Part 3
Nè Guasparre smargiassava, fanfaroneggiava, millantando vizii che non avesse. Sentite questa. Aveva condotto seco, dal Regno d'Antibo, grandissimo numero di cortigiani, famigliari, domestici e creati; fra gli altri un coppiere, giovanetto imberbe ancora ed al quale diceva di volere un bene grandissimo. Lo aveva soprannominato Coppa d'oro; nè soffriva, ch'altri il servisse di coppa: ed il giovane riconoscente sforzavasi di servirlo di coppa e di coltello. Pure, un giorno, gli venne porto all'autocrate un calice di vino ammoscato; intendi: nel quale stava in infusione il cadaveruccio d'una mosca. Chi descriverebbe i furori di Re Guasparre, allorchè vide la bevanda moschifera? Fece amministrar venticinque buone nerbate al Coppa di oro; e gli dichiarò che, in caso di recidiva, gli avrebbe fatta esalar l'anima sotto le verghe. S'era nell'agosto; ed in Iscaricabarilopoli, città moscosissima, nessuno rimembrava di aver mai visto negli agosti precedenti tanta copia di mosche, tal quantità di mosconi, tanti stuoli di moscerini, tali turbe di mosconcini, tal novero di mosconacci, tal moltitudine di mosconcelli, tanta folla di moschette, tanta adunanza di moscini, tanto popolo di moschettine, tanta frequenza di moscherelli, tanto spesseggiar di moscherini, tanto concorso di moschini, tanto esercito di mosciolini e tanta folla di moscioni. Scaricabarilopoli era tutta un moscaio. I signori salariavano persone apposta per moscare con gli scacciamosche, le ventole, le roste, i ventagli, i paramosche: per ogni stanza si tenevan tre o quattro piattelli con carta moschicida, cinque o sei acchiappamosche prussiani; ed il suolo era bruno per gl'innumerevoli cadaveri moscherecci. Ma non pareva, che quello sterminio le diminuisse: e le moscaiuole ed i guardavivande non bastavano a riparare i cibi e le provviste. La povera gente pappavano mosche in ogni pietanza. Anzi, il dottissimo Dummkopf, professore a Gottinga, nella _Filosofia e Storia comparata della culinaria e della gastronomia_ volume quarto, capitolo sessagesimoquinto, pagina seicentonovantotto della settima edizione, annotata dall'egregio Zeitverlust, racconta, che, abituandovisi, le trovarono finalmente gustose; e che s'inventarono alcuni intingoli speciali per condirle; e che gli Scaricabarilesi son tuttora moschivori ed educano ed ingrassano apposta in certi loro moschili sciami, o gregge di insetti. Cosa, della quale non può dubitarsi, vedendola affermata da due tali rappresentanti della scienza tedesca!
Pensate come stesse attento il pocillatore di Re Guasparre! Pure, il diavolo ci mise la coda; ed una volta, in quella appunto che porgeva un bicchiere di barbèra spumante alla Maestà Sua, ecco una moscuzza scapata e ghiotta casca nel vino. L'autocrate comincia a bere ed avverte un cosa fra lo labbra. Gli salta la mosca al naso, prende la cosa con l'indice e il medio della sinistra, guarda e riconosce la bestiuola semiviva. Chiama Coppa d'oro e gliela mostra sul tondo di porcellana bianca, senza profferir verbo, ma con una guerciata terribile.
Il fante di coppe allibì. Volentieri avrebbe fatto il passo della mosca; ma come svignarsela? Cadde ai piedi del padrone, sclamando:--«Maestà, non faccia d'una mosca un elefante!»
--«Ho giurato»,--rispose l'autocrate, che era uomo di parola.--«Vedrai se so levarmi i moscherini dal naso!». E chiamò gli aiutanti:--«Prendete costui, prendetelo; menatelo nel cortile e fategli esalar l'anima sotto le verghe».
Così fu fatto. Le strida del vergheggiato andavano al cielo; ma quel Re crudele non se ne lasciò impietosire; le strida s'affievolirono, divennero gemiti; e l'autocrate chiamato un altro servo gli disse;--«Mi farai tu da coppiere in seguito! Fa, che l'esempio di Coppa d'oro ti valga!».
