Part 5
--«Un emendamento, Maestà mie. Teniamola piuttosto in comune, finchè ogni guaio non sia terminato: allora, sorteggeremo,»--suggerì Don Melchiorre XVII.
--«Nossignori, nommaestà,»--replicò l'autocrate.--S'è detto di dadeggiarla, dadeggiata dev'essere; s'è detto, subito dopo varcata la frontiera, dunque adesso, subito, immantinente, senza frapporre indugio, senz'altra tardanza. Bisogna stare alla convenzione, al pattuito. I dadi! In tre colpi! Chi tira il punto maggiore, se l'abbia pure. La proposta di Don Melchiorre è inaccettabile. Vel confesso: dopo che la nostra prigione mi ha naverato nella macchia di Valquerciame, ogni amore, ogni desiderio, ogni misericordia è morta in me. I riguardi dovuti a voialtri, il rispetto de' trattati, ed anche la speranza d'una vendetta più squisita e prolungata, mi han solo trattenuto dal segarle la gola lì per lì, dallo sgozzarla issofatto, dallo scannarla su due piedi. Ch'io sia il vincipremio, non la farò mica mia. Anzi la farò appendere per li capelli ad una forca di cinquanta cubiti e ve la farò morire di fame e di strazio».
--«Io,»--disse il despota d'Exibo,--«se m'ha da toccare a me, la riterrò come ostaggio. Così, per amor di lei, perchè non venga bistrattata o sacrificata, Re Zuccone dovrà astenersi da ogni atto ostile. Mi servirà da parafulmine: se la vogliono illesa, mi hanno da lasciar tranquillo guà!».
--«Ed io»--soggiunse Re Baldassarre--«ritengo che nè la Principessa; ned il padre; ned il popolo scaricabarilese quando il monarca d'Introibo l'impalmasse, potrebbe fare altro se non ringraziarmi e ringraziar Domineddio dello stratagemma, dell'astuzia, del ripesco, della malizia, alla quale ci siamo appigliati per abbreviar la faccenda ed evitare un giudizio di plebe o di assemblea sul nostro merito».
--«Benone!»--ripigliò Guasparre--«ognuno si regolerà come giudica meglio. Su, aiutanti, procacciateci dei dadi ed un cornetto»--proseguì poi aprendo la bussola e rivolgendosi agli ufficiali, che stavano nella stanza antecedente,--«e fate condur qui da noi la prigioniera».
--«Sciolta, Maestà?».
--«Sciolta un corno: chi ci assicurerebbe dai suoi unghioni? e se l'avete sbavagliata, rimbavagliatela ammodo: che non vogliamo esser disturbati dalle grida di quella pettegola, mentre si gioca».
Quell'uomo lì veniva sempre obbedito a vapore. Due minuti dopo, erano sulla tavola un cornetto e due dadi, i quali avevano spesso servito a contrabbandieri e ladruncoli per disputarsi i loro lucri o per dissanguare qualche zugo: ora dovevan servire a tre Maestà per disputarsi l'erede di un reame di seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato di superficie con cenventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitatori. Poi la Principessa sempre affunata ed imbavagliata _ut supra_, fu portata dentro avvincigliata su d'una seggiola sconnessa. L'autocrate d'Antibo le spiegò sghignazzando, ingiuriandola e dandole del tu, ch'ella era la posta del giuoco.
Fecero alla morra chi dovesse cominciare:--«Questo è giuoco da facchini, bifolchi e guardaporci»,--dice Giordano Bruno. Toccò a gettare i dadi per primo a Don Melchiorre, in secondo luogo a Re Baldassarre, in terzo all'autocrate d'Antibo.
Il timido zoppo agitò per un bel pezzo i dadi nel cornetto, e finalmente li rovesciò pian pianino sul tavolo: fece tre e due.
--«Tua non sarà di certo»,--disse gongolando il gobbo rimbambito; e, toltogli il cornetto dalla mano, e rimessivi i dadi dentro e fattili ballonzolar più volte prima con la destra, poi con la sinistra, tirò cinque e sei.--«È mia! mia! mia!»,--esclamò tripudiando com'un fauno.
