Mater dolorosa

Chapter 28

Chapter 283,807 wordsPublic domain

Andreina presentò l'uno all'altro: entrambi si salutarono appena, con un cenno del capo, senza stringersi la mano. Il Vharè non badò nemmeno al cavalier Frascolini, ma Sandro squadrava Giacomo da capo a' piedi: c'era assai più che la gelosia, c'era ferocia in quel suo occhio torvo iniettato di sangue, e ci fu un momento nel quale sfavillò con una fiamma sinistra. Il Frascolini avea veduto in dito al Vharè l'anello ch'egli aveva regalato alla duchessina: la turchina colle rose d'Olanda. A quella vista, mille pensieri, mille ricordi gli si affollarono tumultuosi nella mente, e dinanzi all'odio che gli prorompeva dall'anima, ogni altro odio rimaneva muto, e lo stesso Vharè, il suo rivale, scompariva nel cocente desiderio di vendicarsi della duchessina e di farla finita, magari con un delitto. Egli salutò appena la Desirée, troppo commossa per poter notare il suo turbamento, non salutò affatto il marchese che, ritto in piedi, appoggiato alla parete e, mezzo nascosto da una sottana rossa e da un _bournous_ grigio che vi erano appesi, non lo guardò neppure, ed uscì all'aperto dove si sfogò bestemmiando contro Lalla chiamandola una Faustina, una Brunechilde, una Mirofleda, la peggiore, insomma delle eroine baldracche della razza maledetta dai figli di Gioele... il _brenn_ della tribù di Karnak.

Rimasta sola con Giacomo, Andreina chiamò l'Assunta raccomandandole di star bene attenta per avvisarla quando «_toccava a lei_»; e lasciato che si chiudesse, come per caso, l'uscio del camerino dietro alla donna che usciva, gettò le braccia al collo del Vharè, stringendolo fortemente e lungamente.

Intanto la comparsa inaspettata del marchese di Vharè avea prodotto sul palcoscenico un bolli bolli straordinario. I signori della _Direzione_, ch'erano innamorati in blocco della Soleil, per godersela da soli, almeno durante la recita, avevano proibito severamente l'accesso sulla scena a chi non apparteneva allo spettacolo, facendo solo una forzata eccezione per «i maledetti» giornalisti.

Quei tre o quattro vecchiotti, fra un atto e l'altro, volevano mangiarsi tutti la _diva_, almeno cogli occhi, a pezzetti e a bocconcini: beati di poterle baciar la mano, di stringerle il braccio, di toccarle i fianchi, beati, gongolanti, quando potevano sorprenderla un po' in disordine d'abbigliamento e non si movevano mai dal palcoscenico, tenendola d'occhio con gelosia sospettosa. In quella sera dunque, appena uno di costoro ebbe visto un intruso (e nientemeno che il Vharè!) nel camerino della Soleil, corse a dare l'allarme al _Presidente_. Il _Presidente_, montò su tutte le furie, come un Turco alla vista del proprio harem violato da un infedele; chiamò d'urgenza gli altri membri della _Direzione_, e tutti insieme, in un cantuccio del palcoscenico, si accusarono, l'un l'altro, di poca energia, di poca fermezza nel far eseguire gli ordini impartiti; ma poi tutte le ire si rovesciarono sul capo innocente del _portiere_, al quale intimarono lo sfratto, se il caso si fosse ripetuto. La sera dopo, il Vharè si vide chiudere sul naso la porta del palcoscenico; ma non si turbò: fece subito chiamare l'Assunta perchè avvertisse la padrona, e Andreina, in tale circostanza, si mostrò la figlia... di sua madre. Non si degnò nemmeno di venire a patti coi signori della _Direzione_, i quali si erano chiusi nel loro _palchetto_ riservato, aspettando la fine della burrasca. Invece, mandò a chiamare l'impresario e gliene disse tante da stordirlo, strapazzandolo come un cane, protestando che nel suo camerino volea essere padrona di ricevere chi le accomodava; gridando che quelle _scenate_ succedevano solamente in provincia e che, alla fin dei fini, il Vharè era il suo amante ed era padrone, padronissimo di andare da lei quando e quanto voleva. Il _Presidente_, o la Soleil non cantava, dovette togliere il _veto_; ma da quella sera memorabile i signori della _Direzione_ mutarono affatto di contegno verso Andreina. Non le fecero più la corte, non andarono più in estasi, non si precipitarono più nel suo camerino per adorarla. Si sparpagliavano invece nel teatro, dove facevano notare agli abbonati che la _diva_ era giù di voce e non mettevano più come prima tutte le mani, con mirabile accordo, sul fuoco, assicurando che il conte Pier Luigi da Castiglione non le aveva nemmeno toccato un dito. Invece si lasciavano fuggire certi mah!... certi uhm!... certi sorrisi maliziosi, che esprimevano tutto il contrario. Poi, ultima vendetta, sospesero, per economia, lo splendido e ricchissimo nastro col _sole_ trapunto all'un dei capi, ch'era stato ordinato apposta per la sua serata, e non le fecero presentare dal servo di scena, altro che un mediocre mazzo di fiori, con un nastruccio scozzese, vecchio e stinto.

