Chapter 20
Oh! parlava spedito, quella sera, Prospero Anatolio: l'avvocatessa non poteva esercitare su di lui i fascini occulti che gli legavano la lingua! Era un donnone colossale, colle spalle e colle braccia rosse e rigonfie. In capo aveva un'acconciatura di penne bianche e di fiori finti, con le fogliuzze d'oro; vestiva un abito di seta chiara, a strie verdognole, guernito con bottoni d'acciaio brillantato. Al collo portava una collana di perle false, nelle orecchie smeraldi di Murano, in mezzo al petto, enorme e sformato, uno spillone di filagrana, con una miniatura rappresentante la Piazzetta di S. Marco e la laguna. Aveva la bocca grande, il labbro superiore ornato da due baffetti da _matricolino_, i denti guasti e il naso a ballotta. Per farsi bionda, essendo rossa di capelli, s'era coperta di cipria e ne aveva sul collo, nelle orecchie, sulle braccia, tanto da infarinare la giubba di Prospero Anatolio, che non poteva a meno di sentire una certa ripugnanza scorgendo un cordoncino annerito dal sudore e dall'uso, il cordoncino del corsè, che usciva fuori, di dietro, sulle spalle, fra il candido fisciù dell'ampia scollatura, rivelatore indiscreto di certi misteri che non destavano curiosità. Portava i guanti bianchi, ad un bottone solo; le braccia erano coperte da braccialetti d'oro, di tartaruga, di corallo e di _venturina_. Camminando, la fiera avvocatessa, faceva il passo dell'angelo, sventolandosi con un ventaglio di struzzo, che perdeva le piume, appeso ad una catenella di _nickel_ legata attorno alla vita, e dimenandosi tronfia, per essere al fianco del duca d'Eleda, pur non ascoltando altro che distrattamente tutto ciò che Prospero Anatolio le diceva d'amabile, occupatissima com'era ad osservare se _quelle altre_ la vedevano così accoppiata, e se la vedevano tutte, e se, finalmente, crepavano di rabbia!...
Tuttavia, la signora aveva una punta di amarezza, in mezzo alla sua piena felicità: sapeva di non dover quel trionfo ai propri meriti personali, ma invece... a suo marito!... Era costui un omiciattolo scarno, gobbo e irrequieto, insaccato nella giubba logora e con un dito sempre nel naso, forse per impedire alle idee di scappar fuori da quella parte. Permaloso e aggressivo nella vita pubblica, era docile assai con la moglie, la quale, per vanità, volendo sfoggiare in pubblico il suo predominio su quel piccolo Robespierrino, si godeva a mortificarlo con spostature e rispostacce che impacciavano abbastanza il duca d'Eleda, non abituato a quelle beghe, ma che poi anche lo vendicavano di quello sgorbio addottrinato, del quale aveva dovuto inghiottire più di una volta, nelle sedute del Consiglio Comunale, le demagogiche requisitorie.
Il marchese di Vharè entrò l'ultimo: la festa era già cominciata da un pezzo. Con un'aria di noia e di sonnolenza altrettanto di _buon genere_, quanto era poco lusinghiera per la riunione, egli si guardò attorno stringendo le palpebre in cerca della padrona di casa, e quando l'ebbe veduta in un angolo, in fondo della sala, si avviò diritto verso di lei e le strinse la mano con dimestichezza, sorridendo appena, a fior di labbra, in un modo che voleva dire:--Capisco che vi dovete seccare assai e vi compiango sinceramente.--Poi passò vicino al Prefetto e gli fece un saluto distratto, con un cenno del capo, come se già lo avesse veduto poco prima; quindi si fermò un momento, cercando intorno cogli occhi e, alla fine, quando ebbe scoperto le quattro signore appartate, mosse adagio verso il gruppo, stringendosi coi gomiti per non urtare la folla e strisciando leggero co' piedi, per evitare gli strascichi. Giunto dinanzi all'eletto circolo s'inchinò tre volte, in tre tempi e, sempre senza dire una parola, senza curarsi particolarmente di Lalla, si adagiò, stirandosi, sopra uno sgabello vicino alla Giulia, le tolse il ventaglio e cominciò a farsi vento, scompigliando l'esercito timido dei piccoli adoratori e facendo subito allontanare Gianni Rebaldi, che passò vicino alla Bertù.
