Chapter 18
Già la poveretta aveva sperimentato a proprie spese come il volere e il coraggio abbiano un limite; e ciò nell'occasione che gli sposi fecero a Santo Fiore la loro gitarella, quasi all'improvviso. Per un giorno Maria potè reggere, mantenersi tranquilla, e mostrare una contentezza che non sentiva nel cuore, ma poi, malata, colla febbre, dovette rimanersene a letto.
Da qualche tempo la salute della duchessa peggiorava a vista d'occhio; ma Prospero Anatolio non vi badava gran fatto. Egli si lamentava, invece, trovando che sua moglie era eccessivamente lunatica, piena di egoismo e vuota di cuore: lei non faceva nulla per alleviare al marito il doloroso distacco della figliuola. Ma l'infelicità di Prospero Anatolio non era altro che rettorica; egli aveva un solo dispiacere: quello di non possedere l'ubiquità di Sant'Antonio, e perciò di non poter, essere, nello stessa tempo, nel palazzo municipale di Borghignano, dove imperava autocrate assoluto, e nel Senato del Regno, in cui, alla prima seduta, domandò subito la parola. Peccato che il caldo cominciasse a liquefare gli onorevoli e fossero imminenti le vacanze delle Camere.
In casa Della Valle si cominciava intanto a fare le valigie, e con gran consolazione della Nena, la quale, a Roma, forse perchè non era nè un deputato, nè un senatore, non ci si poteva vedere. Pativa di nostalgia, in mezzo a quell'andirivieni di facce nuove, e non capiva la maraviglia dei signori che si fermavano colla bocca aperta, ammirando certe case rovinate, certe statue senza naso, certi fusti di colonna col capitello rotto. La Nena non avrebbe dato il corso di Borghignano per tutta Roma. A Borghignano, almeno, le strade erano pulite e piane, mentre a Roma bisognava arrampicarsi su su, come in montagna, e si ritornava a casa colla testa intronata. E poi la Nena ci soffriva di amor proprio a non essere conosciuta da nessuno. A Borghignano sapevano tutti chi era; le facevano di cappello, e i merciai, i giovani di negozio, erano pieni di garbatezza e di premure; ma a Roma?... A Roma pareva che le facessero un piacere a venderle la roba, e la servivano in fretta e in furia, senza nemmeno lasciarle il tempo di barattare quattro parole.
A consolarla un poco, le capitò, altrettanto caro quanto inaspettato, il _Corriere d'Euterpe_ con una _corrispondenza_ da Palazzolo sull'Oglio, segnata col lapis rosso. Il cuore le disse subito ch'era stato Sandro Frascolini a mandarle quel giornale; allora si chiuse sola nella sua camera e, compitando lesse la seguente corrispondenza:
«Palazzolo (sull'Oglio).
«Ieri sera, nella Favorita, melodramma del celebre maestro cav. Donizetti Gaetano, abbiamo assistito al debutto del giovane primo tenore assoluto, signor Alessandro Frascolini. Dire non lice, all'umile penna del vostro corrispondente, gli applausi ch'egli riscosse caldi e ben meritati, egregiamente assecondato eziandio dalla valente prima donna assoluta, signora Mochetti Giuseppina. Soddisfacendo le brame addimostrate dall'affollato uditorio, il sullodato debuttante bissò la sua bella romanza dell'ultimo atto «_Spirto gentil_» fra il generale e crescente entusiasmo. Il signor Alessandro Frascolini ha bella voce, nobile l'aspetto, è ben aitante della persona, ed affrontando con disinvolta spigliatezza le difficili tavole del palco-scenico, impronta, con vero slancio di provetto artista, il carattere del personaggio rappresentato.
«Avanti, signor Frascolini! Avanti sempre! Gli applausi dell'intelligente pubblico di Palazzolo sull'Oglio vi devono essere di sprone a perseverare nelle parti di tenore assoluto, nelle quali _Euterpe_ vi riserva splendido, per l'avvenire, l'aurato serto di Elicona.
«Il Ficcanaso»
La Nena, quella notte, dormì colla prosa di _Ficcanaso_ sotto il capezzale: era incerta, titubante se dirne qualche cosa alla signora contessa: poi, si persuase, che ormai Frascolini non aveva mandato il giornale altro che per lei, la Nena, solamente per lei: si consolò tutta, allora, e pregò la Madonna perchè le facesse la grazia di potersi incontrare a Borghignano, almeno una volta con Sandrino, reduce dai trionfi di Palazzolo sull'Oglio.
