Mater dolorosa

Chapter 14

Chapter 143,702 wordsPublic domain

--Ci ha pensato lei, prima, se ne faceva a me, del male?

--Siate ragionevole, siate umano: se non volete per noi, siatelo almeno per la signorina!--La miss, a questo punto, aveva presa una mano del giovinotto e la stringeva fortemente, mentre gli occhi le si facevano loschi per la tenerezza.

--Oh, in quanto a lei, signora, mi commove poco anche lei. Ricordo, sa, ricordo bene tutte le sue cattiverie!... Io le inghiottivo per amor di quell'altra!... Ma la cuccagna è finita!--Stia ferma!--Non mi commove, le dico, non sono don Vincenzo!... Chiami subito la signorina.

Il nome di don Vincenzo, buttato lì quasi a casaccio, fece molto effetto sulla povera miss. Non fiatò più, abbandonò la mano del giovanotto e rinunciò ad ogni altro tentativo di seduzione.--Conducetelo nella mia camera,--ordinò alla Nena,--e aspettateci là.

--Ditele che ho fretta--insisteva il Frascolini--che non ho tempo da perdere, che se non viene lei da me, anderò io da lei, perchè è finita la cuccagna dei signori!... la legge è uguale per tutti!

.... Giù, nel salotto, non c'era sintomo alcuno, foriero dell'uragano che si addensava minaccioso nel piano superiore; e quando miss Dill entrò non vi si udivano che le voci sommesse dei due fidanzati seduti, quasi nascosti, nel vano di una finestra. Discutevano scherzosamente sulle gradazioni dei colori vivaci delle varie lane che Lalla adoperava per un suo lavoro che stava allora tessendo, mentre Maria, nell'angolo di una finestra, rincantucciata nella sua poltrona con uno scialle buttato sulle spalle, perchè si sentiva intorno un po' di febbretta, leggicchiava la _Revue des Deux Mondes_.

Là dentro spirava la calma e la pace: il sole vi penetrava appena, timidamente, dagli spessi cortinaggi, e i sensi erano ricreati da un'auretta molle, soavemente profumata, dai fiori freschi e delicatissimi, disposti con dovizioso disordine un po' dappertutto.

Giorgio, appena entrata miss Dill, si alzò per stringerle la mano, domandandole conto della sua salute.

--Come al solito, molto _poco bene_.--L'istitutrice approfittò di quel momento nel quale il Della Valle si era allontanato da Lalla, e chinandosi sul piccolo telaio della fanciulla, e fingendo di esaminare il ricamo, le disse sottovoce:--È arrivato il Frascolini.

--Dov'è?--chiese Lalla fattasi un po' pallida, ma senza scomporsi.

--È su, in camera mia; c'è la Nena di guardia.

--Vengo subito.

La miss prese un uncinetto dal cestino della signorina, e ritornò in fretta dal filodrammatico per tenerlo d'occhio.

Lalla fece ancora qualche punto del suo ricamo, poi si alzò adagino e si mosse per uscire.

--Dove vai?--le domandò Maria vivamente.

--Vado di là, a prendere un po' di lana azzurra.

--È inutile adesso; andrai più tardi.

--Oh! bella,--esclamò Lalla sorridendo,--si direbbe quasi che ti secca, che hai paura, che non vuoi restar sola con Giorgio! Vado e torno.--Ed uscì.

Fece le scale adagio adagio; esitando ad ogni passo con un grande stringimento al cuore, non tanto per il timore, quanto per la ripugnanza, l'avversione ch'ella sentiva adesso di Sandro, perchè la incomodava, perchè l'angustiava proprio sul più bello della sua tranquilla felicità. Però, a mano a mano ch'ella si avvicinava a quell'incontro così scabroso, lo stringimento del cuore diventava sgomento e allora l'avversione, la ripugnanza si mutavano in odio. Nel corridoio incontrò ancora miss Dill e ve la lasciò di guardia. La Nena, appena ritornata l'istitutrice, era corsa via.

--E così... che cosa volete?...--disse la duchessina ad Alessandro, appena entrata in camera, aprendo lei il foco, subito, con alterezza stizzosa.

--Che cosa voglio?--esclamò l'altro: e vedendola così fresca e piacente nel vestitino succinto di mussolina bianca, sentì una scossa, come un fiotto di sangue caldo al cervello.--Che cosa voglio? Te, voglio, che lo hai giurato, che sei mia!

