Martin Eden

Part 13

Chapter 133,814 wordsPublic domain

— E la settimana prossima bisognerà ricominciar da capo, — diss’egli tristemente. — E per far che? per ottenere che cosa? eh?... In certi momenti vorrei essere vagabondo; non si lavora e si è nutriti. Sst! un bicchiere di birra mi piacerebbe, ma non ho il coraggio d’andare sino al villaggio, per questo. Rimani dunque qui e manda i libri per espresso, o sei un imbecille.

— Ma che farò tutta la domenica? — domandò Martin.

— Ti riposerai; non hai neppure coscienza di tutta la tua stanchezza. Io sono così sfibrato, la domenica, che non posso leggere neppure i giornali. Una volta mi sono ammalato di tifo, e sono stato due mesi e mezzo all’ospedale senza far nulla. Quella sì, ch’era vita.

— Era la vita! — ripetè egli fantasticando, un momento dopo.

Martin, dopo aver preso un bagno, s’accorse della sparizione del capo stiratore. — Deve essere andato a bere un bicchiere di birra, — fece Martin fra sè, e riconobbe che i settecento metri da fare sino al villaggio erano un viaggio troppo lungo per lui. Si distese sul letto, dopo essersi tolte le scarpe, e si sforzò di riprender coscienza. Non tentò neppure di leggere, e intanto si sentiva tanto stanco, da non aver sonno. In uno stato di semi-incoscienza, quasi istupidito dalla spossatezza, egli rimase lì, sino all’ora di pranzo. Joe non tornò. E quando Martin udì il giardiniere annunziare che probabilmente stava dando fondo al bar, capì la ragione dell’assenza. Martin andò a coricarsi subito dopo, e fu certo, la mattina dopo, di aver molto riposato.

Siccome Joe era ancora assente, Martin si procurò un giornale e sedette all’ombra di un albero. La mattinata passò, senza che egli se ne accorgesse. Non aveva dormito, nessuno lo aveva disturbato, ed egli non aveva terminato il giornale. Ritornò allo stesso punto, nel pomeriggio, dopo colazione e, questa volta, s’addormentò. Così passò la domenica, e la mattina del lunedì fu nuovamente al lavoro di cernita della biancheria, mentre Joe, che gemeva e bestemmiava, metteva in moto la macchina del bucato e preparava il sapone molle.

— Non posso farne senza! — spiegò. — Quando viene la sera del sabato, bisogna che mi ubriachi.

Passò un’altra settimana di giorni sfibranti, d’intollerabili notti al chiarore della luce elettrica, sino al pomeriggio del sabato, alle tre, quando Joe gustò un momento di soddisfazione di sè e partì subito pel villaggio... per dimenticare. La domenica di Martin fu come la precedente; egli dormì all’ombra degli alberi, diede una vaga scorsa al giornale e passò lunghe ore disteso sul dorso, senza far nulla, senza pensare. Era troppo abbrutito per pensare, sebbene scontento di sè; sentiva disgusto di se stesso, come se si fosse assoggettato a una degradazione morale, a una diminuzione del suo valore intrinseco. Tutto ciò che lo rendeva simile agli dei era annientato: nessuna ambizione lo spronava, ormai; la sua anima sembrava morta. Non era altro che una bestia, una bestia da soma. La bellezza del sole che penetrava colle sue frecce d’oro nel fogliame, non lo colpiva più: l’azzurro del cielo non gli sussurrava nulla; i segreti della natura e l’immensità del misterioso universo non l’attraevano più. La vita era intollerabilmente monotona, stupidamente amara al gusto. Una specie di tetro parafuoco ricopriva lo specchio della sua visione interiore, e la fantasia dormiva in una camera di malato dove non penetrava nessun raggio di sole. Egli invidiava Joe laggiù nel villaggio, che trascinava i gomiti sullo zinco del bar, ruminava le sue idee fisse, rilevava in modo inetto delle inezie qualunque, dimenticando nell’ebbrezza il lunedì mattina e la sfibrante settimana che incominciava.

