Chapter 27
Dalla Soleil bevevano _cognac_ squisito, ch'era stato regalato alla _diva_ da un ricco signore di Bordeaux, tanto perdutamente innamorato, da unirle al bariletto che le mandava ogni tre mesi, la formale domanda della sua mano; fumavano sigarette turche, speditele da un _pascià_, pure innamorato perdutamente, il quale continuava a rinnovare l'offerta di licenziare per lei il proprio _harem_; facevano il chiasso con una chitarra di un nobile Idalgo che tutte le notti, a Madrid, le cantava sotto le finestre:
In Castiglia e nei tesori Dell'Alhambra e dei re mori Non v'è gemma per mia fè Che rifulga così splendida Come gli occhi a Desirée.
E infine facevano musica sopra un piano-forte che le era stato regalato dall'imperatore del Brasile, il quale la chiamava sempre--il mio piccolo canarino--e le voleva bene come ad una figliuola. Tutte queste fortune gli amici della _diva_ le sapevano a memoria, ma le stavano a sentire ogni giorno, senza interromperla, sfogandosi negl'intervalli, non potendo farlo colla padrona, ad abbracciare l'Assunta, la compiacente cameriera, con certe strette così furibonde da toglierle il respiro.
Fra la padrona di casa e gli amici suoi, c'era molta armonia. Solamente, di tanto in tanto, passava qualche piccola nube a proposito delle _signore della società_, che la Soleil biasimava sempre con un accanimento ferocissimo. Ma la sua collera non durava molto, ed erano sempre gli amici i primi che le domandavano scusa, sempre in ginocchio, magari anche d'aver avuto ragione. Allora Desirée dava loro la mano da baciare, ma essi invece le baciavano il braccio più su che potevano: a tanta indiscrezione la _diva_ ridendo, li scappellottava amabilmente, e la pace era fatta.
La Desirée Soleil era una francese, di Milano, la quale, prima di calcare le scene, si chiamava Andreina Calziraghi. Era una donna assai bella: il suo corpo avrebbe potuto servire da modello per i contorni ad uno scultore dell'età d'oro, e per il colorito ad un pittore della scuola veneziana. Grandi e neri gli occhi di fuoco, neri, folti, lunghissimi i capelli, la bocca grande, coi denti candidi, regolari; le labbra rosse e vive. Tutta la sua persona pareva un invito alla voluttà; ma la sua faccia, mobilissima, caratteristica e simpatica, dalla quale trasparivano, a tratti, gli impeti del suo ingegno vivace, faceva pensare. Elegante, prodiga, spensierata, scriveva l'italiano come una tedesca, e parlava il francese come un'americana.
Aveva molte stranezze: nell'inverno si avvoltolava fra le pellicce e nell'estate indossava certi abiti di velo che la riparavano dalle mosche più che dagli occhi. I suoi adoratori dovevano credere, o montava in collera, che vivesse soltanto di dolci, di frutta, di foglie di rosa che succhiava continuamente e di gramolate che sorbiva adagio adagio, con lunghe cannucce di paglia.
Quantunque vantasse più magnanimi lombi, sua madre era stata una portinaia che l'aveva avuta dal suo padroncino di casa, un contino biondo e roseo come una ragazza. Andreina aveva dunque nella sua costituzione la schiettezza del popolo e le raffinatezze dell'aristocrazia; le carni rotonde e sode della mamma e la pelle bianca e fine del babbo; aveva del sanguigno e del nervoso ad un tempo; e se alcune volte il sangue materno l'aveva spinta fra le braccia di un qualche gagliardo e bel ragazzotto, il sangue paterno non tardava ad avere il sopravvento, e allora Andreina subiva i fascini d'un volto pallido e delicato. Quando cessò d'essere Andreina Calziraghi per diventare la Desirée Soleil, e non aveva più amanti d'intorno, ma soltanto sudditi e amici, allora si avvezzò presto all'aristocrazia, e tanto bene, che vi pareva nata. Cominciò a contare d'essere la figlia d'un barone francese, che possedeva miniere in America e schiavi di tutti i colori, e a questa paternità, a forza di ripeterla, terminò col crederci anche lei, anzi, era lei, la sola, che ci credesse un pochino.
