Mastr'Impicca

Part 6

Chapter 63,529 wordsPublic domain

In que' due giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si divulgava qualche notizia strana e terribile, e con una progressione, un crescendo rapidissimo si giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la disparizione della Principessa! poi la notizia del ratto. Un deputato interpellò il Ministero sulle voci che correvano intorno alla reda del trono, voci che giustamente turbavano ogni cittadino devoto alla sua patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio sciorinò una lunga pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era stata furata da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità concessa loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni regola d'onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era da incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato ordine agli incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo, d'Exibo e d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e di _reclamare_ l'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare risposte: dopo le quali proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera. Ma la quistione stare pel momento nel periodo delle trattative diplomatiche e quindi non doverglisi chiedere altro. Fu proposto un voto biasimo, e di mettere in istato di accusa il Ministero, perchè aveva fatto mancare alla Principessa una scorta sufficiente e tale da poterla salvare da un colpo di mano e tutelarla; perchè aveva lasciato sfuggire i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo viaggio per toccar la frontiera; e perchè conveniva di non aver saputo prendere alcun provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine del giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e votanti: e la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una maggioranza imponente. Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore aveva quasi perduto l'appetito, convenne ancora occuparsi della composizione di un Ministero nuovo, vedere uomini politici, mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo Gabinetto furono un proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una Nota a tutte le Potenze amiche, un _ultimatum_ all'autocrate d'Antibo, al monarca d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionar (a richiesta loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacchè il popolo, il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava minacciosamente le strade della città ed aspettava che i Ministri uscissero dalla sala del Parlamento per istrascinarli a coda di cavallo, impeciarli e appiccar loro il fuoco. Nè, sebbene fosse tarda notte, alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar l'esercito contro un popolo che tumultuava per devozione alla dinastia, non era da pensarci, ecco!

Poche ore dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno della Principessa, ricondotta nella Reggia della fata Scarabocchiona sua santola in un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di draghetti volucri, color di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta, bargigli, giubbe, e coda del più acceso scarlatto! Tutta Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del palazzo reale. E quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma sorridente, comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un plaudire, un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale; fu un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella creatura. La Principessa fè cenno con la mano di chieder silenzio e di voler parlare. Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di tanto affetto, pregò i buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver fiducia nel Governo e.... di lasciarla riposare. La folla rispose con un'ultimo evviva e quindi sgombrò dal piazzale silenziosamente.

Poi si seppe che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo, trovatello educato per carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo Scassacocchi, arrolato volontario undici anni prima e promosso uffiziale e decorato della medaglia d'oro al valor militare per aver presa una bandiera in battaglia al nemico, quello che alla testa del suo squadrone aveva miracolosamente raggiunti i rapitori varcando la frontiera e riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti davano una biografia fantastica e cerebrina del capitano. Le mure furono ben presto imbrattate dovunque di _Viva Sennacheribbo! Viva il salvatore della Principessa!_ I fotografi cavaron fuori tutte le negative che rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi esorbitanti de' ritratti apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo Scassacocchi e s'impossessò della madre adottiva del capitano e la portò in trionfo, processionalmente. Venne aperta una sottoscrizione per offrirgli un dono nazionale. La sera tutta la città era illuminata spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero abbaino dove non si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo acceso, una candela circondata di carta almeno.

La dimane si riseppero finalmente molti particolari della spedizione; e che Sennacheribbo aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che Guasparre I, Melchiorre XVII e Baldassare V avevan fatto un ballo in campo azzurro, e che il capitano si era costituito prigioniero in una delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e tutta Scaricabarilopoli giocò il terno uno, cinque e diciassette, _i numeri del capitano_, come dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle prenditorie, tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i botteghini rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle cinque per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze scaricabarilesi, l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i cinque numeri estratti furono: il tre, il trentanove, il ventuno, il sessantadue ed il cinquanta.

Tre, cioè i tre Re; trentanove, cioè impiccati; e ventuno vuol dir Baldassarre, sessantadue Guasparre e sessanta Melchiorre, come insegna la _Smorfia o Libro dei sogni_: quindi nessuno osò mormorare contro Sennacheribbo, ed il popolo sovrano confessò di aver mancato d'acume e di senno e di non aver saputo interpretare i fatti e cavarne i numeri buoni.