--Sua?... Da quando in qua, signor Frascolini?... Sandro si sentì pungere sul vivo e:--Meno arie, signora duchessina--le rispose un po' sogghignando.--Ho buona memoria io, e sono qui apposta per provarlo a lei e a tutti.

Gli occhi, di solito così affettuosi, così soavemente timidi della fanciulla, ebbero a questo punto come un bagliore sinistro: diventarono foschi e torti, sotto le ciglia aggrottate; ma fu un lampo, e tutta l'espressione del suo volto si rifece dolcissima quando ella domandò al giovinotto:

--Mi vuol perdere dunque?... E perchè?... Che cosa le ho fatto di male?

--Che cosa mi ha fatto!--esclamò Sandro incrociando le braccia e parlando con voce bassa e tremante.--Che cosa mi ha fatto? mi ha ingannato, deriso, respinto, mi ha tradito. Si è fatta giuoco di me e del mio amore; mi ha messo in urto colla mia famiglia, in collera coi miei amici, mi ha fatto prendere in odio da tutti. Ero felice e mi ha avvelenata la vita; ero stimato e non sono più che un miserabile... e mi domanda freddamente, sorridendo, _che cosa mi ha fatto di male?!_... Ma, in nome di Dio, tanto male mi ha fatto, tanto male, che avrei ragione di strozzarla colle mie mani!...

E le lacrime gli rigavano calde calde le guance; le lacrime che gli uscivano proprio dal cuore, e per una parola, una parola sola di quella creatura esile, bionda, vaghissima che gli stava, ritta dinanzi, il povero innamorato avrebbe data la vita senza esitazione e senza rimpianto.

--Tanto male le ho fatto?... Io che non so di aver avuto nessun altro torto tranne quello forse di essere stata troppo debole... troppa buona con lei?...

--No, la sua non era bontà, era capriccio, era cattiveria! Lei ha voluto scherzare con me dimenticandosi che anch'io, quantunque povero, avevo un cuore che sarebbe stato spezzato; un cuore... plebeo, ma che perciò non avrebbe sofferto meno profondamente, e meno dolorosamente!

--Lei, signor Alessandro, si è un po' illuso, ecco, ma io non ne ho colpa!

A queste parole il Frascolini perdette il lume degli occhi, non sentì più ritegno e gettò in faccia alla signorina tutte le contumelie le più atroci che gli corsero alle labbra. Era così forte, così furibonda quella collera, che Lalla impallidì tremando, non per lo sdegno, nè per la collera, ma più che altro per la paura.

--Maledetta, maledetta!... Ha il coraggio di venirmi a dire che sono stato io a illudermi!...--Io mi sono illuso!--Fosti tu a sedurmi, ad attirarmi, a circondarmi, a prendermi a poco a poco nelle tue reti, con ogni astuzia, con ogni lusinga, con ogni inganno! Tu sei venuta a cercarmi, tu mi hai voluto, tu, più corrotta nella tua fredda e sapiente verginità delle donnaccie da trivio, mi facesti sentire tutti gli spasimi, mi facesti godere tutti i piaceri della voluttà, e adesso hai il coraggio di contare a me, (a me di venirlo a contare!) che mi sono illuso!... Ma dimmi, non ricordi più quando ti strisciavi addosso a me, come un serpente?... Non ti ricordi più in qual modo mi hai baciato l'ultima sera a Santo Fiore?!... Hai proprio dimenticato tutto?!... Ma guarda, guarda, lo vedi questo anello?--e così dicendo le indicava un anello che Lalla aveva in dito,--ebbene, sono stato io che te l'ha dato, e allora, nel prenderlo, mi avevi promesso piangendo,--sì, piangevi falsa, bugiarda, piangevi!--mi avevi giurato che non saresti stata d'altri, che saresti stata mia, mia solamente.

Sandro aveva ragione. L'anello che Lalla teneva in dito era il suo, la turchina colle rose d'Olanda; lei però non ci pensava ormai più da che parte le era venuto; lo portava sempre perchè le piaceva, perchè era molto carino.

--Maledetta, maledetta!--continuava a urlare il Frascolini fra i singhiozzi; e Lalla, sempre più spaventata, scongiurava quel matto a non gridare, a non far nascere uno scandalo.