Le storielle erano il suo punto debole. Ne contava molte, ne contava troppe. Ne aveva una, fra le altre, che spacciava per uso e consumo de' suoi adoratori, i più ricalcitranti al regime negativo, e che pareva un romanzo del Montépin.
L'eroe era un principe russo, ricchissimo, possessore di venti villaggi, d'una barba orribile e d'una desinenza in _off_ ancora più orribile, che voleva amarla per forza, quantunque lei gli rispondesse sempre di no. Il principe, al primo rifiuto sorrise cinicamente, offrendole, in cambio della sua virtù, manate di turchine e pugni di diamanti; ma lei, dura sul _no_, anche la seconda volta. Allora i peli della barba del principe si agitarono come tante lamprede fuori dell'acqua, e il sorriso cinico si mutò in un ghigno feroce; ma siccome non poteva farla frustare, si rassegnò ad aggiungere all'offerta delle turchine e dei diamanti anche quella della sua mano e della desinenza in _off_. A tale proposta, continuava a contare la _diva_, lei s'era messa a ridere, ringraziandolo d'averla corteggiata _pour le bon motif_; ma dichiarandogli, nello stesso tempo, ch'egli arrivava troppo tardi, perchè la Desirée Soleil aveva sposato il teatro, e l'arte sola oramai le poteva far battere il cuore; era costretta quindi, _avec beaucoup de chagrin_, a dirgli di--no--_pour la troisième fois_. La barba del principe, all'ostinato rifiuto, non si mosse nemmeno: cattivo segno. La sera dopo, mentre lei e l'Assunta uscivano dal teatro, il principe, aiutato dalla polizia, le rapì tutte e due: sicuro, anche la cameriera, che a questo punto veniva citata sempre come a testimonio. Le peripezie del viaggio lungo i deserti di ghiaccio, coi lupi affamati che saltavano attorno alla slitta, erano innumerevoli e svariatissime, ma presto o tardi si arrivava felicemente al castello del principe. Era un castello in mezzo alla neve, con parco e giardino inglese, illuminato a luce elettrica. Nel castello, Barbarossa ne tentò di tutti i colori contro la virtù della _diva_. Tentò la grazia, la forza, e in fine tentò anche l'astuzia. Voleva addormentarla con un potente narcotico, ma lei, invece di bere il narcotico, mangiò la foglia e visse solo di frutta e di ghiaccio. Irritato da tanta fermezza, Barbarossa perde la prudenza: e colla faccia infocata, gli occhietti da basilisco, digrignando i denti, magro, sporco, sparuto, ella lo vide, una notte, capitare attraverso un quadro, nella sua camera da letto e... La lotta che successe allora fu terribile e grottesca. La Soleil, raccontandola, si animava, diventava rossa in faccia, e, alzandosi, afferrava uno de' suoi amici, lo trascinava attorno due o tre giri per il salotto e finiva con un impeto potentemente drammatico a lanciarlo fuori dell'uscio che gli chiudeva sul muso, accompagnando la spinta con un--no!--nel quale echeggiava una bellissima nota di contralto. Anelante, tornava poi a sedere, e terminava tranquillamente di raccontare il drammatico epilogo del principe russo il quale, in capo ad una settimana, e a cagione di quell'amore infelice, diventato pazzo furioso e legato nel proprio letto, colla camicia di forza, non faceva altro che ripetere--no!--no!--no!--lo spietato--no, della diva!
Ma quando le fu presentato il marchese Giacomo di Vharè, essa non gli raccontò la storiella del principe dei venti villaggi e nemmeno quella più modesta del babbo barone. Capiva che col Vharè doveva essere tutt'altra cosa, e invece di parlare sempre lei, come faceva con tutti gli altri, lo stava ad ascoltare attentamente, provando una seduzione nuova, profonda, indefinibile a quella parola così facile, così affascinante. La Soleil capì, subito, che avrebbe finito coll'amare il Vharè, e coll'amarlo forse tanto, quanto non aveva mai amato fino allora; e tutti questi suoi sgomenti una sera che, per caso, furono lasciati soli nel _camerino_, ella glieli confidò candidamente, come le uscivano dal cuore che pareva le si risvegliasse allora, dopo un sonno lunghissimo. Col Vharè essa non era più la Desirée Soleil, era ritornata Andreina Calziraghi, la semplice, la buona ragazza.
