Mater dolorosa

Chapter 19

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--Tu mi piaci molto di più!

--Perchè ti piaccio di più?

--Perchè mi fai sentire nel cuore, nel sangue, ciò che non provo affatto vicino ad una donna bellissima, anche più bella di te.

--Che cosa ti faccio, sentire, Nino?

--Sei terribile!... non credi, Lalla?

--Cattivo!...

--E la Giulia, dunque, anche qui come a Roma? Sempre fra i piedi.

--Sempre.

--Quando è arrivata?

--L'altro giorno.

--Che seccatura! Ci fosse almeno un cane che la sposasse!

--Adesso si tenta esplorando la provincia; ed io devo godermela a tutto pasto.

--Perchè ti accomoda!

--Sei carino!... Sono io, vero, che comanda? Oh, se potessi fare a modo mio, almeno un giorno!...--E Lalla sospirò con la rassegnazione della vittima.

--Tu, per altro, avresti potuto liberartene con qualche scusa.

--Non sei contento di me?

--Niente affatto.--Così dicendo, Giacomo si alzò imbronciato, lasciando Lalla sola sul canapè e andò a guardare alla finestra.

--Vedi, come sei?--mormorò Lalla, con una vocina piena di lagrime.--Vedi come sei? Io mi ero fatta una festa pensando di stare un'ora con te--io e te, soli, finalmente!--dopo tanti giorni che non ci vedevamo; ho preparato quest'ora, tutta nostra, con mille noie, con mille artifizi, che tu bene sai quanto mi costino, col mio carattere... Ero così contenta, così allegra, e tu adesso... guasti tutto! Ma, per altro, mi vendicherò, non dubitare! Avevo una bella cosa da dirti, e invece, non te la dirò, ecco, perchè sei proprio cattivo, cattivo, cattivo!

Giacomo non potè resistere,--con Lalla non sapeva lottare--e allora, pensando che per una volta nella vita si può essere anche ragazzi, a prezzo di tante e così nuove seduzioni, ritornò a sedersi vicino a lei.

--Sentiamo.

--No.

--Che _cos'ha_ da dirmi?

--Nulla.--Adesso era Lalla che faceva il muso; un musino incantevole.

--Parla, andiamo; sarò buono, sono buono; a costo di essere.... un imbecille!

--No... No!... Vada... Vada all'estero, raggiunga _la diva_; quella non ha scrupoli, e non lo rende ridicolo!

--Perdonami!.... Ti domando; perdono!... Che hai da dirmi?...--Lalla tenne ancora il musino, per un momento, ma poi fissò Giacomo, sorrise, gli si avvicinò di nuovo e passando un braccio sotto quello di lui, colla testina bassa, gli disse pianino pianino, giocando con una mano colla catenella dell'orologio del Vharè:

--Mi confesso, non è vero?...

--Sì... sì...

--Ebbene... quando ti ho lasciato a Roma ho pensato fra me: adesso bisogna fare un esperimento... Sai bene?... il rimorso...

--E che hai pensato?

--Ho pensato: se in questi giorni sento di poter vivere sopportabilmente, senza di lui, se riesco qualche volta a dimenticarlo, a non averlo sempre così vivo dinanzi agli occhi, allora... allora quando egli arriva a Borghignano, non mi lascio più vedere.

--Brava; benissimo!

--Mi confesso, dunque devo dire tutta la verità.--Allora pregherò Giorgio di condurmi via l'estate senza dir dove; Giacomo pure mi dimenticherà, ed io potrò ritornare buona, potrò ascoltare i consigli della mamma e potrò vivere senza rimorsi. Pur troppo invece...

--Invece?...

--Invece ho capito che...

--Che cosa?

--Ho capito di volerti più bene... di quanto credevo! Giacomo la serrò stretta sul cuore: Lalla si allungò, quasi strisciando, e gli baciò la bocca.

Erano i primi baci ch'ella gli dava; ma adesso non aveva paura di lui, sapeva di dominarlo bene e ci si arrischiava. Di più, Lalla, sentiva ancora sulla propria bocca il contatto delle labbra viscide di Pier Luigi e le pareva, così, di cancellare quell'impressione disgustosa. In quei giorni si era anche facilmente persuasa che il bacio non era poi questo gran peccato, se uno zio non si peritava di darne alla moglie di suo nipote.