Frattanto il Governo teneva sicura la guerra co' tre Reami circostanti e finitimi; immancabile. Si spingevano gli armamenti con alacrità somma. Al Ministero della Guerra, ne' magazzini militari, ne' polverifici, negli arsenali si lavorava giorno e notte. Si allestiva l'armata, si richiamavano i contingenti sotto le bandiere; si mettevano in assetto le fortezze; si chiedevano denari alla Camera, che votò un credito illimitato al nuovo Ministero e con un ordine del giorno gli commise di mantenere intatto il decoro del paese. Un secondo proclama del Re Zuccone al popolo espone gli avvenimenti e la situazione. La violazione d'ogni fede perpetrata da' tre Re veniva stigmatizzata. Il Governo ed il Capo dello Stato ripudiavano ogni partecipazione, ogni responsabilità nella terribile rappresaglia eseguita _motu proprio_ dal capitano Sennacheribbo, il quale, incaricato soltanto d'imprendere minute indagini sulla sorte della principessa Rosmunda, aveva preso poi su di sè d'inseguirne i rapitori, di sconfinare inseguendoli e di vendicare l'oltraggio fatto al paese ed alla dinastia in un modo che e quello e questa dovevano disconfessare. Il capitano sarebbe giudicato dal Senato costituito in Alta Corte di giustizia per attentato alla sicurezza dello Stato, a norma dell'articolo trigesimosesto dello Statuto, come quegli che esponeva la nazione al pericolo di guerra. La quale quando scoppiasse, sebbene non voluta dal Governo scaricabarilese, non provocata, non desiderata, il popolo avrebbe pure incontrata sicuramente e sostenuta vigorosamente. Così diceva press'a poco il manifesto di Re Zuccone.

Ben presto giunsero ambasciatori straordinari da' nuovi Governi de' tre Reami finitimi. In Antibo, non essendovi eredi al trono, s'era costituito un Triumvirato militare; due generali di esercito ed un ammiraglio avevano ridotto nelle loro mani la cosa pubblica, s'erano costituiti in Governo provvisorio e convocato una Costituente eletta con le urne custodite dai pretoriani. In Exibo era succeduto a Don Melchiorre un cugino in quarto grado, uomo giusto ed integro, sano di corpo e di mente. In Introibo l'erede presuntivo era stato ucciso a furor di popolo, tutti i principi erano fuggiti e s'era proclamata una Repubblica posticcia. Cotesti ambasciatori non venivano nè per dichiarar guerra, nè per chieder soddisfazioni tanto inaccettabili che il richiederle equivalesse ad una dichiarazione di guerra. Anzi, ognun d'essi aveva istruzioni secrete conciliativissime. Nessuno dei tre nuovi Governi pretendeva che il Reame di Scaricabarili fosse responsabile delle gesta del capitano Sennacheribbo; tutti deploravano e qualificavano severamente il tentato ratto della Rosmunda, e domandavan solo una riparazione d'onore alle rispettive bandiere ed il castigo del capitano. Secretamente il Triumvirato Antiboino ed il governo provvisorio Introiboino significavano d'esser disposti anche a transigere su questi due punti, pur che venissero riconosciuti dal Governo di Re Zuccone: ed il nuovo despota d'Exibo aveva incaricato specialmente il suo messo di un autografo di scusa e di rimpianto particolare per l'accaduto, da rimettersi all'Infanta. Il vero è che nessuno de' tre afforcati era rimpianto; che ne' loro paesi ognuno diceva:--Ci abbiamo gusto! Grazie sien rese al capitan Sennacheribbo.--Sarebbe difficilissimo di muover guerra al Re di Scaricabarili, quando l'opinione pubblica di Antibo, Exibo, ed Introibo v'era assolutamente, recisamente contraria. Inoltre e gli erarii e gli eserciti di quegli Stati erano disorganizzati per modo dallo sgoverno e dalle dilapidazioni e dalla inettezza di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre, che la guerra non avrebbe potuta esser mossa con alcuna probabilità di vittoria. Quindi i tre ambasciatori si mostrarono arrendevolissimi; l'Infanta rispose anch'ella con un chirografo alla lettera del successor di Melchiorre XVII; Re Zuccone riconobbe il Triumvirato militare Antiboino ed il Governo provvisorio Introiboino; le bandiere de' tre Stati finitimi furono issate solennemente innanzi alla Reggia di Scaricabarili e salutate ciascuna da centun colpo di cannone; la Corte prese il lutto e fece celebrar delle messe pel riposo delle anime e del monarca e del despota e dell'autocrate. Quanto al capitano, gli ambasciatori presero atto delle dichiarazioni contenute nel manifesto e nelle note di Re Zuccone, si dichiararono pieni di fiducia nella imparzialità del Senato scaricabarilese e protestarono di aspettarne il verdetto, nel quale anticipatamente si acquetavano.