I gemiti cessarono e gli aiutanti tornaron di sopra, fecero reverenza e riferirono, che la Maestà Sua era stata obbedita. Maestà, che non aveva interrotto il pranzo, non aveva, nè perduto un boccone; sogghignò, e dopo aver sorbillato un bicchierin di Malaga, soggiunse:--«Benone! ma gli è inutile di divulgare il fatto: spero, che saprete tener tutti il cocomero all'erta? Insomma, mosca di quel, ch'è accaduto!».
Ma come occultar certe cose? Quella insigne ferocia fu ben presto di ragion pubblica, e tutta la città sossopra. Cominciarono a farsi capannelli, che poi divennero attruppamenti: la folla sdegnata profferiva minacce contro l'autocrate d'Antibo, contro gli altri pretendenti della Principessa e vociferava di manometterli. Bisognò batter la generale e far circondare dalla forza le residenze di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre. Quest'ultimo provò a mischiarsi alla folla, bestemmiando anche lui contro l'iniquità del collega; ma non era momento da scherzare con l'ira popolare, e ci volle il bello ed il buono per ricondurlo salvo in casa. Don Melchiorre tentò di fuggire; e poi, tremando come una vetrice, andò ad appiattarsi fra le materasse, dove il soprappresero dolori colici. Nè dell'esercito stesso era molto da fidarsi per la difesa dell'autocrate di Antibo. Il capitano Sennacheribbo dei dragoni, uno degli uffiziali più stimati, fregiato della medaglia d'oro al valor militare, rispose al colonnello che gli ordinava di recarsi a difesa del Re Guasparre:--«Do piuttosto le dimissioni, che espormi a torcere un capello a chicchessia in difesa di quel mostro».--Fu mandato agli arresti di rigore. Frattanto cominciò fortunatamente un acquazzone dirotto, che disperse la folla senza spargimento di sangue.
Il Procurator generale avrebbe voluto procedere. Ma l'autocrate d'Antibo, alle prime rimostranze fattegli fare officiosamente da Re Zuccone, rispose:--«Essere Re, non esser sindacabile se non da Dio, per la propria condotta verso alcun suo suddito. Non potersi sottoporre ad alcun Tribunale scaricabarilese in virtù del principio d'estraterritoralità. Aver esercitata la propria giurisdizione e compìto un atto di giustizia sopra un suo subordinato. Il caso suo essere identico a quello di Cristina di Svezia, quando fece mettere a morte il Monaldeschi nella Galleria de' Cervi del palazzo di Fontanabellacqua, il dieci dicembre milleseicencinquantasette. Il Re di Francia avere allora riconosciuto il dritto di Cristina ed ammessa la propria incompetenza ad esaminarne la condotta. E lui, Gasparre, esser di più Re effettivo, non abdicatario, eccetera, eccetera».--Diplomaticamente parlando, secondo il Diritto internazionale (che è spesso cosa stortissima) Gasparrino aveva ragione pur troppo, come riconobbero i legisti della Corona. Si lasciò cader la faccenda. Il professore di Diritto internazionale presso l'Università di Scaricabarili ebbe diecimila lire dall'autocrate d'Antibo per iscrivere alcune argutissime _Considerazioni sulla giurisdizione, che gli autocrati conservano all'Estero su' loro sudditi e specialmente sulle persone del seguito_: nessuno lesse lo scritto, tutti il decantarono per un capolavoro; dopo dieci giorni quasi nessuno pensava più alla morte del povero Coppa d'oro.
Ma come raffigurarvi l'orrore, che la Rosmunda provava per questa tigre in volto umano? e 'l suo sgomento, riflettendo, che forse appunto pel terrore incusso dall'autocrate e per cansare una guerra, ch'egli avrebbe inumanissimamente condotta, popolo e Parlamento potevano lasciarsi indurre, rassegnarsi ad acclamarlo Re, a darglielo per isposo? Diventar moglie di uno capace di far morire un favorito sotto le verghe, perchè ha trovato una mosca nel bicchiere! Uh, povera principessina!