Soltanto il _Presidente_, in fondo al cuore, rimaneva fedele agli incanti della _diva_: in fondo al cuore, chè non si arrischiava di contrariare, di mettersi in opposizione, co' suoi colleghi. Se però gli altri non lo vedevano, egli, per far piacere ad Andreina, era amabilissimo anche col Vharè; e quando il camerino della Soleil rimaneva aperto, la adocchiava dalle quinte in faccia, coll'aria di uno studentello innamorato, tenendosi, per paura di compromettersi, mezzo nascosto dietro il pompiere. Tutte le volte che Andreina attraversava le quinte, se lo trovava sempre fra i piedi, rosso e timido. Con la _diva_, si arrischiava appena di sospirare, ma tutti i suoi dispiaceri li confidava all'Assunta, che il buon vecchietto si stringeva al cuore, paternamente, e regalava di zuccherini, contentandosi, così, di poter abbracciare almeno la cameriera... dell'oggetto amato.

Questi pettegolezzi, che correvano per Borghignano, arrivarono ben presto, come si può credere, all'orecchio della contessa Della Valle, la quale avea dovuto rinunciare improvvisamente al teatro per la morte di un prozio materno, che dimorava in Sicilia. Dapprima essa ne fu punta nell'amor proprio, e al Vharè, che cercava scusarsi, fece qualche scenettina assai vivace; ma poi si rassegnò, si abituò, si consolò quasi delle infedeltà del bel marchese.

E questa sua freddezza non era punto studiata. Non era una delle solite simulazioni; la sentiva proprio spontanea nell'anima e cresceva ogni giorno. Quando venne a sapere che, terminata la stagione d'opera, la Soleil si sarebbe ancor fermata fino ai primi di maggio a Borghignano, d'onde poi sarebbe partita per Genova e quindi per l'America, Lalla non se ne curò, non ne parlò nemmeno col Vharè. Certo gliene avrebbe parlato per avere una scusa di romperla con lui, se un pacchetto di lettere, con un nastrino azzurro, e ch'ella sapeva ben custodito in una scrivania del marchese, non l'avesse tenuta molto inquieta e in dubbio sul da farsi. Sì, la duchessina Lalla avrebbe voluto veder la fine di quell'intrighetto che da un momento all'altro era diventato seccante; del quale adesso sentiva vivo il rimorso, tanto che avrebbe fatto qualunque sacrificio pur di tornare indietro, ai bei giorni nei quali si sentiva la coscienza netta, com'era prima del loro incontro di Torino.

Ma Lalla confondeva col rimorso il disinganno e la noia. Adesso non era più ambiziosa del Vharè, anzi evitava tutte le occasioni di farsi vedere insieme, perchè ne sentiva quasi vergogna. L'opinione pubblica di Borghignano lo aveva bello e spacciato. Lo sfuggivano tutti, lo guardavano d'alto in basso, e al _club_ cercavano un pretesto per mandarlo via. La generalessa e la Bertù gli avevano tolto il saluto; il Toscolano riferiva che il Vharè andava tutti i giorni a desinare a scrocco dalla Soleil; i due Lastafarda, quantunque gli facessero il bello sul muso, perchè avevano paura di buscarsi una sciabolata, ne dicevano di cotte e di crude sul suo conto. Fra le altre, il Lastafarda _juniore_ contava questa: suo fratello aveva dato mille lire al Vharè sulla parola, e non gli era stato più possibile di riaverle. Ma chi addirittura montava in bestia, solo a sentirne parlare, era Gianni Rebaldi, il quale era lì lì per ottenere un po' di danaro in prestito da un usuraio, una perla del genere; ma l'usuraio, vantando un credito sul Vharè, aspettava che questi lo pagasse per avere la sommetta occorrente allo sconto della nuova cambiale. Il Rebaldi, gliene diceva contro di tutti i colori, rimproverando al Vharè di vivere alle spalle delle amanti, di far debiti e di non pagarli. Quando poi venne a sapere che l'usuraio, non potendo incassare i denari, si era accontentato, d'accordo con altri creditori, di porre il sequestro sui mobili del marchese, rinunciando per conseguenza a concludere l'affare con lui, egli si credette derubato dal Vharè, e avrebbe voluto, nientemeno, che lo cacciassero in prigione.

