Mater dolorosa

Chapter 11

Chapter 113,770 wordsPublic domain

Intanto la signorina era già salita in carrozza, e miss Dill insieme con lei: non si aspettava altro che il duca. Don Vincenzo, approfittando del ritardo, si avvicinò alla carrozza dalla parte dell'istitutrice. Miss Dill non poteva parlare; aveva il gozzo stretto, gli occhi gonfi e il naso pieno... quando ad un tratto, vinta dall'emozione, fe' un cenno a don Vincenzo, e allora, per la prima volta alla luce del sole, in faccia alla gente, le sue dita gialle si sprofondarono adagio adagio nella complice tabacchiera.

Il buon Ambrogio era dolente e insieme anche un po' mortificato: la duchessina partiva senza neppure salutarlo. Egli si teneva in disparte, sotto il portico, fra Sandro e la Luigia, fissando, ammirando la signorina, che non stava mai ferma nella carrozza. Lalla si voltava di qua, di là, domandando se tutto era pronto, se nulla era stato dimenticato; ridendo, scherzando, salutando ora l'uno, ora l'altro, colla sua vocina fresca, argentina. Il vecchio Ambrogio sperava sempre che avesse a voltar gli occhi anche dalla sua parte; ma Lalla non lo guardava perchè vicino a lui c'era Sandro. Si era congedata affabilmente con tutti; ma a Sandrino non aveva rivolto una parola, proprio come se il giovanotto non ci fosse stato nemmeno. Nel frattempo anche il duca Prospero, seguito da Maria, la quale voleva riabbracciare la figliuola, si avviava verso la carrozza, dispensando sorrisi, e strette di mano.

--Devo andare, eccellenza?--domandò il cocchiere, quando lo vide adagiato al suo posto.

--Sì; andiamo pure.

--No, no; aspettate... scusa, babbo!--esclamò Lalla, balzando a terra improvvisamente.

--Bada!... Che fai?--le gridò dietro Maria, mentre la fanciulla correva presso la Luigia. L'inaspettato ritorno della signorina fece battere il cuore, nello stesso tempo, a Sandro e ad Ambrogio. Sandro ebbe quasi paura che Lalla, non potendo più trattenersi, corresse a gettarsi fra le sue braccia; il buon Ambrogio, invece, sperava che la signorina si fosse ricordata anche di lui, e lo volesse salutare. Ma Lalla non badò nè all'uno nè all'altro; prese _Musette_ fra le braccia, le scoccò in fretta sulla bianca testolina, un bacio forte, sonante, poi con un salto risalì lesta in carrozza, pestò sui piedi alla miss e senz'altro partì, fregandosi gli occhi col fazzoletto.

Due giorni dopo, anche Maria dovette partire per Borghignano. Ma sul punto di abbandonare quei luoghi si sentì troppo commossa, e volle far andare a vuoto la gentile attenzione degli abitanti di Santo Fiore, che le avevano preparato una dimostrazione di affetto. Anche il dolore ha la sua verecondia, e Maria sentiva nell'anima la delicata timidità dell'allodoletta ferita, che si trascina, per morir tutta sola, nel luogo più riposto e appartato.

Partì verso sera, senza averlo detto ad alcuno: lo sapevano solamente don Gregorio, Ambrogio e la Luigia. Uscì a piedi con don Gregorio, il quale volle accompagnarla alla stazione: presero una stradicciuola nascosta, fiancheggiata da due rivi, che scorrevano silenziosi sotto le fronde profumate delle acacie.

Tutti e due camminavano passo passo, senza parlare, e il loro sorriso era triste, come tristi dovevano essere i loro pensieri. Il buon vecchio si appoggiava al braccio di Maria; per altro la sua figura cadente, rovinata dagli anni, il suo volto solcato da rughe profonde, le lunghe ciocche di candidissimi capelli che lo contornavano, insomma tutto l'insieme di quell'aspetto venerando, non formava vicino alla delicata bellezza di Maria un contrasto sgradevole. Fra quella testa bianca e quella vaga testina bionda, c'era una mesta corrispondenza di espressione e di sentimento.