Ed il Senato del Regno venne convocato in Alta Corte di giustizia per giudicare il capitano dei dragoni di seconda classe cavalier Sennacheribbo Esposito, imputato di attentato alla sicurezza dello Stato e di indisciplina, per aver senza alcun ordine sconfinato ed impiccati tre Re, esponendo il paese al pericolo di una guerra esterna. L'imputato poi venne tradotto dalla fortezza, in cui veniva custodito, nelle carceri giudiziarie della Capitale. Vi era appena da un paio d'ore, quando lo invitarono a scendere in parlatorio. C'era l'azafatta della Principessa, accompagnata da un ufficiale d'ordinanza di Sua Maestà, il quale stava discretamente in disparte nel vano di una finestra, guardando nel cortile. L'azafatta, approssimativamente a Sennacheribbo, gli disse a bassa voce:--«Signor capitano, io vengo incaricato dall'Altezza della principessa Rosmunda di ripetere da Lei un oggetto di pertinenza della prefata e sullodata Altezza che Ella presentemente ha in custodia. La esorto dunque a consegnarmi l'oggetto stesso in un plico suggellato, acciò ch'io possa recarlo nelle mani dell'augusta Infanta, sua, mia padrona (Dio guardi!) senza nè vederlo nè conoscerlo. Faccia dunque il plico su quel tavolino e lo suggelli e mel consegni, acciò ciascuno di noi per parte sua adempia scrupolosamente i voleri della riverita nostra Principessa!».

Ed indugiando Sennacheribbo, senza rispondere ad obbedire, l'azafatta cavò dalla taschetta di velluto che le pendeva allato una busta, la baciò devotamente e ne trasse un foglio che mostrò al capitano; il quale vi lesse:--«La latrice del presente sarà creduta ed obbedita da chiunque m'ama. Rosmunda; _manu propria_».--Il giovane nulla disse: s'accostò allo scrittoio si tolse dal seno la giarrettiera che vi occultava: e gli parve di strapparsi il cuore dal petto. La chiuse in una scatolettina di cartone che involse in un gran foglio bianco e legò con lo spago e suggellò più volte con l'anello che portava in dito; e consegnò l'involtino all'azafatta. La quale con un lieve inchino soggiunse:--«Riferirò all'Altezza Sua la prontezza, con la quale Ella ha obbediti gli ordini».--E si allontanò con l'ufficiale di ordinanza. Sennacheribbo, che non aveva aperte le labbra, venne ricondotto nella sua cella.