Lalla, quando udiva parlare di queste cose, si sentiva venire i brividi.--Ah, se non ci fossero state quelle lettere!...--Ma, certe volte, anche il profumato pacchetto, legato col nastrino azzurro, essa lo vedeva messo sotto sequestro, e ciò la spingeva a pazientare, a dissimulare finchè le fosse capitata l'occasione di fare un'ultima visita nelle camerette di Giacomo e allora... allora trovare il modo e il momento di portarsi via le sue lettere.

Dio, Dio, che felicità!...

Una volta si era arrischiata di ridomandarle; ma Giacomo le aveva risposto, sospirando, ch'essa non le avrebbe riavute altro che dopo la sua morte. Giacomo in vero, non ci teneva gran che, e aveva risposto così per abitudine, per dire una delle sue solite galanterie alla Byron e ben lontano dal sospettare quante inquietudini e quanti sgomenti metteva in cuore, con tali parole, alla dolce amica.

Oh, come la duchessina, adesso, avrebbe obbedito volentieri alla sua mamma, che le continuava a ripetere e a predicare,--che non le piaceva punto di vederle quell'uomo sempre vicino!... Che era una cosa sconveniente per ogni verso e che sarebbe stata la fonte di nuovi e gravi dispiaceri.--A Borghignano i _vigili_ della morale, distratti dai debiti del Vharè, dal gran successo della Soleil e dell'amore accanito del conte Pier Luigi per la bella _diva_, ormai non si occupavano più che tanto della contessa Della Valle, la quale per di più, essendo in lutto, si lasciava vedere pochissimo. Quel suo capriccetto sentimentale per il bel marchese, era una cosa alla quale si credeva e non si credeva, ma che ormai aveva fatto il suo tempo: _parce sepulto_; non se ne parlava più; Maria sola, non mutava; il suo affetto era sempre vigilante, il suo pensiero fisso ad un punto e ogni volta che incontrava il Vharè dalla sua figliuola, mostrava a Giacomo la sua freddezza e non nascondeva a Lalla il suo malcontento. Sulle prime Lalla s'inquietava un po' e un po' si scusava; ma un giorno che sua madre tornò a rimproverarle quell'amicizia, ella si mise a piangere e, gettandosi nelle braccia di Maria, la scongiurò d'indicarle il modo di potersene liberare, chè davvero la frequenza del Vharè le diveniva uggiosa e mortificante, dopo le chiacchiere che correvano in giro.

--Gliene parlerò io, sei contenta?--domandò Maria alla figliuola, dopo aver discusso un po' sul da farsi.

Lalla rispose che si metteva nelle sue mani e che avrebbe ubbidito in tutto.--Certo,--pensava intanto fra sè,--prima di guastarmi con Giacomo, bisogna che io riabbia le mie lettere; ma, ad ogni modo, non sarebbe male che la mamma gli parlasse un pochino lei, severamente. Ciò lo farà essere più guardingo, e potrà giovarmi per l'avvenire.

Giacomo di Vharè ci teneva molto, presentemente, a farsi vedere in casa Della Valle e in casa d'Eleda. Finchè egli era ricevuto in quelle due grandi famiglie, nessun altro poteva arrogarsi il diritto di fargli sgarbi e, contenti o no, bisognava tollerarlo. Questo era l'argomento più forte che consigliava al Vharè di tenersi ancora legato a Lalla e che lo aveva spinto a ritornare dai d'Eleda, dove la freddezza con la quale Maria lo trattava gli era compensata dalla cordialità più espansiva di Prospero Anatolio, al quale il Vharè era simpatico tanto quanta capiva che era antipatico a sua moglie. Il duca lo riceveva gentilmente, appunto perchè sua moglie cercava di allontanarlo, e ciò non per altro che per il gusto di contraddirla sempre in tutto. In quanto ai pericoli che poteva correre sua figlia per quell'amicizia, toccava a Giorgio a pensarci: egli non voleva incaricarsene. Pier Luigi stesso, che una volta aveva voluto dire la sua, non era stato allontanato da casa Della Valle?...--Oh, quella lezioncina gli bastava; serviva d'esempio.