Maria era addolorata e sgomenta. In mezzo all'affanno dell'abbandono, nell'ignoto di una vita nuova, incerta, col rammarico della bella libertà, della quiete perduta, doveva pur confessare a sè stessa che una gioia colpevole, la certezza di rivedere Giorgio, serpeggiava ancora, e più forte e più indomabile, nel suo cuore. In quelle lotte, in quei rimorsi, anche sotto i baci di suo marito, l'ideale adorato era sempre vivo, vivo più che mai; e faceva arrossire di vergogna la poveretta, cui pareva di essere contaminata, di non essere più degna della immagine cara e gentile. Allora non ebbe coraggio, non volle, disarmata, sfidare il pericolo a cui moveva incontro, e con un filo di voce confidò l'affanno di quella sua gioia segreta a don Gregorio. Solo per un delicato riserbo tacque il nome del conte Della Valle. Don Gregorio l'ascoltò attentamente, guardandola con un sorriso buono e pio, e stringendole la mano con un'affettuosità paterna:--Fatti coraggio--le disse.--Tu sai da molto tempo che la vita è lotta e dolore. Combatti sempre colla tua fede nell'anima, col tuo retto sentire per guida, e trionferai... Tu sei forte e buona!...

--Oh, don Gregorio, no, non sono forte! Sono una povera donna affranta, allo stremo di forze; aiutatemi voi, voi che siete un santo!

--Noi, non sono un santo, figliuola. Io, vedi, sono stato sempre lontano dal pericolo; ho vissuto tranquillo e dimenticato, senza seduzioni, e senza battaglie. Il Signore non ha mai voluto provarmi, forse perchè nella sua sapienza infinita conosceva la mia debolezza. A essere buono, a essere onesto non ho dunque alcun merito; ma tu, tu hai combattuto e hai vinto: combatterai ancora, e quantunque nella lotta possa uscire col cuore sanguinante, non indietreggerai d'un sol passo, non ti farai colpevole di una sola debolezza, perchè, lo sento, tu sei fatta come Dio fa gli angeli!

--Ma se un giorno... se un giorno mi sentissi troppo debole, io, povera donna, sola, abbandonata a me stessa?...

--Allora ritornerai nel tuo sicuro rifugio, e se non mi troverai più vivo, ti aspetterò là,--e così dicendo don Gregorio indicava a Maria l'angusto cimitero di Santo Fiore, che si scorgeva poco lungi, colla chiesetta illuminata, tra il bianchiccio delle sepolture recenti.--Ti aspetterò là; e tu, sulla mia croce, ricorderai che questo povero vecchio ti amò, come amò la sua fede; penserai a tua madre, e ritroverai la calma e il coraggio.

--No, no; voi non dovete morire...

--Io sono vecchio; ho fatto molto cammino... e ormai sono stanco, figliuola...

In quel punto, dal vicino sagrato, frammisto al mormorio delle fronde e al vario e acuto frastuono d'una miriade di grilli cantaiuoli, giunse fino al loro orecchio una pia cantilena; un inno grave, melanconico, dolcissimo. Erano le litanie della Vergine, il vecchio canone, che nella sua monotona cadenza ha tanti fascini di mistica melodia, tanta dovizia di memorie intime e care. Erano le voci bianche, argentine delle povere giovanette del villaggio, così colme di fede, d'innocenza e d'amore, alle quali rispondevano in coro tutti i devoti, raccolti nella solitaria chiesetta.

--Sentite...--disse Maria a don Gregorio, fermandosi d'un tratto.--È la Vergine, la Vergine che mi parla in quelle preghiere, la Vergine che mi conforta; oh! beneditemi, beneditemi, padre mio!--E la sconsolata, palpitante, commossa, si curvò baciando, coprendo di lacrime, la scarna mano del vecchio.

Don Gregorio alzò gli occhi al cielo e pregò in silenzio; intanto dalla chiesetta, più chiaro, più lento, usciva l'inno dei credenti:

_Sancta Maria Sancta Dei Genitrix Sancta Virgo Virginum Ora pro nobis._

--Pregate ancora, pregate sempre per me!...

--La preghiera più bella, la preghiera più accetta è il tuo dolore. Piangi, figliuola mia, le lacrime sono la preghiera del cuore.

--Promettetemi adesso che, se io fossi presso a morire, voi verrete a consolarmi, a benedirmi, anche laggiù...

--Verrò... figliuola, verrò...

--E... se non riuscissi a dimenticare... se quell'immagine fosse sempre più forte della mia volontà?...

--Combatti, combatti sempre...

--Allora?...

--Allora la tua passione farà di te una martire, e non sarà una colpa, ma un esempio.