Cominciarono gli addii: Giacomo sarebbe ritornato tre giorni dopo, se _quell'altro_ non ne avesse saputo nulla: già lei, onde prevenire le domande, si era abituata a contargli sempre chi c'era stato a farle visita; e perciò, anche se ne dimenticava qualcuno, non era questo--un mentire!

Prima che il Vharè se ne andasse, prima di mandarlo via ebbe un altro trasporto di tenerezza e di abbandono:

--Vedi, Nino,--gli diceva,--se tu lascerai che io ti ami sempre così, senza voler urtare contro certe mie idee, allora ti vorrò ancora più bene, e te ne sarò riconoscente con tutta l'anima!... Di', Nino, non siamo più tranquilli, più contenti, più felici?... Il poter pensare l'uno all'altro senza arrossire, è pure una gran consolazione, sai? E poi, per me, vedi, c'è un'altra cosa che mi consola, che è una grande parte del mio amore, quella di non essere costretta a rinnegarlo dinanzi a Dio! Se tu sapessi la gioia che io provo quando prego per te e se... se invece... capisci?... allora non potrei più pregare e certo qualche grande sventura ci colpirebbe, forse... sarebbe tutto scoperto... e non potrei vederti mai più!... E tu?... Tu non preghi, non è vero?...

Giacomo sorrise, ma si sentiva un po' commosso.

--Tu non pregheresti nemmeno per me?... Tu non credi?... Cattivo! Come sarei beata, orgogliosa, se un giorno potessi riuscire a farti credere!

Il marchese di Vharè uscì da quella casa ringiovanito. Gli pareva che gli fosse tornata la gioventù del cuore, e si sentiva la coscienza soddisfatta per aver risparmiata quella donna.--Aveva tanto candore e gli era tanto cara!... Certo che... un giorno o l'altro... non voleva essere ridicolo; ma perchè si sarebbe affrettato a distruggere tutto l'incanto di quell'abbandono lento del cuore e dei sensi che, a poco a poco, avrebbero vinta la ragione... e il timore?... Alla fine poi non poteva lamentarsi; progressi ne avevano fatti!...

Era proprio vero che la duchessina a Borghignano amava molto di più, o amava meglio, il Vharè, di quanto non lo amasse a Roma. Ma se a Roma il marchese di Vharè non rappresentava che un episodio della vita elegante di Lalla, a Borghignano, invece, ne formava l'argomento principale. In quella sua vita quieta tranquilla, senza distrazioni, Lalla ricordava Giacomo più spesso, lo vedeva in quel mondo meschino, _lillipuziano_, apparire ancora più diverso e più attraente degli altri. Per tutto ciò, ella gli voleva anche più bene o, per lo meno, credeva di volergliene di più. E poi, a Borghignano, la duchessina si annoiava, e quando una donna sbadiglia, il diavolo, dice un proverbio spagnuolo, le entra per la bocca e le va diritto sino al cuore.

Lalla era di gusto fine, delicato; aveva il temperamento e i nervi aristocratici; per ciò, la corruzione profonda, ma raffinata, del marchese di Vharè, si rivestiva agli occhi suoi di nuove attrattive al confronto delle marachelle democratiche e trivialucce dei giovani--provinciali--di Borghignano, le quali consistevano nell'andare a cena colle coriste e le ballerine sudice e sbilenche, nell'ubriacarsi rumorosamente col vino da fiasco o colla birra, nel rovinarsi, a poco a poco, ai tavolini delle trattorie e colle carte nostrane, senza il lusso e l'effetto drammatico di una bella catastrofe rumorosa.

A Borghignano il fior fiore dell'aristocrazia mascolina era rappresentato dai fratelli Tangoloni de Lastafarda, che godevano molto credito ed erano molto invidiati perchè si vestivano a Milano, perchè avevano amici a Milano, perchè partivano per... o arrivavano da Milano, ogni altro giorno. Erano sempre insieme, questi due. vestivano collo stesso _taglio_ e colle stesse stoffe dello stesso colore, all'inglese, ed erano cretini, tutti e due, alla Nazionale. Il più giovane certo, aspettando il suo turno, faceva intanto da _moretto_ al maggiore. Il maggiore dei Tangoloni diceva una qualche spiritosaggine? Il minore correva a ripeterla nei salotti e nei palchetti. Il maggiore faceva la corte ad una signora?... Il minore, in segretezza, spifferava la gran notizia a tutta Borghignano, e spesse volte, per l'onore della famiglia, aggiungeva di suo. Tangoloni seniore parlava col prefetto? Allora Tangoloni _iuniore_ andava raccontando al club e al caffè:--mio fratello discorrendo col prefetto lo ha consigliato a...--oppure:--il prefetto, trovandosi con mio fratello, gli ha confidato che...--e così via, di seguito. Del resto i Lastafarda erano ricchi, di buona nobiltà, e a Borghignano _dittatoreggiavano_ senza accordare punto costituzioni; e il novellino, che stava lì lì, titubante e desioso per ispiccare il primo volo nel bel mondo, doveva sottostare al noviziato, entrare nel seguito dei Lastafarda ed aspettare che uno dei due fratelli lo prendesse a braccetto trattandolo col--tu:--fatto, codesto, col quale a Borghignano, dalla mattina alla sera, si passava dalla plebe all'aristocrazia, dalla gente ordinaria alla _compagnia dei nobili_.