Appena vi fu rinchiuso e si vide solo, andò a buttarsi col capo in giù sul letto, e, premendo la bocca sul guanciale e mordendolo per soffocare e smorzare almeno i singhiozzi, cominciò a piangere disperatamente, proruppe in un pianto dirottissimo. Gli pareva d'aver tutto perduto, perdendo quell'arnese della donna amata, che apprezzava non per l'incanto, anzi perchè portato da quella: difatti, non gli era mai venuto in mente di adoprarlo, d'evocar la fata Scarabocchiona, di domandare aiuto a costei: nè gli sarebbe mai venuto un tal pensiero, che avrebbe preferito di morir di morte ignominiosa sul patibolo al dovere la propria salvezza ad una femmina, ancorchè fata, ancorchè dea.--«Gratitudine principesca!»--pensava egli.--«Ho servito. Mi buttan via come un limone spremuto! L'ho salvata, l'ho vendicata, sapendo che potrebbe costarmi la vita; e neppure un mezzo ringraziamento. Se questo cencio d'un legaccio, ch'io serbavo più gelosamente che il credulo devoto non custodisca una reliquia di Santo, mi vien ritolto senza una parola amica, benigna! Ed il Re! lui mi aveva promesso!... Ma non mi meraviglio di quello lì, forse costretto a tiranneggiarmi da riguardi e considerazioni politiche... Lei però, lei che senza di me a questa ora sarebbe morta vituperata fra gli strazî, lei che sa quel che ho sofferto, mostrarmi un po' di benevolenza poteva, un di riconoscenza, un po' di memoria! Nossignore! E questo popolaccio che comincia dal celebrarmi e dall'applaudirmi e poi, mutato il vento!... Basta! l'ho amata! ho potuto documentare questo amore col più ardito fatto e feroce che registrino le nostre istorie; ho potuto camparla: l'ho sorretta un istante svenuta con queste braccia... o non sono premiato abbastanza? E, checchè faccian di me, gli uomini non potranno dimenticarmi: ho cambiato l'indirizzo della storia di più popoli; sono comparso come _deus ex machina_ ed ho fatto prendere un altro corso agli eventi; ho fatto impallidire le fame de' classici liberatori di popoli, de' Bruti e degli Armodî. Eppure.... Ah! pensiamo piuttosto alla povera mamma mia, che deve soffrir tanto adesso che morrà di certo nel vedermi tradurre al patibolo od al luogo della fucilazione e che ho tanto mal ricompensata delle cure dell'amor suo gentile».

Venne il giorno del giudizio. Non un membro del Senato chi mancasse. Le tribune pubbliche erano stivate: giornalisti e corrispondenti d'ogni paese eran venuti ad assistere al memorando processo, ad estenderne il resoconto, a notare impressioni. Una folla sterminata si accalcava intorno al palazzo senatoriale. La truppa era stata consegnata.

Il Commissario del Governo lesse l'atto d'accusa: sarà inutile il riferirlo, perchè ognuno può figurarsi cosa deve essere quel monumento dell'eloquenza scaricabarilese. I colori erano caricati, Sennacheribbo, uomo profondamente crudele, avventuriero sorto dal nulla, non aveva operato per zelo dell'onor dinastico e nazionale, anzi per isfogare odii e rancori personali verso i tre Re, e per manomettere in loro la dignità regia. Tutti i Principi esser solidali; una monarchia non dover mai permettere che de' monarchi vengano manomessi.--«L'accusato asserisce di essere stato coadiuvato da una fata, che sarebbe santola della nostra augusta Principessa. Signori Senatori, i registri battesimali, i registri dello Stato Civile della dinastia tenuti dal Presidente appunto di questo augusto Consesso, non mentovano in modo alcuno questo intervento soprannaturale. Chi è che ignori lo fate essere una finzione, con la quale si trastullano i ragazzi e che la pedagogia condanna? Fate non ce n'è; non c'è alcuno Scaricabarilese vivente che possa affermare con sacramento di averne vista una, e la ragione dimostra che non possono esserci. Certo vi è qualcosa di straordinario negli avvenimenti onde ci occupiamo, che non può spiegarsi con l'andamento solito degli eventi umani. Ma, Signori, tutte le facoltà di teologia delle nostre Università v'insegnano che se fate non ce ne sono, c'è però il diavolo. E col grande arcidiavolo dello 'nferno mi giova credere che il capitano Sennacheribbo Esposito, vergogna eterna della uniforme de' dragoni scaricabarilesi, abbia stretto un patto sacrilego. Balzebù gli ha fatto fornire in poche ore di notte quella corsa prodigiosa dalla macchia di Valquerciame alla osteria del _Gallo d'oro_. A Satanasso egli ha affidato l'augusta erede del trono, perchè dall'osteria del _Gallo d'oro_ venisse restituita nella Reggia paterna! Ad Astarotte e Belfegor sicuro, qualunque sia la forma che hanno assunta. E da Calcabrina e Draghignazzo aspetta per fermo aiuto, che vengano a liberarlo dalle mani della giustizia. Ma voi farete stare a dovere lui e tutti i trentamila diavoli infernali».