--Voglio gridare! Sì!... Voglio fare uno scandalo! Sei un'infame!

--Non gridi tanto, la prego, la supplico! parli più piano per amor del cielo!

--Voglio farmi sentire; voglio vendicarmi, voglio farmi sentire da tutti, e poi... e poi quell'altro lo ammazzerò! Il Medio Evo è finito! Un cane di nobile non vale adesso più d'un altro cristiano!

--Pietà di me!... lei mi fa morire! pietà... un po' di pietà!...

--No, no e no! È stata una perfidia troppo grande. Mentre laggiù, a Venezia, chiuso in uno stambugio senz'aria e senza luce, mi logoravo la vita, tu, soddisfatto il tuo capriccio, mi schernivi, e facendo la civetta, la sguaiata coi nobilucci leccati e profumati, preparavi il tuo bel matrimonio!... Maledetta!--E il Frascolini gridava sempre più forte, voleva uscire, voleva scendere da _quell'altro_, schiaffeggiarlo, vendicarsi. Lalla era tanto spaventata dal pericolo serio che correva, da non rilevare nemmeno tutti quegli insulti. Si era lasciata andare in un dirotto pianto, e, buttatasi ginocchioni fra Sandro e l'uscita, lo supplicava di chetarsi, di perdonarle, stringendogli le ginocchia, baciandogli e coprendogli di lacrime le mani rozze e callose. Ma lui non sentiva pietà, non voleva saperne di misericordia.--Bisognava finirla con tutte le sue commedie, con tutte le sue falsità; non avrebbe più potuto ingannare nessuno!... Tutti dovevano sapere che cos'era di buono!... Tutti!

--Alessandro, Alessandro mio, un po' di compassione, non le domando altro che un po' di compassione!

--No... Nessuna compassione! Voglio scendere, voglio vedere il tuo amante, voglio dirgli chi sei!

--Dio, Dio, ma se non... se non l'amo, se non posso amarlo, te lo giuro!

--Menti. Sei bugiarda.

--No. È mio padre che vuole, non io, è mio padre! Quanto non avevano potuto ottenere nè il pianto, nè le smanie della fanciulla, l'ottennero invece queste semplici parole. Sandro si calmò subito, come per incanto; e abbassando la voce, prendendole un braccio, e stringendolo fortemente:--E allora, tu, perchè lo sposi?--le domandò fissandola cogli occhi foschi.

Lalla respirò: capiva che aveva vinto finalmente, e che ormai aveva poco da temere.

--Lo sposo perchè mio padre lo vuole; lo sposo dopo aver sofferto in questi due mesi quanto di più orribile si può soffrire al mondo. Oh, Alessandro, lei non può capire... non conosce mio padre, lei!... Non mangiavo più, non uscivo più, non facevo altro che piangere; mio padre rimaneva inflessibile, minacciandomi che se non mi piegavo alla sua volontà mi avrebbe condotta nel Belgio e rinchiusa, per sempre, in un monastero. Allora, istupidita dal dolore e dalle privazioni, ho ceduto e--Alessandro non saprà mai quello che si agita nel mio cuore--ho detto a me stessa,--ma almeno... qualche volta potrò ancora vederlo.

--Se mi hanno detto che lo ami, che tu facevi l'amore anche a Pegli col conte Della Valle?

--La gente lo avrà creduto; ma, se sia vero o no quanto le ho detto, ne domandi conto alla Nena e alla miss!

Sandrino anche in quelle parole sentiva correre la bugia, ma era una bugia così cara per lui, che egli non ebbe più coraggio di opporsi e di smascherarla. Invece, stanco, abbattuto, vi si abbandonò anima e cuore, come a un conforto, come alla sua ultima speranza.

Successe un lungo silenzio fra i due giovani. Sandro fissava la signorina ostinatamente, cogli occhi torvi, pallido, e col respiro greve, affannoso.

Lalla, ritta in piedi, giuocherellando colla catenella dell'orologio fra le dita tremanti, di tanto in tanto alzava la testolina, lo guardava dolcemente con un leggero tremito delle labbra, con un'espressione indefinibile, piena di affetto e d'indulgenti rimproveri, e poi, subito, la riabbassava intimidita.

Sandro, vinto, tremando a sua volta, le si avvicinò.

