Mastr'Impicca

Part 2

Chapter 23,220 wordsPublic domain

Allora la Principessa espone al padre ed al Consiglio il ripiego escogitato, acciò (poichè doveva a forza tôr marito e dar così un Re agli Scaricabarilesi) potesse almeno esser certa di non iscegliere un uomo sgradito a' sudditi ed indegno affatto del trono ed immeritevole degli affetti di lei, che pur ci entrava per qualcosa in tutto questo affare; evitando contemporaneamente di mortificare con un rifiuto qualsivoglia de' proci, ed eliminando ogni pericolo di guerra con qualunque dei regnanti limitrofi. I Ministri, che ascoltavano a bocca aperta, fiutarono subito in questo concorso matrimoniale una occasione propizia per rimpannucciarsi, un campo favorevole agli intrighi ed alle cabale. Le Eccellenze della Guerra e degli Interni, che parteggiavano per l'autocrate d'Antibo, applaudirono e disser:--«Brava!».--Le Eccellenze degli Esteri e della Grazia e Giustizia, che tenevano pel monarca d'Introibo, sclamarono:--«Evviva!».--Gli Eccellentissimi delle Finanze e dei Lavori pubblici, fautori del despota d'Exibo, soggiunsero:--«Ottimamente!».--Ed i capi de' Dicasteri dell'Istruzion Pubblica, di Agricoltura, e Commercio e della Marina, i quali non si erano addetti ancor definitivamente ad alcun proco, riserbandosi la parte più lucrosa dell'arbitro, conchiusero:--«A meraviglia!».

Il Re, sorpresissimo di trovare per la prima volta tutti i consiglieri d'accordo (non gli parea vero!), contentone del ripiego, abbracciò la figliuola:--«Sei un angelo! sei proprio un diavolo! Faremo come proponi, il mio sennino. Presto, si rediga analogo progetto di legge e si presenti quanto prima alle Camere: a cura sua, signor Ministro degli Interni. Ella poi degli Esteri diramerà una circolare a' nostri incaricati d'affari, Ministri plenipotenziari, Inviati straordinari ed Ambasciatori, acciocchè tutte le Corti ed i Gabinetti siano a giorno delle prelodate risoluzioni prese a proposta di mia figlia stessa (marcherete ben questo nella Nota), e con le quali si tronca ogni germe di conflitti che potevano risultare dalla preferenza accordata ingiustificatamente all'uno o all'altro de' concorrenti. Ella, che ha le chiavi dell'Erario, pensi un po' a domandare alle Camere un credito straordinario per le spese che incontreremo festeggiando ed ospitando tanti Principi regii. A Lei, raccomando la manutenzione delle strade che conducono alla frontiera. A Lei, la scelta delle guardie d'onore. A Lei, che l'opera ed il ballo sian buoni.--Signori, si è fatta mezzanotte; la seduta del Consiglio è sciolta. Vo a letto».

Detto fatto, venne presentato alla Camera dei Deputati scaricabarilesi il seguente schema di legge:

ZUCCONE XIV

_per grazia di Dio e volontà nazionale Re di Scaricabarili_.

«Art. 1. Dal 1º maggio del corrente anno al 30 aprile del venturo, è aperto un concorso per ottenere la mano della principessa Rosmunda, erede presuntiva del trono.

«Art. 2. I proci dovranno soggiornar tutta l'annata sul territorio scaricabarilese e studiarsi di meritare l'affetto del popolo.

«Quegli, che le acclamazioni popolari ed un voto del Parlamento dichiareranno pel Beniamino della nazione, avrà la Principessa per moglie ed il titolo di Principe Ereditario di Scaricabarili.

«Art. 3. È aperto al Governo del Re un credito straordinario di 41 milione, quattordicimila settecentotto lire e quarantaquattro centesimi (41,014,708,44) ripartito sul bilancio dell'anno presente e del venturo e da pagarsi alla Lista Civile in rate mensili di tre milioni quattrocendiciasettemila, ottocentonovantadue lire e centesimi trentasette (3,417,892,37) per sopperire alle spese di ospizio de' concorrenti e del seguito.

