Mater dolorosa

Chapter 24

Chapter 243,652 wordsPublic domain

Lalla continuava sempre a rosicchiare i _grissini_ e non mostrava nessuna preoccupazione per quell'incontro inaspettato. Tutta la sera fu di buonissimo umore e affettuosissima col marito; ma senza premeditazione, così, perchè si sentiva contenta, perchè si sentiva allegra, perchè le piaceva di essere a Torino. Il Vharè portava sempre l'anellino che gli aveva regalato lei, quello del Frascolini,--la turchina colle rose d'Olanda,--e ciò l'aveva fatta sorridere di compiacenza; e di più, aveva notato che sotto ad una disinvoltura apparente, il Vharè era impacciato e confuso.

Il giorno dopo, Giacomo non si lasciò vedere nè all'Esposizione, nè sotto i portici di Po e nemmeno all'albergo, all'ora del pranzo. Prospero Anatolio era malcontento di questo fatto, perchè lo avrebbe veduto volentieri per raccontargli tutte le feste e le cortesie di cui gli erano stati prodighi i Torinesi. Quella sera, dopo teatro, dovevano andare, lui e Giorgio, e accompagnati dal Sindaco di Torino, al _Club del whist_, e più tardi dovevano incontrare i ministri Miceli e De-Sanctis, coi quali erano stati invitati a colazione dal duca d'Aosta. Giorgio avrebbe fatto senza volentieri di quell'invito; ma ne sorrideva con compiacenza; invece Prospero Anatolio confidava a tutti che quella colazione era per lui una gran seccatura, una gran noia, ma internamente ne era beato.

Il marchese di Vharè capitò in teatro quando il primo atto di _Satanella_ era già verso la fine. Il Della Valle, salutandolo, passò nell'altra poltrona, rimasta vuota, e gli cedette il posto vicino a Lalla.

Lalla, quella sera, non solo era piacente, ma pareva bella; vestiva un abito di seta, d'un bianco a fondo giallo, coperto di trine e chiuso sotto al mento. Dalle maniche corte si vedeva uscire il braccio nudo quando guardava col cannocchiale, o quando si appoggiava mollemente col capo ad una mano. Aveva un cappellone bizzarro, guernito colla stoffa e le trine dell'abito, e di sotto alle tese larghe e lunghe il visino di Lalla, cogli occhioni grandi, appariva ancor più birichino e più carino. Con un cenno del capo sorrise appena al Vharè, poi ritornò attentissima al dramma, rimanendo immobile, ed esprimendo una commozione vivissima.

Il dramma, che in quel punto cominciava a diventare assai interessante, rappresentava una delle più ardite, delle più arrischiate variazioni sul tema eterno dell'amore.

_Satanella_ non era una donna; era un caso _patologico_. Essa inebriava di sè tutti quanti l'avvicinavano; e quando aveva fatto serpeggiare nei sensi dell'uomo un fuoco divoratore, ritornava fredda e impassibile. Cleopatra uccideva lo schiavo al quale il suo capriccio avea voluto concedere una notte di amore. _Satanella_, dopo i suoi baci, rendeva pazzo l'amante con un riso schernitore. Ma il poeta aveva rivestito il suo mostro con versi splendidi e ispirati; la maravigliosa attrice, che ne interpretava il carattere, oltre di aggiungervi il fascino delle forme magnifiche, sapeva infondervi tanta vita, tanta verità, tanto calore, che il pubblico, sedotto, si appassionava, si entusiasmava, s'innamorava anche lui di _Satanella_, e l'applaudiva con frenesia.

Il pubblico è un gran fanciullo: a volte capriccioso, crudele, diffidente; a volte credulo, sublime, minchione; ma sempre fanciullo!...

Alla fine del primo atto, _Satanella_ s'incontra in un altro _caso patologico_; un giovane biondo e forte, che riuniva la ferrea volontà d'un tedesco all'anima divampante di un italiano. Il seguito del dramma rappresentava appunto la lotta e la sconfitta di _Satanella_. Essa spensierata, credeva di poter ripetere lo stesso giuoco anche con lui; ma si accorge subito che ha da combattere con un avversario ben diverso dagli altri, e ne rimane impaurita e sedotta. La iena, che ha fiutato il pericolo, si leva, si scuote, gli gira d'attorno sospettosa, vorrebbe affascinarlo, vorrebbe sorprenderlo, poi, scorata, intimidita, riunisce ogni suo sforzo e con un anelito supremo tenta all'improvviso la fuga, ma invano!... Il nuovo amante l'afferra con una stretta poderosa, la scuote, la doma, la vince, e _Satanella_ soccombe volente e innamorata. Allora l'urlo di quelle due passioni che s'incontrano, che si urtano, che si confondono, solleva in tutto il teatro un'eco potentissima, e _Satanella_ palpitante, spettinata, scolorita è chiamata, invocata sei, sette, dieci volte alla ribalta da un pubblico inebriato, che non si sazia di rivederla, di salutarla, di festeggiarla, che l'applaude e che l'adora.