--Oh, grazie, grazie! Sento che Iddio non mi abbandona, sento che sarò forte sino alla fine.

Maria si rialzò più sicura e più consolata. Attorno a lei, perdendosi come un ultimo e caro saluto, vagava, fremendo nell'aere, l'onda armoniosa dell'inno sacro. Involontariamente don Gregorio unì la sua voce fioca, tremula a quella squillante, vibrata delle giovanette, che adesso si sentivano sempre più lontano cantare con l'invariata cadenza:

_Regina Confessorum Regina Virginum Regina Sanctorum omnium_

mentre Maria rispondeva col coro, invocando la Vergine santa della nostra fede: _Ora pro nobis_.

XVIII.

La famiglia d'Eleda non si fermò a Borghignano che pochissimi giorni. Maria non si fece quasi vedere da nessuno e ripartì col marito, Lalla e miss Dill, alla volta di Pegli, dove avevano stabilito, tutti d'accordo, di far la cura dei bagni.

Pegli era allora di moda. Vi si vedeva raccolto il fior fiore dell'eleganza, e fra gli altri c'era anche il conte Pier Luigi da Castiglione, il quale aveva abbandonata la diplomazia perchè oramai, mortagli la moglie, non trovava più alcun bisogno di star lontano da casa sua. Quantunque vecchio, Pier Luigi era un sottaniere incorreggibile: grande, grasso, floscio, colla faccia rasa bucherellata dal vaiolo, la pelle viscida, il capo pelato, coperto solo dai pochi capelli della nuca variopinti, lunghissimi, tirati sul cranio e incollati l'un presso all'altro con una maestria singolare. La bocca sdentata; il naso enorme, paonazzo, carnoso, sembrava una spugna filettata di vene azzurrognole. Era un coso, insomma, assai ributtante; ma aveva molti quattrini, preferiva nelle donne la forma alla sostanza, e quando riusciva a snidare qualche nuova selvaggina (era la sua frase) le si fregava d'attorno con un'insistenza così paziente e così petulante, da farsela cadere nelle mani nove volte su dieci. Bisognava vederlo il vecchio e grosso sornione a strisciar fra le quinte o a salterellare nei salotti di dubbia fama! Le mime, le ballerine, le cantanti da operetta, lo chiamavano--lo zio,--ed egli gongolava tutto a fare il coccolo, il bambinone, in mezzo a quello sciame di cicale. E anche dopo soddisfatto il capriccio non le lasciava andare; ma continuava a tenersele sotto mano, a visitarle nelle ore perdute, a regalarle di chicche e di fiori. Prendeva parte ai loro affari, dava consigli a proposito dei protettori, e le informava paternamente della cifra che questi potevano spendere, le rappattumava coi loro amanti, pettegolava colle cameriere, le teneva tutte sotto le sue ali, come s'egli fosse la chioccia del bordello.

Quando gli andò in paradiso la moglie, Pier Luigi tirò un sospirone; non doveva più correre fino a Parigi, a Vienna o a Berlino per divertirsi; tutto il mondo è paese, e il conte da Castiglione aveva capito che anche in Italia c'era da godersela abbastanza bene. Ma la fortuna, quella maledetta fortuna, proprio sul più bello del gioco, gli fece un tiro birbone: gli fe' cadere addosso, nientemeno, una pupilla dai diciannove ai vent'anni, una nipote della sua povera moglie, la quale, in tal maniera, lo teneva legato alla catena anche dal mondo di là. La signorina Giulia di Rocca Vianarda era un bel pezzo di ragazza; pareva lavorata nel burro; bianca, rosea, tondeggiante, con certi capelli neri da zingara e due occhi grandi che bruciavano. Ma aveva la disgrazia di appartenere a una gran famiglia, e di essere senza un soldo di dote, ragion per cui Pier Luigi poteva ben correre con lei tutti gli stabilimenti di acque e di bagni da Santa Maria a Viareggio; un marito, un marito purchessia, non c'era verso di poterlo trovare.

Il povero tutore sbuffava; si tingeva a più radi intervalli, e cominciava per davvero a piangere sua moglie, che almeno lo lasciava libero all'estero e che, se fosse stata ancora quaggiù, se l'avrebbe digerita lei, la nipote!

