Mastr'Impicca

Part 1

Chapter 13,702 wordsPublic domain

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VITTORIO IMBRIANI

MASTR'IMPICCA

Fiaba

NAPOLI

VITO MORANO, EDITORE Via Roma, 40 1905

F. DI GENNARO & A. MORANO--NAPOLI

AVVERTENZA

Vittorio Imbriani, nato a Napoli nel 1840 e morto nel 1885, erudito, critico, demopsicologo, estetico, compose anche, di tanto in tanto, novelle e versi, espressioni di una bizzarra fantasia grottesca e satirica. Tra le novelle è questo _Mastr'Impicca_, edito nel 1874 nel giornale _Il Calabro_, ed in un opuscolo estratto, che è diventato, come la più parte degli scritti dell'Imbriani, rarissimo. Noi crediamo di fare, col ristamparlo, cosa grata ai lettori, che gusteranno questa non fredda derivazione dal genere fiabesco di Giambattista Basile. Del quale l'Imbriani, per certa conformità d'indole, ripiglia il metodo; ma l'adopera in modo affatto proprio, e rispondente alle differenze che corrono tra uno scrittore dei primi anni del secolo XVII e uno degli ultimi del secolo XIX.

B. C.

C'era una volta un Re di Scaricabarili, vedovo e padre di figliuola unigenita, bella quanto il sole. E, dicendo _bella quanto il sole_, par che si dica quel più che può dirsi. La Rosmunda, ereda presunta del trono scaricabarilese, portava due grandi occhi bruni in fronte, che innamoravano; ed in capo una chioma lunga e folta tanto, che avrebbe potuto vestirsene. La voce di lei sembrava una musica, ammaliava. Sebbene andasse appena pe' sedici anni, le sue movenze eran tutta grazia e disinvoltura, non aveva il solito fare impacciato delle giovanette. Nè poteva rinvergarsi od immaginarsi la più colta ed assennata principessina in tutto l'universo mondo. E buona e caritatevole era: dovunque accadesse una sventura, si era sicuri di vederla giungere, recando consolazioni, distribuendo elemosine e sussidii e quelle parole di conforto, spesso più giovevoli di maggiori ajuti materiali, le quali sole hanno virtù di rasciugar le lacrime, di rasserenar gli animi. Figuriamoci come il popolo intero dovevano tener cara questa donna Rosmunda! Non si sarebbe trovato nel Regno uno, che le volesse male! I sudditi travedevano per lei. Ed ella, conscia di tanto amore, era tuttogiorno in giro senza compagnia, senza scorta, senza corteggio, senza seccature, certa di non incontrare se non reverenza ed ossequii.

Frattanto il padre s'apparecchiava a darle marito.--«Io mi son vecchio;» pensava Maestà.--«Più che vecchi non si campa: oggi o domani mi toccherà a tirar l'aiuolo. Una volta ch'io sia andato a rincalzar cavoli, che ne accadrà di questa ragazzaccia? Posso lasciare senza scrupolo il Regno ad una fanciulla inesperta? Quando regnan le donne, i sediziosi si accrescono degl'innamorati. La Rosmunda è savia: pur che la duri! La Rosmunda è buona: ma non si governa con la volontà d'animo; non si reprimono o scongiurano le insurrezioni con un bel par d'occhi; non si rintuzzano e sconfiggono gli eserciti nemici, sciogliendo all'aura i capei d'oro. Con questi vicini, con questo popolo, con questo Parlamento, con questi uomini politici, e' ci vuole la mente ed il polso d'un uomo. Provvediamoci a tempo: senza fretta precipitosa; ma... chi ha tempo non aspetti tempo».

Parlò del suo divisamento alla figliuola, che veramente non aveva ancora pensato al matrimonio, ned altro ambiva se non rimanersene eternamente libera e felice, com'allora.--«Ci ho voi di amare e mi basta, babbo. Tanta fretta avete di sbrigarvi di me? E che bisogno c'è d'un marito? L'Elisabetta d'Inghilterra non se l'è cavata male, eppure seppe farne senza. E gli scaricabarilesi sono concordi nell'amarmi».--Pure, assennata come era, la Rosmunda finì per arrendersi ai voleri paterni; ed ammettere in principio, ch'era espediente ed urgente il munirsi d'un consorte.