--Siate generoso con me;--gli disse fissandolo quasi timidamente.--Non insistete tanto per farvi amare; non mi tentate così. A voi il lasciarmi non costa nulla, ed io con voi, lo sento, arrischierei troppo, arrischierei tutto. Ero così tranquilla e stordita; ero così beata. Ridevo, ridevo sempre, e voi tornate a farmi diventar triste e a farmi pensare. No, mi secca; non voglio!.... Non voglio più voler bene; e se ne volessi a voi sarebbe una cosa seria; forse la più seria della mia vita, e terminerebbe coll'annoiarvi. Da bravo, marchese, ve ne prego, seguite un mio consiglio: presto la _stagione_ sarà finita, non venite più da me, rinunciate al teatro, per queste poche sere, e tutti e due conserveremo la nostra pace.
Giacomo vedeva bene che la Soleil non mentiva, e gli piacque la sincerità, il bel tipo di bruna, mentre lo allettavano l'ingegno dell'artista e le difficoltà dell'impresa.
Invece di lasciarla, si attaccò a lei ancora di più; e Andreina, a poco a poco, si innamorava perdutamente e ritornava a sentire inquietudini e turbamenti, lei artista, lei cantante, lei che non era nuova nè all'amore e nemmeno agli amanti e che doveva essere agguerrita contro qualunque seduzione. Ma l'amore fa di questi tiri, e ne fa anche di peggio!... Quando dal suo camerino ella vedeva Giacomo avvicinarsi, le batteva il cuore e arrossiva d'improvviso, come una giovinetta, come un'ingenua sensitiva, ancora ai primi palpiti. Una sera, mentre era in iscena e cantava, lo sentì, più che non lo vedesse, entrare in un palco di proscenio, avvicinarsi al parapetto, fissarla col cannocchiale, e la poveretta, come se ritornasse alle emozioni dei virginali turbamenti, stonò forte, e non ebbe i soliti applausi alla sua aria favorita.
Adesso non recitava la commedia, no, no; aveva paura davvero, e non vedeva il momento che si chiudesse quella malaugurata _stagione_ per andarsene via, per fuggire, per non vederlo più; ma il Vharè non gliene lasciò il tempo.
Un giorno Andreina era ancora seduta a tavola e pensava appunto al bel marchese di Vharè, giocherellando distratta e quasi triste, coll'orlo della salvietta: quella sera essa doveva cantare e però non voleva ricever nessuno; ma Giacomo seppe commuovere il tenero cuore dell'Assunta, e Andreina se lo vide capitare dinanzi, in quel momento che lo credeva più lontano. Lo accolse con un grido, si arrabbiò coll'Assunta, si mostrò crucciata con Giacomo, non voleva dargli la mano; ma non ebbe il coraggio di mandarlo via.
La piccola stanzetta era quasi al buio: due candele rischiaravano appena il disordine della tavola apparecchiata, mentre dallo sportellino della stufa accesa usciva a tratti, come un respiro di fuoco, la fiamma rossastra. Faceva caldo, si soffocava lì dentro, e Giacomo venendo allora dal freddo della strada, si sentì bruciare la faccia, mentre respirava a fatica in quell'aria greve, impregnata dal profumo dei fiori e corrotta dall'odore che vi era rimasto delle vivande.
L'Assunta, buona donna e affezionata alla padrona, si fermò un momento, sorridendo con malizietta affettuosa, poi, volendo farsi perdonare il tradimento, le disse forte, indicando l'orologio a pendolo della caminiera:--Si ricordi signora; fra dieci minuti, al più tardi bisogna vestirsi per il teatro...--Non c'era dunque tempo da perdere, e infatti, appena uscita la cameriera, Giacomo prese Andreina e la strinse fra le braccia mentre la diva, tremando tentava di allontanarlo, di difendersi e a bassa voce, per non essere udita dall'Assunta che preparava la _cesta_ nella camera vicina, scongiurava Giacomo di non tormentarla, di andarsene, di aver compassione di lei.