Passò la terza settimana, e Martin si maledisse e maledisse la vita. L’oppresse la sensazione di un fallimento. C’era una ragione nel fatto che gli editori gli rifiutavano le opere; ora lo vedeva, e derideva se stesso e i propri sogni. Ruth gli rimandò i «Poemi del Mare», per posta. Egli lesse la lettera di lei, apaticamente. Gli porgeva vivissimi rallegramenti; ma non sapeva mentire, ed egli lesse la disapprovazione tra le righe mondanamente encomiastiche. Ed aveva ragione, lei; ne fu convinto rileggendo il suo poema. Caduto l’incanto, egli si domandò come mai gli fosse passata per la mente quella roba, quando la scrisse. L’audacia della sua fraseologia gli parve grottesca, il suo lirismo espressivo, mostruoso: tutto era astratto, irreale, impossibile. Avrebbe bruciato là per là i «Poemi del Mare», se non avesse dovuto fare uno sforzo di volontà. C’era, è vero, lì, il focolare delle caldaie, ma la fatica da affrontare per portarli sin lì era grande! Egli aveva logorato tutte le sue energie per lavare la biancheria altrui; non gliene rimanevano più per le sue faccende personali.

Decise di riprendersi la domenica seguente e di rispondere a Ruth. Ma il pomeriggio del sabato, terminato il lavoro e preso il bagno, fu trascinato dal desiderio di dimenticare. «Voglio andare a vedere che cosa sta combinando Joe», disse a se stesso, a mo’ di pretesto, sapendo benissimo che mentiva. Ma non volle riconoscerlo, perchè voleva dimenticare. S’avviò dapprima lentamente, come per caso, verso il villaggio, accelerando l’andatura senza accorgersene, a mano a mano che s’accostava al caffè.

— Credevo che facessi _qua qua_ tra le ranocchie! — fu il saluto di Joe.

Martin non si degnò di dargli delle spiegazioni; ma ordinò del whisky e ne empì un bicchiere sino all’orlo, prima di passar la bottiglia.

— Non tenertela tutta la notte, — disse con tono ruvido.

L’altro scherzava colla bottiglia, sicchè Martin, annoiato dall’attesa, inghiottì in un batter d’occhio tutto il liquido del bicchiere, che riempì nuovamente.

— Ora posso aspettare, — disse con aria imbronciata, — ma sbrigati.

Joe si sbrigò, e bevvero insieme.

— È il lavoro che ti fa quest’effetto, eh? — domandò Joe.

Ma Martin rifiutò ogni discussione, sull’argomento.

— Ah, sì! è un bell’inferno, — continuò l’altro; — solo mi disgusta il vederti ridotto a questo punto. Mart. Be’, là! è così.

Silenziosamente, Martin beveva, ordinando con voce mordente e atterrendo il tenitore del bar, giovane campagnolo effemminato, dagli occhi azzurri acquosi, dai capelli divisi da una scriminatura.

— Il modo come ci trattano, noialtri poveri diavoli, è scandaloso — enunziò Joe. — Se non mi ubriacassi, scoppierei, e brucerei la loro stiratoria! La bevanda mi salva, te lo giuro!

Ma Martin non rispose. Dopo aver bevuto ancora un po’, ecco le fantasmagorie provocate dall’intossicazione mettergli in moto il cervello. Ah! ecco nuovamente il senso della vita! la prima boccata d’aria vitale ch’egli respirava dopo tre settimane!... I sogni gli riapparvero; la fantasia fuggì dalla camera tetra e, tutta velata di fiammeggiante chiarore, gli fece segno. Lo specchio della sua visione interiore rifletteva nuovamente, trasparente come cristallo, immagini splendide. L’incanto e la bellezza, con le mani intrecciate, gli sorridevano: tutto il potere che aveva, era ritornato in lui. Egli tentava di esprimerlo a Joe, ma Joe, assorto nelle sue fisime personali, esponeva infallibili disegni per mezzo del quali si sarebbe sottratto alla schiavitù della stiratoria, per diventare proprietario d’una grande lavanderia a vapore.