XXIII.
Lalla e il Vharè s'erano data l'intesa di ricongiungersi a Borghignano nella prima domenica di giugno. In quella sera, per solennizzare la festa solita dello Statuto era stato disposto un gran concerto di beneficenza al teatro dell'opera. Lalla vi sarebbe intervenuta, Giacomo pure, e così si sarebbero incontrati naturalmente, senza che Giacomo dovesse correre il rischio di aspettare due o tre giorni per non destar sospetti, con una visita troppo sollecita in casa Della Valle.
Era la prima volta che accadeva al Vharè di fare un viaggio per celebrare la festa dello Statuto e per assistere ad un concerto di beneficenza. Egli, per altro, quantunque fosse il primo a riderne in cuor suo, godeva assai tutte quelle sensazioni intime e misteriose: gli pareva di ritornare giovine e di ricominciar allora la vita con una nuova provvista di poesia. La _diva_, infatti, che si era accorta del suo raffreddamento, aveva accettata una scrittura per l'estero, e Giacomo ne sentì più sollievo che dispiacere; le cose lunghe diventano serpi, e quell'amore filarmonico durava da tre anni, il che vuol dire nove stagioni d'opera all'incirca, e col repertorio limitato del contratto, egli ormai aveva fatto un'indigestione di _Preziosille_ e di _Azucene!_... Poi la nuova passioncella di Giacomo era piena di tirannie gelose e prepotenti. L'amore schietto, sincero, che gli si donava con prodigalità spensierata, lo aveva sempre lasciato libero, padrone di sè; invece quella voluttà, avara, paurosa, piena di reticenze e di restrizioni, lo preoccupava e lo dominava continuamente. Giacomo di Vharè non aveva un'idea esatta dell'onore e nemmeno della virtù; perciò confondeva la civetteria degli atteggiamenti ingenui e fanciulleschi cogli scrupoli del dovere e della verecondia.
In buona fede, egli pensava fra sè e sè che gli avveniva allora, per la prima volta, di amare una donna e di poterla stimare: e quell'uomo cinico, beffardo, corrotto, che al mondo aveva una sola religione sincera, un solo affetto che non fosse una colpa, la memoria di sua madre, per la prima volta, accanto a quella memoria santa e adorata, collocava un'altra immagine di donna: la figuretta gentile della cara _bambina_.
La presenza del marchese di Vharè al gran concerto di Borghignano non fu l'avvenimento meno importante di quella memorabile serata. I commenti furono innumerevoli, variate e fantastiche le interpretazioni. Gli uni assicuravano che il marchese, rovinato completamente, era venuto a Borghignano per la liquidazione definitiva del suo patrimonio; gli altri giuravano invece ch'egli aveva vinto a Monte Carlo somme favolose, e che appunto tornava in patria, sempre amante delle novità, per pagare i propri debiti. Chi lo faceva ammogliato segretamente colla diva Soleil, e chi lo fidanzava ad un'americana arcimilionaria, la quale voleva metter su casa a Borghignano, per darvi grandi pranzi e grandi feste nel carnevale.
Tutti, però, gli furono d'attorno, con dimostrazioni di simpatia e di rispetto; e fra le strette di mano e le larghe scappellate, i--buoni provinciali--lo squadravano da capo a piedi, con una maraviglia curiosa e pettegola. Il maggiore dei fratelli Tangoloni de Lastafarda, che ci teneva molto a darsi l'aria del _viveur_ consumato nelle orgie e nelle bische, mentre, invece, tutta la sua dissipazione si riduceva nella perdita di qualche partita al _bigliardo_ od al _tresette_, lo prese sotto il braccio e lo accompagnò nel palchetto dei _nobili_, affettando con lui una dimestichezza da compagnone, e l'_erre_ aristocratica. Lì dentro, non gli lasciarono prender fiato, ma in due o tre, toltogli di mano il cappello, a viva forza lo trascinarono nel camerino, dove, tutti insieme, gli offrirono thè, vino, dolci e sigari. Fortunatamente, a sollevarlo da quello zelo soverchio, capitò in buon punto il presidente del teatro, un vecchietto lindo, lindo, tinto e profumato come una saponetta, che volle condurlo sul momento a visitare i ristauri del palcoscenico, e la nuova _rampa_ del gaz, fatta costrurre apposta sul disegno di quella della _Scala_ di Milano.