Ma chi scegliere? Veramente, di proci non si penuriava. Tutti i Re da corona o spodestati, tutti i Principi reali del mondo, sarebbero stati prontissimi ad impalmare una donnina bella quanto il sole, la quale recava in dote il Reame di Scaricabarili, con seicencinquantaquattromila e trecenventun miglio quadrato di superficie e cenventitrè milioni quattrocencinquantaseimila, settecentottantanove abitanti (secondo l'ultimo censimento ufficiale). E i sovrani dei tre Regni confinanti: il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo, avevano già richiesta officiosamente, ciascuno per conto proprio, la mano di Donna Rosmunda, dichiarandosi innamorati cotti per fama e per ritratto della perla scaricabarilese (così la Principessa veniva chiamata da' poeti aulici). Ma (c'era un ma) il guaio era che la perla scaricabarilese non si sentiva nient'affatto proclive ad innamorarsi della fama o del ritratto di alcuno di quei tre proci. La ragione n'è facile ad assegnarsi: il monarca d'Introibo era gobbo, il despota di Exibo era zoppo, l'autocrate di Antibo era guercio; questo riguardo al corpo, al fisico, come suol dirsi. Il monarca d'Introibo aveva fama di sciocco, il despota d'Exibo veniva reputato vigliacco, l'autocrate d'Antibo era in voce di crudelissimo; questo riguardo agli animi, al cosiddetto morale. La Rosmunda, potendo senza irragionevolezza attendersi a trovar meglio, avrebbe scartati tutt'e tre senza molto riflettere: ma ciascun d'essi era un Re possente, ciascun d'essi assoldava un esercito poderoso ed aveva lasciato chiaramente sottintendere che farebbe un _casus belli_ del rifiuto. Come regolarsi? Tutti e tre, già, la Principessa non poteva sposarli. Preferirne uno, il men cattivo, equivaleva a sacrificarsi barbaramente, dando un pessimo signore al paese ed appiccando guerra con gli altri due. Dar le pere a tutti e tre, significava averli tutti e tre sulle braccia, ed esporre il Regno di Scaricabarili agli orrori ed a' pericoli d'un conflitto micidiale contro una coalizione fortissima. La povera della Rosmunda impetrò dal padre un pò di respitto per ben ponderare prima di risolversi. E questo tempo passava piangendo, crucciandosi, disperando e non sapendo a qual partito appigliarsi.

Un giorno, mentre stanca di piangere passeggiava sola sola nel più opaco boschetto ed appartato del giardino reale, vide sopra un sedile rustico una figura di vecchierella da muovere a compassione ed a raccapriccio chiunque. Era una nanerottola scrignuta, con le grucce; curva che il mento quasi toccava le ginocchia; tutta grinze, crespe e rughe; con gli occhi scerpellati e cisposi; senza sopracciglia; con la zucca tignosa e calva; con la pelle chiazzata e piena di croste purulente; scarna e nera come una mummia; mal coperta da cenci lerci, che brulicavano d'insetti. Questo mostricino stese la mano e la Rosmunda subito, senza dimostrar punta nausea, si frugò nelle tasche e le porse quanti spiccioli vi trovò. La vecchierella, preso il denaro, e ringraziato con voce stridula e tremante, soggiunse: «Grazie di quest'elemosina, è carità fiorita. Ma l'Altezza Vostra potrebbe beneficarmi viemaggiormente se volesse!».

--«Dite pure, buona donna; ormai non mi riprometto altro al mondo che di procacciar qualche piacere altrui».

--«Io sono decrepita; ed ho tanti malanni addosso che basterebbero a sotterrare una giovane: tiro il fiato co' denti. Tra pochi giorni non ci sarò più. Ma morrei contenta se mi toccasse una consolazione prima di andare a Patrasso. Oh se l'Altezza Vostra volesse!..»

--«Cosa ch'io possa!»

--«Può, può; basta che voglia».

--«Allora... Di che si tratta?»

--«Vegga l'Altezza Vostra: io, ho novantanove anni, ed ho sempre stentato al mondo o sofferto e servito: sempre sono stata maltrattata e schernita. La vita mia è sempre appunto il contrario della vostra, di voi che siete accarezzata ed ossequiata da tutti, che non avete mai sperimentato cosa sia bisogno e penuria, che innanzi di aver finito di esprimere un desiderio lo vedete già adempito. Prima d'esser buttata nel carnaio vorrei scialarla un giorno solo; ed in quel giorno assaporar tutti i comodi della vita; e che l'Altezza Vostra stessa m'accudisse, attendesse a servirmi per quella giornata lì».