— Ti dico io. Mart, che non avrò un marmocchio a lavorare nella mia lavanderia; no, neppur uno, parola! E neppure un’anima turbinerà dopo le sei di sera. Capisci? Il lavoro sarà fatto a ore decenti. E, Mart, m’aiuterai, di’? Io ti nominerò sovrintendente alla cassa, al laboratorio, a tutto. Ora, ecco qua il progetto: divento bevitore d’acqua, durante due anni faccio delle economie, e allora...

Ma Martin, voltandosi, lasciò che facesse le sue confidenze al tenitore del bar, sino al momento in cui questi fu chiamato per dar da bere a due fittavoli, che accettarono l’invito di Martin. Martin fu generoso, invitò tutti quelli che entravano: bifolchi, cocchieri, l’aiutante giardiniere dell hôtel, il tenitore del bar e il silenzioso vagabondo che s’insinuò come un’ombra nel bar e come un’ombra si nascose in un cantuccio.

CAPITOLO XVIII.

La mattina del lunedì, Joe gemette alla prima infornata di biancheria immersa nel liscivatore.

— Senti!

— Non parlarmi! — brontolò Martin.

— Scusa, Joe, — gli fece, a mezzogiorno, quando andarono insieme a colazione.

Delle lacrime bagnarono gli occhi dell’altro.

— È così, è così, vecchio mio! — disse. — Noi siamo nell’inferno e non ci possiamo far nulla. Soltanto, sai, mi ricambî male. Questo m’è dispiaciuto. Tu mi sei stato subito simpatico.

Martin gli strinse la mano.

— Se lasciassimo questa baracca! — suggerì Joe. — Abbandoniamola e facciamo i vagabondi. Non ho mai tentato, ma deve esser facile come dire buongiorno. E niente da fare, pensa un po’! niente da fare! Mi sono ammalato una volta di tifoide all’ospedale: era meraviglioso! Vorrei proprio ricader malato.

La settimana fu lunga. L’Hôtel era pieno, e la «biancheria fine» s’accumulava. Fecero prodigi; lavoravano sin tardi la notte, mangiando alla svelta e cominciando persino mezz’ora prima della colazione del mattino. Martin non prendeva più il bagno freddo. Ogni istante era prezioso, e Joe, guardiano attento del gregge, non ne perdeva uno, e contava e ricominciava come un avaro col suo tesoro, s’affaticava febbrilmente, simile a una macchina folle, aiutata da un’altra macchina. Martin Eden, ex-uomo.

Ma erano rari i momenti durante i quali Martin poteva permettersi di pensare. La casa dei pensieri era chiusa, le imposte serrate, e di quella casa egli era il cupo custode. Joe aveva ragione: tutt’e due non erano altro che ombre che lavoravano nei limbi eterni dello stento. Oppure era un sogno?... Talvolta, tra i fumi del vapore bollente, pur movendo su e giù i pesanti ferri sulla biancheria candida, gli sembrava di vivere in sogno. Fra breve, o forse fra un secolo o due, egli si sarebbe svegliato nella sua cameretta presso la tavola macchiata d’inchiostro, e avrebbe ripreso la sua letteratura al punto in cui l’aveva lasciata il giorno prima. Oppure, se anche questo era un sogno, l’uomo di guardia lo avrebbe destato; balzando dalla sua cuccetta di bordo, e scosso dal rullìo, egli avrebbe preso la barra, sentito la frescura dei venti alisei accarezzargli le carni, sotto il chiaro sguardo delle stelle tropicali.

Venne il sabato, e il suo precario trionfo di tre ore.

— Credo bene che andrò a bere un bicchiere di birra! — disse Joe, con una voce strana, stonata, che annunziava il coma settimanale.