--«Non ancora, fratelmo!»--disse il guercio.--«Per buono, il punto è buono. Ma chi sa, fratelmo, chi sa!».--Prende convulsamente il cornetto, che Baldassarre aveva gittato sul desco rincludendovi i dadi e li butta senza nemmanco agitarli.
--«Sei e sei!»--gridarono gli altri due.--«Il punto di Venere!».
--«Quindi innanzi punto di Nemesi!»--corresse Guasparre:--«Signori, questa donna, ch'è indiscutibilmente nostra per dritto di rapina, poss'io quindi innanzi dirla esclusivamente mia, di loro pieno consenso?».
--«Senza dubbio alcuno!».
--«Posso farne quanto m'aggrada?».
--«Si accomodi pure!».
--«Quest'affare a noi punto non appartiene».
--«Sia lodato il cielo! Senti qua, Rosmunda: io ti amava; mi piacevi. Tu mi hai ricolmo di mortificazioni. Invece di antepormi e preferirmi subito e senz'altro a tutti, mi hai dati un subisso di concorrenti, tutti da meno di me, nessuno dei quali ti era meno accetto di me. M'è stato riferito, che mi hai dileggiato, perchè non ho gli occhi come i tuoi, che mi hai maledetto perchè non ho un animo effeminato.... Or bene, ci ho però visto tanto da raggiungerti; e della mia crudeltà farai esperimento tu stessa. Appena aggiornato, appena giunti que' tre Reggimenti che ho mandato a chiamare, sai cosa? Farò rizzar dai guastatori le forche su quella collina, onde si scorge il Regno di tuo padre ed il corso del fiume regale che passa per la tua città nativa. E ti farò appendere pei capelli alle forche. Ignuda in faccia a tanti soldati, sora schifiltosa. E morrai di fame e di strazio lassù. E ti farò sbavagliare per deliziarmi delle tue querimonie, de' tuoi lamenti, delle tue grida, de' tuoi rantoli, brutta segrennaccia, pettegola! E vedremo poi cosa potranno per vendicarti quel zuccone di tuo padre e quelli, che ti avrebber dovuto essere sudditi; giacchè per salvarti oramai non può più nulla nessuno, nessuno, nessunissimo!».
Ed alzava la mano per lasciarle andare una guanciata, quando una voce stentorea, che gridava:--«Sbagli!»--gli fece trattenere il colpo e volgere il capo. Sulla soglia della stanza, con la sciabola evaginata in pugno, stava ritto Sennacheribbo; e dietro a lui si accavalcavano i più dei suoi dragoni. Sogghignavano amaramente; ed il capitano a ripetere:--«Sbagli messere! Signori, avete fatto i conti senza l'oste».
La destra dell'autocrate cercò istintivamente l'impugnatura di una spada: ma era inerme. Gridò:--«Tradimento! a me! Antiboini, al Re vostro!»--e corse alla finestra unitamente ai due _córrei_. Ma i loro compagni stavano affunati a coppie e distesi per terra in un cantuccio del cortile, ed i dragoni scaricabarilesi, posti in sentinella dovunque, spianando i moschettoni, li costrinsero a rientrare nella stanza. In un battibaleno vennero afferrati, ammanettati alla lor volta e trasferiti ed incatenacciati in un bugigattolo oscuro, sebbene protestassero arrogantemente contro questa violazione sacrilega della Maestà Regia, del dritto delle genti, de' confini. O parlassero antiboino od exiboino od introiboino o scaricabarilese, i soldati non davan loro retta, anzi facevan le viste di non intenderli neppure. Ed il capitano Sennacheribbo aveva altro in capo, e s'affaccendava intorno alla principessa, alla sua Rosmunda, a sbavagliarla, a scioglierne, a spezzarne, a troncarne le legature, ed impartire ordini, perchè le preparassero qualche cordiale, un letticciuolo, una camera. Appena sciolta, ella balzò in piedi, come per fuggire, con gli occhi stralunati; ma, soprappresa da tremiti nervosi e con le membra intorpidite, potè solo profferire un: _ohimè_! e cadde svenuta fra le braccia del giovane.