Un altro astro di primo ordine era rappresentato dal marchese di Toscolano, nobile come Bajardo, spiantato come San Quintino; costui non aveva che una passione, ma sfrenata, quella dei cavalli. Passione divisa, del resto, da tutta l'aristocrazia genuina o assimilata di Borghignano, che sapeva a memoria la vita ed i miracoli di tutte le rozze sfiancate che passavano sotto i _brum_. Il marchese di Toscolano aveva un cavallo solo, in scuderia, e gli aveva messo nome _Adamastor_, mentre sarebbe stato meglio battezzarlo Bortolo o Pasquale, per la sua andatura lenta e monotona, che gli dava l'aria pacifica e rassegnata d'un vecchio impiegatuccio a milletrecento, che trotterella, curvo e striminzito, da casa all'ufficio.

Il Toscolano non faceva nient'altro, in tutto il giorno, che visitare le varie scuderie degli amici, e così, qualche volta, dalla corte passava al _piano nobile_ a salutare le signore, sempre con gli sproni agli stivali, i calzoni scamosciati, lo scudiscio in mano e, tutt'intorno, un puzzo da mozzare il fiato.

Il marchese aveva poi un'abitudine, che ingenerava molta confusione: i cavalli, i cocchieri e le signore chiamava soltanto col nome di battesimo: Adamastor, Dirce, Vandalo, Fanny, Sandro, Cecco, Toni; l'Ippolita, la Jenny, la Norina.

Un altro bell'originale era Gianni Rebaldi, un omaccione sulla cinquantina, con una gran zazzera bionda, ritinta, spaccone scempiato, e sussurrone fastidioso, coll'aggiunta di una velleità seccante, quella di ostinarsi, col mezzo secolo in groppa, a voler fare il ganimede e il giovinottino che cerca moglie.

Gianni Rebaldi aveva trascorso a Bologna la prima e la seconda gioventù, divorandosi tutto il patrimonio fino alle ultime briciole e, adesso, a Borghignano, coll'aiuto delle signore, ripristinava, per suo proprio conto una specie di _diritto d'asilo_. Egli sfuggiva dalle persecuzioni dei creditori insediandosi, per mezze giornate, in un salotto o in un altro, discorrendo delle avventure di Bologna, delle feste di Bologna, delle signore di Bologna, tutto di Bologna, accapigliandosi sovente coi due Lastafarda, i quali pretendevano, invece, che a Milano, soltanto a Milano, vi fosse tutto il bello e tutto il buono del mondo.

Attorno a costoro, qualche avvocatino sentimentale e senza clienti, qualche piccolo vice-segretario di prefettura, qualche ufficialetto dilettante di musica, e i gran _lions_ di Borghignano c'erano tutti.

Si può immaginare dal quadro il bel divertimento di Lalla!... Essa sentiva come un sollievo, come un'eco della vita elegante di Pegli e di Roma, abbandonandosi alla passioncella pel Vharè; e mentre aspettava ansiosamente il suo arrivo, aveva intanto scritto lei alla Giulia, quantunque al Vharè avesse lasciato credere il contrario, perchè venisse subito a tenerle compagnia a Borghignano. Lalla capiva già che il marchese Giacomo sarebbe stato molto più forte a Borghignano di quanto non lo fosse stato a Roma, e perciò aveva chiesto il ritorno della Giulia, nella quale ella avrebbe avuto un pretesto sempre pronto da adoperare all'occorrenza, una salvaguardia, una inconscia e potente alleata.