La domanda indiscreta della vecchiarda fece dapprima quasi ribrezzo alla Principessa. Una richiesta siffatta ne offendeva l'orgoglio legittimo ed i sensi delicati. La figliuola d'un Re di corona, l'ultima discendente di cinquanta sovrani, l'erede del Regno di Scaricabarili, la futura dominatrice di 654,321 miglio quadrato di territorio e 123,456,789 sudditi (secondo l'ultimo censimento ufficiale), educata come a nobil principessa s'appartiene, abbassarsi a prestar cure servili ad un'accattona, alla più umil persona dell'infima plebe! Come, lei, donna Rosmunda, sempre linda e schifiltosa, sempre profumata d'acque nanfe, toccar quelle caccole, quelle croste, quelle gromme, quella tigna, quella scabbia, que' cenci sordidi e puzzolenti!, esporsi a prender quelle malattie schifose!, sentir trasmigrare nella propria biancheria, sul proprio corpo, nella bella capigliatura, i pidocchiacci, i cimicioni, le pulci, gli àcari, tutte le generazioni di insetti che formicolavano sopra e sotto la cute della vecchiarda! Brrrrr!, c'era di che svenire al solo pensiero! E la Rosmunda stava per rispondere sdegnosamente alla mendicante ch'ella era matta, che si facesse in là, che non ardisse toccarla, che chiamerebbe gente per espellerla dal giardino e condurla al manicomio..., ma poi, riguardando quell'avanzo del tempo e della miseria, si sentì rintenerire. Vide una tale agonia, una tale intensità di brama espressa in quegli occhi, in quel volto che ebbe a impietosirsene. Cominciò a pensare:--«Poveretta! costei ha tribolato novantanov'anni continui, miserrima, scontraffatta, malaticcia, zimbello di tutti, litigando con la fame, senza gustare una dolcezza, senza impetrar mai soddisfatto un voto suo, per quanto onesto e discreto. E sta in me di appagartene uno, tanto naturale! Ma come si fa a vincere la ripugnanza che provo, ch'è somma? Se almeno fosse più pulita! Se non avesse quella rogna e quella tigna e quel brulichio addosso... Allora non avrei tanto schifo.... Ed allora che merito ci sarebbe? A voler fare atto gentile, questa repugnanza appunto vuole esser vinta, e vinta senza ch'ella pur lo sospetti. Mostrata, torrebbe ogni pregio all'opera umana. Sono o non sono cristiana? E dubito di fare una buona azione, di contentare un poverello di Cristo? Io, che malgrado la minaccia di nozze abborrite ho ancora consolazioni e speranze, che il padre comune ha trattato da figliuola prediletta, sento l'obbligo di procacciare una consolazione a questa meschina, di realizzarne una speranza. Non è mia suddita? O non è dovere pe' Principi il curare il bene e la felicità dei sudditi? Povera vecchiarella, mi fa compassione proprio.... Quand'anche, dopo, dovessi radermi i capelli o trovarmi mischiato qualche malore, non ho il cuore di negarle quel che desidera».

Risolvendosi adunque, invitò con benigno volto la vecchiarda sciancata a seguirla; e, non potendo questa camminare agevolmente, le offerse il braccio. La mendicante vi si aggrappò rozzamente, e, passo innanzi passo, più arrembatamente delle tartarughe, più lentamente delle lumache, confortandola sempre la Principessa con buone parole, mentre ella ad ogni pedata traeva un gemito, giunsero al palazzo.

La Rosmunda fece preparare un bagno caldo profumato e rimandò le cameriste e spogliò con le proprie mani quella pezzente e se la tolse in collo e l'adagiò essa stessa nella vasca di giallo antico; la soffregò col sapone e poi la rasciugò con lenzuola ed asciugamani tepidi; la pulì tutta, la pettinò, la medicò con unguenti prescritti dal protomedico di Corte, la rivestì di buone vesti. Quindi la presentò al padre.--«Come un ospite»--diceva lei--«che mi ha recata una commendatizia di Colui, ch'è giudice de' Re della terra. Come! se il più abjetto principe e dappoco ci manda un qualunque ambasciadore, un misero ministro plenipotenziario, un aborto d'incaricato d'affari, uno spione salariato, lo si accoglie con pompa, gli si smalta il petto di _crascià_ smaglianti, gli si danno simposii e balli e rappresentazioni di gala. E trascureremmo poi i miserelli, quando i miserelli appunto sono i messi dì Gesù!»--Il padre, che trovava sempre ottimamente fatto quantunque la Rosmunda facesse, sebbene non consentisse in cuor suo a questa teorica, che, largamente praticata, avrebbe trasformata la Corte in un ricovero di mendicità, pure accolse con benignità la vecchia e degnò chiacchierar seco. E fu stupito egli stesso e fu stupita la Rosmunda e tutta la Corte fu stupita, che un'accattona avesse tante cognizioni e sapesse parlar tanto per benino.