«Questo credito sarà iscritto nella parte straordinaria del bilancio delle Finanze, in apposito paragrafo 7 _bis_, sotto la rubrica: _Spese per ospitare e festeggiare i proci della Principessa ereditaria_.

«Art. 4. Non potranno concorrere i minorenni, gli ebrei, i negri, i rognosi, i tignosi e generalmente chiunque è affetto da malattia della pelle.

«Art. 5. Lo sposo della Principessa dovrà passare almeno otto mesi dell'anno nel Regno; e non potrà condurre fuori la moglie. Caso fosse una testa coronata, l'unione dei due Reami dovrà essere puramente personale, ed il soggiorno abituale nel territorio scaricabarilese.»

Questa legge non passò mica per acclamazione: anzi incontrò molte difficoltà, sofferse emendamenti, e stette lì lì per pericolare. L'opposizione voleva modificare l'art. quinto; e pretendeva che il marito della Principessa, se Re altrove, dovesse abdicare. Il Ministero pose la quistione ministeriale, e vinse. Anche all'articolo quarto, quello delle esclusioni, ci fu tempesta. I partigiani del monarca d'Introibo avrebber voluto annoverare fra le cause d'esclusiva la claudicazione e lo strabismo; i fautori del despota d'Exibo la scrignutaggine e gli occhi torti; e gli aderenti dell'autocrate d'Antibo la gibbosità e la zoppaggine. Ma fu fatto osservare, che la Camera si metteva su d'una mala strada; e che, se s'avevan da scartare tutti i difettuzzi corporali, probabilmente nessun principe sarebbe in grado di pretendere alle nozze della Rosmunda, e bisognerebbe ricorrere ai facchini, ai bazzarioti, ai camalli, ai bastagi, nei quali soli si trova la perfezione statuaria del corpo. Dopo lungo discutere l'articolo venne votato in questa forma: «Sono esclusi dal concorso i minorenni, gli acattolici, i negri, gli epilettici, i mutilati, i ciechi, i sordomuti, i gozzuti, i rognosi, i tignosi, e generalmente chiunque è affetto da malattie dermatiche. Sarà considerato maggiore chiunque è tale per le leggi del proprio paese».

Ma la burrasca tremenda fu all'articolo terzo, che venne rimandato e discusso per ultimo. Chi sosteneva eccessiva, esorbitante, la somma stanziata; e paragonava invidiosamente i banchetti ed i palagi offerti a' proci della Principessa col pan di cruschello e co' tuguri affumicati del povero popolo, dal quale dovevano spremersi le lire quarantun milione, quattordicimila settecentotto ed i centesimi trentasette. Altri invece affermava, che la somma domandata riuscirebbe scarsa all'uopo ed insufficiente, meglio aumentarla allora, che esporsi alla presentazione di crediti suppletori. Finalmente, dietro mozione di un partigiano delle economie sino all'osso, la somma totale venne ridotta a quarantun milione, diecimila trecenventinove lire e settantasei centesimi; ossia ridotta di quattromila trecensettantotto lire e centesimi sessantotto, cioè di trecensessantaquattro lire ed ottantanove centesimi al mese, come può verificarsi da chiunque ha poco abbaco. La _Società tutelatrice dei diritti del popolo_ votò un indirizzo ed una medaglia d'oro all'animoso deputato, che aveva saputo procacciare un tanto disgravio ai contribuenti, incoraggiandolo a proseguire nel difficile cammino: _Sic itur ad astra_. Il dritto della medaglia doveva rappresentare esso deputato in figura di Ercole, che strappava un'offa ad un Cerbero col motto: _Pochi compagni avrai per l'alta via_. Il rovescio conteneva le parole: _Economia di quattromila trecensettanta lire e centesimi sessantotto. La Società tutelatrice dei diritti del popolo al deputato Lesina._ L'indirizzo venne subito presentato: della medaglia i sottoscrittori ed il deputato Lesina stesso aspettano ancora le notizie. E stando, che la Camera, per avere impiegati sette giorni alla discussione di questo articolo e tredici a quello delle esclusive, si trovava stanca ed i Deputati avevan fretta di tornarsene alle case loro a celebrarvi la Santa Pasqua; la legge pel rinnovamento del privilegio alla Banca fu votata in quindici minuti alla svelta, e si sbrigarono due o tre bilanci in una seduta sola.