Ella slacciava il legacciolo donato dalla fata Scarabocchiona, se ne cingeva il polso sinistro, il baciava... e subito, immantinente, la terra veniva scossa come da un tremuoto, s'udiva come un rombo d'un tuono, ed appariva quella bellissima donna, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da fare impallidire qualunque lume artificiale o naturale. La Rosmunda si buttava in braccia alla santola, e si querelava e rammaricava. Quella buona fata ad abbonirla, a confortarla:--«Abbi fiducia! spera! Ti par egli, ch'io ti possa aver porto un consiglio insidioso? che la tua comare ti voglia ingannevolmente precipitare, affogare? Ti par egli? Sta pur certa, che avrai uno sposo degno, un marito stimabile, un consorte conveniente, un coniuge quale il desideri. Ma sai, che dovrei offendermi della tua diffidenza?».--E proseguiva a garrir così per un pezzo. E la figlioccia si rassicurava al quanto ancor essa. Ma poi, ripartita, rivolata via, riscomparsa la madrina, la Rosmunda ricascava nelle perplessità precedenti. Considerando come fra tutti i proci non vi fosse una persona stimabile od amabile, un individuo, al quale potesse rappresentarsi senza raccapriccio di vedersi indissolubilmente legata, ridisperava.
La triade de' concorrenti scettrati, per boriosa che fosse e piena di sè e di poca levatura, capiva arcibenone di essere cordialmente esosa ed abominevole alla reda del trono di Scaricabarili. Malgrado i riguardi cerimoniosi ed il contegno affabile, che venivano imposti e suggeriti alla Rosmunda dalla etichetta di Corte, dalla gentilezza naturale, dalla buona educazione, dalla posizione difficile, in cui si trovava, e dalle raccomandazioni paterne e da' consigli della santola, la poverina non riusciva a dissimular l'avversione per quelle tre caricature mostruose. Essa pensava:--«Qualunque di cotesti concorrenti venga prescelto, ed uno di costoro dev'essere scelto pur troppo, checchè dica la fata per confortarmi; perduta che abbia ogni speranza di redenzione e di salute; quando si tratterà di firmare l'atto di matrimonio innanzi al Presidente del Senato, che tiene i registri di Stato Civile della famiglia reale; io..... sorbirò qualche gentil veleno, il quale mi sottragga all'avvenire miserando, che mi si appresta».--Risoluzioni di tal fatta (ed irremovibili) ben possono occultarsi: ma come nasconder l'aborrimento per coloro, che ce le ispirano? nasconderlo in tutto? Vederci costretti a desiderare ed apprestarci la morte, a diciassett'anni, e quando potevamo ragionevolmente imprometterci una vita felice, è crudele strazio: altera la salute ed il carattere.
Dunque, i tre Regnanti si sapevano in abominio alla Principessa: e d'altronde cominciavano ad accorgersi, che, malgrado l'imbecherare ed il subornare, malgrado i raggiri e lo cabale, difficilmente avrebbero ottenuta la popolarità e le acclamazioni richieste dalla legge sul concorso. L'autocrate d'Antibo, che aveva un po' più di giudizio, di mitidio, di comprendonio, di sale in zucca degli altri due, pensò bene di convocare il despota d'Exibo ed il monarca d'Introibo ad un concilio privato. S'adunarono _inter pocula_, loro tre soli. Rimandata la livrea, votate alcune bottiglie di un poderoso vino e squisito, atto ad infonder coraggio persino a Don Melchiorre; il convitatore tenne a' convitati il seguente discorsetto:
«Care Maestà, siamo competitori. Verissimo. Nondimeno abbiamo un visibilio d'interessi comuni. Ciascun di noi brama per sè la bella Rosmunda, e quel, che importa vieppiù, la corona di Scaricabarili. Seicento cinquantaquattromila trecento ventun miglio quadrato di superficie con centoventitrè milioni, quattrocentocinquantaseimila settecentottantanove abitanti, non sono una bagattella. C'è un guaio però: la Rosmunda non digerisce nessuno di noi, e la Nazione, che per mezzo delle Camere mette sempre il becco in molle in tutto, ci ama press'a poco quanto l'epizoozia, anzi l'epidemia. Oh quanto ci sarebbe da riformare, in questo maledetto paese! se giungo ad insignorirmene, do lo sfratto a tutti i chiacchieroni, e... Dunque io credo, che Principessa e Parlamento, piuttosto che qualunque di noi accetterebbero per marito e sovrano quel musico sfiatato, o lo scassinator di cembali, o l'imbratta tele, o quel tagliacantoni del general Tremarella, od uno di que' pennaiuoli, od uno di quei cavalocchi od uno di que' nobilicchi. Io potrei rassegnarmi a vedermi anteporre uno di voialtri, che siete teste coronate e ch'io riconosco per eguali miei; non un cialtrone. Quindi mi parrebbe da escogitare un modo, che assicuri ad uno di noi tre queste nozze. Io ritengo, che non abbiate neppur voi la debolezza di credervi vincolati dal giuramento prestato il primo maggio? No, n'è vero? Dunque il modo è bell'ed escogitato. Diamo una gran caccia, alla quale inviteremo la Principessa. Noi, vi si andrà accompagnati da tutto il nostro seguito; la Rosmunda verrà senza sospetto e con pochi seguaci e senza scorta militare. Nel meglio della caccia, c'impossesseremo di lei, ci sbrigheremo in un modo o nell'altro dei seguaci; e via, a briglia sciolta verso la frontiera. Quando saremo in una piazza forte o vostra o mia, decideremo a chi debba appartenere la preda».