La Saint-Florin de la Baltea si scagliò su Rebaldi. _té-té-té-té_, per conoscere gli anni, le rendite e il casato del marchese Giacomo.
Gianni Rebaldi che lo odiava per invidia, quantunque ci mettesse molta buona volontà, non riuscì a calunniarlo altro che a proposito degli anni; ma il naso della Bertù ch'era rimasto indifferente all'enumerazione dei debiti del Vharè fatta con l'accanimento di chi non paga i propri, si arricciò quando sentì dire che quel marchesato non era autentico e si contorse scandalizzata al racconto delle audacie galanti del marchese, perchè la signora Bertù di Saint-Florin de la Baltea era assai schifiltosa in fatto di morale.
La contessina Giulia era bellissima quella sera, e il Vharè si godeva a farla ridere, per vedere i dentini bianchi apparire fra le labbra umide e rosse. Lalla, un po' mortificata, osava appena di rivolgere, colla sua voce più morbida, qualche paroletta a Giacomo, che le rispondeva distratto, mostrandosi solo occupato della sua bella vicina. Intanto colla Prefettessa, che passava e ripassava strizzando l'occhio, facendo frequenti e rapide corse in quella piccola riunione, prendendo viva parte ad ogni discorso che vi si faceva, mostrando chiaro come col cuore fosse tutta lì in mezzo, quantunque i pesi della rappresentanza la obbligassero altrove, si stava combinando un _carrè_, per i primi _lancieri_; un _carrè_ a parte, fra loro sole, composto dalla Bertù, dalla Calandrà, dalla Giulia e da Lalla. A poco a poco anche il Prefetto, il Generale, il conte Della Valle e Prospero Anatolio, che con bella maniera aveva deposto il carico avariato, si accostarono al circolo, e allora, trovandosi tutt'insieme, come in famiglia, respirarono più liberamente, cominciarono a ridere ed a scherzare.
Giulia si alzò la prima, perchè si sentiva sete; il Vharè le offrì il braccio e la condusse al _buffet_. Là s'intrattennero più del necessario, discorrendo fra di loro soli, pianino; Giulia, coll'intenzione di far risolvere, mediante lo stimolo della gelosia, l'uno o l'altro dei suoi timidi pretendenti; Giacomo, recitando apposta quella commediola perchè la Della Valle ne dovesse soffrire, e siccome egli sapeva bene la sua parte, il gioco gli riusciva pienamente. Infatti furono presto raggiunti dalla duchessina e da Prospero Anatolio che, anche lui senza parere, non perdeva mai di vista la Giulia, come fa un vecchio avaro col suo tesoro. Lalla era nervosa e non si sentiva più tanto sicura, tanto padrona di sè. L'ultima volta che s'era trovata col Vharè c'era stato un po' di burrasca: Giorgio, proprio all'indomani della festa del Prefetto, doveva andare in campagna, e il Vharè, avendolo saputo, voleva un appuntamento; ma Lalla era stata risoluta a non volerlo concedere, e da ciò la collera e i dispetti...
Dall'altra sala, frattanto, giungeva allegra la musica del _valzer_ e il frastuono vivace, animato delle varie voci confuse col fruscìo delle vesti. Giacomo fece un cenno alla contessina Giulia, inchinandosi sorridendo: la fanciulla rispose accettando l'invito, gli si appoggiò mollemente con una mano sulla spalla, e tutti e due, stretti insieme, sparirono, travolti come da un'onda, in quel turbine di colori e di luce, per ritornare poco dopo, Giulia al braccio del Vharè, col volto acceso, il seno palpitante, spirando dal languido atteggiamento di tutta la persona l'ebbrezza goduta in quella volata rapida e voluttuosa.
Il duca Prospero non volle più saperne di simili corteggiamenti: appena la vide, le mosse incontro, la prese lui con bel garbo sotto il braccio e la ricondusse a sedere accanto alla Bertù. Lalla e il Vharè rimasero così faccia a faccia, e come fossero soli, perchè in mezzo a gente che non conoscevano e che non dava loro nessuna noia: tuttavia un po' impacciati, per trovarsi giunti al momento desiderato e aspettato con tanta ansietà.
--Cattivo!...--balbettò Lalla con un filo di voce. Giacomo la guardò fissamente, senza parlare.
La musica del _valzer_ era finita, e adesso l'instancabile maestro cominciava sul pianoforte i primi accordi che preludiano i _lancieri_, mentre le coppie si univano, si avviavano chiacchierando al loro posto.