Non gl'invidiate l'incarico soave! Non vide mai persona più impacciata del nostro Sennacheribbo. Il sorreggere una donna in deliquio è sempre grave, per quanto cara la si possa avere, per quanto innamorati se ne sia, giacchè pesa. _Leggiera come un uccello_ è una metafora tanto falsa ed esagerata che rasenta lo eufemismo.
Moralmente potrà ben dirsi:
Quid levius pluma? pulvis! Quid pulvere? Ventus! Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!
Ma, _fisicamente_, è un altro par di maniche.
Le donne pesano sempre; e svenute, sempre come insegna la fisica, pesan di più. Ma quando poi la svenuta è la nostra sovrana, l'erede del trono, la futura Regina di seicencinquantaquattromila trecenventun miglio quadrato di territorio e di cenventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove sudditi; e che noi, che la sorreggiamo, non siamo se non un povero capitanucolo de' dragoni, un trovatello spiantato.... mamma mia, che imbarazzo allora! oh che impiccio! che impaccio! che briga! che soggezione! che paura di violar qualche canone di etichetta! Chi sa quali regole prescrive l'etichetta delle Corti ne' casi analoghi? Chi sa quali siano le disposizioni del cerimoniale? E come apprestarle soccorso? come farla rinvenire? Recarsela in seno e portarla di peso su qualche letto ed adagiarvela? Misericordia! che familiarità indebite! Spruzzarla d'acqua? Che irreverenza! Slacciarle il busto e la gonna? Che orrore! E non esserci una camerista per accudirla! L'albergatrice? Ohibò! donna equivoca, schifosa, ed antiboina per giunta: come mai commetterle la cura e la salute della Principessa? E contate per nulla lo spavento? E se la tramortita morisse? Che responsabilità terribile! Morire forse per mancanza di assistenza, per trascuraggine, per pusillanimità del protettore! Il povero capitano stava fuori di sè. Per buona ventura, gli sovvenne del legaccio incantato. Senza lasciar di stringersi timidamente al petto la Rosmunda che sarebbe sennò stramazzata per le terre, sbottonò la tunica, trasse quel gingillo, che portava sul cuore, lo ravvolse intorno al pugno sinistro e v'imprese un bacio.
Non appena l'ebbe sfiorato con le labbra, ecco vacillar la terra come tremuoto; ecco divampare come un baleno; ecco un rombo come di tuono; ecco un vento impetuoso fischiare per gli anditi della casupola; e restare innanzi al capitano una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale spargeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da oscurare, ecclissare i torchi accesi ed il lume della alba che incominciava a penetrare dalle finestre spalancate.
--«Cara fata Scarabocchiona»--disse l'ufficiale,--«eccovi la vostra figlioccia, sana e salva, com'io credo, ma svenuta. Qui non ci son donne ed i miei dragoni sarebber bravi ad ammazzar giganti, ma non sanno trattar una creaturina come questa. L'affido a voi, dunque. Curatela voi; fate voi che rinvenga».
--«Povera figliuola mia!»--sclamò la fata, e sedutasi sur uno sgabello prese in grembo e coperse di baci la giovane sempre in deliquio.
--«Fata benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete anche voi un carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne scongiuro, riconducete voi, al più presto, la Principessa nella Reggia di Scaricabarilopoli dal padre. Frattanto io corro a sbrigare ed aggiustare un certo conto coi rapitori; e bramerei non aver impicci di donne qua presenti».
--«Non temere; la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo Sennacheribbo, corri pure a far quel che occorre. Penserò io a rintegrar la Rosmunda nel dominio paterno. Vai, vai pure,»--disse la Scarabocchiona, ed alzando la verga criselefantina mormorò certi versetti:
O rosei draghialigeri Che il plaustro mio traete; Da' vostri eterei pascoli Qui qui presto accorrete!