--«Decidiamo ora,»--disse il monarca d'Introibo, ch'era sciocco sì, ma fino ad un certo punto.--«Siamo tutti galantuomini, ma mia nonna diceva: _fidarsi è bene, non fidarsi è meglio_. Patti chiari e amici cari!».
--«Ma»--rispose Guasparre--«se fissiamo prima colui, che deve godersi il frutto della rapina e del ratto, gli altri due potrebbero credere di non aver interesse ad assisterlo».
--«Bah!»--replicò Baldassarre.--«Facciamo così. Per cansare ogni attrito, ogni gelosia, giochiamocela a' dadi, appena passata la frontiera».
--«Felicissima idea! Ce la dadeggeremo! Che ne dice la Maestà del despota d'Exibo?».
Don Melchiorre trovava dal canto suo infelicissima l'idea, perchè aveva una paura sordida. Ma i colleghi, deliberati a fare il colpo, che lo minacciavano caso non volesse cooperarvi, gli facevan paura anch'essi. Fra' due pericoli scelse per minor male il più remoto; e si obbligò ad esser complice dell'attentato.
Si apparecchiò la caccia nella macchia di Valquerciame, bosco famoso, a non molti chilometri da Scaricabarili. Re Zuccone, vecchio e podagroso, non seguiva più le cacce da qualche lustro ed aveva preferito sempre una buona mensa a questi divertimenti faticosi, e la selvaggina e la cacciagione in tavola alle fiere nelle selve. La Principessa invitata, avrebbe voluto, ma non ardì scusarsi; e promise di trovarsi al convegno, con pochi gentiluomini ed alquante gentildonne di Corte. Il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo partirono nottetempo dalla città per giungere a punto di giorno al ritrovo. Ma Baldassarre aveva nei giorni precedenti, sotto colore di disporre tutto per la caccia, mandati i loro seguaci spicciolatamente a scaglionarsi con cavalcature fresche lungo la consolare, che conduceva alla frontiera, la quale non era lontanissima. Alle sei del mattino, la Rosmunda giunse a cavallo co' suoi nel luogo fermato; e la caccia cominciò lietamente.
Secondo il pattuito, la intera comitiva doveva ritrovarsi a cena, verso le nove pomeridiane, nella Reggia di Scaricabarilopoli. E che cena, che cena avevano preparata i maestri di bocca, i cuochi, i cucinatori, i guatteri, i pasticcieri, i sorbettieri di Corte! che vivande! che intingoli! che savori! che vini poi! quanta grazia di Dio! C'era di che soddisfare la fame rabida del cacciatore e da solleticare il palato d'un gastronomo sazio! Tutti aspettavano: ma si fanno le nove, e non giunge nessuno; suonano le dieci, nessuno; siamo alle undici, nessuno; scocca la mezzanotte, nessuno; canta il gallo, nessuno; albeggia, nessuno; spunta il sole, nessuno. E quel ch'è peggio, non un messo, un corriero, che recasse notizie. Cosa mai poteva essere accaduto alla principessa Rosmunda, ed alla intera comitiva? Il povero padre, che non aveva chiuso occhio tutta la nottata, e solo verso mezzanotte, per non venir meno, si aveva mangiato un cestello di frutta di mare, (ostriche, angine, fasolari, cannolicchi), un consumato, un pasticcio di fegato d'oca, una fetta di timpale, del pesce in bianco, quattro costolette di cervo coi piselli, dei petti di pollo ai tartufi, un ponce alla romana ed un po' di cinghiale arrosto, il povero padre, dico, stava sulle spine. Manda corrieri, spedisce aiutanti: non tornano. Finalmente, disperato, chiama il capitano, che in quel giorno comandava la guardia a Palazzo e gli dice:--«Figliol mio, qua dev'essere accaduto una gran disgrazia certo. Fammi il piacere: raduna il tuo squadrone. Non importa che la Reggia rimanga sguernita; basta la guardia nazionale. Corri alla macchia di Valquerciame; frugala tutta, percorrila in ogni senso, per ogni verso, informami d' ogni scoperta con qualche ordinanza e non tornare senza la Principessa. Ha' tu inteso?»