Poi, anche in casa, la vita di Lalla sarebbe stata troppo monotona senza il soccorso del brio e delle effervescenze della Giulia. L'amore profondo di Giorgio, tenero, rispettoso, era sempre uguale, senza burrasche, senza le seduzioni dell'ignoto e dell'impreveduto. Prospero Anatolio, che colla Giulia faceva l'amabile e l'accompagnava in carrozza al passeggio, con Lalla diventava serio, tanto per far credere che, in politica, lui aveva più peso di suo marito, e le riferiva, parola per parola, le interminabili discussioni del Consiglio Comunale, e i discorsoni ch'egli preparava e teneva in serbo per l'apertura del Senato. Maria, malaticcia, melanconica, aveva sempre pronto qualche buon consiglio od una qualche opportuna rimostranza. Discorreva a lungo colla figlia de' suoi affetti, de' suoi doveri e del suo avvenire; ma quanto era spontanea l'effusione di Maria, altrettanto Lalla l'ascoltava sommessa in apparenza, con un raccoglimento forzato che, il più delle volte, nascondeva a stento uno sbadiglio: uno sbadiglio leggero, che poteva anche passare per un sorriso. Così per tutto questo, il Vharè tornava carissimo a Lalla che otteneva da quell'idillio coll'avvenente marchese distrazioni nuove e piacevoli, che alleggerivano la noia delle lunghe giornate. In un modo o nell'altro, riuscivano a vedersi ed a parlarsi frequentemente. Giacomo in casa non le poteva fare più di due visite alla settimana, e soltanto, ma ben di rado, quando il conte Della Valle andava in campagna, oppure era in seduta al Consiglio Provinciale, ne arrischiava una terza. Adesso era Giorgio che domandava alla moglie se aveva avuta la visita del Vharè, e quando gli aveva detto di sì, egli s'imbronciava, ma senza fiatare, ciò che faceva sorridere e divertiva Lalla moltissimo.

Invece il marchese Giacomo si faceva assiduo in casa d'Eleda, dove incontrava Lalla senza destar sospetti e dove, accattivatosi Prospero, lusingandolo nella sua vanità d'uomo di Stato, vi era ricevuto benissimo. Poi, Lalla e Giacomo combinavano d'accordo visite e ritrovi presso qualche comune conoscente, e non si peritavano nemmeno di commettere l'imprudenza, che più tardi dovettero pagare ben cara, di fissar convegni per istrada, e di fare insieme un breve tratto di via. Una volta Giacomo si arrischiò di proporre all'amica una rapida volata nel suo piccolo quartierino--sicuro per ogni verso;--ma Lalla rispose subito che--quella cosa lì, non l'avrebbe mai fatta.

Oltre agli incontri, ai ritrovi, agli appuntamenti, c'era anche l'aiuto del teatro, quand'era aperto, del caffè nelle sere di musica, delle riunioni private, dei concerti; e tutto questo complicatissimo orario veniva combinato, diretto ed anche modificato all'occorrenza, da uno scambio, da un andirivieni continuo di libri che servivano pel solito sistema di corrispondenza che Lalla aveva già usato, la prima volta, col Frascolini, e che adesso aveva insegnato lei, l'innocentina, a quel suo don Giovanni, tanto vecchio del mestiere.

Di mandar lettere non si fidava, e diceva al Vharè, sovente, tanto per scusarsi:--quando mi metto allo scrittoio e comincio a scriverti, mi sento presa da una soggezione strana che mi turba, mi confonde, mi fa perdere le idee e le parole. Tu hai tanto ingegno! Tu sai tante cose, ed io, invece, non sono altro che una povera... ignorantina!

Certi rispetti al passato, il--pudore delle memorie--essa non lo sentiva affatto. Un giorno, rovistando a caso in uno scrignotto, le era corso fra le mani l'anellino di Sandro, e Lalla, anche un po' per liberarsene lo affidò _in deposito_ al Vharè, facendogli credere che lo aveva ricevuto in dono, per la sua prima comunione, dalla zia di Genova; la famosa marchesa vecchia e sorda.