Poveretta!... Quell'uomo l'aveva sorpresa, era capitato là dentro come un ladro, per rubarle la sua felicità, la gioia stordita, rumorosa dei suoi trionfi di donna e di artista, per rubarle l'anima!
Anche Giacomo pregava, supplicava. Pregavano, tutti e due, ma non s'intendevano, non si ascoltavano. Più che coi baci, Giacomo la stordiva colle parole appassionate, insinuanti ch'ella sentiva correrle pei capelli, pel collo, per tutto il corpo come un fiato caldo, voluttuoso, che la inebriava, che la vinceva.
--No!... No!... Ti prego!... Ti prego!... Non voglio!... Ero così contenta! Ero così felice!...--Ma già Andreina, a poco a poco, si sentiva venir meno, si sentiva portar via come in un sogno; già lottava solo con un--no--debolissimo, convulso, che le usciva appena dalle labbra tremanti, e non più dal cuore; un--no--pieno di lacrime, di amore, d'abbandono e che sarebbe rimasto preso, soffocato da un bacio... quando improvvisamente un suono lungo, squillante echeggiò nel silenzio della stanzetta. Lontani lontani com'erano dal mondo tutti e due, trasalirono quasi: era l'orologio della caminiera che suonava le sette. Bastò un secondo a Giacomo per rimettersi, ma era bastato un istante anche ad Andreina per ricuperare la coscienza di sè e del pericolo che correva, e sciogliendosi vivamente dalle braccia di Giacomo, corse a salvarsi sull'uscio dell'altra stanza, gridandogli con voce rotta, soffocata:--No!... No!... Ve ne supplico!... Andate via! Andate via!... _Stasera canto!_--E chiamò l'Assunta.
_Stasera canto!_... Cercando una scusa, un'arma per difendersi, per farsi rispettare, non ne aveva trovata una migliore. Ma non era più, adesso, la Desirée Soleil che lottava contro il principe dei venti villaggi, no; non era che la buona Andreina, la quale sentiva di non poter invocare in suo aiuto nè l'onore, nè il pudore, perchè quell'uomo ch'ella amava, avrebbe potuto deriderla; e però disse quelle semplici parole--_stasera canto_--tremando e piangendo, le mani giunte e con un'espressione di sgomento così viva che faceva pietà e che mutava la sua preghiera in un grido disperato dell'anima.
Ma, pur troppo, la sera dopo ella non cantava, aveva _riposo_, e Giacomo di Vharè rimase solo con lei oltre la mezzanotte. Quando Giacomo se ne andò via, Andreina aveva voluto accompagnarlo fin sull'uscio dell'ultima stanza d'uscita, abbracciandolo un'altra volta con una tenerezza infinita.--Ascolta, Giacomo,--gli disse,--io ti ho data tutta l'anima mia; ormai non mi appartengo più. Non abbandonarmi subito; io non ti ho ingannato e non ho mentito. Darei la mia vita, il mio nome, il mio trionfo d'artista, tutto tutto, per essere ancora una donna onesta e poterti dire:--non sono stata che tua, e non sarò che tua.--Stordita, non ho mai avuto rimorso del mio passato; ora ne ho dolore per la prima volta e per te, perchè ti voglio bene Sento che ho finito ormai di essere calma e felice; ma non rimpiango la mia felicità, ti amo troppo, e non la ricordo nemmeno. Tuttavia, per poco che io possa contare nella tua vita, ci voglio essere come una memoria cara, voglio sfiorarla come un sorriso. Non voglio costarti nessun sacrificio, nessuna amarezza. Giura, amor mio, giurami che il primo giorno nel quale non sentirai per me più... più nessun desiderio, tu me lo dirai subito, francamente e lealmente. In compenso di tutta me stessa, non ti domando altro che questa parola sincera.
--Ti amerò sempre,--le rispose il Vharè con galanteria.
Andreina comprese la leggerezza di una simile risposta e sentì come un presentimento delle ore tristi che le si preparavano.
--Sempre?... Le donne come me non si amano sempre. Ma ti prometto, ti giuro, che mi avrai _sempre_ tua, finchè ti piacerà di tenermi.--E si lasciarono così, stringendosi la mano e baciandosi, lui con un sorriso, lei con un sospiro.