Lalla, pallidissima, aveva gli occhi molli di pianto, le labbra arse; era stanca, sbattuta dall'emozione. Quella donna così superbamente bella, quei versi di fuoco, tutti quegli applausi, quelle grida, quelle feste di una folla delirante; quell'aria greve, viziata della sala che le bruciava la faccia; quella luce, quei colori che l'abbarbagliavano, l'avevano confusa, sbalordita, trasportata. Non sapeva più dove fosse, non pensava più a nulla; questo solo sentiva, che il suo cuore batteva forte col cuore di _Satanella_.

Verso la fine del terzo atto, quando la bella eroina, stanca di lottare, si getta impazzita alla sua volta, e impazzita d'amore, fra le braccia dell'amante gridando--_hai vinto!_--con uno slancio, con una espressione così potente da sollevare nel pubblico un _urrà_ d'applausi, il Vharè toccò, accarezzò col piede il piedino di Lalla: Lalla non ritirò il suo; ma rispose a quell'invito con un premito più forte, e mentre lunghi brividi di voluttà la facevano fremere, essa, dimentica di tutto e, più di tutto, della vereconda ritenutezza che le era abituale, languidamente fissava Giacomo col seno anelante e colla bocca socchiusa, dalla quale pareva pure fosse per prorompere l'_hai vinto_ di Satanella.

Finito il dramma, Lalla rimaneva sempre muta e immobile. Fu Giorgio a chiamarla, a scuoterla dal suo rapimento.--Vuoi che andiamo, cara?--Allora ebbe un tremito: si alzò, senza rispondere; aiutata dal Vharè e da Giorgio, si accomodò intorno lo scialle; poi si mosse come trasognata, con _Satanella_ dinanzi agli occhi, con la sua fosca passione nel cuore, e nella testa, ancora intontita, l'eco viva, assordante degli applausi.

Si avviarono tutti insieme, passo passo, verso i portici di Po, per ricondurre Lalla all'albergo; piovigginava e c'era un'aria fredda, frizzante. Giorgio discuteva di _Satanella_ come opera d'arte, e gli pareva immorale. Prospero Anatolio, altro che immorale, la giudicava addirittura indecente! Il Vharè pensava a tutt'altro, e Lalla stretta nello scialle, e senza saperlo, pensava anche lei a ciò che pensava il Vharè.

--Non sono che le dieci e un quarto,--disse alla fine Prospero a Giorgio, cambiando discorso,--dobbiamo andare al club?

--Come vuoi; ci fermeremo molto?...

--No, no. Un'oretta, non più. Sono troppo stanco.

--Vuoi fermarti al caffè? Vuoi prendere qualche cosa?--domandò Giorgio rivolgendosi alla moglie.

--Ho detto alla Nena che mi farò il thè. Se posso offrirgliene una tazza, marchese?... Le farà bene.--Lalla, sorridendo, si era rivolta al Vharè, con una finezza tutta sua. Giacomo, capì l'amabile malizia e rispose un--grazie--che non era nè un _sì_, nè un _no_.

--Quando ritorneremo dal club,--soggiunse Giorgio,--ne prenderemo una tazza anche noi; non è vero, Prospero?

--Oh, per me, ti ringrazio. Appena sono libero, scappo a letto!

Erano giunti sotto l'atrio dell'albergo. Il Duca strinse la mano alla figliuola e sollecitò Giorgio perchè si sbrigasse; ma Giorgio aveva ricevuto dal cameriere due o tre lettere e stava sfogliandole. Quando ebbe finito, Lalla e la Nena, la quale, avvisata del ritorno della padrona era scesa ad incontrarla, si avviavano su per lo scalone. Giacomo, intanto, era scomparso.

--Dov'è andato il Vharè?--domandò Giorgio, che voleva salutarlo.

--Non so,--rispose Lalla come distratta--non lo vedo.