L'ascetismo poetico, non solo durava vivo in quell'idillio sentimentale, ma cresceva sempre d'intensità. Adesso il Vharè era costretto a tenersi chiusa nel portafoglio una piccola medaglina benedetta; e tutte le volte che erano soli nel salotto, Lalla gli toglieva con una carezza il portafoglio di tasca, lo apriva, ne frugava i segreti, levava la medaglina, la baciava, e voleva, colle sue moine, che la baciasse anche lui, cosa che il Vharè non rifiutava di fare, dopo però di avere imposto a Lalla, ed ottenuto, qualche dolce compenso. Quindi, finite le divozioni, essa gli riponeva il portafoglio nella tasca dell'abito, e si fermava qualche momento colla mano sul petto di Giacomo, per sentirne i battiti del cuore. Un giorno ch'ella lesse in un libro di preghiere, tradotto dallo spagnuolo, un'_Ave Maria_ in versi, inspirata e gentile, volle, ad ogni costo, che il Vharè l'imparasse a memoria: se lo fece inginocchiare dinanzi, sorridendo voluttuosa, le mani nei capelli di lui, che la teneva abbracciata per la vita e baciandogli la bocca, gli occhi, la fronte, gliela fece ripetere tante volte, finchè Giacomo la potè dire da solo.

Lalla s'era messa in mente d'essere come una specie di piccolo missionario, che sperava, riconducendo la pecorella smarrita al buon pastore, di scusare, e quasi di rendere meritorie le sue scappate. Si sa bene, se alle volte doveva pur sottomettersi e doveva cedere, concedendo qualche piccolo premio a quel peccatore così difficile da convertire, anche Domeneddio avrebbe dovuto chiudere un occhio e forse tutt'e due... per il trionfo della fede. _Il fine giustifica i mezzi_; tuttavia la duchessina non avrebbe sempre potuto cantar vittoria se anche la Provvidenza non l'avesse aiutata.

Erano diversi giorni che il Vharè si faceva vedere imbronciato.--Così non la può durare--borbottò con l'amica.--Sento, capisco, non mi volete bene.--Lalla protestava; si stringeva nelle spalle sospirando, gemendo, spremendo qualche lacrimetta dagli occhi bellissimi e... non si andava più in là.

Che fare?...

Il Vharè cominciava ad essere seccato, arrabbiato, nervoso:

--Era tempo di concludere, ormai, o di finirla.

Ma faceva i conti senza l'astuzia finissima di Lalla, ed insensibilmente le si era troppo legato per poterla lasciare.

Stavano così le cose, quando la _Prefettessa_ di Borghignano, nell'occasione del proprio onomastico, offrì alle varie notabilità del Comune e della Provincia, una serata di gala.

A Borghignano, l'aristocrazia affettava di non intervenire ai ricevimenti pubblici del Prefetto, prima di tutto perchè il Prefetto rappresentava un Governo di _sinistra_, e i Lastafarda avevano riferito che anche a Milano la nobiltà, quella pura, non si lasciava vedere in simili riunioni, e poi perchè, naturalmente, vi era ammesso _un po' di tutto_. L'aristocrazia di Borghignano era un'aristocrazia spiantata, che teneva molto al sangue e ai titoli, anche per il resto che se n'era ito, e con una invidia assaettata, odiava i _nuovi ricchi_, i quali, se avevano lasciati i blasoni al loro posto, s'erano impadroniti delle ville più grasse e dei palazzi più splendidi. Così

. . . . la rancida Muffa Patricia

credeva di vendicarsi contro le sopraffazioni del denaro, sfoggiando un'alterigia altrettanto impertinente quanto ridicola. Dal Prefetto dunque i _corpi santi_, come si chiamavano le matrone meglio inquartate, non comparivano affatto; soltanto i loro mariti, per convenienza e per curiosità, vi facevano una fugace apparizione, tenendosi appartati e cuciti sempre insieme, alle falde, gli uni cogli altri, temendo quasi di perdersi in quel _bailamme_, silenziosi, duri, impettiti, come i congiurati nel _Ballo in maschera_. Lalla, figlia del senatore e moglie del deputato di Borghignano, non poteva rifiutare l'invito, e poi aveva troppo ingegno e troppo spirito per patire simili bizze; tuttavia non volendo correre il rischio di _restar sola_, condusse la Giulia con sè.