Dopo l'orazione stupenda del Commissario regio, si procedette allo interrogatorio dell'imputato. Sennacheribbo raccontò le cose molto semplicemente, tacendo solo del modo in cui gli era apparsa la fata, non parendogli opportuno divulgare il secreto del legacciolo, ch'egli immaginava la Rosmunda desiderare che rimanesse occulto. Richiesto perchè avesse mandato a Fuligno i tre Re, o per ordine o per suggerimento di chi, rispose:--«Da me, per ordine e suggerimento della coscienza mia. Feci giustizia di tre persone eslegi, che sarebbero andate impunite senza l'ardimento mio, per vendicar l'onore del nostro paese, offeso nella principessa, e per liberare l'uman genere da tre mostri».

Richiesto se avesse avuto piena coscienza del fatto e ne avesse prevedute le conseguenze:--«Tutte,»--rispose.--«Sapeva che sconterei col capo quell'opera meritoria. E ho persino annunziato a que' tre, presenti buon numero dei miei soldati, che potranno testimoniarne».

Interrogato se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le sue vittime ed invitato a dare spiegazioni intorno alle parole profferite nel giorno del tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo, parole che per l'indulgenza eccessiva del colonnello gli avevan fruttato un solo mese di arresti di rigore, rispose:--«Pronunziai quelle parole perchè indegnato dall'assassinio del povero Coppa di oro. Non poteva certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re, come non poteva prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e ch'io avrei la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo di odio aveva contro di loro, e questo è comune a tutti gli Scaricabarilesi: tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e di corpo osassero pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed alla signoria del nostro paese».

Interrogato sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti, rispose, assumendone tutta la responsabilità:--«I miei soldati non discutono, obbediscono. Al comando mio avrebbero fatto qualunque cosa, appunto come domani, ne giuro e ne scommetto, saranno pronti a fucilarmi sull'ordine del nuovo capitano loro».

Venne quindi proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono particolareggiatamente tutti i fatti da noi narrati e confermarono in ogni punto la narrazione di Sennacheribbo. Della fata potevano dir nulla, nessuno avendola vista: ma affermarono d'essersi sentito raddoppiare a mille doppi il vigore del corpo e dell'animo, e di aver avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco fatuo. Quando interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una domanda:--«Tenente, se domani Ella fosse comandato con un pelottone per fucilarmi, disubbidirebb'Ella? Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone rifiuterebbe l'obbedienza?».

--«Capitano,»--rispose il luogotenente,--«Ella è stato per me padre e fratello; e non per me solo, anzi per tutti noi. Ella ci ha educati e rotti alla disciplina, all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le sue norme i suoi dettami: persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha imposte e che son per noi una seconda natura. Se domani fossimo comandati, La fucileremmo senza mormorare. Ma, se toccasse a me d'esser comandato, mi farei saltar lo cervella appena tornato in caserma; e così, metto pegno, farebbe ogni altro ufficiale, graduato o milite dello squadrone».--Era esaurita la lista dei testimoni, quando il Presidente dell'Alta Corte di giustizia, ricevuto un piego da un usciere, e, lettolo, alzandosi in piedi disse ai colleghi:--«Osservandissimi ed onorandissimi colleghi; La Altezza reale della principessa Rosmunda chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di camera, di essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura importantissimi per la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo imparzial giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del Senato. In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che vada ad incontrarla e la introduca nell'aula».

Sennacheribbo divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al petto per frenare alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti gli astanti si alzarono in piedi e la principessa Rosmunda, pallida anch'essa, fece ingresso nell'aula accompagnata dall'azafatta e dalla deputazione del Senato, e appoggiata al braccio d'uno de' vice-presidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece un'arringa complimentosa, discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua Altezza aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza sgrammaticare: pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua avventura e quanto avea sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto e l'affannamento e la corsa sfrenata e la partita a dadi e le minacce dell'autocrate d'Antibo, alla imbavagliata e la mano alzata per ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano. Narrò il sopraggiungere del capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo donatole dalla santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua testimonianza, acciò messer lo Commissario regio e gli altri scettici dell'adunanza non s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con tutta modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate, sciolse la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e v'impresse un bacio.