--«La Maestà vostra sarà obbedita. Comanda altro?»
--«Va figliuol mio, che Dio ti benedica. Come ti chiami?»
--«Maestà, sono un trovatello educato per carità da una buona vecchia. Mi han posto nome Sennacheribbo Esposito. M'arrolai volontario; servo da undici anni; mi han conferita una medaglia d'oro per una bandiera presa al nemico; son capitano di cavalleria di seconda classe con dugentoventitrè lire e trenta centesimi al mese e due razioni di foraggio».
--«Va, Sennacheribbo;»--disse Maestà, chiamandol gentilmente pel nome e non pel cognome, quasi ingiurioso, come quello, che gli doveva rammentare d'esser _filius nullius_,--«Va, Sennacheribbo mio, non perder tempo. E se mi riporti o riconduci sana e salva la figliuola mia, ti giuro che nessuno sarà quind'innanzi al di sopra di te nel mio Regno».
--«Il servire la Maestà Vostra è premio a sè stesso».
E senz'altro dire, fatta riverenza al Re, Sennacheribbo scese, al corpo di guardia, chiamò il trombetta e fece sonare a raccolta. Venti minuti dopo, lo squadrone partiva, galoppando per alla volta di Valquerciame. Lasciamolo galoppare e vediamo di appurar più pel minuto la storia di Sennacheribbo Esposito, capitano di seconda classe nel quinto reggimento Dragoni della Maestà del Re di Scaricabarili.
Lo Esposito non aveva detta cosa al Re Zuccone, che non fosse vangelo. Egli era un trovatello, raccattato un bel mattino per istrada da una donnicciola, che un altro poco il calpestava nell'uscir di casa. Rinvoltato in poveri cenci e sudici, vagiva lamentevolmente. La vecchia sel recò a casa, il fece allattare da una capra e sel tirò su ed il fece andare a scuola e lo amò proprio come figliuolo. Sperava farne un buon operaio, che fosse il bastone della vecchiezza sua, perchè già, l'affetto de' genitori più o meno, ha sempre della speculazione. Sennacheribbo ascoltava a bocca aperta i racconti, che si facevano nelle veglie; e sognava di figliuole di Re incantate, che dovevano esser liberate dal suo valore. Quando a scuola gli cominciarono a spiegare le prodezze di Ercole e degli altri Semidei, non pensava ad altro; e piangeva di essere ancor bambino e di non poter girare pel mondo, emulando i grandi esempli di valore antico. Quando fu più grandetto e capì passati irrevocabilmente i tempi eroici, fu per lui un disinganno amaro. Aborriva dall'ozio, ma il lavoro servile dell'operaio gli ripugnava: aveva bisogno di faticare per guadagnarsi un tozzo di pane e fretta di cessare di essere a carico della sua benefattrice; sentiva profondamente la mortificazione di essere un projetto (Re Baldassarre d'Introibo avrebbe detto, un _projettile_) d'essere un projetto, allevato per carità, e non meno profondamente la riconoscenza verso colei, che aveva supplito a' genitori suoi. Frattanto scoppiò una guerra; egli poteva aver da quindici in sedici anni, ma era alto e forte, come se non ne avesse contati meno d'una ventina. Vedendo i be' reggimenti, che sfilavano al suono delle bande e delle fanfare e si recavano al campo; vedendo tanti giovani arrolarsi allegramente; egli si crucciava. Abbandonar secretamente la madre adottiva non osava; manifestarle il desiderio di marciare nemmanco: e, per non affliggerla, si macerava. La buona donna però, preoccupandosi della tristezza di Sennacheribbo, che dimagrava, dimagrava e perdeva ogni freschezza di carnagione e l'appetito, ed amorosamente osservando e notando, giunse a discoprire qual baco il rodesse. Era poverella e vecchierella e d'umil condizione, ma non di sensi volgari: sapeva amare con disinteresse e devozione, sapeva. Aveva accolto ed educato quel fanciullo, sperando farne il bastone della sua vecchiaia; ma seppe sacrificare senza esitazioni la sua speranza, i suoi disegni, al bene di lui, alla contentezza di lui. Raggranellò alcuni suoi piccoli risparmii, chiamò il giovane e gli disse:--«Ho scoperto il tuo desiderio. Grazie di averlo combattuto per amor mio. Segui il tuo genio. Non ti dico di risparmiarti, perchè non sarebbe consiglio da darsi ad un soldato. Se t'incoglierà qualche male, sta certo che la mamma tua non ti sopravviverà. Torna, torna presto; torna illeso e glorioso; e non dimenticar mai la povera vecchia, che non ha altra gioia che te».