Questa paura era esagerata: per amore o per forza sarebbe intervenuta alla festa anche la moglie del generale Calandrà, una baronessa polacca, papista sfegatata e _arciduchina_ in fondo all'anima; secca di corpo grulla di spirito e attempatuccia; rigonfia, a chiacchiere, di principî e di morale; in pratica, spavento e arpia dei giovani ufficiali d'ordinanza di suo marito, che li voleva scegliere sempre lei, che li voleva sempre scapoli, assoggettandoli a servizi straordinari, non contemplati dai regolamenti. Poi non avrebbe nemmeno potuto mancare ad una festa data dal Prefetto la moglie del Presidente del Tribunale, una piemontesona coll'_erre_, che nasceva dai Bertù di Saint-Florin de la Baltea, sciocca, linfatica, schifiltosa e pettegola, che girava attorno con un'aria balorda, che parea dire a quel volgo in guanti bianchi:--_tireve-'n là, i veui pa spörcheme_.--Maria no: Maria non si lasciò vedere nonostante le sollecitazioni di Prospero, il quale voleva diventar popolare per le solite elezioni del quinto dei consiglieri comunali. La duchessa d'Eleda non aveva lena di muoversi, di affaticarsi. Tutte le sere le veniva la febbre, e perciò era sempre più debole e più sofferente.

--Sarò stasera al ballo del Prefetto,--diceva _Le journal d'une femme_, del Feuillet, mandato da Lalla a Giacomo.--Non so se vi potrò venire,--rispose la _Conquête de Plassans_, rimandata dal marchese alla duchessina. Il Vharè, certo, non voleva mancare alla festa, ma rispose così per mostrarsi in collera.

L'appartamento del Prefetto, illuminato a spese della Provincia, lasciava molto a desiderare in fatto di buon gusto: le sale parevano quelle di un albergo, riempite, per l'occasione, col mobilio di tutta la casa. Le stoffe dei canapè e delle seggiole erano differenti di tessuto e di colore, forse in omaggio ai vari _partiti_ politici che vi erano ospitati. Povero l'apparecchio, i servitori portavano i baffi e si vedevano rinfagottati nelle livree stinte coi bottoni lustri. Anche le signore, meno poche eccezioni, erano di una bellezza e di una eleganza da far innamorare un pittore di pappagalli. Alcune, fra le altre, mogli rispettabili di qualche consigliere comunale o provinciale, o di qualche regio impiegato, s'erano messe intorno, per fare del lusso, tutto il guardaroba, e il tesoro di famiglia, dalle buccole di corallo al bel medaglione di lava del Vesuvio. Andavano guernite con nastri a mille colori, che sulle tuniche chiare, di seta greggia, o di _grenadine_ celeste, stonavano maledettamente, come il pianoforte della sala da ballo, anche quello di proprietà della Provincia. Di tanto in tanto si vedevano dondolare braccia nude, secche e nere, che ricordavano le lingue affumicate; ma la maggioranza era rappresentata dalle donne grasse, rigonfie, colle spalle nude picchiettate da rosse bollicine che la cipria non riusciva a nascondere, e con quel tutt'insieme di poco pulito, esalante un odore di sudaticcio, che si potrebbe dire il profumo della fedeltà coniugale, perchè, si sa, la donna, in generale, non si trascura... se ha degli amanti.

Lalla, la Giulia, la Bertù e la generalessa, corteggiate da Gianni Rebaldi, da qualche ufficiale di cavalleria e da due o tre piccoli segretari di Prefettura, formavano un circolo a parte.

Lalla, nascondendo le risatine, dietro il ventaglio, si divertiva a mettere la gente in caricatura, e la Bertù arricciava all'aria il naso aquilino, sempre malcontenta di tutto e di tutti e toglieva addirittura il respiro colle sue interrogazioni inconcludenti e scipite. Parlava senza mai una battuta di pausa, come il _tè-tè-tè-tè_ monotono e stonato di una trombetta di legno. E voleva sapere se quella signora vestita di verde era ricca, se quell'altra coll'abito giallo aveva figliuoli, se questa in lilla andava d'accordo con suo marito; domandava il nome e l'indirizzo e i prezzi delle sarte, delle modiste, e discuteva sulle vesti, sulle acconciature e sui buoni costumi, con un calore, che avrebbe fatto ridere, se però avesse seccato meno. La sua vittima principale era la Giulia, che le rispondeva distratta, essendo occupatissima nel tener vive, ad un tempo, le speranze di quattro innamorati.

Il conte Della Valle discorreva di politica col Prefetto e d'amministrazione col Presidente dei _Luoghi Pii_, mentre Prospero Anatolio dava il braccio, accompagnandola in giro per le sale, alla moglie di un celebre avvocato ultra democratico ch'era il _leader_ dell'opposizione municipale. E quando il duca passava con quel carico vicino a Lalla e alla Giulia, evitava di guardarle.