--Andiamo, fai presto!--borbottò Prospero, impazientito.

--Mi aspetti alzata?--chiese ancora Giorgio a Lalla. Quella sera egli non sapeva staccarsene.

--Sì.

--Fra un'ora, sai; non di più. Addio cara.

--Addio, Nino; vieni presto.

Il conte Della Valle se ne andò col suocero.

Lalla non sapeva, davvero, dove il Vharè si fosse nascosto; non lo vedeva più. Tuttavia, lo sentiva... Era lì... lo sentiva. Era lì presso... aspettando il momento di trovarla sola. Il quartierino della contessa Della Valle era un po' alto; essa cominciò a salire le scale adagino, con un'indolenza fiacca e cascante, poi, quando giunse al primo piano, si fermò un poco, come per riposare, indugiandosi nella _Sala di lettura_, ordinando alla Nena di precederla, di accendere la lucerna ed il fuoco e di preparare il _bouilloire_ per il thè. Rimasta sola, si era appena messa a sfogliare l'_Illustrazione_, quando Giacomo le comparve dinanzi.

--Contessa, le domando perdono della libertà che mi prendo, ma avrei qualche cosa di suo da restituirle.--Così dicendo egli s'era tolto ed offriva a Lalla l'anello del Frascolini.

Lalla lo prese, lo guardò, sospirò, poi, colla testina bassa, senza alzare gli occhi, prese la mano di Giacomo e tornò ad infilarvi l'anello.

--Cattivo!... Mi dia il braccio. Mi sento stanca, stanca....

Egli non si mosse: la guardava serio, fisso. Ma Lalla gli si avvicinò, e passando il suo braccio sotto il braccio di lui, cominciarono a salire insieme lentamente.

Lalla doveva essere davvero molto stanca, perchè si appoggiava tutta al braccio di Giacomo, fermandosi ancora, ad ogni ramo di scala, con atteggiamenti pieni di amorevolezza; e siccome, ad un certo punto, Giacomo si fermò risoluto, come per domandarle conto del suo abbandono:--Ho avuto paura,--ella gli disse.--Dio, Dio: credevo morire dalla paura. Ero sola: li avevo tutti contro di me... Più tardi, mi sarei arrischiata a farle avere mie nuove, ma lei... lei, dov'era andato?--E non aggiunse altro; capiva bene d'essersi abbastanza spiegata e giustificata.

Quando arrivò sull'uscio del suo piccolo quartierino si sciolse dal braccio del Vharè, entrò, attraversò l'anticamera, seguita da quell'altro, sempre un po' imbronciato, e si fermò nel salotto: la Nena aveva accesa la lucerna, che da una campana smerigliata diffondeva una luce ristretta e tranquilla. Sul caminetto i fastelli scoppiettavano levando una vampa viva, mobilissima; sul tavolo, in mezzo alla stanza, una fiamma azzurra, debole, incerta, faceva grillettare l'acqua del thè.

Lalla sciolse lentamente i lunghi nastri del cappellino, che la Nena portò nell'anticamera; ma lo scialle volle tenerlo, perchè aveva, freddo, e finalmente con un lungo--ah!--di soddisfazione, potè sdraiarsi sulla lunga poltrona accanto al caminetto.

--Desidera altro, signora contessa?

--No, va pure: quando tornerà il padrone ti chiamerò.

La Nena uscì.

Giacomo, immobile, diritto dinanzi al fuoco, appoggiato con un gomito al piano del caminetto, fissava Lalla senza parlare. La duchessina, così illuminata dal chiaror della vampa, aveva nell'insieme alcunchè di fantastico e di bizzarro. Lo scialle scuro, quasi nero, nel quale si teneva avvolta, contrastava coi colori chiari dell'abito, collo splendore delle braccia nude e coi vaghi riflessi dei capelli biondi, mentre il piedino, chiuso in una scarpetta a strie d'oro ricamate, sbucava fuori, colla punta sottile, come un serpentello curioso che, nascosto sotto le vesti, spiasse lo svolgersi di quel peccato.

Giacomo non voleva esser lui a rompere il silenzio e, sempre più oscurandosi in faccia, batteva il tacco sulla pedana con un _tic, tic, tac_, convulso e minaccioso. E neppur Lalla ci si arrischiava a esser lei, e però di tanto in tanto fissava Giacomo con un'occhiata ch'era un rimprovero, un lamento e una preghiera, poi riabbassava il capo come mortificata, sfilando, con un moto delle dita febbrili, le frange dello scialle.