--Li ha già impegnati questi _lanciers_, signora contessa?--domandò Giacomo finalmente, con un leggero tremito nella voce.
Lalla alzò i grandi occhi sopra di lui con due lacrimone belle che li rendevano ancor più dolci e insinuanti.
--Sì... con te!
Giacomo le offrì il braccio, e lei, nel passar di sotto colla mano, trovò il destro di pungerlo forte, fin nelle carni, colle sue unghiette di madreperla, così bene affilate. Il Vharè impallidì, poi sorrise, premendo col suo braccio il braccio nudo della duchessina.
La pace era fatta.
Le coppie della Calandrà, della Bertù, della Giulia si erano già messe di fronte: Lalla col suo bel cavaliere venne a compire il _carrè_, ma quel _carrè_ non fu certo un modello di ordine, nè di compostezza: Gianni Rebaldi, che non ballava, si divertiva a fare lo spiritoso, a cacciarsi in mezzo alle coppie, così grosso e bracalone, durante i _traversez_ e i _retraversez_, a imbrogliare un _demi-ronde_ o un _tour de mains_, a dare indicazioni sbagliate colla voce fessa e uggiosa, ridendo sgangheratamente quando riusciva a confondere tutta la _figura_.
Le signore, tranne la Bertù che girava attorno severa, composta, colla maestà ch'era fusa nel sangue dei Saint-Florin, secondavano il chiasso animatamente, dando la beffa a Gianni Rebaldi e percuotendolo leggermente coi ventagli e chiamando la Prefettessa perchè gli comandasse di smettere, di stare zitto, di andar via; e tutto ciò accresceva il disordine, la confusione, il brio schietto e disinvolto che tutti gli altri _carrés_, i quali compivano il _dos-à-dos_, la _visite_, la _promenade_ e la _reverence_, taciti, composti, senza mai confondersi nelle _figure_, osservavano, invidiavano e disapprovavano scandalizzati.
Lalla aveva perduta ogni prudenza: parlava troppo, e sempre a bassa voce, col Vharè. Negli intervalli gli si appoggiava al braccio con languido abbandono e, quasi sempre, distratti tutti e due, erano chiamati all'ordine dalle altre coppie. Quando, per le combinazioni delle varie _figure_, Lalla doveva dare il braccio ad un altro cavaliere, continuava a fare segni e a rivolgere a Giacomo occhiatine e parolette che sottintendevano discorsi interi, mentre Giorgio, che non la perdeva di vista, si faceva, a mano a mano, più serio e imbronciato.
Il frastuono, la vivacità, il calore crescevano sempre: Gianni Rebaldi era riuscito nel più bello d'un _chassez croisez_ ad allontanare dalla sua dama un ballerino poco esperto e a mettersi lui al suo posto. Lalla, che di solito nel _tour de mains_ e nella _chaîne_ offriva due dita sole al cavalieri, adesso invece, quando incontrava la mano del Vharè la stringeva fortemente, segandola colle unghiette che si sentivano bene anche sotto i guanti. La confusione raggiunse il colmo alla _chaîne_ finale. Chi passava da una parte e chi dall'altra, incrociandosi rapidamente, vorticosamente, ridendo e vociando, sfogandosi in un'allegria obliosa, espansiva, correndo e saltellando, fermandosi ad ogni tratto per salutarsi, per inchinarsi e poi per ritornare a correre e a girare attorno, storditi e anelanti. Era una vertigine di colori, di spalle nude, di capelli biondi e neri, di faccie pallide, di occhi scintillanti; un disordine ed un eccitamento nuovo dei sensi istigati e irritati dal continuo stringersi delle mani, dal premere delle braccia, dallo strisciar dei fianchi e delle vesti, mentre le orecchie rimanevano intronate da quella musica del cembalo chiara, pettegola, che ripeteva insistente il monotono ritornello dei _lancieri_, affrettandolo nelle ultime battute con una vibrazione più calda e più animata.
La Bertù era già uscita dal _carrè_ prima che il ballo finisse; Gianni Rebaldi, rosso invasato, il colletto della camicia molle di sudore, dondolante, sventolandosi col fazzoletto, facendosi becero per la smania di sembrar disinvolto, finì collo sdraiarsi, sghignazzando, sopra una lunga poltrona vicino al _buffet_, dove ingoiò mezzo pasticcio con una bottiglia di Marsala.