Martin parve svegliarsi a un tratto. Aprì il sacco di cuoio degli accessorii, oliò le ruote, mise della piombaggine sulla catena, aggiustò il sellino. Joe non era giunto a metà del cammino dal bar, quando Martin l’oltrepassò, curvo sul manubrio, pedalando vigorosamente, evidentemente deciso a divorare i suoi 75 chilometri di polvere e di calore, al più presto possibile. Arrivò a Oakland per dormire, rifece, la domenica, i 75 chilometri del ritorno, e la mattina si rimise al lavoro, stanco.

Ma non aveva bevuto.

Passò la quinta settimana, poi una sesta, durante le quali visse come una macchina; non gli rimaneva altro nell’anima che una specie di scintilla che lo costringeva, alla fine di ogni settimana, a divorare i 150 chilometri, non per riposare, ma per cercare, anzi, di spegnere quella piccola favilla, ultimo vestigio della sua vita passata. Alla fine della settima settimana, contro voglia, ma incapace di resistere, egli scese nel paesetto, con Joe, e bevve l’oblìo e la gioia di vivere sino alla mattina di lunedì.

Poi, un sabato, rifece i 150 chilometri, scacciando la spossatezza causata dallo sforzo eccessivo, con uno sforzo maggiore. Dopo tre mesi, rivisse, e a un tratto, illuminato, vide il bruto ch’egli stava per diventare, non a causa del bere, ma a causa del lavoro. Il bere era un effetto, non la causa, e susseguiva inevitabilmente al lavoro, come la notte sussegue al giorno. Non sarebbe salito col diventare una bestia da soma — gli sussurrò il whisky all’orecchio, — ed egli ne approvò il parere. Il whisky era savio e conosceva bene l’opera sua. Egli chiese carta, una matita, offrì da bere a tutti e, mentre bevevano alla sua salute, si appoggiò al bar e scarabocchiò qualche cosa.

— Un telegramma, Joe, — disse. — Leggi.

Joe lesse con occhio vago comicamente torvo. Ma quel che lesse lo disebriò, facendolo tornare in sè. Guardò Martin con disperazione; delle lacrime gli sgorgarono dagli occhi e gli scesero lungo le gote.

— Non vorrai mica lasciarmi, Mart? — interrogò con voce lamentosa.

Martin fece segno di sì e pregò il garzone di portare il telegramma alla posta.

— Aspetta, — bofonchiò, con la bocca impastata Joe, — lasciami riflettere. — E s’aggrappò al banco, con le gambe tremanti, mentre Martin cingendogli la vita con un braccio, lo teneva in equilibrio.

— Di’: due lavandai! — fece egli bruscamente. — Ecco deciso!

— Perchè vuoi lasciare l’impiego? — domandò Martin.

— Per la stessa ragione tua.

— Ma io vado a imbarcarmi! Tu non ne sai nulla, tu!

— No! — rispose l’altro. — Ma posso andarmene pel mondo, sicuro! sicuro!

Martin lo guardò attentamente un momento, poi esclamò:

— Se non altro, vivrai, vecchio mio! e ti capiterà per la prima volta!

— Sono stato una volta all’ospedale, — corresse Joe. — Era meraviglioso. Tifoide, non te l’ho detto?...

Martin modificò il testo del telegramma, mise «due lavandai», e Joe proseguì:

— All’ospedale non ho mai avuto voglia di bere. Buffo, eh? Ma quando ho stentato come uno schiavo tutta la settimana, bisogna che prenda una sbornia. Non hai osservato che i cuochi bevono come botti? e i fornai anche?... È il lavoro. Non possono fare altrimenti. To’, lasciami pagare metà della spesa pel telegramma...

— Lo giocheremo, — propose Martin.

— Su, da bere a tutti! — gridò Joe, mentre i dadi rotolavano sullo zinco impiastricciato.

La mattina del lunedì, Joe era folle d’impazienza: non badava alla sua emicrania e non s’interessava punto al lavoro. I minuti si perdevano a uno a uno come i capi di un gregge sbandato, mentre il loro guardiano disattento guardava attraverso la finestra il sole e gli alberi.