Durò a lungo quella scena muta; ma, anche tacendo, avevano cominciato a spiegarsi, a intendersi, a concludere che si amavano ancora, finchè Giacomo, il quale adesso guardando Lalla, la bruciava più delle fiamme del caminetto, le si avvicinò all'improvviso, preso da una subita risoluzione, e--Sai--balbettò--sai di avermi fatto molto male?!--Lalla rialzò il capo un'altra volta e un'altra volta fissò Giacomo negli occhi; ma lo sguardo di lei non era più triste, non era più mesto; appariva inondato di dolcezza. Giacomo, chinandosi, teneva una mano stretta alla spalliera della poltrona. Lalla la vide e la baciò... la baciò, proprio, dove c'era l'anello colle rose d'Olanda... poi con un atto pieno di grazia infantile e di tenerezza, posò languidamente su quella mano la sua bella testina. Giacomo, pallido, tremante, s'inginocchiò per esserle più vicino, ma senza toglier la mano sulla quale ella aveva appoggiata la guancia, che scottava come avesse la febbre. Colle ginocchia, con mezza la persona, la duchessina toccava adesso il petto di Giacomo; ma non si ritrasse, non si mosse nemmeno; continuava a guardarlo, sorridendogli con passione infinita, e lui, inginocchiato fra le sue vesti, le raccontava con infinita passione, tutte le pene, le angoscie, lo strazio patito! Le disse di averla amata sempre, come un pazzo, come un delirante: le disse che invano aveva voluta odiarla; che invano avea tentato di dimenticarla, perchè la sentiva sempre nel cuore, nella mente, nel sangue, perchè la voleva. Lalla, continuava a tacere e a guardarlo, ma sotto la calda veemenza di quelle parole il suo volto ora sbianchiva affilandosi, ora arrossiva infocato; gli occhi umidi, profondi, lanciavano fiamme, e il petto le si sollevava anelante.

Giacomo la strinse più fortemente, e colla mano che avea libera, prese una mano di Lalla, poi il braccio, e accarezzandolo ne seguì le linee morbide, tondeggianti, penetrando nei caldi misteri della manica larga, guernita di trine. Egli pure anelava, smorto, tremante. La voce gli si rompeva rauca, ma parlava sempre. Non era più un rimprovero il suo, non era più un lamento; era una preghiera audace, insistente, che tentava Lalla, che la stordiva, avvolgendola in un assopimento, in un'inerzia voluttuosa. Ella si teneva stretta intorno lo scialle e si teneva ancora colla testa appoggiata sulla mano di Giacomo, ma i suoi occhi, a poco a poco, s'erano spenti, aveva la bocca socchiusa, le labbra umide, tremanti, come se nell'estasi sua volesse rispondere coi baci a quell'inno d'amore...

A Giacomo, frattanto, le parole uscivano sempre più rotte, confuse, poi tacque ad un tratto e baciò avidamente quella bocca umida, odorosa che lo tentava; baciò i capelli, gli occhi, di Lalla, la coprì tutta di baci. Lalla si scosse, abbrividì, spalancò gli occhi esterrefatta, ma poi, sciogliendosi dello scialle e sfavillando negl'improvvisi riflessi della sua veste gialla, cacciò le mani nei capelli di lui e balbettando--chiamami Satanella!--con voce rotta, soffocata--chiamami Satanella!... Satanella tua!--si abbandonò così, senza muoversi dalla poltrona, dimentica di tutto, senza lacrime, sorridendo, vinta dai sensi e dalle immagini che le tumultuavano nella mente.

A poco a poco, quando il calore del loro sangue si fu intiepidito, quando all'ebbrezza delirante seguì il dolcissimo e lento risveglio, Giacomo, accoccolato alle ginocchia della sua cara, cercava di riprenderle la mano, ch'ella adesso teneva nascosta sotto lo scialle, per tornare ad accarezzarla; ma Lalla si ritrasse come una sensitiva, e con un'occhiata ed un sorriso significantissimi indicò la porta del salottino. Giacomo sorrise della loro imprudenza e del pericolo che avevano corso; passò nell'anticamera a vedere se l'uscio era chiuso, poi, rientrando, si tirò dietro e serrò colla molla anche quello del salotto e ritornò a baciarla, ad accarezzarla.

--No, sai. Nino; ho paura, troppo paura...--gli rispose Lalla schermendosi.--_Egli_ può venire, da un momento all'altro.