Lalla, accesa in volto, il respiro ansante e gli occhi che le sfavillavano, come se quei tepidi _lancieri_ avessero sollevate per lei le complici ebbrezze del _valzer_, si appoggiava colla piccola personcina, tutta rorida e fremente, al braccio di Giacomo, che doveva ricondurla nel solito cantuccio dell'altra sala, fra la contessina Giulia, la Generalessa e la Bertù.
--Dunque?... Domani?... le chiese il Vharè, sottovoce.
Lalla lo guardò appena, timida, amorosa, poi palpitando più forte e premendogli il braccio con le dita della mano, ch'ella vi aveva appoggiata, chinò il capo senza rispondere.
--Alle due?--insistè l'altro.
La duchessina non lo guardò, ma rispose un _sì_ lento, quasi inintelligibile, che corse con un brivido per le vene di Giacomo.
Quando il Vharè l'ebbe accompagnata al suo posto, s'inchinò salutandola; girellò qua e là per la sala, discorrendo coll'uno o coll'altro del più e del meno, ma presto sparì dalla festa. Il suo scopo, ormai, era stato raggiunto.
--Avevi da parlare di cose molto importanti, col signor Vharè?--domandò Giorgio alla moglie, mentre si spogliavano per andare a letto.
--M'è venuta una buona idea; voglio persuaderlo a sposare Giulia.
--È un'idea pazza!... Uno spiantato pieno di debiti e di vizi!... Non incaricartene affatto, e ricordati: meno colui ti verrà fra i piedi, più ne sarò contento.
Quel tono aspro e freddo, quella severità del marito, mentre Lalla era così piena di dolci ricordi della serata, la irritò, le sembrò cosa cattiva, ingiusta, e Giacomo le diventò, per il contrasto, ancor più piacente e più caro. Essa rispose a Giorgio con altrettanta durezza ed ironia:
--Senti, caro: io non posso, nè voglio fare degli sgarbi a chi è sempre stato amico della mia famiglia, a chi è sempre stato molto gentile con me, senza mai mancarmi nè di riguardo nè di rispetto. Se tu vuoi metterlo alla porta, buon padrone; ma tocca a te: sei tu... l'uomo forte.
Non era il primo caso, codesto, nel quale Lalla si mostrasse adirata; ma le altre volte Giorgio smetteva subito la bizza e le domandava perdono, accarezzandola. Invece, quella notte, tacque imbronciato; e mentre Lalla, svestita e inginocchiata dall'altra parte del letto, diceva le sue orazioni, Giorgio, coricato, cominciò a leggere il _Diritto_. Lalla fini di pregare, si segnò, baciò l'amuleto che teneva appeso sul capezzale, e leggiera, svelta si tuffò sotto le lenzuola. Giorgio continuò imperturbabile a leggere il _Diritto_. Quella resistenza era affatto nuova e Lalla ne rimase un pochino impressionata. Ma Giorgio non leggeva: meditava, assorto col pensiero nel Vharè e nelle parole di sua moglie. Certo, da molti anni colui era l'amico della famiglia d'Eleda... l'amico di Maria. Il dubbio, persino, gli ripugnava, ma... Ma pure, vedeva ancora Maria e Giacomo come in quella triste mattina, così per tempo, a cavallo, soli soli, sul _Poggio dei Platani_... Giorgio continuò per un pezzo a fantasticare, ma poi finì, secondo il solito, persuadendosi di essere un pazzo...--Sì, sì; un pazzo!... Dubitare di Maria?
--Se non era altro che una statua di ghiaccio!... Se non aveva cuore per nessuno!... Che!... avrebbe giocata la vita, sull'onestà, classica, di quella donna!