Pochi giorni dopo che Lalla si era confidata colla mamma, Giacomo, senza punto sospettare ciò che gli doveva accadere, si presentò tranquillo e sereno in casa d'Eleda. Maria, che non dubitava, che non avrebbe mai dubitato, buona e santa com'era, di parlare coll'amante della propria figlia, e lo teneva solo come un importuno che avrebbe finito col comprometterla, lo accolse, questa volta, con straordinaria affabilità, indotta a mostrarsi gentile dalle tristi condizioni del Vharè, che nel suo cuore suscitavano una pietà viva e sincera. Cominciò col dirgli ch'egli saprebbe certo scusare le ubbie, i fantasmi che si crea una madre nelle sue continue inquietudini. Aggiunse che il mondo era così sospettoso, che la riputazione di una donna era tanto fragile da dover schivare ogni apparenza, anche la più lieve, la più insignificante; e per tutto ciò concluse pregandolo di volerle concedere un favore: diminuire la sua frequenza presso la contessa Della Valle!... In quei mesi il conte Giorgio era sempre lontano per il suo ufficio di deputato, e Lalla rimaneva sola, e perciò dava maggiore appiglio ai commenti malevoli. Giacomo, a tali parole, si sentì subito assai impacciato e tanto più che, oltre alla sorpresa e un po' alle inquietudini che destava in lui un simile discorso, la duchessa gli si rivelava ad un tratto, come non l'aveva mai veduta, nè immaginata. Non era più la signora fredda e un po' altezzosa; non era più la _Madonna di neve_ che gli parlava, ma dal cuore di Maria prorompeva un'eloquenza così calda e appassionata, così sincera e onesta che, commovendolo, mal suo grado lo turbava. E mentre Maria credeva solamente di toccargli il cuore, ogni sua parola gli penetrava invece tormentosa anche nella coscienza. Ad accrescere poi la sua confusione, come se tutto ciò non bastasse, in quel punto ch'egli stava per aprir bocca (o bene o male doveva pur rispondere qualche cosa), ecco capitare Giorgio inaspettatamente: Giorgio Della Valle, arrivato allor allora da Roma, e che apposta non si era fatto annunziare, desiderando e sperando fare--alla mamma--una gradita sorpresa.

Maria e il Vharè, com'è naturale, rimasero un po' confusi per quell'apparizione; e tanto più in quel momento. Il Vharè, tuttavia, fece presto a rimettersi, ed anzi, da uomo esperto, ne approfittò per levarsi d'imbroglio, correre da Lalla e concertarsi a proposito del sermoncino che gli aveva fatto la duchessa e che credeva, in buona fede, dovesse recare molta meraviglia anche all'amica. Invece, il conte Della Valle, il quale sperava una ben diversa accoglienza, non riusciva a spiegarsi tanta confusione, tanta incertezza, tanta freddezza. Una cosa sola era chiara, molto chiara: egli era capitato assai male a proposito.

Il Vharè trovò Lalla nel solito salottino, ma non più avvolto nelle tenebre, così care ai fidi colloqui. Dalle finestre socchiuse e dai vetri colle tendine alzate il sole entrava allegramente, con tutto il suo lusso di colori e di luce.

Lalla leggeva _Les rois en exil_ del Daudet, e quando vide Giacomo gli stese la mano, senza nemmeno alzare il capo dal libro. Ormai erano arrivati al punto, che il romanzetto vero di Giacomo aveva per lei minori attrattive di quello stampato che teneva fra le mani.

--Vengo ora dalla duchessa.

--Hai veduta la mamma?

--Sì, e... mi ha parlato molto di te...

Lalla alzò il capo un momentino, ma lo chinò quasi subito, per tornare a leggere.

--Mi ha fatto una gran predica!...--E Giacomo, parola per parola, riferì a Lalla tutto quanto gli avea detto la duchessa Maria.