Dopo il pranzo la vecchierella affermò d'aver proprio bisogno di schiacciare un sonnerello. La Principessa la condusse nella camera propria e la vestì lei stessa come si veste un bambino, ed introdottola nel letto e chiusi i cortinaggi, sedette poco discosto in una poltrona, e cominciò a leggere un libricciuolo al lume di una lampada a petrolio, posta sul tavolino da lavoro. Di tempo in tempo, interrompeva la lettura, posava il libro sul tavolinetto, si alzava e si approssimava alla dormiente, per assicurarsi che riposasse tranquilla. E quando riboccava le lenzuola, e quando rincalzava il letto, e quando sprimacciava la coltrice, e quando rassestava i guanciali, e quando le tergeva il madore dalla fronte; insomma le prodigava quelle cure pietose, che le buone infermiere tributano agli ammalati affidati loro. E la guardava con affetto, perchè le anime gentili si affezionano appunto beneficando; e pensava:--«Domattina, avrò cuore di rimandar costei? Mi basterà l'animo a permetter, che mi lasci? Per opera mia questa meschinella avrà gustato, delibato un po' di bene, acciò le appaia quind'innanzi più squallida la miseria? Un giorno di vita comoda la farà tribolar peggio ne' dì vegnenti! Bella carità! O non sarebbe stato più umano il respingere senz'altro, ricisamente la sua preghiera? Esaudendola, ho contratto in certo modo l'obbligo morale di provveder per sempre a lei. No, la mia vecchierella non se ne andrà nè domani, nè mai; non mi abbandonerà più, più. Io già non le do licenza di partire, dovesse anco costarmi maggiori e peggiori ripugnanze l'assisterla. Dio mio, ispiratele di non opporsi alle intenzioni mie ed allungatele la vita, acciò non le incresca di esser nata, e non commetta il peccato di mormorare contro la provvidenza vostra!».

Così pensando, aveva posato il libro sulle ginocchia e congiunte le mani; e guardava verso il letto. Vide agitarsene le cortine, e stava per accorrere a' servigi dell'ospite. Qual non fu mai la sorpresa, anzi lo spavento di lei, quando le tende del parato si aprirono, e ne uscì una donna vaghissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto, da rischiarare splendidamente la zambra e da fare impallidire il lume a petrolio. Contemporaneamente tutta la Reggia fu scossa come da un tremuoto e s'udì come lo schianto di un tuono. La Principessa balzò in piedi esterrefatta; il libro ruzzolò per le terre; ed ella aprì la bocca per gridare _accorruomo_: ma lo spavento e la meraviglia le avevan tolta la voce. E quella donna vaghissima le mosse incontro, sorridendo amorevolmente; ed aprendole le braccia, disse:--«Non gridare! non temer nulla! Chi credi tu, ch'io mi sia? Ho faccia di cattiva, io? Ti sembra, ch'io possa voler far del male a te o a chicchessia?»

--«Signora... Io.... Lei.... Come qui?»--rispose la Rosmunda, non ancor del tutto rassicurata, ma vergognandosi d'avere avuto paura. La paura non era nelle abitudini de' membri di quella dinastia.

--«Son la tua santola, sai! sono la fata Scarabocchiona; quella, che ti ha tenuta sul fonte battesimale....»

--«E la vecchierella?»

--«La vecchierella era io. Volli sperimentare il buon cuore della mia figlioccia: ecco perchè avevo assunto quella forma esosa di vecchia scrignuta, cisposa, claudicante, tignosuzza, che faceva stomaco, nausea, vomito, recere ed arcoreggiare. Io ti leggeva nella mente ogni pensiero: ho scorto quali ripugnanze t'è stato mestieri di vincere. E le ripugnanze vinte appunto dànno pregio all'operato tuo. Vien qua, abbracciami!».