--Dunque... me lo giuri?... Dopo potrò... potrò ancora vederti?

Ci fu un altro sguardo della fanciulla, tenero, lungo, timidissimo, che terminò con un--sì--quasi impercettibile, che era tutto una carezza.

--Ebbene... ricordati, ricordati che se m'inganni anche questa volta, guai!... guai!...--Ma l'intonazione di questi due--guai--pronunciati dal giovanotto non era la stessa, perchè la seconda volta Sandro, presa Lalla d'improvviso fra le braccia, finì quel secondo--guai!--con un bacio ch'egli le stampò sulla bocca e nel quale c'era dentro l'amore, la collera, la gelosia, l'anima e le passioni tutte del povero innamorato. Lalla purchè egli se ne andasse in pace, purchè non la compromettesse col suo furore insensato, non si oppose che debolissimamente; e allora si sentì addosso una furia di baci che parevano morsi, sul collo, sui capelli, sugli occhi, sulle guance, sulle vesti, dappertutto. Sandro, inebriato e irritato, non più pallido, ma acceso in volto, con strette febbrili brancicò pazzamente quel corpicciuolo tanto bramato, finchè, intimidito, vinto da uno sguardo, da un muto rimprovero della fanciulla, ch'era una eloquentissima supplica di rispettarla, fatta ancor più efficace dal suo rassegnato abbandono, la strinse un'ultima volta al petto, così forte da farle male, una ultima volta le soffocò la bocca colla sua, lungamente, rabbiosamente, e poi superata la tentazione da cui era dominato, gettò lungi da sè quella creatura fatale, uscì ratto dalla camera e fatte le scale d'un salto corse via dal palazzo d'Eleda e, ben presto, anche da Borghignano.

Appena uscito Sandro, Lalla si rialzò, libera finalmente, e lo seguì con gli occhi scintillanti, pallida, tremante di sdegno e di odio, perchè adesso la paura era cessata. Si asciugò dispettosamente, col palmo della mano, la bocca ancora umida dei baci di lui, che le facevano schifo, e colla gola strozzata, colla voce sorda, ma con un desiderio cocente di vederlo cader fulminato, gli gridò dietro:--Villano, villano!...--Poi, siccome non c'era tempo da perdere, senza spiegarsi punto colla miss che la guardava stralunata, corse nella sua cameretta, si bagnò, si lavò gli occhi per bene con dell'acqua freschissima per levarne il rossore, si aggiustò l'abitino sgualcito, sciupato, si ravviò i capelli, rifece il fiocco della cravatta, ringraziò in fretta il buon Dio per il pericolo sfuggito, e presa la lana merinos, ch'era stata il pretesto della sua scappata, discese e rientrò quietamente nel salotto. Sulla porta incontrò il Della Valle che ne usciva allora, in cerca di lei.

--Un po' di pazienza, signor conte!--gli disse Lalla, sorridendo con molta grazia.--Un po' di pazienza!...

--Via non mi sgridi... Un'altra volta l'aspetterò senza fiatare. Così sarà contenta, _lei_?--e Giorgio segnò appunto quel _lei_, che era stato uno scherzo della fanciulla.

--Come, non c'è la mamma?

--È uscita quasi subito... Si direbbe che ha paura a star sola con me!

--Che fortuna--pensava intanto Lalla in cuor suo--che alla mamma non sia venuto in mente di correre a cercarmi!

Erano soli nel salotto, cosa che accadeva loro di rado. Lalla aveva preso un fiore dalla cesta di mezzo al tavolo e in punta di piedi si sforzava per aggiustarlo nell'occhiello dell'abito di Giorgio, arrabbiandosi con attucci piacevoli, perchè non ci riusciva. Giorgio, innamorato più che mai, aveva circondato con un braccio il bel vitino della fanciulla e parlandole fra i capelli, le domandò la grazia di un bacio.

Lalla non rispose, ma rialzò quel suo visetto così fine dove si scorgeva adesso un amabile sorriso far capolino di sotto ad una comica serietà, e facendosi un po' indietro colla persona, alzò le manine e gliele porse tutte due unite sulle labbra, con un garbo che voleva dire:--Ti fo grazia delle mie mani, baciale pure, ma ricordati bene che chi comanda sono io!--Il Della Valle, uno dopo l'altro baciò allora quei dieci ditini bianchi, dalle unghie rosee di madreperla, ma poi, vedendola ancora sopra pensiero:--Scommetto--le disse--che indovino a cosa tu pensi in questo momento.