--Ero sicura che mia madre un dì o l'altro ti avrebbe tenuto un simile discorso. Ieri, figurati, mi ha fatto una gran scena perchè, non so chi, se la Bertù o la Calandrà, è andata a dirle di averti trovato qui, da me. Una scena. Dio mio, che mi ha fatto star male tutto il giorno. Lalla si asciugò una pronta lacrimetta, e sospirò, ma tenne gli occhi sempre fissi sul libro e continuò a leggere.

--Sono corso apposta da te;--le disse Giacomo,--per sentire ciò che si deve fare.

--Pur troppo... capisco: il vedersi... diventa ogni giorno più difficile.

--E lo dici, così?...

--Ma io...

--Ma tu... tu sei come gli altri.--E Giacomo, invece del solito ghigno beffardo, ebbe un sorriso tristo, doloroso.--Sì, cara contessa; è tempo di finirla. Non le pare? Un buon colpo di revolver e buona notte.

Lalla, a tali parole, si sentì assai turbata. A lei la vita sorrideva ancora: qualche noia, qualche contrarietà, qualche leggero sgomento, ma scomparivano presto, lasciandola pienamente felice. La morte per Lalla era qualche cosa di lugubre, di spaventoso, e non l'avrebbe augurata nemmeno al suo più fiero nemico; perciò, l'idea sola che il Vharè fosse giunto al punto di desiderarla, le rivelava un'angoscia così grande da inspirarle una pietà nuova e profonda.

Buttò via il libro, corse vicino a Giacomo per consolarlo e gli disse che--se adesso egli la vedeva più timida e più paurosa doveva capire che adesso lei non era più sola, ma che se tremava, tremava anche per suo figlio. E quando Giacomo le domandò rassegnato che cosa voleva ch'egli facesse e se doveva, come desiderava sua madre, non andarle più in casa, Lalla gli rispose di sì, che ciò era assolutamente necessario: poi saltandogli sulle ginocchia, sorridendo e baciandogli i capelli, gli aggiunse a bassa voce, colla bocca appoggiata all'orecchio:--Verrò io da te... se mi prometti di esser buono.

--Quando?

--Prometti prima che sarai buono, e che mi darai un bacio solo; sulla fronte.

--Prometto.

--Giura.

--Giuro. Quando vieni?

Lalla alzò il capo seria, per riflettere. Essa voleva le sue lettere, e se avea promesso di andare da lui, tanto valeva farla subito quest'ultima scappata, perchè ogni dì che passava il pacchetto col nastrino azzurro si trovava sempre in maggior pericolo.--Se quella certa scrivania venisse messa all'incanto?...

--Domani,--rispose finalmente, dando a Giacomo un altro bacio sui capelli. All'indomani, in fatti, suo marito aveva seduta al Consiglio Provinciale e al Comizio Agrario. Giacomo la strinse al cuore ringraziandola: in quel momento Lalla, forse perchè stava perdendola, gli piaceva assai. Egli era poi così abbattuto: lo squallore, la vergogna della miseria lo circondavano così da vicino, che si sentiva consolare al contatto di quella donnina elegante, che gli spandeva d'intorno come un ultimo raggio de' suoi lontani splendori.

--Dunque domani?--ripetè Giacomo alzandosi per andar via: non voleva incontrarsi un'altra volta col marito.

--Sì. Domani.

--A che ora?

--Aspettami fino alle due. Ma...

--Ma?

Lalla non disse una parola di più: Giacomo vide passare ne' suoi occhi il nome della Soleil.

--Cattiva!

--Un'altra cosa, signor marchese. Intendiamoci: non bisognerà dimenticare ciò che mi ha giurato.

--Un bacio solo...

--E sulla fronte.--Lalla, civettina e stordita, fece una smorfietta di una gravità così comica e così gentile, che Giacomo non potè trattenersi dal sorridere e dal ripeterle che le voleva bene.

Quando il marchese di Vharè uscì dal salottino e passò nell'altra camera, gli parve sentire qualcuno che si movesse dietro la porticina che Lalla gli aveva fatto vedere fino dalla sua prima visita a Borghignano. Si fermò su due piedi, aspettò un poco, voleva quasi tornare indietro per avvertire Lalla; ma poi, non udendo più nulla e pensando di essersi sbagliato, continuò diritto, tranquillamente, per la sua strada.