Poi, dopo un momento, tornava a pensare:--Discorrevano della Giulia. Certo, certo; se il Vharè avesse intenzione di fare la corte a Lalla, Lalla stessa, che mi conta tutto, me lo avrebbe già detto. Metterlo alla porta?... Si fa presto a dirlo, ma... come si fa? E le chiacchiere? I commenti? E poi, comprometterei il mio onore e l'onore di mia moglie, senza una ragione! Del resto ho un bel mostrarmi freddo, inurbano con quello sfacciato: o non capisce, o non vuol capire!... Eh, se ci fosse qualche cosa!... per Dio!... lo ammazzerei!... Povera Lalla; tanto buona... ed io tanto sospettoso!... Ma non è di te che dubito, no, angelo mio, è della perfidia, della cattiveria altrui!... Se potessi portarmela via, lontana da tutti, sola... con me...--Così pensando, si voltò verso la moglie, per vederla dormire; Lalla riposava tranquilla, come una bimba, i bei capelli disciolti, le braccia incrociate sul petto, la bocca socchiusa e ridente. Egli la guardò a lungo, con una tenerezza profonda, appassionata, e allora tutti i suoi cattivi pensieri svanirono come per incanto. Non volle destarla, ma lievemente, trattenendo il respiro, depose un bacio su quella bocca fragrante come un fiore... ritornò a guardarla... a guardarla... poi, sospirò, spense il lume e si rannicchiò per dormire. Ma appena il lume fu spento, Lalla aprì lei gli occhi e senza muoversi, senza farsi sentire, sorrise con una contentezza birichina: suo marito era sempre lo stesso innamorato!
XXIV.
Chi dormì meno di tutti, quella notte, o, per dir meglio, chi non dormì affatto, fu il marchese Giacomo di Vharè. Il _sì_ di Lalla, che sentiva sempre vivo nel sangue, lo teneva desto agitato. Egli era ritornato ai turbamenti e alle commozioni dei primi amori. Lalla aveva saputo incatenarlo assai strettamente; ma l'indole sua non poteva resistere a lungo a quella ginnastica platonica, e la sensualità vi si faceva sentire ancora più prepotente per quel tanto ch'era stata trattenuta e domata.
Non potè dormire in tutta la notte; soltanto verso l'alba riposò un poco. Si alzò tardi, con gli occhi pesti, col capo intronato, con un gran desiderio addosso e con un grande sgomento.
Gli era pur cara quella donnina così amorosa, così intelligente e sagace e nello stesso tempo così ingenua! Era l'ultima volta ch'egli amava o, per lo meno, era adesso alla sua ultima passione. Riflettendoci bene, ebbe paura di poter compromettere per imprudenza tutta quella sua grande felicità; poi pensò ai propri guai finanziari... al giorno, non lontano, nel quale non potendo più tirarla innanzi coi ripieghi sarebbe stato costretto a saldare i creditori con un colpo di rivoltella. Morire? E Lalla?... Lalla avrebbe trovato un nuovo amante!... Allora, proprio come un collegiale, gli si affacciò l'idea di morire tutti e due, ma finì presto col ridere di questa sua pensata alla Werther. Lalla era tanto giovane. Ben presto ella stessa lo avrebbe piantato per un altro. Si guardò nello specchio e si consolò; il pericolo non pareva imminente!... Il Vharè era una di quelle fortunate eccezioni, che non invecchiano mai, oppure che, anche invecchiando, colla loro testa grigia, ardita, espressiva, fanno fantasticare le testine romantiche delle fanciulle. Allora poi egli poteva dirsi ancora nel fiore dell'età. Più che essere un bell'uomo, cosa stupida alle volte, quanto, alle volte, lo è anche una bella donna, egli era un bel tipo. Che cosa importa la sostanza, quando al di fuori egli appariva simpatico, attraente, con un tutt'insieme dove c'era del poeta e del gran signore, del diplomatico e del rompicollo?...
Appena vestito se ne andò subito al caffè a far colazione; dopo, accese un sigaro, e girellando a caso, coll'immagine di Lalla che gli vezzeggiava dinanzi agli occhi, fece, come Dio volle, venir le due. Quando passò la soglia del palazzo Della Valle, aveva la faccia ancora più pallida del solito e gli batteva il cuore precipitosamente.
--La contessa è in casa?...
--Sissignore.--Erano già stati dati ordini in proposito; il portiere tirò la corda del campanello senza nemmeno passare nell'atrio a domandare ai servitori se la contessa volesse ricevere. Giacomo, per tali indizi, fu preso da una gioia espansiva, quasi fanciullesca; ma ahimè!--la gioia dei mortali... è un fumo passeggero!--Nella corte c'era il marchese di Toscolano,--stivali alla scudiera, giacca di velluto e il solito scudiscio fra le mani;--col cavallerizzo del conte Della Valle egli stava provando un puledro storno, che uno scozzone faceva passeggiare dinanzi alla scuderia.
Il Vharè sperava di passar via senz'esser veduto, ma la scampanellata aveva messo il Toscolano sull'avviso.