Quel buon vecchietto vagheggiava un'idea ch'era ad un tempo il sogno della sua vita e l'orgoglio della sua carica: ottenere, per una stagione d'opera, la diva Soleil al teatro di Borghignano. Per questo motivo faceva la corte al Vharè, e sentiva per lui un misto di invidia e d'ammirazione.
Quando ritornò nel camerino dei _nobili_, il Vharè cominciò a lodare le innovazioni del palcoscenico, la ricchezza dell'illuminazione, la bellezza e il buon gusto delle signore di Borghignano, e notò che i cori erano meno stonati dei cori dell'Apollo.--Insomma, voi altri qui a Borghignano--concluse--sapete far le cose per bene. Si direbbe di essere in una piccola capitale!...--Allora ricominciò l'assalto col vino, coi sigari e col thè. Giacomo ebbe anche l'amabilità di trovare il thè delicato e il vino squisito. Il direttore-economo del palchetto, sensibilissimo agli elogi, si fece avanti, per raccontargli che il vino lo aveva comperato all'ingrosso, tenendolo in serbo per le varie occasioni; che lo aveva pagata un _franco_ e cinquanta al litro, mentre Tangoloni de Lastafarda, quando era economo lui, prendeva del _Bordeaux_ nazionale, a due lire la bottiglia, che invece di cavare la sete, bruciava la gola. I giovani bontemponi a questa scappata sghignazzarono; il marchese (lo chiamavano tutti marchese, anche i più accaniti nel contrastare a Giacomo l'autenticità del titolo) sorrise appena, vedendo che lo scherzo non era stato bene accolto dal Tangoloni; poi, continuando a parlare colla sua verbosità facile ed elegante di teatri, di politica, di Monte Carlo, si avviò nel palchetto, seguito sempre dalla brigatella, e colla scusa di voler sentire l'_Ave Maria_ di Gounod, che l'orchestra aveva appena incominciata, si mise a _filare_ con Lalla. Il Tangoloni e gli altri, approfittarono del momento per esaminarlo di sottecchi, studiandone il taglio dell'abito e il nodo della cravatta. Il Vharè portava i capelli corti, all'_inglese_; e il giorno dopo il parrucchiere dei _lions_ di Borghignano aveva da tagliare una decina di zazzere!...
Giacomo si sentiva di buon umore, ed era contento di Borghignano ed anche di quei giovanotti. Pareva che la duchessina, dal suo palchetto, diffondesse una luce che gli tingeva tutto color di rosa. Egli l'aveva veduta subito, appena entrato in teatro; ma, per un senso quasi di timidità, in lui affatto nuovo, aspettò qualche momento prima di fissarla col cannocchiale.
Lalla, seduta in faccia a Prospero Anatolio, voltava le spalle all'orchestra: tutta bianca, avvolta nei veli e nelle trine, spiccava dal palchetto, come sul fondo scuro d'un quadro. Senza adornamenti al collo e alle orecchie, senza un nastro, senza un fiore, senza neppure una gemma nel caratteristico disordine dei capelli biondi, volgeva attorno quei suoi occhi cangianti, come il colore del mare, con una tranquillità soave. Eppure quantunque il giro del suo sguardo avesse una meta prefissa, non si fermava punto al palchetto del Vharè, ma passava via lentamente, per ritornare un'altra volta, rifatto un altro giro, coll'orbita determinata di una stella. Quando vide Giacomo apparire nella _barcaccia_ dei nobili, con quell'aria elegante che lo faceva somigliare ad un principe che viaggiava incognito, Lalla non arrossì, non si turbò affatto, non si lasciò sfuggire dagli occhi uno di quei lampi fugaci che tradiscono l'amore, ma adagio adagio, cominciò a giocherellare col ventaglio chiuso, segnale convenuto per avvertirlo di non andarla a salutare in palco quella sera: poi lo aprì e lo richiuse tre volte, indicandogli con quest'altro avviso che l'indomani lo aspettava a casa; tutto ciò, ella fece, senza mutare d'una linea il suo atteggiamento raccolto, composto, sempre colla testina bassa, con alcun che di verginale e d'immensamente dolce nell'aspetto. Ella sembrava un essere etereo, vaghissimo, che non respirasse dalla bocca socchiusa l'aria calda, pesante della sala, ma solo quella musica divina dell'_Ave Maria_ che le alitava intorno mesta come un lamento, appassionata come una preghiera.