...._Egli_ infatti entrava là dentro poco dopo, e vide il Vharè, diritto, vicino al fuoco, appoggiato al caminetto, che fumava parlando dell'_Esposizione_, parlando di quadri e di statue, e Lalla, sdraiata nella sua poltrona, avvolta, stretta nello scialle, che lo ascoltava un po' stanca e un po' assonnata.

Sul fuoco la baldoria dei fastelli era finita; ma in mezzo al tavolo la fiammella azzurra, mobile, silenziosa della _theiera_, continuava a far bollire l'acqua che gorgogliava fumando. Nel salottino spirava un'aura di tranquillità e di pace che, certo, non dava nessun indizio delle passate commozioni, come, dopo la tempesta, la calma ritorna sul mare e vi diffonde una serenità limpida e gioconda che ricrea e che consola. Giorgio, entrando là dentro, col tepore dell'ambiente, sentì la soavità di quel benessere e di quella pace; però sorrise a Lalla, e si avvicinò al marchese di Vharè stendendogli la mano.

XXVII.

Se a Torino il duca d'Eleda si dava buon tempo, ciò non voleva dire che l'amministrazione comunale di Borghignano navigasse in placide acque: tutt'altro; ed anzi Prospero Anatolio, terminate le feste e ritornato con Lalla e con Giorgio a Santo Fiore, non vi si fermò che un giorno o due, poi corse precipitosamente in città per scongiurare la crisi. Chiuso, solo solo, e sballottato nel suo _coupé_, egli meditava il piano di difesa. Non c'era da farsi troppe illusioni: lo stato delle cose era molto grave. Fra i più formidabili nemici sollevati contro la Giunta municipale dal nuovo progetto per la _riforma delle gabelle e la cessione in appalto del Dazio Consumo_ si schierava, con un accanimento spietato, anche l'unico organo dell'opinione pubblica di Borghignano, il giornale l'_Omnibus_, che, di punto in bianco, mutato l'auriga e rotta l'alleanza di prima, s'era messo al servizio dall'_Opposizione_.

Questo colpo, i _costituzionali_, la _Giunta_ e il duca Sindaco, erano ben lungi dall'aspettarselo; capitò loro addosso, tra capo e collo, proprio come un colpo d'accidente. L'_Omnibus_, col fervore dei neofiti, non la risparmiava a nessuno--di quei signori della _camorra_--e menava botte da orbi: e ciò sia detto senza metafora, perchè appunto il suo nuovo direttore era orbo di un occhio: era il _celebre_ Frascolini!

Fra le varie ditte aspiranti all'appalto del dazio comunale c'era anche una _Società Anonima_, che s'era apposta costituita e della quale faceva parte l'antico direttore dell'_Omnibus_. Costui sostenne, da principio, a spada tratta, il progetto e le riforme proposte dalla _Giunta_, finchè ebbe la speranza che gli fosse aggiudicato l'appalto; ma poi, quando invece i signori del Municipio, non trovando abbastanza solide le garanzie proposte da quell'impresa, conchiusero il contratto con una casa bancaria di Genova, l'ira del direttore dell'_Omnibus_ non ebbe più ritegno. Egli cominciò dal fare una guerra sorda, coperta all'amministrazione d'Eleda; ma, per quanto avrebbe desiderato, senza contradire tutti i precedenti della sua vita politica e giornalistica. Si trovava sbilanciato, in certo qual modo, combattuto fra l'utile proprio e il proprio _partito_, e cercava una via di cavarsela con decenza, se non con onore, e... di vendicarsi! In quei giorni, bazzicava spesso negli uffici dell'_Omnibus_, per l'appunto, il Frascolini, il quale voleva combinare colla medesima stamperia della gazzetta un contratto per la pubblicazione del suo giornale _L'amico del contadino_. Il direttore dell'_Omnibus_, da uomo pratico, subito, appena lo vide, trovò in lui tutte le qualità dello _Sparafucile_ che tornavano bene al suo caso.

--Coll'impianto di un giornale nuovo, tu,--e lo lusingavo con quel _tu_, buttato lì come a un confratello,--tu ci rimetti de' bei quattrini per il gusto di dare al mondo un morto di più. Ti converrebbe meglio rilevare addirittura un giornale che avesse già i suoi abbonati, il suo nome, il suo pubblico, il suo ambiente insomma... mi capisci?

--Eh, per capire, capisco; ma io voglio spiegare le mie forze, voglio combattere qui, su questa zona di territorio.