--È stato un accidente, è stato:--un tiro di mia moglie, un tiro!--esclamava in tono di lamento il povero Pier Luigi, che aveva l'abitudine di ripetere le parole; e, non trovando altri partiti possibili, vagheggiava l'idea di far sposare la pupilla a suo nipote Giorgio Della Valle. Per cominciare dunque a mettere la paglia vicino al fuoco, egli aveva scritto a Giorgio che lo aspettava a Pegli, ma senza comunicargli il proprio disegno... per non spaventarlo.

Intanto era un conforto per il conte da Castiglione quando riusciva a collocare la Giulia in qualche famiglia di conoscenti. Di solito, appena arrivava in un albergo, sua prima cura era quella di studiare la tabella dei forestieri. Se c'era una qualche signora che gli poteva andar bene, anche se non la conosceva affatto, trovava sempre la via, immaginando conoscenze reciproche, fabbricando giri e rigiri di parentele, di diventare amico e, alle volte, di scoprirsi suo mezzo parente. Ma a Pegli non era riuscito di trovar nulla. C'erano molte signore sue amiche; ma erano lì per divertirsi, per essere libere, per farsi corteggiare, e di fare la parte di madre nobile non ne volevano sapere; ed egli si dava già per un uomo perduto, quando un bel giorno, colla gioia di una gratissima sorpresa, lesse sulla lista dei nuovi arrivati all'albergo, anche il nome del duca d'Eleda _con famiglia_.

Fece i gradini a due alla volta e capitò ansando in camera della pupilla cogli occhi che gli brillavano sotto le ciglia spelate, e coi capelli ingommati che gli si sollevavano tutti uniti sul capo, come un guscio d'ostrica.

--È arrivata la duchessa d'Eleda, è arrivata!

--La duchessa d'Eleda?... Non la conosco...--rispose Giulia, che non potè a meno di sorridere vedendo la faccia ridicola del rispettabile tutore.

--Come non la conosci?... Devi conoscerla. È la figlia del fratello del tutore di mio nipote, è la figlia, perciò siamo quasi, potrei dire, mezzo parenti. Vieni presto, da brava; andiamo subito a salutarla. La duchessa era amica intima della tua povera zia, io sono amicissimo del duca, faremo vita insieme, faremo.

--Domani o dopo arriva anche Giorgio...

--Tanto meglio!

E così, mentre Maria con Lalla e con Prospero stava per scendere nella sala da pranzo, venne annunziata la visita di Pier Luigi e della Giulia. Furono subito ricevuti e con molta cordialità.

Le fanciulle si scambiarono una rapida occhiata, e bastò perchè si valutassero a vicenda! Lalla trovò Giulia troppo grassa, Giulia trovò Lalla troppo magra, e così rimasero contente tutte e due. Dopo il solito scambio di gentilezze scesero sul terrazzino, in riva al mare, aspettando insieme che suonasse la campana della _table d'hôte;_ poi a pranzo, parlarono di Firenze, di Roma, di Borghignano, domandandosi conto reciprocamente degli amici comuni. Maria, per altro, sebbene quelle chiacchiere fossero assai banali, sentiva dentro di sè una viva inquietudine. Chi l'avesse attentamente osservata, avrebbe notato in lei un leggero tremito che alle volte la faceva trasalire. Parlava distratta; ma invece era confusa: perchè?... Perchè prevedeva che il discorso, a lungo andare, sarebbe caduto su Giorgio Della Valle.

--È molto tempo, duchessa, che non ha notizie di mio nipote?

Prospero Anatolio, che non si aspettava la domanda, si fece serio, senza volerlo, mentre Maria rispondeva un--no--quasi impercettibile.

--Oh, col Della Valle, io e mia moglie--rispose pronto il d'Eleda--abbiamo molti conti da aggiustare.

--La politica lo guasta--concluse Pier Luigi con tono convinto--e bisogna dargli moglie, bisogna. Il giudizio è come lo spirito: colle donne chi ne ha lo perde, e chi non ne ha lo acquista... chi non ne ha!...

A quella notizia dell'arrivo di Giorgio, Maria impallidì; anche Prospero, quantunque l'accogliesse con un grazioso sorriso, ne avrebbe fatto senza volentieri. Tuttavia il pranzo finì lietamente come era incominciato, e alle frutta, Pier Luigi, vedendo che le fanciulle, perfettamente dimesticate, chiacchieravano insieme, ridendo e scherzando, esclamò rivolgendosi alla duchessa Maria:--Era proprio quello che mi ci voleva!... La Giulia, poveretta, trovandosi sola a Pegli si annoiava mortalmente. Spero però che la nostra duchessa sarà tanto buona da voler dividere con me le cure paterne, per le quali son proprio disadatto, e da permettere che qualche volta affidi a lei e a miss Dill la mia cara pupilla!...