Il primo maggio fu la presentazione e l'accettazione dei concorrenti. Principali erano: il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo. Poi ci fu un vecchio general di esercito o maresciallo che dir si voglia, di non so che lontano paese, di Fanfaronia, credo; due poeti; cinque o sei nobilicchi spiantati; un dipintoruzzo di sorici; un maestro di pianoforte; ed un tenore. Insomma, tutti i cenci vollero entrare in bucato. Un banchiere ricchissimo, millionario, nella cui anima plutocratica era, non si sa come, germogliata una più degna ambizione, venne scartato a termini dell'articolo quarto perchè afflitto da un orzaiuolo.

In questa schiera di corteggiatori, certo, non ve n'era alcuno che potesse non dispiacere alla bella Rosmunda; ed il denaro pubblico sarebbe stato meglio sprecato, mantenendo un serraglio di fiere, un giardino zoologico. La presunzione e l'albagìa degli avvocati la stomacava: sapevan tutto, parlavan di tutto, discutevan di tutto, sofisticavan su tutto, securamente, imperturbatamente, arrogantemente. Figurarsi! quegli avvocati, obbligati dalla professione ad immischiarsi di tutto, finanze, agricoltura, commercio, industria, religione, guerra e persino giurisprudenza, erano onniscienti, onnipotenti; o, per meglio dire, solo una cosa ignoravano: la coscienza, sola una cosa non potevano: esser galantuomini. La facondia loro volgare; gli artifizi rettorici triviali; i sofismi plebei; le frasi ad effetto plateali; offendevano il buon gusto della Principessa. La quale non sapeva comprendere, come que' farabutti potessero tanto nelle assemblee e nelle adunanze popolari. Ma noi possiamo comprendere il perchè: le assemblee ed i comizi non sono composti in maggioranza da persone ammodo, colte ed intelligenti quanto la Principessa Rosmunda!

Raffaello Granata, il Cimadibue dalla lunga zazzera e dalla berretta di velluto, era almeno soltanto noioso. S'aveva imparate non so che frasi sul pittore universale e faceva di tutto: lui frescante, lui acquarellista, lui pittore ad olio, a guazzo, con l'encaustico; lui pittore di genere e di storia; lui ornatista, fiorista, figurista, paesista, prospettista, ritrattista, internista, animalista, scenografo. Persuaso, che l'arte, per la quale si credeva nato ed alla quale tutti il giudicavano negato, fosse quanto v'ha di più grande al mondo, degna di ogni corona e d'ogni esaltazione, voleva rinnovare il miracolo di Borgo Allegro. Pretendeva, che la Rosmunda gli stesse a mossa per una Madonna grande al vero, ch'egli avrebbe poi regalata alla Metropolitana di Scaricabarilopoli. Con quel modello e con la sua valentìa come non fare un capolavoro? Ma il premio sperato da questo impiastratore, da questo pittor da sgabelli, da boccali, da fantocci, da candele, da chiocciole, da taverne, da colombaie, da marzocchi, era ben altro da quello ottenuto da Cimabue. Gli Scaricabarilopolitani, entusiasmati al paro de' Fiorentini del Dugento, lo avrebber portato in trionfo e la Principessa sarebbe stata sua.