Tre anni dopo, infatti era il Vharè che abbandonava Andreina, senza ch'egli avesse nulla da poterle rimproverare.
La Desirée Soleil, la _diva_, si mostrò indifferente a quell'abbandono così immeritato, ma Andreina Calziraghi ne soffrì assai, perchè essa amava sempre il Vharè, come già aveva sentito di amarlo quel primo giorno in cui l'orologio a pendolo l'aveva salvata. Essa ne soffrì assai, tanto che ammalò e per due _stagioni_ stette senza cantare. Quando volle ritornar sul teatro dovette accontentarsi di quella misera scrittura di Borghignano, perchè gl'impresari dei grandi spettacoli temevano non fosse più quella di prima e non volevano arrischiarla. Andreina avrebbe _riposato_ ancora volentieri, ma come si fa?... I suoi pochi risparmi erano consumati; le sue perle, i suoi brillanti erano impegnati e bisognava cantare per vivere. Certo, se avesse voluto, non le sarebbe mancata la generosità di un qualche amico e protettore; ma come vi sono donne nate nell'azzurro e che cadono giù, attirate dal fango, così ve ne sono altre, e dove forse meno si crederebbe, che si sentono attratte a sollevarsi in alto, sempre più in alto, nell'azzurro, e la buona Andreina era appunto di queste.
A Borghignano, però, tornata la Desirée Soleil, fu compensata delle sue privazioni da un grande e straordinario successo.
Andreina non sapeva che a Borghignano si sarebbe incontrata col Vharè, come non conosceva nemmeno la vera cagione del suo abbandono. A Borghignano, per altro, ci fu chi, credendo fare il proprio interesse, volle illuminarla di tutto. Non sapeva, l'ingenuo, che amore... perdona amore.
Giacomo, vano e ambizioso della conquista della Soleil, non aveva mai apprezzato Andreina secondo il merito, e molto scettico, anche in fatto di donne, mentre si lasciava abbindolare da Lalla, credeva all'apparente indifferenza di Andreina; ma quando seppe, e lo seppe appunto poco dopo che la contessa Della Valle lo aveva piantato in quel bel modo, quando seppe che la _diva_ aveva finito coll'ammalarsi per essere stata abbandonata, questa notizia fu per il Vharè una cara scoperta, e fu grato alla Soleil di amarlo a tal segno, sentendo nel suo cuore come un conforto, come un contraccolpo dal disinganno sofferto. Però, adesso che stava per incontrarla, per rivederla, sentiva che si sarebbero riconciliati e ricongiunti. Se la Desirée, offesa, non avesse voluto più amarlo, era sicuro che la buona Andreina avrebbe domandato grazia per lui.
Nello stesso tempo che il passato risorgeva più bello e più cara nella memoria del Vharè, il fascino di Lalla, com'è naturale, scemava assai. Del resto, anche l'amore della duchessina procedeva a sbalzi: ora pareva insensibile e indifferente, ed ora aveva gli slanci, gli abbandoni e le esigenze più appassionate. Ma, in ogni caso, e più caro nella memoria del Vharè, il fascino di Lalla lo amava più per gli altri che per sè stesso. Al teatro, in quelle sere d'opera, le ripetevano tutti che il bel marchese si era fermato a Borghignano perchè c'era la _diva_ a cantare, e Lalla voleva far sapere e far credere che invece il Vharè vi si era fermato per lei, solo per lei, e la sua vanità, punta nel vivo, arrivava dove non era arrivato il suo amore, e le faceva perdere anche la prudenza.
Il Vharè non poteva andare che assai di rado in casa Della Valle; ma, in compenso la contessa Lalla era già stata due volte nel quartierino del bel marchese, posto in ottimo luogo per simili scappatelle; e tutt'e due le volte si era fatta promettere ch'egli non sarebbe tornato mai e poi mai, per nessun motivo, dalla Desirée; che non si sarebbe mai e poi mai lasciato vedere con lei, e che, incontrandola, non l'avrebbe nemmeno salutata. Giacomo, fino a questo punto, non voleva dare la sua parola; non c'era ragione perchè dovesse fuggire la Soleil e tanto meno usarle sgarberie, ma finiva poi col promettere tutto ciò che Lalla voleva, non trascurando, nel tempo stesso, di cercare l'occasione per incontrarsi con Andreina e fare la pace. Era sicuro, del resto, che la strana volubilità d'umore, e i capricci di Lalla gli avrebbero dato argomento di giustificarsi, nel caso che le sue bugie fossero scoperte.