--«Volentierissimo! O cara la mia santola, quanto godo anch'io di pur vedervi! Me l'avevan ben detto le mille volte, che ci avevo avuto una fata per commare; ma quasi la ritenevo una chiacchiera: chè non vi siete mai ricordata della figlioccia vostra, chè non vi siete mai fatta vedere, nè mi avete in alcun modo date le vostre nuove».

--«Ingrataccia!»--ripigliò sorridente la fata Scarabocchiona,--«ed a chi, se non a me, ed a che, se non alle mie fatagioni, devi tutte le belle parti che ti adornano, tutta la felicità che hai goduta sin qui?»

--«Oh sì, la felicità! Non ci può essere donna più infelice, più misera, più cruciata, più dolente, più disperata di me, cara santola! Voi non sapete....»

--«So tutto, so tutto, signorina. E perchè so tutto, mi vedi qua. Gli amici si riconoscono nel bisogno, alla pruova. Tuo padre ti vuol dar marito in tutti i modi?»

--"Sì, cara fata Scarabocchiona, mi vuol proprio affogare, mi vuole!"

--«I pretendenti sinora son tre?»

--«Appunto, santola mia, appunto!»

--«Vedi, s'io so tutto. C'è la Maestà di Baldassarre V, monarca d'Introibo?»

--«Già, ch'è vecchio, gobbo e sciocco: il Ciel me ne scampi!»

--«E poi, c'è Don Melchiorre XVII, desposta d'Exibo?»

--«Ch'è un omaccio di mezza età, zoppo e vigliacco: Iddio me ne liberi!»

--«E finalmente l'autocrate d'Antibo, Guasparre I?»

--«Quel che più temo: un ragazzaccio imberbe, guercio e crudele. Oh, se la Madonna mi salva da lui, regalerò una lampada d'argento alla Cattedrale!»

--«Insomma, tu se' incontentabile! Non vorresti nessuno de' tre?»

--«Proprio nessuno, io. Ma ciascun d'essi minaccia guerra, s'io lo rifiuto. Oh, son de' prepotentoni che non potete farvene un'idea. Come ho da regolarmi, fata Scarabocchiona mia? Consigliatemi voi, che siete la protettrice mia naturale, che avete spontaneamente assunto di supplir mia madre! Se rifiuto tutti e singoli, ci piombano addosso coalizzati, ed i poveri regnicoli dovranno scontarla. Se mi sacrifico e ne accetto uno, avremo sempre guerra con gli altri due, e mi toccherà un marito o gobbo o zoppo o guercio, e do agli Scaricabarilesi un Re o sciocco o vigliacco o crudele. Ditemi adesso: non sono io la più infelice principessa che sia mai stata al mondo? Quali alternative! Talvolta mi viene in mente di farmi tagliare in tre parti e mandarne una a ciascun proco, e toglier così di mezzo il pomo della discordia ed uscir da tante pene!»

--«Non pianger così, figliuola mia, che mi squarci l'animo. T'insegnerò io, come hai da fare per isfuggire a queste tre belve. Non temere: a tutto c'è rimedio fuor che alla morte. Ottieni da tuo padre, che apra un concorso fra quanti aspirano alle tue nozze, di qualsivoglia grado e condizione. Con questo patto, che ciascun concorrente prometta di non risentirsi menomamente, in modo alcuno, caso non venga prescelto. I proci dovranno presentarsi a Corte e dimorare un anno intiero nel Regno. Quegli, che in un anno sarà pervenuto a cattivarsi l'animo della cittadinanza, in modo che il popolo lo porti in trionfo e manifesti in ogni altra possibil guisa di essergli devoto, quegli sia tuo sposo. Ti sto mallevadrice io, che nè Baldassarre V, nè Melchiorre XVII, nè Guasparre I, la spunterà così; sebbene ognun d'essi debba illudersi di spuntarla agevolissimamente. A te, poi, dono questa legaccia, con la quale terrai sempre allacciata la calza destra. Quando mi vorrai parlare, quando stimerai di aver bisogno dell'aiuto o del consiglio mio, càvatela ed avvolgila intorno al polso sinistro e baciala. Io apparirò subito».