La presunzione del pianista era più fatua. Quel tartassator di tasti dalle spiovute chiome, ragionava così:--«Il Parlamento ungherese ha votato una spada di onore a Francesco Liszt, per qual merito? per una grande agilità negli arpeggi e per aver composto sonate, che intronano gli orecchi. Darò io dei concerti, io, che assorderanno, altro che intronare! farò vedere io, cosa sia lo spadroneggiar sul pianoforte, sul cembalo. E se questo Parlamento non mi decerne la Principessa, vuol dire che son tutti barbari, che nulla comprendono dell'arte, nulla!».

Il tenore guardava dall'alto in basso il musico. Egli era un pezzo d'omo, con certe spallacce, con un petto! e pettoruto! Le marchese e lo banchieresse di tutta le città, nelle quali s'era prodotto, lo avevano sempre distinto. I palchi, le platee, i lobbioni gli avevan prodigati gli applausi ed i battimani; gli erano stati offerti gioielli per sottoscrizione pubblica; i Municipii gli avevano data la cittadinanza onoraria; il popolo gli aveva staccati i cavalli dalla carrozza e ci erano stati degl'imbecilli, che vi si erano attaccati per istrascinarla. Del resto, salvo queste virtù amatorie e canore, nulla: ignorava la grammatica e le creanze. Ma stimava facile di piacere alla Principessa, e di destare negli Scaricabaripolitani lo stesso fanatismo suscitato presso non men colti pubblici e non meno inclite guarnigioni.

Parliamo un po' de' poetonzoli, entrambo compenetrati dalla missione dell'arte; entrambo convinti il poeta essere superiore a tutti ed a tutto (persino alle regole di sintassi e di prosodia) ed il genere umano doversi stare in ammirazione innanzi ad esso e rispettarne e secondarne i capricci ed aspettarne la parola, il verbo, la luce, la rivelazione. Perchè la parola è rivelazione; e la rivelazione è luce; e la luce è verbo; ed il verbo è dio, ed il poeta è vate, ed il vate è profeta. Nell'animo cristallino del cantore ispirato si ripercote tutto il mondo umano e divino; esso animo è il vero centro del mondo. Infelice il secolo, che disprezza e lapida e crocefigge e schernisce e frantende il poeta-messia! Misera quella donna, che potrebbe intrecciar le rose agli allori ed invece circonda di spine le teste radianti ed ispirate! Ma un verso, una parola del poeta vindice reca loro il meritato castigo e li mette alla berlina per l'eternità. Sentir tutto il giorno questa litania non è uno spasso.

--«O Dio!»--pensava la Rosmunda, «quanti vituperii diran costoro di Scaricabarili e di me! Eppure preferisco qualunque ingiuria loro alle lodi, di cui m'infastidiscono adesso!»

Quanto al general Fabrizio Tremolowski, gli era uno di quegli avventurieri, che portano la loro spada dovunque si combatte per la libertà, per una causa giusta e santa! che ogni Governo provvisorio promuove di uno o due gradi, ed i quali hanno arraffata riputazione di prodi senza aver mai preso parte ad una battaglia affrontata o di strategici per una resa. Sono eroi delle quattro parti del mondo, perseguitati da tutte le Polizie, ed alimentati da tutte le sottoscrizioni patriottiche. Ostentano sempre alcun solenne di sberleffe... ricevuto in qualche bisca ed un naso rosso a peperone. Talvolta le rivoluzioni gli impongono anche ai Governi ammodo: allora perdono in tutta fretta una battaglia e poi si pappano per una ventina d'anni la pensione di ritiro.