La _diva_ a Borghignano faceva furore: tutti ne parlavano, tutti la lodavano, erano tutti innamorati di lei. La _Direzione_ del teatro, composta di membri molto maturi, si tingeva capelli e barba due volte al giorno; il Presidente, che secondo le sue abitudini sperava molto, faceva la doccia; i due Lastafarda si esercitavano a parlar francese; Gianni Rebaldi faceva provviste di sigarette nel camerino della _diva_, e regalava all'Assunta i dolci che rubava ai bambini della Bertù. Il Toscolano le offriva _Adamastor_ se voleva far passeggiate, e aveva grandi misteri col _brumista_ che la conduceva tutte le sere da casa al teatro e viceversa. L'Assunta era fermata per istrada dai molti curiosi che volevano sapere gli anni della sua padrona e se era un'americana davvero e se i capelli che portava in scena erano tutti suoi. Fra il _palcone_ degli ufficiali e la _barcaccia_ dei nobili cominciò una fiera rivalità, ed erano corse sfide, che per altro non avevano avuto seguito, con grandissimo dispiacere degli avventori del _Caffè di Borghignano_, i quali, appena sentivano parlare di duelli, si accendevano, drizzavano le orecchie e diventavano spadaccini sino all'ultimo sangue... degli altri.
Tutti i giorni la diva riceveva regali: abbondava però il genere fiori e _marrons glacés_. Ma chi faceva sul serio e le mandava ricchissimi gioielli, era il conte Pier Luigi, il quale si era incapricciato stranamente della Soleil, tanto da non muoversi più da Borghignano e da esserle sempre d'intorno, quantunque Andreina, che in principio accettava per debito di convenienza i suoi omaggi, gli avesse fatto capire che non gli avrebbe dato da baciare nemmeno la punta di un dito, tanto le faceva schifo. Per altro, a Borghignano, credevano tutti che già il vecchio milionario fosse riuscito a soppiantare il bel marchese, bello sì, ma spiantato.
Tuttavia la Desirée Soleil si portò in modo che anche le cattive lingue dovettero presto ricredersi. E come stessero le cose fu chiaro a tutti i curiosi, una sera in cui la Desirée si era messa a fissare ostinatamente dal palcoscenico la contessa Della Valle, mentre questa, a sua volta, guardava la _diva_, sorridendo con olimpica indifferenza. Il Vharè, al quale non era sfuggito l'incrociarsi di quei due sguardi, trovò immediatamente il pretesto per fare la pace con Andreina: così impediva uno scandalo che avrebbe potuto perdere la contessa Lalla. Scese dunque sul palcoscenico, terminando di persuadersi che vi andava per compiere una buona azione; e consegnato il suo biglietto di visita al portiere, lo pregò di domandare alla signora Soleil se lo poteva ricevere. L'Assunta, che lesse per la prima il biglietto del marchese, corse, rossa dal piacere, ad annunziarlo alla padrona; ed il Vharè fu subito introdotto nel camerino.
Andreina lo salutò stendendogli la mano, senza poter parlare, e alzando il volto impallidito e fissandolo con quell'espressione di mestizia e di affettuosa indulgenza, che traluce dagli occhi della donna soltanto quando essa perdona la colpa d'un figlio o quella di un amante. Anche al Vharè batteva il cuore e lo si vedeva impacciato.
Lì, in mezzo a loro, sebbene straniero a tutti quegli affetti, c'era pure un altro cuore che batteva con violenza alla vista del marchese di Vharè: il cuore di Alessandro Frascolini. Il direttore dell'_Omnibus_ si era recato poco prima sul palcoscenico per offrire alla _diva_ l'omaggio del pubblicista e l'ammirazione del compagno d'arte.