Dette queste cose, la buona fata abbracciò nuovamente la Rosmunda. Poi si scosse, e d'ogni intorno le piovvero per terra un'infinità di gioielli: vezzi, collane, monili, smaniglie, anella, spilloni, medaglioni, frontali, orecchini, buccole, rosette, pendagli, fioccagli, bottoni gemelli, catenelle, oriuoli brillantati, fibbie, pennacchietti di gemme, picchiapetti. E la Reggia venne scossa come da un tremuoto e s'udì lo schianto di un tuono e la fata sparve. La principessa rimase trasognata; e, se quelle preziosità, che ingombravano il pavimento, e la legaccia, che teneva in mano, non le avessero fatto fede del miracolo, avrebbe fermamente creduto d'essersi allucinata. Riavutasi, s'allacciò il legaccio alla gamba destra, raccolse e rinserrò gli ori e le gemme; e, tutta rasserenata e giuliva, corse difilato dal padre.

Maestà presedeva il Consiglio de' Ministri: ma nessun usciere, ciambellano, ufficial d'ordinanza od aiutante di campo s'arrischiò a costringere la erede presuntiva del trono a fare anticamera. Uno anzi corse a spalancar la bussola e l'Infanta apparve sulla soglia, mentre si discuteva sul rinnovamento del privilegio a non so che Banca. Giusto, uno de' Consiglieri della Corona, al quale certi banchieri avversarii della Banca promettevano una lauta mancia, si sforzava di dimostrare, che il privilegio non era da rinnovarsi: e frattanto un altro, seduto presso il Re, cercava di attirar destramente l'attenzione di costui su d'una riservatissima de' principali azionisti della Banca, i quali gergonando si offrivan pronti a pagare tutti i debiti presenti di Casa Reale, purchè il privilegio venisse rinnovato. La Rosmunda apparve, come un buon genio, proprio a tempo per distrarre il padre, che non desse un'occhiata all'onesta profferta; e, gettandosegli d'un balzo al collo, mentre i Ministri rispettosamente stavan su:

--«Babbo,»--disse,--«babbino mio caro, ho fatta una bella pensata!....»

--«Quando lo assicuri te!... Ma vediamo un po', che pensata è questa e di qual momento, che ti fa interrompere il mio Consiglio?»--disse Re Zuccone, che idolatrava la figliuola e non sapeva tenerle mai il broncio per nulla.

--«Le idee di Sua Altezza sono sempre giustissime!»--sclamò il Guardasigilli.

--«L'Infanta possiede una immaginazione fertile, industriosa, ricchissima!»--soggiunse il Ministro d'Agricoltura, Industria e Commercio.

--«Donna Rosmunda dispone di un esercito di buoni pensieri»--echeggiò il Ministro della Guerra.

--«La perla scaricabarilese ha più senno in quella testolina ricciuta, che tutti i professori delle mie Università nelle loro cocuzze!»--balbutì il Ministro della Pubblica Istruzione.

--«L'erede del trono è un vero tesoro!»--mormorò il Ministro delle Finanze.

--«La Principessa veleggia sempre alla scoperta di be' concetti!»--borbottò il Ministro della Marina.

--«La figliuola del nostro Re batte un via, per la quale non può fallire a glorioso porto!»--brontolò il Ministro de' Lavori Pubblici.

--«La futura nostra sovrana non ha la sua pari in tutto il Regno!»--declamò il Ministro degl'Interni, presidente del Consiglio.

--«Nè fuori Regno ha pari lo illustre rampollo della nostra dinastia!»--conchiuse il Ministro degli Esteri.

--«Godo infinitamente»--disse Re Zuccone, quando ebbero terminato--«che vojaltri abbiate tutti in così buon concetto la mia figliuola carissima; ma, se cicalate così, non potremo appurar mai la buona idea, che levate a cielo, prima ch'ella abbia potuto dichiararcela».

Subito gli Esteri sclamarono:--«Ammutolisco!».

Gl'Interni:--«Taccio!».

I Lavori Pubblici:--«Fo silenzio!».

La Marina:--«Sto a bocca chiusa».

Le Finanze:--«Rimarrò cheto come olio».

L'Istruzione Pubblica:--«Terrò la lingua a cintola».

La Guerra:--«Fate conto che io l'abbia lasciata al beccaio».

L'Agricoltura, Industria e Commercio:--«Non fiato più».

La Grazia e Giustizia e Culti:--«Eccomi imbavagliato».

--«Oh insomma, insomma»--ruggì sdegnato il sovrano,--questa mutolaggine vostra è d'una loquacia!.. questa taciturnità vostra ha una parlantina!.. questo silenzio è d'una verbosità!.. Parla tu, Rosmunduccia mia, giacchè questi signori hanno la bontà somma di concederti la parola. Dicci la tua bella pensata. Ma prima dà un bacio al babbo tuo!».