Ma insomma tutti costoro avevan pure o s'illudevan pure di avere qualche merito: parte vantava nobili studii; parte o giusta o ingiustamente aveva ottenuta o scroccata celebrità o popolarità. Tenore, maestro di musica, poetucolo, pittorello, condottiero, cavalocchi, erano qualcosa. Ma la nullità piena, la più stucchevole oltracotanza, il grado massimo di fatuità si rattrovava nei nobiluzzi spiantati, ne' gentiluomini squattrinati. Nel Regno di Scaricabarili, aboliti feudi e fidecommessi e maggioraschi, i cosiddetti nobili, sprovveduti di qualsiasi privilegio o prerogativa, erano ormai semplicemente de' titolati: e la vanità del titolo faceva sì che non istudiassero e lavorassero; che attendessero soltanto alle femmine, al giuoco, a' cavalli, a futilità. E nondimeno si reputavano dappiù, si figuravano d'essere l'eletta della nazione, chiamavano _altavita_ le occupazioni, che non erano neppure una _vita_! La Rosmunda, avvezza a conversazioni meno sguaiate, non sapeva rassegnarsi ad ascoltarne i pettegolezzi; ed avrebbe preferito persino il tenore ad uno di siffatti duchi o marchesi.

Tali erano i candidati da burla: privi d'ogni probabilità, non si erano potuti escludere a _priori_ dal concorso, essendosi il partito democratico assolutamente opposto ad ammettervi i soli rampolli di famiglie reali, di dinastie. I candidati serii erano pur sempre Baldassare V d'Introibo, Melchiorre XVII d'Exibo, e Guasparre I d'Antibo, triade scontraffatta.

Il vecchio Baldassare, rimbambito e melenso, supponeva _bona fide_ d'essere un uomo di spirito; e, se non fosse stato monarca, avrebbe fatto stampare la raccolta delle freddure dette e delle melonaggini stampate. Vecchio squarquoio e cascatoio, cascante di vezzi, si pose a fare il cascamorto con la Rosmunda. Brutto gobbo! e' non s'accorgeva nemmanco, che le sue scene, la sua svenevolezza provocava solo i cachinni e gli sghignazzamenti della intera Corte. Componeva e declamava certe anacreontiche, da disgradarne quelle dello Ingarrica; e diceva le più belle corbellerie del mondo con faccia cornea. Un giorno, la Principessa intervenne ad un pranzo di gala con una collana di cammei. E lui:--«Che bel collare porta vilipeso al collo donna Rosmunda!».--Si doveva andare al teatro: la Principessa chiese che musica si dèsse; e lui pronto:--«Il Saffo!».--Per quanto garbata, la Principessa non potè dissimulare affatto un risolino; e lui:--«Lo so, lo so, signora letterata; lo so, ch'è una _s_ impura, lo Saffo, lo Saffo».--Passeggiavano in giardino: la Rosmunda notò, ch'egli stropicciava il piede in terra:--«Che c'è, Maestà?»--«Nulla, ammazzavo uno scarabocchio».--In un gran ballo, mentre la Rosmunda ballava, egli esclamò ad alta voce:--«La Principessa balla come una Stinfalide!».

Per acquistarsi poi l'affetto del popolo, era divenuto la vera caricatura di que' sovrani alla Giuseppe II, celebri per la famigliarità, con la quale permisero a' sudditi d'intrattenerli: frequentava i caffè, i bigliardi, le birrerie, le fiaschetterie, le osterie, le bettole, i liquoristi, i balli pubblici, ogni luogo di ritrovo, e persino quelli che la gente per bene schiva, dimostrandosi affabile, alla buona, alla mano. Ma la famigliarità è pericolosa: mostrarsi nudo e senza prestigio non fa mai conto. Gli stessi grand'uomini non son mai tali pe' loro camerieri; e scapitano sempre nell'estimazione di chi li avvicina con dimestichezza. Figuriamoci poi uno sciocco! Ben presto il monarca d'Introibo divenne il buffone, il zimbello degli Scaricabarilopolitani. Tutti ne facevano strazio. I bell'ingegni del volgo il caricatureggiavano, il mettevano in novelle ed in canzone. Gli si affibbiavano più corbellerie, più balordaggini ancora, ch'egli non facesse o dicesse, e s'era trovato verso e modo di calunniarlo. Gli appiccicavano _appigionasi_ dietro le spalle; i monelli gli facevan ressa intorno e gli si accalcavano alle spalle con battimani e tripudio e grida ironiche. Insomma la plebaglia godeva di vilipendere e schernire in lui la Maestà Regia; ed egli s'immaginava d'esser davvero amatissimo ed accettissimo all'universale, e che quelle beffe fossero le acclamazioni trionfali, mercè delle quali avrebbe ottenuta la Rosmunda.