— Guarda! guarda! — esclamò. — Tutto questo è mio! Entrata libera! Posso coricarmi sotto gli alberi e dormire cent’anni, se mi piace. Su, Mart, filiamo! Perchè aspettare un altro minuto? In carrozza, pel paese della fiamma eterna! Ho il biglietto, e non è un biglietto d’andata e ritorno, te lo giuro!

Pochi minuti dopo, riempiendo la conca di biancheria sporca, Joe scorse la camicia del padrone dell’hôtel, di cui conosceva il segno. In una crisi frenetica d’indipendenza, egli la gettò per terra e la calpestò.

— Vorrei che tu vi fossi dentro, sporco olandesaccio! — urlò. — Dentro e sotto i miei piedi! Piglia su, to’, e quest’altro ancora, sudicione! Tienimi o ne faccio una grossa.

Martin, ridendo, gli fece riprendere il lavoro. Il martedì sera, giunsero i nuovi lavandai, e il resto della settimana passò tra le istruzioni ai successori. Joe, seduto, spiegava il suo metodo, ma non lavorava più.

— Neppure una briciola! — annunziò egli. — Mi fucilino se vogliono, ma, se lo fanno me ne vado _illico!_ Pochissimo per me, grazie tante! A me le strade, i prati e le sieste all’ombra, sotto gli alberi... Coraggio, schiavi! Va bene! benissimo! sfacchinate e sudate! sudate e sfacchinate! E quando sarete morti v’imputridirete come me. Prima di tutto, che importa che voi viviate o no? eh?... dite, che cosa importa?...

Il sabato furono pagati e si salutarono.

— Credi che non valga la pena che ti chieda di mutare idea e di girare il mondo con me? — interrogò Joe disperatamente.

Martin scosse la testa, e s’accinse a inforcar la bicicletta. Si strinsero la mano. Joe trattenne la sua un momento, poi disse:

— Ti rivedrò, Mart: sii saggio! Ti voglio un gran diavolo di bene, sai!...

E come un’ombra desolata, nel mezzo della via, aspettò sinchè Martin non fu sparito nella svolta.

— È un buon diavolo, quel ragazzo, — brontolò, — un buon diavolo.

Poi s’incamminò lentamente verso i pozzi, dove una mezza dozzina di serbatoi attendevano, sul margine, i convogli che salivano.

CAPITOLO XIX.

Ruth e la sua famiglia erano di ritorno, e Martin, dal suo arrivo, li vide spesso. Essa aveva compito gli studî; lui, depresso fisicamente e intellettualmente, non scriveva. Poterono dunque vedersi a loro agio, per la prima volta, e la loro intimità crebbe rapidamente. Dapprima Martin non fece altro che riposare; dormì moltissimo, passò lunghe ore fantasticando, pensando, senza far nulla. Era come un convalescente guarito d’una lunga malattia. Il primo segno della rinascita si verificò il giorno in cui s’interessò nuovamente della lettura dei giornali. Allora ricominciò a leggere novelle frivole, versi, e giorni dopo ripiombò nuovamente, a testa bassa, nella lettura di Fiske tanto negletto. Il suo temperamento e la sua salute eccezionali avevano ripreso il sopravvento, ed egli godeva più che mai delle energie profonde della sua giovinezza.

Ruth, quando seppe che egli, appena riposatosi, avrebbe ripreso la navigazione, non seppe nascondere il suo malumore.

— Perchè fa questo? — disso lei.

— Per guadagnar denaro, — rispose Martin. — Bisogna che mi provveda di nuove risorse, in previsione d’una nuova lotta contro gli editori. Il denaro è l’anima della guerra, specialmente nel caso mio — il denaro e la pazienza.

— Ma se le occorre soltanto del denaro, perchè non è rimasto nella lavanderia?

— Perchè la lavanderia faceva di me un bruto. Un lavoro come quello spinge fatalmente a bere.

— Non mi vorrà dire che lei!... — E lo fissò con occhi spalancati dall’orrore.

Egli avrebbe potuto facilmente eludere la domanda; ma era schietto ed istintivo per natura, e ricordò la risoluzione presa, una volta, di essere sincero a qualunque costo.

— Sì, — rispose, — proprio così. Parecchie volte.