--Davvero?--e Lalla sorrise di quella ingenua pretesa.

--Tu pensi a tutto il gran bene che io ti voglio.

--Oh, no!... niente affatto!

--Tu menti... e menti senza arrossire!

Lalla glielo lasciò credere volentieri: ma non mentiva.--Che fortuna--pensava ancora la duchessina fra sè--che alla mamma non sia venuto in mente di correre a cercarmi!

XXI.

L'ultimo mese, prima del matrimonio, lo passarono tutti uniti a Santo Fiore, dove si era fissato di celebrare le nozze, per isfuggire ai pettegolezzi ed alle noie di Borghignano.

Il Della Valle aveva preso in affitto, per quell'autunno, il villino del marchese di Vharè, i cui affari andavano sempre di male in peggio, e che adesso da Monte Carlo era passato a Roma per far la corte ad una celebre contralto dell'Apollo.

In quanto a Lalla, poveretta, appena arrivata in campagna fece un gran piangere: a Santo Fiore la aspettavano due tombe recenti: quella del vecchio Ambrogio e quella di _Musette_.

--Già, essa lo aveva preveduto--diceva fra le lacrime,--che _Musette_ sarebbe morta di crepacuore e che bisognava essere ben crudeli per volerla separare dalla sua padroncina!... Povera _Musette_! tanto buona, tanto cara, tanto intelligente e...--non ci fu verso, anche Giorgio dovette mostrarsi malinconico in memoria della cagnetta.

Ma nemmeno Ambrogio fu dimenticato dalla signorina, anzi ordinò a don Vincenzo un ufficio di gran lusso per suffragare l'anima del vecchio servo; ma poi capitarono a Santo Fiore la Giulia e Pier Luigi, e Lalla ebbe in tal modo uno svago benefico.

Anche Maria aveva sperato di ottenere dai nuovi ospiti un po' di sollievo: era tanto, era profondamente infelice! aveva sempre gli sposi da sorvegliare; Maria doveva essere sempre fra quei due che si volevano bene e che non nascondevano il loro amore, nè la loro felicità; doveva essere testimonio ai loro colloqui, alle loro tenere carezze.

L'uomo di cui essa era innamorata, lo vedeva farsi sempre più bello e più nobile sotto l'influenza di un amore, che rendeva lei sciagurata e Giorgio beato. Maria non cercava e non voleva miss Dill. Quando c'è una madre, spetta a lei sola quella delicata sorveglianza: era il suo dovere.

Don Gregorio, vedendola intristire, lui che da tanto tempo leggeva sicuro nel segreto di quel povero cuore, tentava di confortarla; ma anche le parole del santo vecchio riescivano inefficaci. Egli conosceva il male, ma non conosceva chi ne fosse la cagione; e molte volte, senza saperlo, invece di alleviarlo, lo incrudeliva. Anche miss Dill le era sempre d'attorno piena di svenevoli tenerezze, di complimenti, di riguardi; ma incapace di un sentimento vero, con tutte quelle smancerie false, esagerate, la importunava senza giovarle.

Oh! la miss aveva fatto un cambiamento assai notevole! La scaltra si era cattivato il favore di Lalla e di Giorgio per ottenere che, morto Ambrogio, lasciassero lei a Santo Fiore, governante di palazzo, e così godersi un avvenire tranquillo e sicuro; una grassa _reggenza_, per la quale avrebbe regnato in perfetta e dolce armonia colla santa Chiesa.

E oltre tener d'occhio i due giovani innamorati, Maria aveva ben altri incarichi e incombenze che le straziavano l'anima, mentre aveva pure la forza di mostrarsi sempre tranquilla e impassibile. Doveva pensare lei al corredo di Lalla, dalla veste candida di raso seminata di fiori d'arancio, fino alle comode vestaglie della giovine mammina, fino alle camicie così civettuole e provocanti della notturna toeletta; camicie finissime, dalle trine e dai ricami trasparenti, con ricchi nastri o rosa o azzurri, sotto le quali Maria vedeva la sua figliuola bella, palpitante, abbandonarsi all'uomo che lei stessa le invidiava con una gelosia tremenda, sentendo nella propria carne che uno solo di quei baci sarebbe bastato a farla morire di piacere e di amore.