Il despota d'Exibo era un tipo d'altro genere. Mischiarsi nella folla, lui, Don Melchiorre XVII, lui, persona inviolabile e sacra? E se lo avessero aggredito? E se qualche gaglioffo avesse osato por le mani addosso all'unto del Signore? E se quelle maledette gambacce disuguali, spaiate, fossero state motteggiate da qualche temulento o temerario? Esporsi a pericoli, al ridicolo! Oh no, no, mai! per nulla al mondo! Ma gli Scaricabarilopolitani son gente urbana, ossequiosa: e poi, chi avrebbe dovuto avercela con esso lui? Eh non si sa mai! Nel dubbio, astienti! Eccesso di prudenza non nocque mai. Per amicarsi la plebaglia e propiziarsela, quando usciva in carrozza, preceduto dal battistrada e da un picchetto d'onore, con gentiluomini a cavallo a' due sportelli e seguìto da un plotone di cavalleria, gettava denari di qua e di là. Ne gettava talvolta anche dalle finestre del palazzo, allibendo e tappandosi poi dentro, tutto spaurito, quando i mascalzoni accalcati per raccattarlo s'abbarruffavano od anche solo applaudivano tumultuosamente. Una volta, in una festa a Corte, svenne al bel meglio, perchè alcuni razzi del fuoco d'artificio presero fuoco inaspettatamente prima del tempo. Lui n'ebbe a morir dalla paura: chi sa cosa immaginava che fosse. Notò un'ombra d'uomo, che traversava il cortile verso mezzanotte: subito mandò a chiamar la Polizia, fece circondare e rovistare tutto il palazzo, e, quando fu dimostro, l'ombra esser un guattero, che si recava a far visite notturne alla moglie del portinaio, scrollò il capo con aria incredula, volle raddoppiate le guardie, si lagnò con Re Zuccone della Polizia inetta o complice di non so che regicidio fantastico, e fece cantare un _Tedeum_ in ringraziamento all'Altissimo, per averlo scampato da tanto pericolo. I suoi agenti avevan però continui abboccamenti con persone influenti, con membri del Parlamento; e, profondendo tesori, cercavano di assicurargli buon successo.

Ma, se questi duo proci venivan disprezzati e dal popolo e dalla Principessa, l'autocrate d'Antibo seppe farsi abominare; ed avrebbe appreso ad esecrare il nome di Re alla più monarchica nazione. I modi alteri e facchineschi; le violenze continue; il fasto scompagnato da ogni caritatevolezza; la ferocia dimostrata perfino verso i cani delle sue mute ed i cavalli de' suoi equipaggi: il fecero detestare da tutti... Ma, poich'egli ebbe preso un paio di volte a _cravasciate_ i borghesi, che nol salutavano abbastanza reverenti, tutti gli sciocchi, i quali accorrevano in folla per ammirare lo sfarzo del suo corteo, gli si scappellavano e lo inchinavano. Egli pensava:--«Tiberio avea ragione:! tutto sta a farsi temere. Quelle quattro scudisciate han fatta una impressione tale sugli animi degli Scaricabarilopolitani, anzi di tutti gli Scaricabarilesi, che non c'è dimostrazion d'ossequio, ch'io non possa ottenerne. Sceglieranno me, per paura del castigo, che verrei loro ad infliggere, se osassero antepormi altri. Hanno visto, che meco non si celia. Non sono mica un Re fantoccio alla moderna io, un di questi Reucci costituzionali, o di questi Regoli illuminati: no, sono di quei veri autocrati all'antica, che camminavan sempre con a lato sargenti pronti ad eseguirne ogni comando; ed i quali non isdegnavano, quando mancasse il sargente, maneggiar con le proprie anguste mani il mazzafrusto o la bipenne, cattera!».