide Sandro scantonare e avvicinarsi verso casa.

--È un'ora che ti aspetto,--gli gridò la Nena appena fu dentro e si trovò sola con lui...

--Se non volevi aspettarmi potevi andartene.

La Nena guardò attentamente il Frascolini: era più rosso del solito, aveva la cravatta sciolta, ansava... doveva aver bevuto molto a colazione.

--Sai che cosa mi avevi promesso, ieri sera?...

L'altro si strinse nelle spalle, schivando che il suo occhio s'incontrasse negli occhi penetranti della ragazza--Ho da fare, oggi,--le disse alla fine, tanto per liberarsene.

--Me ne vado via subito; soltanto voglio prima che tu mi prometta ciò che non hai voluto promettermi ieri sera.

--Impossibile--rispose Sandro, strappandosi del tutto la cravatta, perchè soffocava.

La Nena non si perdette d'animo e con quell'eloquenza che prorompe dal cuore, tornò a scongiurarlo di perdonare alla Signora contessa e di non farle del male. Gli disse che a questo solo patto ella sarebbe stata la sua serva, la sua schiava, che egli non avrebbe più udito dalla sua bocca nè un rimprovero, nè un lamento e che non gli avrebbe più rinfacciato la pace, l'onore perduto. Gli ricordò la devozione, la gratitudine che il padre di lui, il vecchio Frascolini, aveva sempre serbata viva nell'anima per la signora duchessa, quella santa donna che sarebbe morta d'affanno, se qualche disgrazia fosse toccata alla sua figliuola; e siccome Sandro si era messo a fissarla come intontito, la Nena lo credette commosso, gli gettò le braccia al collo e continuò a pregarlo, a supplicarlo, coprendolo di carezze, di baci, di lacrime finchè, vedendo che l'altro durava a star zitto, esclamò:--Dunque, di' su, rispondi; mi fai questa grazia?... Posso viver tranquilla, vero?... Posso viver tranquilla?

--Levati, via!... Mi secchi, mi fai caldo, così a ridosso,--esclamò il Frascolini; poi con una certa precipitazione, come se volesse liberarsi d'un gran peso,--dopo tutto,--concluse--è tempo perso per me e per te. Tornare indietro adesso non si può; quel ch'è fatto, è fatto.

La Nena diede un urlo e il Frascolini fu scosso dall'espressione strana di sgomento, di dolore, d'ira, che apparve su quel volto contratto. Allora, per vincere l'inquietudine da cui si sentiva dominato, si pose a gridare, a urlare a sua volta, col braccio teso, col pugno chiuso; pareva volesse percuotere un'immagine odiata ch'egli si vedeva ritta dinanzi.

--M'hanno scacciato come un cane, nome d'un Dio!... Come un ladro! Tu non lo sapevi questo, vero?... Fu lei, che ha fatto crepare mio padre di dolore; fu lei, che mi ha avvelenata la vita, che mi ha guastato il sangue, che mi ha strappato il cuore!... La cercavo io?... No. Ero tranquillo, ero felice, ero onesto. Sì; onesto. È stata lei a rovinarmi, a perdermi, a filtrarmi fuoco e tossico nell'aria che respiravo. Sì!... Mi sono vendicato. Sì!... E per questo? Vita per vita!... Pace per pace!... Onore per onore!... Alla gogna!--Alla lanterna gli aristocratici, alla lanterna; nome d'un Dio!

La Nena pallida, fremente, cogli occhi torvi, gli afferrò il braccio che teneva disteso, e stringendolo e strappandolo con una forza nervosa, strana:--Rispondi--balbettò, palpitante.--Rispondi, assassino; che cos'hai fatto?

Sandro era in preda ad una commozione, ad una eccitazione indescrivibile. I fumi del vino che gli annebbiavano il cervello, l'ira, l'odio che aveva nell'anima, i ricordi degli oltraggi e del suo amore offeso, tutto ciò non riusciva, in quel momento, a soffocare il rimorso! Egli giurava a sè stesso, alla Nena, a Dio, ai Santi che aveva avuto ragione di vendicarsi come si era vendicato, che nemmeno il Padre Eterno avrebbe avuto più pazienza di lui, che altrimenti sarebbe stato uno stupido, un vigliacco: ma non osava di guardare la Nena, e quanto più alzava la voce e smaniava, tanto meno riusciva a nascondere, a soffocare quell'altra voce che gli usciva più forte dalla coscienza.