Giacomo non si era sbagliato; da quella porticina avea avuto tempo di scappar via la Nena.

XXIX.

La Nena era gelosa della sua padrona.

Il Frascolini l'aveva soggiogata moralmente e fisicamente; colle carezze e colle botte, colla promessa di sposarla e colla minaccia di piantarla su due piedi se non voleva fare ciò che comandava lui, cioè spiare la signora contessa attentamente e riferire tutto ciò che poteva vedere e sentire. La Nena, in sulle prime, si era adattata assai di mala voglia al brutto mestiere; ma poi, per la gelosia, che le si destò forte e pungente, cominciò a farlo con passione.

Appena la contessa Della Valle, ritornata da Roma, si era fermata a Borghignano, il direttore dell'_Omnibus_, ormai cavaliere e persona autorevole, si teneva sicuro di rientrare nelle buone grazie della duchessina, alla quale non doveva parer vero, secondo lui, di accogliere nel suo salotto una persona tanto ragguardevole. Perciò egli si credeva in obbligo di sfoggiare colla Nena un'aria di sussiego, certi atteggiamenti olimpici, che la mettevano sulle spine.

Un giorno poi,--figurarsi!--la poveretta lo vide tutto vestito di nero, attillato, profumato e con un bellissimo occhio di vetro, che per qualche ora cominciava a poter sopportare, e seppe dal Frascolini stesso, che egli si era messo con tanto lusso, perchè doveva recarsi verso le tre, dalla contessa Della Valle! La Nena prima si fece seria seria; ma infine, vedendo che quell'altro non la guardava nemmeno, lo scongiurò di non farla diventar matta gridando che se aveva in mente di tradirla, sarebbe stato un bugiardo, un traditore, un infame.

Il Frascolini lasciò sfogare la tempesta senza scomporsi; quindi, con molta gravità, cominciò a confortarla, assicurandola che, in ogni caso, egli la avrebbe sempre avuta a cuore; che, del resto, dovea ben capire come nella sua presente condizione egli non poteva bamboleggiare col sentimentalismo; egli aveva una gran missione da compiere, uno scopo da raggiungere. Il _Patto sociale_, simile all'Ebreo Errante, camminava sempre senza fermarsi mai, e attraversata la notte dei secoli, arrivava allora ai primi albori della civiltà. Il _Terzo stato_ aveva fatto il suo tempo, il _quarto_ avanzava, bisognava preparare il _quinto_. Del resto lui le avrebbe sempre voluto bene, ma a condizione che non lo seccasse, che non gli facesse perdere un tempo prezioso. Era inutile opporsi; lei del resto non lo poteva capire, e perciò loro due non si potevano intendere. Questo solo doveva mettersi in testa:

«Non si trattien lo strale Quando dall'arco usci!

Ed egli, ormai, s'era lanciato.

La Nena, che aveva ascoltato Sandro cogli occhi spalancati, gli confessò che non lo capiva affatto; ma che per quella visita ch'egli voleva fare alla sua padrona, ella si sentiva stringere il cuore. Il Frascolini perdette la pazienza, la strapazzò come un cane e la mandò via.

Un'ora dopo, egli si avviava verso casa Della Valle lentamente, con un gran batticuore, quantunque volesse fingere seco stesso di essere franco e sicuro del fatto suo.

Egli vedeva ancora la signorina Lalla con quel suo vestitino succinto di mussola bianca, gli occhi bassi, le guance soffuse di un leggero incarnato; bella com'era bella l'ultimo giorno che si erano lasciati a Borghignano, poco prima delle sue nozze, quando gli promise che _dopo... si sarebbero riveduti_.--La signorina gliel'aveva promesso, ma... Ma in fin dei conti toccava a lui di farsi innanzi per il primo; non poteva pretendere che fosse la donna quella che lo venisse a cercare. Adesso era cavaliere, quasi amico del duca Prospero Anatolio; era direttore e proprietario dell'_Omnibus_... Una visita gliela doveva.

Intanto, pensando a tutto ciò, era arrivato a casa Della Valle. Si fermò sul portone colla scusa di guardare nel portafoglio se aveva biglietti da visita; ma, in verità, si era preso quel momento per rinfrancarsi, e poi entrò diritto colla risoluzione affannosa di chi si getta, d'un salto, in una corrente di acqua fresca.