La miss rispose con una smorfia. Ne aveva già una delle ragazze da sorvegliare, e le bastava; la duchessa graziosamente accettò e, tanto per cominciare, il conte da Castiglione le lasciò in custodia la Giulia, subito, quella sera medesima, mentre lui aveva da fare una scappatina a Genova.

A Pegli si poteva proprio dire che la gente vi si annoiava a furia di divertirsi. Di giorno, le passeggiate nella villa Pallavicini, e le gite in mare; la sera conversazione, concerti, feste da ballo... e, anche a Pegli, Maria ebbe subito il primo posto, senza cercarlo e senza volerlo, mentre invece rimpiangeva la quiete e la pace di Santo Fiore.

Il mondo, che d'altronde non può mutare, era sempre il medesimo: frivolo, corrotto, tristo. Maria vedeva gli uomini più seri e più stimati, cercare l'amicizia di suo marito, per poterla meglio corteggiare e insidiare. Non uno le aveva dato prova di sentimenti nobili e leali.

Non uno?... sì! uno c'era stato; ma per farla penare maggiormente.

Maria e Giorgio, la prima volta che si erano incontrati a Pegli, si erano salutati con quell'aria diplomatica colla quale le persone per bene si credono in obbligo di soffocare ogni cordiale espansione.--Oh! Buon giorno, conte; anche lei a Pegli?--Di passaggio, duchessa...--Tal e quale come se si fossero veduti il dì innanzi; invece dall'ultima visita del conte Della Valle a Santo Fiore erano trascorsi vari anni. Però l'emozione di Maria era stata così viva, che interamente non potè sfuggire nemmeno a Giorgio. Il rossore delle guance, l'occhio scintillante, il tremito, il bruciore della mano, tutto ciò fu notato da Giorgio che trovò la duchessa più bella, più buona e più affettuosa. Maria trovò Giorgio sempre lo stesso e perciò continuò ad amarlo... sempre di più.

Pier Luigi, appena Giorgio gli capitò fra le mani, cominciò subito, colla sua arte di vecchio diplomatico, a tastare il terreno. Gli domandò se ancora non aveva pensato di mettere la testa a partito,--di abbandonare la _sinistra_ e di offrire la _destra_ ad una donnina che lo facesse marito felice e padre fecondo...--Gli ricordò che i trentacinque anni erano suonati, che i Della Valle, se non ci pensava lui presto presto stavano per estinguersi, e che ad una certa età, la moglie fa anche bene alla salute.

Giorgio gli rispose francamente che ci aveva già pensato, che stava pensandoci ancora; ma però egli voleva sposare una ragazza della quale fosse innamorato, una ragazza che sapesse fargli perdere la testa.

--E in quanto alla Giulia--soggiunse ridendo--sai che cosa ne dovresti fare?

--Che cosa?

--Tua moglie.

--Mia moglie?

--Sicuro... tanto per liberartene.

--To', non ci avevo pensato... non ci avevo... In un caso disperato... la sposerò io!

Se a Pegli si divertivano molto, non era vero, per altro, che si divertissero tutti.

Le ragazze, per esempio, vi erano molto trascurate; e si annoiavano. Qualche senatore gottoso che si faceva recitare gl'Inni Sacri, o--l'Addio ai monti--del Manzoni: qualche vecchio professore della scuola romantica, qualche _pivellino_ che si raspava la pelle per farsi crescere i baffi, e finalmente qualche ufficiale superiore colla pancia e cogli occhiali, erano i soli adoratori, e i ballerini delle ragazze. Del resto, tutto quello che c'era di brillante e di elegante apparteneva alle signore. Il coro... dell'innocenza aveva un bel da fare, tentava tutti gli espedienti e tutte le attrattive: il candore, la modestia, la lingua inglese, il pianoforte, ma non c'era verso; scambiate appena quattro parole di convenienza, quelle povere ragazze erano piantate in asso, attorno al tavolo del _thè_.

Lalla pareva ne soffrisse meno delle altre; ma non era vero. Era brava, invece, e riusciva a non lasciare scorgere la propria rabbietta. Sentiva anche un po' d'invidiuccia contro sua madre, tanto cercata e tanto festeggiata, e si vedeva troppo lontana dai trionfi che si era ripromessi; ma tuttavia, non disperava. Aveva capito che per ottenerli non le mancava più che un marito: il punto di contatto, appoggiata al quale la donna solleva il mondo.