--Oh! caro, carissimo il nostro bel marchese!
--Grazie, altrettanto!--e il Vharè sperava di poter tirar dritto.
--Vai su, da Lalla?
--Appunto, salgo un momento dalla contessa.
--Aspetta; vengo anch'io.
Giacomo, in cuor suo, mandò quell'altro in tanta malora, pure dovette contenersi, ed aspettare l'amico, ammirando insieme il bel puledro. Il Toscolano disse qualche parola, in aria di mistero, al cavallerizzo, poi, dopo di aver regalato allo scozzone, mettendoglielo in bocca, il sigaro di virginia ch'egli stesso fumava, prese Giacomo a braccetto, sbattendo e strisciando i piedi per nettare le suole dalla ghiaia.
--Ma tu, scusa,--gli domandò il Vharè infastidito,--ti presenti alle signore... in questa _toilette?_...
--Sicuro!... O bene che mi prendano così o che non mi prendano!--Bella bestia, non è vero? Se non accade qualche disgrazia, quello si farà un cavallo famoso, e bisognerà che tu corra il ben di Dio, cane d'un marchese, prima di trovarne un altro eguale!... Sai chi mi ricorda quel puledro? Un morello che aveva tuo padre: lo comperò, ci sono entrato anch'io nell'affare, lo comperò da un aiutante di Radetzky, e lo ha poi venduto, con cinquecento svanziche di regalo sul prezzo di costo, allo zio dei Lastafarda, il signor Nicola,--sai!--quello che stava a Sant'Antonio e che mangiava i gatti in salsa, per far economia.
Discorrendo, avevano fatto la scalone. L'anticamera era deserta; altro indizio, codesto, che fece rimaledire a Giacomo l'incontro di Toscolano. Attraversarono l'appartamento e furono incontrati da Lalla che usciva dal salottino. Essa si mostrò meravigliata che non ci fosse nessuno in anticamera, e intanto, non poteva a meno di sorridere; indovinava, dalla faccia stralunata del Vharè, com'egli dovesse trovarsi male per quell'incontro così inopportuno.
Lalla rientrò nel salottino; i due la seguirono. Si parlò del più e del meno, di Giorgio ch'era andato in campagna, del puledro storno e della festa del Prefetto. Il Toscolano si vantava di non averci messo piede, quantunque avesse ricevuto l'invito.--Questo signore aveva ballato da tutti i governatori austriaci succedutisi a Borghignano, ma di Prefetti di _sinistra_ non ne voleva sapere, perchè tutti i _sinistri_, diceva lui, erano nemici mascherati dell'Italia e della Monarchia.--Giacomo, su le prime, se la cavava con bastante disinvoltura, tanto per mostrare a Lalla che aveva spirito e che sapeva far buon viso alla disdetta, ma poi, rodendosi dentro perchè quell'altro non dava segno di voler andar via, a poco a poco diventò taciturno e imbronciato.
--Vieni o rimani?--gli domandò alla fine il Toscolano, dopo un momento di silenzio.
--Rimarrei, se la contessa lo permette.
--Io... bisogna che me ne vada!--e così dicendo il Toscolano cacciò le mani in tasca e si sdraiò ancora più comodamente nella poltrona. Lalla si godeva assai vedendo quell'altro che pareva sulle spine, in fondo al cuor suo, provava una certa inquietudine, un timore vago, indefinibile... insomma, aveva un gran piacere... a non restar sola col Vharè.
Il Toscolano domandò delle signore meglio vestite della festa, e Lalla, con molto brio descrisse l'abbigliamento dell'avvocatessa, mentre l'altro sobbalzava e lacrimava a forza di ridere. Poi il Toscolano tornò a guardare l'oriuolo, e accavallando una gamba sull'altra, e battendo il tempo col tacco, si pose a cantarellare sull'aria dei cospiratori nella _Madama Angot_:
--Bisogna che me ne vada! Bisogna che me ne vada!--... E non si moveva.
Giacomo, tuttavia, non aveva perduta ogni speranza: da un momento all'altro quell'importuno se ne sarebbe andato, ed ogni ritornello del Toscolano lo confortava... Ma, sul più bello, si sentì un rumore di passi, un fruscio di vesti, e questa volta, annunziata dal servitore, si fece avanti la Calandrà. Allora sì che il Toscolano battè subito in ritirata; ma rimaneva quell'altra, a guardare la piazza!...