Dovea pensare a tutto, anche al _nido_ dei due colombi, come lo chiamava scherzosamente Pier Luigi. Doveva pensare agli arredi della loro camera... alle spesse cortine dell'alcova... ai guanciali colle guarnizioni di pizzo, alle coltri di seta antica, damascata, agli stemmi, ai monogrammi delle lenzuola...

Prospero Anatolio non si dava di ciò alcun pensiero, lasciava ogni cura alla moglie scusandosi col dire che ella era una benedetta donna, che si sarebbe arrabbiata se lui avesse voluto aiutarla. In verità, il duca Prospero si seccava assai tutte le volte che doveva incomodarsi per gli altri; e siccome si divertiva pochino anche a fare il terzo fra i due fidanzati, così, sulle prime, passava quasi tutto il giorno a Borghignano dove, piangendo a calde lacrime la morte di Vittorio Emanuele alla Costituzionale e quella di Pio IX al Vescovado, era riuscito a farsi nominare dai _liberali moderati_ presidente della loro _Associazione_ e, finalmente, coll'aiuto della Prefettura e degli amici del Della Valle, anche sindaco effettivo.

Ma poi, ad onta del pieno trionfo, venuta la contessina di Rocca Vianarda a Santo Fiore, il duca Prospero cominciò a mostrare molta predilezione per la campagna.

Le fresche, le rosee esuberanze della Giulia gli facevano girar la testa, e tanto più che, in quanto alla moglie, adesso che l'aveva riavuta, gli era tornata indifferente. Sua moglie... non era una donna, era una statua di ghiaccio!... Ma la _co-contessina_!... Egli le stava sempre vicino, e con una scusa o coll'altra, le metteva sempre le mani addosso. Si godeva a sentirla parlare, si divertiva al suo continuo movimento, e la faccia tonda e scialba del vecchio diventava accesa, quando lei si buttava a ridere di qualche motto un po' libero di Pier Luigi, con quel suo riso schietto di fanciulla sana, che mostrava i bei dentini minuti e bianchi.

Fra quei due vecchi, la Giulia non pativa di soggezione e, per averne ancor meno, li chiamava appunto i suoi papà. Scherzava, saltava, faceva il chiasso con loro; si lasciava toccare, si lasciava stringere, appoggiandosi al loro braccio, buttandosi loro addosso, con tutto l'abbandono, nel bisogno di espandersi, di sfogare l'esuberanza della propria vitalità.

Si godevano d'accordo, tutti e tre sempre insieme. Anche Pier Luigi, che adesso, col matrimonio di Lalla, sapeva bene dove avrebbe potuto mettere a posto la pupilla, si sentiva più sollevato, ed era sempre di buon umore. Però avevano risolutamente rifiutato di sorvegliare il tenero gru-gru degli sposini. Che! C'era la duchessa colla sua aria grave e severa, creata apposta per far la parte di carabiniere. Essi non ne volevano sapere.--Non ci trovavano gusto, non ci trovavano--e meno di tutti la Giulia, che forse ci soffriva anche per un po' d'invidia. Invece passavano gran parte del giorno e tutta la sera, chiacchierando fra loro in sala, sul terrazzo, o di fuori, nei lunghi viali del parco, i due vecchi bambinescamente gelosi l'uno dell'altro, per le preferenze che la Giulia, scherzando, accordava ora all'uno, ora all'altro, facendo insieme la partita al domino, voltandole le pagine della musica, mentre andavano in estasi, quando suonava; insegnandole, con molta malizia di concetto e di esecuzione, a giuocare al bigliardo, oppure conducendola sull'altalena in giardino, che le avevano fatto costrurre appositamente.

La Giulia vi montava su, in piedi, tenendosi ben stretta colle mani alle corde, mentre Pier Luigi e Prospero Anatolio, l'uno da una parte e l'altro dall'altra, spingendola tratto tratto, la facevano ondeggiare. Lei, colle ginocchia, si serrava addosso le sottane, ma non ci riusciva del tutto; e quei di sotto la potevano adocchiare due dita più su del collo del piede, mentre si chinavano aspettando il momento buono per dare la rispinta.