Il Vharè, che dopo il primo cenno del ventaglio si era fatto un po' pensieroso, al secondo si tranquillò di nuovo. Certo Lalla, potendolo ricevere in casa il giorno dopo, preferiva quella visita ai saluti diplomatici in teatro; e siccome egli capiva bene, che non avrebbe potuto visitarla la sera in palco e l'indomani subito in casa, senza commettere un'imprudenza, così l'approvò contento, col cuore in gioia.
Vicino al palchetto della contessa Della Valle c'era quello della duchessa d'Eleda, La mamma, lo dicevano tutti, si conservava bene, ed era ancora bella, più bella della figliuola, la quale, in compenso, era generalmente più simpatica. Maria, pallidissima, era di un'eleganza severa, matronale:--se pure destava l'ammirazione, fermava, agghiacciandolo, qualunque desiderio.
--La d'Eleda è sempre uno splendore!--esclamò ad un tratto il Vharè.
--Sfido io,--rispose un socio della _barcaccia_, che ci teneva a fare il freddurista--si conserva nel ghiaccio!
--Io però preferisco la Della Valle,--interruppe un terzo;--non è una bellezza come sua madre, ma è assai più _piccante_.
--Voi, caro Vharè, dovete averla conosciuta a Roma?
--Sì, andavo da lei, il sabato sera.
--Aveva parecchi adoratori, dicono?
--Abbastanza, perchè non si potesse sospettare di nessuno.
--Guardate la duchessa, com'è pallida,--osservò il più giovane dei Lastafarda.--Ho paura che sia vero ciò che mi ha raccontato mio fratello.
--E che cosa ti ha raccontato?...
--Che ha un principio di mal sottile.
--Se lo ha davvero, è tanto sottile che non si vede,--sghignazzò il freddurista dopo di averla fissata anche lui col cannocchiale.
Il Vharè guardò nuovamente Maria; ma non era più tanto pallida: vicino a lei discorreva, seduto, il conte Giorgio Della Valle. Giacomo, vedendolo appena, non pensò ad altro, si alzò, e salutati e ringraziati gli amici della _barcaccia_, andò diffilato verso il palco della d'Eleda.
Da uomo pratico, non voleva che gli scappasse l'occasione d'incontrarsi con Giorgio in un terreno neutro e così di rompere il ghiaccio, per il suo ritorno inaspettato.
La duchessa accolse il Vharè colla cortesia un po' fredda che le era abituale; Giorgio, invece, gli dimostrò una sostenutezza molto significante; ma, tuttavia, il Vharè non si perdette d'animo; cominciò a discorrere di Gounod, di Borghignano, della _crisi_ ministeriale, rivolgendosi ora a Prospero Anatolio, ora alla duchessa, senza mai parlare direttamente con Giorgio, per non essere costretto a notare la sua freddezza.
Solamente quando Giorgio si alzò per congedarsi, egli lo pregò di presentare i suoi omaggi alla contessa Della Valle.
Giorgio gli rispose con un grazie, con un leggero inchino, e uscì.
Intanto, Prospero Anatolio che alle prime parole del Vharè sulla _crisi_ ministeriale si era sprofondato, sospirando, ne' più gravi pensieri, non ebbe agio di notare il contegno di suo genero, e Maria... povera Maria!... era così commossa, da non capire quello che le dicevano gli altri, e quasi, da non sapere nemmeno ciò che agli altri rispondeva lei stessa. Il cuore le batteva forte, con violenza dolorosa; brividi ghiacciati le correvano per le ossa, mentre una fiamma calda le bruciava la faccia. La sala del teatro, che pareva un vasto selciato di teste, e la curva dei palchetti luccicanti come punti bianchi, gialli, verdi, le giravano d'attorno con vertigine affannosa.
Il malumore del conte Della Valle, quantunque dagli altri due inavvertito, a Giacomo, in sulle prime, riempì l'animo di dubbi e d'inquietudini; ma poi pensò, che se fossero successe novità, Lalla non gli avrebbe certo fatto segno di andare da lei l'indomani, e per questo si acquetò interamente. Terminato lo spettacolo, senza aspettare l'uscita della duchessina dal teatro, si avviò verso casa: un quartierino mobiliato ch'egli teneva a pigione, e che durante le sue lunghe assenze affidava alla custodia d'un vecchio servitore di sua madre.