Un marito?... Lalla portava un gran nome, era l'erede di una grande fortuna; quantunque non fosse bella, era assai piacente. Oh, un marito non si sarebbe fatto aspettare!... Anzi, non avrebbe avuto che da scegliere!... E Lalla si guardava attorno cogli occhi belli che vedevano, che scoprivano tutto, anche quando li teneva abbassati e raccolti, con quell'aria modesta che la faceva somigliante ad una Vergine del Murillo.

Le cose erano a questo punto, quando una sera nella quale a Pegli si ballava per beneficenza, le ragazze annoiate e ristucche si riunirono in congiura.

--È ora di finirla e di vendicarsi!--esclamò la Giulia con gran calore.

--Come fare?

--Sì, brava; se si potesse vendicarsi!

--In che modo?

--Facendoci sposare!

Tutte le ragazze applaudirono ridendo, e correndo dietro a Giulia uscirono sul terrazzo.

--Va bene, ma come si fa?

--Bisogna scegliere prima il fortunato mortale a cui destiniamo l'impareggiabile possesso del nostro cuore; poi quando lo avremo scelto, farlo restare sul colpo... innamorato morto. Ci state?

--Sì! Sì! Sì!--gridarono in coro tutte le ragazze.

--Allora seguitemi e guai ai vinti!--Giulia correndo in giro sul terrazzo, si fermò ad una finestra della sala da ballo e, indicando alle compagne le coppie che passavano ballando, cominciò con voce nasale, imitando il modo di parlare del suo tutore:--Signorine! Vedete quell'animale, vedete, bianco di sotto, nero di sopra nero, piuttosto brutto, piuttosto?... Ebbene, quell'animale si chiama uomo. È irragionevole, e basterà a dimostrarlo la sua indifferenza a nostro riguardo. Tutti gli uomini sono uguali dinanzi a Dio; non è così, peraltro, dinanzi alla donna, la quale, secondo i gusti li preferisce biondi, neri o _marrons_...

--_Glacés!_

--Silenzio, Lalla!

--Non interrompere!

--È bipede sempre--continuò la Giulia--quantunque alle volte, quantunque... basta, pare impossibile, pare. Ha il dono della favella, ma pure conserva ancora una grande difficoltà nel pronunciare il monosillabo sì matrimoniale.

Ci fu uno scoppio d'applausi; ma la Giulia ristabilì prontamente il silenzio, e continuò:

--Quell'animale, signorine, noi dobbiamo sceglierlo per nostro legittimo consorte. È una sventura; ma siccome le sventure non vengono mai sole, così, vi avverto può succedere il caso che quello scelto da noi non ne voglia sapere... non ne voglia!

--E allora, come si fa?--domandò una piccola biondina col naso schiacciato e rivolto all'insù, che prendeva viva parte al giochetto.

--Allora, o si va in convento, o si medita un suicidio, oppure, meglio, si ricomincia da capo, scegliendone un altro.

--Brava Giulia!

--Brava!

--Alla scelta!... Alla scelta!

--Va bene, ma a chi tocca scegliere per la prima?

--Io direi di andare per ordine di anzianità--propose la figlia di un colonnello della Territoriale.

--Benissimo!

--Allora tocca alla Giulia...

--Veramente non saprei... se tocca proprio a me.

--Quanti anni hai tu, Isa?

--Diciotto.

--E tu?

--Diciassette.

--Diciotto.

--Diciannove.

--E tu Lalla?

--Io?... sedici; ma vi avverto che se una di voi si sceglie il marito che piace a me, io non lo cedo a nessuno.

--Senti come prende fuoco la santarella!

--Animo, animo, senza tanti discorsi; tocca alla Giulia.

--Ebbene, non perchè sia la più vecchia; ma accetto il posto d'onore, come un tributo della vostra sommissione.

--Bene, approvato!--esclamò Lalla;--e ora a noi: tu Giulia hai il numero uno, tu Clara il numero due, la Isa il tre, l'Adele il quattro.

--E io?...--E noi?...--interruppero le altre, non comprese nella lista.

--Abbiate pazienza voi--rispose Lalla,--come ne ho io. Giustizia vuole che sia servito prima chi è più tempo che aspetta.