--E chi ti dice il contrario?

--Ma di giornali, a Borghignano, non vedo altro che il _vostro_; che il tuo!

--E così?... Se vuoi, io te lo cedo! È una mia creatura, lo amo come un figliuolo, ma in questo caso so di affidarlo in buone mani. Sono vecchio, sono stanco, sono seccato di questa vita, di queste lotte quotidiane. Credilo, caro Frascolini, a lavare la testa all'asino ci si rimette il ranno ed il sapone e poi si corre anche il rischio di buscarsi dei calci per soprammercato.

Comperare l'_Omnibus_?... Essere lui, Sandro Frascolini, il padrone, il despota, quello che avrebbe dettata la legge a Borghignano?... Poter mandare all'aria, nello stesso tempo, il Duca d'Eleda _costituzionale_ e il Della Valle _progressista?_... Ripresentarsi minaccioso, terribile, dinanzi alla signora Duchessina?--L'occhio di Sandrino,--peccato ne avesse uno solo,--scintillava fiammeggiando.

--Ma...--c'era un _ma_.--L'_Omnibus_ non è un giornale del mio colore.

--E che importa?... Il colore d'un giornale è quello del suo direttore. Impara dall'America; perchè è dall'America che dobbiamo tutti imparare!

--Sicuro... sicuro. E quali sarebbero le tue pretese? Io non ne ho molti da spendere.

Allora intavolarono le prime proposte: un altro giorno si discusse più a fondo il negozio, e in una settimana e coll'intervento di un avvocato, scelto di comune accordo, fu combinato e accettato dalle due parti un contratto, in forza del quale, Alessandro Frascolini diventava il direttore-proprietario del giornale l'_Omnibus_, obbligandosi al pagamento di una certa somma, divisa in varie rate semestrali.

La notizia della vendita e della compera dell'_Omnibus_ scoppiò come un fulmine a ciel sereno: i _moderati_, quei della Giunta specialmente, ne erano rimasti sbigottiti e andavano dicendo roba da chiodi dell'ex direttore del giornale, chiamandolo un Girella, un venduto, un farabutto. Però si vedeva che erano avviliti e che cercavano colle chiacchiere, colle scappellate, colle proteste di liberalismo e di vera _democrazia_, di crearsi degli aderenti e parare il colpo. I _progressisti_, invece, insuperbivano ed esaltavano il coraggio, il patriottismo, la lealtà e soprattutto il _carattere antico_ dell'ex direttore dell'_Omnibus_ e, per sottoscrizione, indissero un gran banchetto in suo onore. In quanto poi al Frascolini, il nuovo direttore, nessuno lo conosceva; ma per gli avversari, cioè per i moderati, era una canaglia, una specie di mezzo analfabeta, un fallito, un porco; per gli altri il vero tipo del giornalista americano, un carattere integerrimo, un grande amico di Cairoli e di Zanardelli.

Il Caffè di Borghignano era stato il centro di tutte queste commozioni; mattina e sera, non vi si parlava d'altro. Là si sparse, per la prima volta, la notizia della vendita dell'_Omnibus_ e là arrivarono le prime informazioni intorno alla somma pattuita nel contratto, somma che subiva rialzi e ribassi favolosi; là si discutevano con pazienza e con amore i vari articoli del contratto. Il notaio che doveva redigerlo era uno della comitiva, e il giorno in cui fu messa la firma i _progressisti_ e _moderati_ del Caffè, tutti uniti e d'accordo, lo aspettarono curiosi, e appena capitò dentro gli furono addosso, se lo strapparono l'un l'altro di mano, soffocandolo sotto una grandine fitta fitta di domande, tante domande che non gli lasciavano nemmeno il tempo di rispondere, di capire, di tirare il fiato. Figurarsi poi come rimasero la prima mattina che il Frascolini, con un fascio di giornali sotto il braccio (la _posta_ del mezzogiorno), entrò nel Caffè a far colazione: pareva che tutti quegli avvocati e tutti quei cavalieri avessero mutato mestiere e vocazione: stavano attenti e attoniti a guardarlo, a studiarlo, ad ammirarlo, senza fiatare.

Il Frascolini, intanto, duro duro, faceva colazione, sfogliava i giornali, con un gran sussiego, e strapazzava democraticamente il cameriere. Quando ebbe finito e se ne andò via, scoppiarono tutti insieme a gridare pro e contro il nuovo direttore; e si riscaldavano specialmente per quell'occhio che gli mancava.