L'indomani, alle due, il marchese di Vharè domandava al portiere dei Della Valle, se la contessa era in casa, e se poteva riceverlo.
--È in casa di certo, ma non so se riceve.
--Andate a vedere.
Il portiere uscì nella corte e suonò un campanello, che fece spuntare la testa d'un servitore alla vetrata della galleria del primo piano.
--La padrona riceve?--gli gridò il portiere.
--Non so. Bisogna domandarlo ad Andrea.
Il portiere andò in cerca di Andrea, il quale ne chiese alla cameriera e finalmente, dopo un quarto d'ora, il Vharè fu accompagnato e introdotto dalla contessa.
--Se ogni volta che io vengo da lei--pensava Giacomo nel salire le scale--si mette sossopra tutta la casa, sarà più prudente che venga lei da me!...
Passò per un lungo quartiere, dove le sale dai mobili e dagli arazzi antichi si succedevano le une alle altre, larghe, alte, silenziose. I vetri delle finestre e le gelosie ermeticamente chiuse, le tendine calate, impedivano all'occhio del visitatore di notare i capolavori d'arte colà dentro raccolti.
A Giacomo pareva di attraversare un androne buio, interminabile, spirante un'auretta fresca e profumata. D'un tratto il servo si fermò, e sollevando con la mano la tenda di una portiera, inchinandosi fe' cenno al Vharè di accomodarsi in un salottino dove c'era ancora più buio che nelle altre sale. Giacomo entrò, ma poi si fermò su due piedi, aspettando che gli occhi si abituassero nell'oscurità. Allora un'onda odorosa lo avvolse, e mentre udiva ancora il passo del servitore battere chiaro e secco, a mano a mano che si allontanava, sul pavimento intarsiato delle sale, sentì dappresso il fruscìo di una veste e proprio di contro a sè distinse la bianca personcina di Lalla che, allungate le braccia, gli allacciava il collo, fissandolo amorosamente, il capo arrovesciato, mentre i capelli le cadevano sul volto, sulle spalle, e coprivano le mani di Giacomo, che la tenevano sollevata.
Così, avvinti l'uno all'altra, Lalla camminando all'indietro, Giacomo accompagnandola un po' curvo, strascicando co' piedi, per ischivare le vesti, si avvicinarono ad un piccolo canapè e vi caddero insieme, a sedere.
--Finalmente sei qui!...--disse Lalla con un filo di voce insinuante, chinando, abbandonando il capo sul petto di Giacomo, che senza dir nulla, respirava appena, colla bocca immersa nei capelli biondi odorosi.
Tacquero lungamente: lei tranquilla, felice, fremendo dal corpicciuolo esile, flessuoso, scosse di voluttà, compendiate in un lungo sospiro; Giacomo pallido, commosso, fatto timido e rispettoso da un abbandono così ingenuo e così sicuro.
Fu Lalla a parlare per la prima: Giacomo le rispondeva soltanto con monosillabi, quasi inintelligibili. Quello della cara bambina era un discorrere sommesso e appassionato; era un'anima che traboccava tutta in un'altra anima.
Intanto, la vista abituandosi là dentro a poco a poco, vi si diradavano le tenebre. Già si distinguevano benissimo alcune pianticelle di gardenie, poste sopra due sgabelli dorati, di fianco all'uscio, che lentamente chinavano la testina bianca, per udire che cosa mai si dicevano quei due, così a bassa voce. Si scorgevano i tulipani, di cui era fitto un panierino, collocato fra le tende nel vano della finestra, allungare il collo; i garofani sbocciare dalla curiosità; le azalèe, raccolte in una coppa di bronzo sopra una colonnetta, in uno degli angoli del salotto, aprire, per ascoltar meglio, i loro petali vermigli, mentre da una coppa intarsiata, che pendeva giù dal soffitto, una campanula indiscreta si abbassava allungandosi, più delle altre, per intendere quel linguaggio nuovissimo, che, nel silenzio profondo della stanzetta, mormorava misteriosamente come le note di un'armonia lontana. Ma tutti quei fiori freschi e fragranti, testimoni e complici ad un tempo di quelle ebrezze, non riuscivano a capir nulla. Soltanto un giglio il quale aveva perduto un simbolico candore dell'innocenza, per farsi rosso come il mantello del diavolo, pettegolo, sfacciato, ghignando e mostrando dalla bocca enorme spalancata la sua linguetta viperina, contava ad un mazzo di petunie che que' due, seduti là, così vicini, facevano all'amore.