Ed ecco un elegantissimo plaustro di madreperla apparire e ristare innanzi alla finestra come un cocchio innanzi all'incarrozzatoio, come un treno innanzi al marciapiedi della stazione: lo trascinavano per aria otto be' draghetti alati, dal mantello roseo, picchiettato di violetto e con le creste e le crinier rosse, scarlatte. La riportò dentro sulle sue braccia la Rosmunda il cui svenimento aveva mutato in benefico sopore. Incarrozzata o meglio implaustrata che fu, mormorò questo scongiuro:
Là, dove afflitto un popolo Piange la sua signora; Là dove un padre (misero!) La sua diletta plora: Dove Reggia e tugurio Sol per costei s'accora: Volate, o draghi aligeri, In men d'un quarto d'ora!
E salutò con la mano l'ufficiale; e gli disse:--«Arrivederci»,--e sparve.
Sennacheribbo seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una striscia luminosa per lo ciel sereno, e si riscosse al suono d'un sospirone che gli sfuggiva dal petto. Corse con la mano agli occhi e li trovò molli di lacrime, che rasciugò col dorso di quella, sgridandosi, riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di tanta fiacchezza in quel momento:--«Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che sospiretti e lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve vedere quanto nessun sole ha mai visto».
Scese al pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare un distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e sapone e travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là, poco discosta, onde si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso del fiume regale che passava poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi prontamente tre forche. Il luogotenente salutò senza fiatare, e s'avviottolò subito con un picchetto. Quindi il capitano si fece condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V, Melchiorre XVII e Gasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate d'Antibo, che non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese con che ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in piena pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma Sennacheribbo, che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo lasciò perorare.
--«Zitto là! Mi meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi per prova la vostra sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di Coppa di oro. Non vi considero come Re, anzi come rei: ed avete rotta la pace voi, senza dichiarazion precedente di guerra. Siete briganti, banditi, masnadieri, grassatori, ricattatori, plagiari, i quali accolti e trattati come ospiti cari da noi, con tradimento inaudito, senza un pretesto al mondo, avete osato rapire una fanciulla minorenne, una principessa reale, la figliuola unica dell'ospite, rapirla inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredito ogni legge umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro? Da lunga pezza siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima enormità colma la misura e trabocca la bilancia».
--«Ho Dio solo per giudice delle azioni mie, io»--rispose il guercio.--«Sono Re sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato di altro Re non può sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di un matto da catena... ma il primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno del vostro padrone...»
--«Risbagliate i calcoli. Riconducendovi prigionieri a Scaricabarilopoli, metterei in imbarazzo grandissimo il Governo e finireste per iscapolarla impuniti e per muoverci una guerra di sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe ragazzata.... e mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho pensato meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si scorge il Regno, ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che passa per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate d'Antibo, volevi appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi morisse di fame e di strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e strangolati tutti e tre prima che passi un'altr'ora. Così l'uman genere, sarà libero da questa pestilenza che lo ammorba».
--«Capitano,»--disse tremando il despota d'Exibo,--«signor capitano mio! Ella scherza! Badi a quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più visto, troppo caro le costerebbe».
--«Caro? Mi costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo ignominiosamente. Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri successori, perchè mi strazino e tormentino e torturino e supplizino. Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un tal prezzo la soddisfazione che mi procaccio. E se le mie carni verranno attanagliate, abbrustolate, sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia rimarrà fra gli uomini eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata dai mostri la terra. E _sufficit_. Più non vi dico e più non vi rispondo. Tromba, suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano di camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove s'è recato il luogotenente col distaccamento».
Chi potrebbe esser da tanto di descrivere, benchè approssimativamente, benchè in parte, lo sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida pauraccia di Don Melchiorre, con tutti i fenomeni che produce, con tutte le sue manifestazioni? Non v'ha preghiere umili, anzi abiette ch'egli non profferisse; non vi ha scongiuri codardi ch'egli non pronunziasse; non vi ha promesse ricche, delle quali non largheggiasse; supplicazioni, lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse per tentar d'impietosire o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o il sottotenente o il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato. Sennacheribbo era irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e devoti al capitano per modo che lo avrebber seguìto contro il Re loro stesso, contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il povero zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra, nella polvere, nel fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano e lo sospingevano innanzi.