--Assassino! Assassino!... Che cos'hai fatto?!--continuava a ripetere la Nena, con voce rotta, convulsa, così dappresso ch'egli si sentiva bruciare la faccia da quell'alito caldo.--A me, sai, non si può darla ad intendere. A me non puoi venire a dirle le tue menzogne. Non puoi parlare di giustizia, di diritto con me!... Che giustizia è la tua di vendicarti su chi, anche, ti avesse fatto del male?... Mi vendico io di te?... E me n'hai fatto del male!... Oh! se me n'hai fatto!... Ero venuta a cercarti io?... Ti avevo strappato il cuore, attossicata l'aria? No. E dunque, vita per vita, pace per pace, onore per onore, non t'eri forse pagato abbastanza con me, assassino?

Sandro, così come gli appariva allora, non aveva mai veduta la Nena... Non era più la fanciulla innamorata sommessa che gli stava dinanzi; era un'altra donna. Al Frascolini pareva che in lei si fosse incarnato il proprio rimorso. Lo sdegno di quella donna era più vero e più giusto del suo; essa lo confondeva, lo schiacciava, e Sandro ne ebbe paura. Allora, senza neppur sapere ciò che facesse o dicesse, a strappi, confessando prima e poi contraddicendosi e negando, accusando gli altri e difendendo se stesso, cercando scuse e pretesti, cominciando col mentire e terminando coll'essere sincero, contò alla Nena, con ogni più minuto particolare, l'infame vigliaccheria che aveva commessa; e quando ebbe finito, senti come un grande sollievo a non aver lui, lui solo, sulla coscienza, il peso enorme di quell'odioso segreto.

La Nena lo ascoltò, ascoltò tutto, pallida, tremante, senza mai dire una parola; poi, uscì ratta dalla camera, fece le scale a precipizio e correndo, senza badare ai curiosi che si voltavano a guardarla, corse subito a casa per cercare della signora contessa, per avvisarla di tutto, per impedire ch'ella andasse dal Vharè, per salvarla. Alle due, mancavano più di tre quarti d'ora. Oh, sarebbe arrivata ancora in tempo!... La Vergine benedetta le avrebbe fatta questa grazia, questo miracolo!...

Arrivata a casa, fece le scale di corsa, entrò nell'appartamento, ma non trovò la signora, in nessun luogo. Era uscita per andare alla messa, poi non era più tornata...--Certo,--le dissero le altre donne, che la Nena aveva interrogate,--certo, doveva essere da sua madre.--La Nena, tornò da capo a uscire, a correre con un orgasmo, che parea le mettesse le ali ai piedi. Arrivò al palazzo d'Eleda stanca, sfinita, anelante, fuori di sè, come una matta:--Dio, Dio!... Si faceva tardi: forse non era più in tempo, forse la sua padrona era perduta...

--La signora contessa è qui?... è di sopra?--domandò al portiere, senza pensare che mostrandosi tanto inquieta avrebbe finito col destare sospetti.

--Sì; almeno lo credo. Per essere venuta è venuta di certo, mezz'ora fa. Se per altro non è tornata via mentre io sono stato fuori per la signora Luigia.

--Mi faccia il favore di domandare subito a Lorenzo se la mia padrona c'è ancora.

--E se c'è, devo farle dire qualche cosa?

Il portiere era stato messo in grande curiosità dall'agitazione della signora Nena.

--No... no. Mi basta di sapere se c'è; nient'altro che questo; ma per carità... faccia presto!... faccia presto!

Se la sua padrona era lì, pensava intanto la Nena fra sè, lei l'avrebbe aspettata in portineria, e quando fosse per uscire, le avrebbe tenuto dietro e l'avrebbe avvertita di ogni cosa.

--Signora Nena! Signora Nena!--il portiere la chiamava, da una finestra del primo piano.

La Nena passò subito nella corte e--c'è?!--gli domandò prima di salire, con un'incertezza angosciosa.

--Venga di sopra, subito!--e il portiere, così dicendo, abbassò il capo.--La povera donna credette, in quel modo, che l'altro avesse inteso di rispondere affermativamente.

--Ah, benedetto Dio!... era ancora arrivata a tempo!--E consolata, raggiante, non pensando nemmeno che per salvare la sua padrona avrebbe dovuto cominciare coll'accusar sè stessa, fece le scale d'un salto.

--Dov'è?--chiese ansando al portiere, che l'aspettava in anticamera.