--Come ti voglio bene, Nino mio!--diceva Lalla.--Ho pensato sempre a te, sai, continuamente, in tutti questi giorni. Quando ti allontani da me, mi sembra che tu ti porti via la mia anima, qui dentro, in questo taschino, sul cuore;--e Lalla scherzava colle dita in un taschino del _gilet_ di Giacomo.--Allora me ne vado tutta sola nella mia camera, e sto per ore ed ore sdraiata in una poltrona, fingendo di dormire per non essere seccata. Ma non dormo affatto, sai, no; chiudo gli occhi per vederti. Se tu sapessi come ti vedo bene, col tuo bel viso serio e pallido; come ti vedo bene certe volte, col tuo sorriso cattivo, ma che a poco a poco diventa dolce, melanconico, diventa carino carino... così, come adesso!... Mi piaci tanto così, e mi sento tanto felice, perchè mi sembra di essere io quella che ti fa diventare più buono.--Che cosa sono io, per te?... Dimmelo. Giacomo la guardava sorridendo, e taceva sempre.
--Ditelo subito, subito!--E Lalla aggrottava le ciglia in tono imperativo, con una grazietta incantevole.
--Sei il mio angelo.
--Non hai detto--angelo--alle altre?... mai?... _mai_, Nino mio?
--No... ma...
--Che cosa _ma?_
--Volevo dire che... lo saresti un po' più, se tu lo fossi un po' meno. Mi spiego?
--Sta zittino... subito!... non si dicono queste brutte cose!--Le pareti hanno le orecchie e gli occhi, qui dentro: badaci.
--Ascolta, cara! l'appartamento è così lungo... mezz'ora prima si sentirebbe camminare sui _parquets_, se capitasse qualcuno.
--Se capitassero visite!... Ma la Giulia? il papà, che è in casa nostra tutto il giorno? la mamma? (se lo sapesse, sai, colla sua severa morale, Dio Dio che spavento!...) e Giorgio?... Possono entrare improvvisamente da una porticina segreta, che ti farò vedere nella stanza qui appresso. E... ci sta bene, pare, quella porticina, se no, lei non avrebbe giudizio!
--A proposito di... di tuo marito: ieri sera ci siamo incontrati, nel palco della duchessa, e l'ho trovato molto sostenuto con me. Che cos'ha?
--Non gli sei simpatico, te l'ho detto, e, siamo giusti, non ha tutti i torti. Non gli sei simpatico, no, no, no! Ti tollera per un riguardo alla mamma, dice lui, ma, in fondo, credo che gli manchi il coraggio d'impormi di metterti alla porta. Oggi è andato in campagna, tornerà stasera e, spero, non saprà che sei venuto, così potrai ritornare più presto. Volevano che ci andassi anch'io in campagna; ma mi sentivo poco bene--per andare in campagna, s'intende!--Non ho detto bugie però, sai, la testa mi doleva davvero,--Quando iersera a teatro t'ho fatto segno col ventaglio di venir qui, sei stato contento?... Sì?... davvero davvero?... Fosti ben poco gentile, sai: dovevi almeno mandarmi un bacio, per ringraziarmi! Come sarebbero rimasti sorpresi, di', se ti avessero veduto colla tua serietà diplomatica a mandarmi un bacio dal palchetto!...--E Lalla, a questa idea, che le pareva molto ridicola, rise di cuore, coll'allegria schietta di una bambina senza pensieri e senza rimorsi.
--Ma se... se non... se quell'altro non c'è?... Allora?...--Giacomo, distratto, non ascoltava bene ciò che Lalla gli diceva.
--C'è la Giulia, t'ho detto, e poi, da un momento all'altro, aspetto la mamma; anzi c'è da stupirsi che non sia ancora venuta. A proposito, dimmi la verità, ma _la verità vera_, non t'è mai saltato in mente di far la corte alla mamma?
--No, mai.
--Giura!
--Giuro.
--Che bel _fiascone_ avresti fatto!--E Lalla, battendo il palmo della manina sulla bocca aperta si pose a dirgli la baia.
--Lo credo; ma non ho mai pensato di tentare.
--Perchè?...
--Perchè... non so, è una bella donna, pure...
--Oh! certo, più bella di me, non è vero?