Sennacheribbo abbracciò la madre, piangendo e giubilando; rifiutò i quattrini; corse ad arrolarsi; e partì la sera stessa pel campo. Mandò una prima lettera, che la povera donna rilesse cento volte; e poi, affaticato dalla istruzione prima, e quindi dal servizio, smise di scrivere, non riflettendo ai palpiti, che doveva provar la sua benefattrice. Succedettero scaramucce e fatti d'armi, ai quali prese parte, e finalmente una battaglia campale sanguinosissima, dove rimasero molte e molte migliaia di combattenti, ma che fu vinta dagli Scaricabarilesi. Parecchie vicine della madre adottiva di Sennacheribbo, le quali avevano figliuoli o mariti o fratelli sotto le armi, avevano ricevute le nuove de' loro ed erano uscite d'ambascia: ella sola non sapeva nulla del suo diletto, se fosse superstite o soggiaciuto. Il Generalissimo spedì, per presentare a Re Zuccone le bandiere conquistate sul nemico, una deputazione, il cui ingresso in Iscaricabarilopoli fu una vera festa nazionale. Tutta la popolazione le corse incontro per vedere que' trofei; per consolarsi, con la vista di quei trofei, de' lutti e del sangue, che costavano. Ma la povera mamma di Sennacheribbo, dubbia ancora del fato del figliuolo, stimando pure di non potere se non augurar male di un silenzio troppo protratto, stette tappata in casa, piangendo e disperandosi, e quasi imprecando alla gioia universale che esacerbava le sue lagrime. Cominciava ad annottare, quand'ecco sente bussare indiavolatamente all'uscio.--«Chi sarà mai?»--s'alza, chè stava filando presso una lucerna fumosa, guarda da una piccola grata e vede sul pianerottolo un ufficiale di cavalleria, col braccio fasciato ad armacollo, che batteva impazientemente la solfa con gli stivali speronati.--«Oh! pover'a me! sarà qualche seccatura di alloggio e non alloggio».--Apre e l'ufficiale le salta al collo e l'abbraccia stretta. Essa lascia cader la rocca, tenta di svincolarsi e grida _accorr'uomo!_ Per tutta la scalinata si spalancano gli usci, accorrono vicini, e che trovano? Trovano Sennacheribbo, che stringeva la madre al petto e le diceva dolcemente:--«Come, non riconoscete più il figliuol vostro non riconoscete, mamma? Non mi volete dar manco un bacio? Oh così va bene. Ma piano per carità, piano, che ho questo braccio qua ferito. Oh che buona mamma mia!».
Era proprio lui, Sennacheribbo, lui proprio, quel desso! Ferito sì, ma con una medaglia d'oro sul petto ed uffiziale. Bagattelle! Altro che risparmiarsi! S'era precipitato come un demonio tra le file nemiche, conquistando una delle bandiere, che il Generalissimo lo aveva mandato a presentare al Re, insieme con parecchi altri gloriosamente feriti. Ora la madre sicuro che il riconosceva! e, mezzo impazzita dalla gran consolazione, non rifiniva mai dal carezzarlo, dal vezzeggiarlo, dal dirgli tante belle cose. Ed i vicini e le vicine a fargli corona e festa e plauso; ad ammirare ed interrogare, a curiosare ed importunare.
--«Senti, mamma; era venuto a chiederti da dormire: sono quattro mesi, che non ho provato un letto ammodo».
--«C'è il tuo lettino. Vi metterò le lenzuola di bucato, profumate di spiganardo».