Il monarca d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva dalla gran paura del collega e camminava allegramente, perchè tutto questo non gli pareva cosa seria, anzi uno scherzo, una facezia, troppo spinta, se volete, di pessimo gusto, sì, ma fecezia di quel cervello balzano del capitano. Afforcar tre re? Ma vi par'egli? Chi sarebbe tanto gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme, in una volta, come se nulla fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di contrabbando ed usurpatore, nonchè dagli altri Principi, ma da' popoli in rivoluzione. Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una triade, improvvisamente?--«Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un ricatto, che tanto sia capitano dei dragoni scaricabarilesi lui, quanto io imperator della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e cavarci una taglia maggiore. Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un capobanda. Ma vedrete, appiè del gibetto si scappellerà, ci farà degli inchini profondissimi, ci domanderà umilissimamente perdono della licenza poetica; si metterà a' nostri ordini; anzi probabilmente troveremo imbandito uno splendido _digiunè_, che serviranno egli e gli uffiziali!».--Così pensava quel gobbetto o diceva ai compagni di delitto.
Ma l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di Sennacheribbo eran di quelli che non possono scollarsi comechessia: _nunquam dimoveas_. Interrogava, con inquietitudine dissimulata l'orizzonte, tendeva l'orecchio e rallentava il passo e cercava di guadagnar tempo, sperando che sopraggiungessero finalmente i tre Reggimenti mandati a chiamare; quei tre Reggimenti che potevano arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo quadrone scaricabarile.--«Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse l'avanguardia!».--Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di rimprovero che aveva dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava provando. Morire? ed in qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti, anche giovani se volete e ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche sul letto a tre colonne, sì: ma non sono autocrati, con tutti i mezzi per soddisfar le passioni! Lui era nato per mandar gli altri ad impiccare, era contro natura che il caso suo nella fine fosse un dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi lo sue distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma Gasparre non aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna fata! e qual fata buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei mostri? Demogorgone l'avrebbe poi flagellata con mazzafrusti di colubri e l'avrebbe incantata chi sa in qual barbaro modo per un secolo almeno.
Il corteo si fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto acciabbattamente piantar le forche; che non eran certo costruite secondo tutte le regole dell'arte impiccatoria, ma via, per una volta tanto potevano servire. Già, il luogotenente non era un carnefice, ned i soldati tirapiedi; facevano alla meglio. Tre belle corde co' cappi insaponati si dondolavano alla brezza mattutina, che l'aurora cominciava ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone al galoppo e riferì al capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle forze nemiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci dell'autocrate antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a ridere scioccamente ed il despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare, a singhiozzare. Sennacheribbo senza scomporsi o titubare disse a' suoi:--«Sbrigatevi».--Fu appoggiata una scala a ciascun colonnino; un soldato si appollaiò su ciascuna traversa; due altri preso di peso ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finchè il primo potesse assicurargli il capestro al collo: poi attaccarono loro delle pietre pesantissime ai piedi legati e scesero. Sennacheribbo, che stava fumando a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e noncurante, si cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse:--«Giù!».--Le scale furono sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per la rottura delle vertebre cervicali nelle estreme convulsioni dell'agonia. In quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percosse coi primi raggi le facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci al rovaio.
--«Suonate a raccolta;»--vociò il capitano, quando fu tutto compìto, rompendo il silenzio prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de' soldati non assueti ad assistere a tali giustizie e molto meno ad aver parte in esse. E certo se non ci fosse stato quel ventiquattruplicamento di ferocia, di ardimento e di disciplina cagionato dalla vergata della fata Scarabocchiona, non avrebbero avuto animo di obbedire al capo loro, per quanto caro l'avessero. Lo squadrone si riformò in ordine di marcia, discese dalla montagnuola e ripassò felicemente la frontiera mezz'ora prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul luogo del supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non sapevano spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i cortigiani legati ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma capacitarsene proprio, non sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi corsero a spron battuto fino alla prima piazza forte della patria loro. Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si presentò al comandante e si costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente e particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero comandante strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice regicidio porterebbe e pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a questo di fuggire.--«Fingerò di non averla visto! si salvi dove e come può».--Ma, rifiutando Sennacheribbo di sottrarsi alla responsabilità degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e spedì subito per istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.