--La signora contessa è uscita adess'adesso. È la mia padrona che le vuol parlare.--La Nena perdeva la testa, ma non ebbe tempo di muoversi, se non basta di fuggire, che già la duchessa, in persona, era comparsa sull'uscio. Il portiere, mentre cercava Lorenzo, aveva incontrato la duchessa Maria, e richiesto da lei le aveva detto che era salito perchè la Nena voleva sapere se c'era ancora la sua padrona, e aggiunse che gli era sembrata inquieta, sconvolta. Udendo ciò. Maria volle veder subito la Nena pel timore che fosse accaduta qualche disgrazia.

--Che cos'è successo?... Che cosa vuoi dalla tua padrona?

--Nulla... volevo... Non è successo nulla, signora duchessa; stia certa... Nulla... volevo...--Ma la Nena commossa, confusa, non sapeva dire una parola, si confondeva, tremava, balbettava tanto che Maria, vedendo tutto quel turbamento, mandò via il portiere e condotta la Nena nella stanza attigua, le domandò vivamente, imperiosamente:--Che cosa è accaduto?... Parla: di su; non m'inganni. Che cosa è accaduto?

--Nulla... Nulla...--e alla Nena le girava intorno tutta la stanza, le si piegavano le ginocchia, le pareva di soffocare, di morire.

Maria indovinò, lesse su quella faccia alterata, stravolta, che Lalla doveva correre qualche pericolo: e--Sono sua madre, intendi? Sono sua madre!...--gridò alla Nena scotendola.--Rispondi, subito: che cosa è successo?

--Nulla!...

--No. Devi dire la verità. Voglio sapere la verità.

--Ebbene...

--Ebbene?... Parla!... Ma parla, disgraziata!... Vuoi farmi morire?

La Nena, non potè resistere a quest'ultimo urto; non potè lottare, e coll'abbandono disperato del naufrago che non ha più lena di opporsi contro l'onda che lo percuote, che lo trascina, cadde ai piedi di Maria e singhiozzando le svelò ogni cosa.

Maria, nello stesso tempo che a quelle parole si sentiva stringere il cuore come in una morsa, trovò pure tanto coraggio, tanta energia, quanta non ne aveva avuta mai. Vide, capì soltanto, che sua figlia era in pericolo, e non pensò più che a salvarla. Si fece ripetere dalla Nena tutto ciò che aveva saputo dal Frascolini, poi le ordinò di ritornare a casa e di mostrarsi con tutti tranquilla e indifferente. Si sarebbe abbandonata più tardi alle lacrime ed ai rimorsi, quando la sua padrona fosse stata al sicuro. Per quella madre, Sandro, il Vharè, la Nena erano tutti colpevoli, odiosamente colpevoli, ma sua figlia no, o, almeno, non pensava alla sua parte di colpa; sua figlia non la vedeva altro che in pericolo. Corse nella sua camera, si buttò addosso una mantelletta nera, un velo fitto sugli occhi, e si avviò verso la casa del Vharè. A che fare?... Non lo sapeva nemmeno; ma se non avesse potuto salvare sua figlia l'avrebbe difesa, l'avrebbe protetta, se la sarebbe portata via: era sua, non era di nessun altro. Lalla, sua figlia; era sua.

Maria aveva saputo dove il Vharè stava di casa, poco tempo prima, quando successe lo scambio dei biglietti di visita fra il marchese Giacomo e il duca Prospero, per la morte dello zio.

Risoluta, con passo fermo, sicuro, non sentendosi più nemmeno ammalata, arrivò alla casa del Vharè. Appena dentro alla porta, in fondo alla scala, c'era di guardia il vecchio servitore di Giacomo.

--Da che parte si va dal vostro padrone?

--Non è in casa--rispose l'altro, un po' turbato.

--E in casa, è in casa. Accompagnatemi dal vostro padrone, subito. Andate, presto!... Andate avanti; dov'è?

Il vecchio, a quelle parole e a tanta fermezza, non ebbe il coraggio di opporsi e non sapeva che fare. Ad ogni modo, pensò che doveva avvertire il suo padrone di quanto accadeva; corse su per le scale, aprì l'uscio in fretta, ma in quel punto Maria, che lo aveva seguito, con una spinta lo allontanò dalla porta ed entrò con impeto, mentre l'altro gridava per dare l'allarme:--Padrone! signor padrone!

Il Vharè si presentò subito a Maria, ma questa non ebbe il tempo di dirgli nulla: sentì un grido che le schiantò il cuore.

Era stato il grido di Lalla, che aveva riconosciuta sua madre.

--Vieni!... Vieni via! Forse siamo ancora a tempo. _Gli_ hanno scritto una lettera anonima. Vieni via!