Con un brivido lei si scostò da lui.

— Nessuno degli uomini che mi hanno avvicinata, ha fatto questo.

— Perchè non hanno mai lavorato nella lavanderia delle Acque Termali di Shelley, — fece lui ridendo amaramente. — Il lavoro è una buona cosa, è necessario alla salute umana, come dicono i predicatori; e Dio sa se mi ha fatto mai paura! Ma «il troppo stroppia», dice il proverbio, e la stiratoria esagerava, veramente. Ecco perchè riprendo la navigazione. Credo che sarà il mio ultimo viaggio, giacchè, al ritorno, mi affermerò con le mie opere. Ne sono sicuro.

Lei rimase silenziosa, ostile, ed egli l’osservava malinconicamente, considerando com’ella fosse incapace di capire la sua dolorosa esperienza.

— Un giorno scriverò su «L’avvilimento causato dal lavoro», o «Psicologia del vizio di bere nella classe operaia», qualche cosa di simile.

Mai come in quel momento, dal loro primo incontro, s’erano sentiti così lontani l’una dall’altro. Quella confessione così schietta fatta con uno spirito di ribellione l’aveva disgustata. Il suo abbrutimento la urtava molto più che non la causa diretta di esso; lei dovette riconoscere come e quanto si fosse accostata a lui, e, ammesso questo, la necessità di vedere sino a qual punto la loro intimità potesse consolidarsi. In lei si ridestavano, con un senso di pietà, anche ingenui e idealistici propositi di rieducazione. Essa avrebbe salvato quella frusta giovinezza piena di tanta buona volontà. L’avrebbe salvato dall’influsso maledetto del suo ambiente d’un tempo, a dispetto di lui. Tutto ciò le sembrava frutto d’un nobilissimo stato d’animo, e lei non immaginava neppure che potesse essere semplicemente gelosia e desiderio d’amore.

Fecero molte gite in bicicletta, durante quei deliziosi pomeriggi della fine d’autunno, e laggiù, sulla collina, lessero, ad alta voce, dei versi — ora l’uno ora l’altro di quei nobili poemi che innalzano l’animo. La rinunzia, la pazienza, lo studio, il dovere, l’ordine erano principî ch’essa gli inculcava in quel modo indiretto e che le erano stati inculcati da suo padre, dal signor Butler, e da Andrew Carnegie, che, da povero piccolo emigrante, era poi diventato il gran dispensiere di libri dell’universo.

Martin apprezzava tutto ciò e ne godeva. Ora egli seguiva meglio la mentalità di Ruth, la cui anima aveva cessato di essere un cofano misterioso dalle sorprese sempre nuove. Intellettualmente, egli si sentiva uguale a lei; ma i loro contrasti non turbavano il suo amore, ch’era più forte, più ardente che mai; giacchè egli l’amava per ciò che lei era, e la fragilità fisica di lei ne accresceva il fascino, ai suoi occhi. Egli aveva letto la storia della malattia di Elisabetta Barret, che, dopo aver passato tanti anni a letto, ne fu tratta un giorno da Browning e guarita per forza viva d’amore. E ciò che Browning aveva fatto per Elisabetta, Martin decise di fare per Ruth. Ma bisognava, prima di tutto, che lei lo amasse; egli le avrebbe dato quindi la forza e la salute. Ed egli intravide la loro vita futura; in un ambiente di lavoro e di agiatezza, dove egli e Ruth miglioravano, leggevano versi, parlavano d’arte. Ruth distesa su monticelli di cuscini sparsi. Talvolta lei leggeva ad alta voce; oppure era lui a leggere e lei gli appoggiava il capo sulla spalla. Altre volte contemplavano insieme delle incisioni; poi, siccome anche lei amava la natura, la sua generosa immaginazione mutava l’ambiente delle loro letture. Leggevano in profonde gole, oppure seduti su praterie soleggiate, in montagna; oppure su una distesa di sabbia grigio-perla dove le onde creavano festoni e ghirlande ai loro piedi; oppure lontanissimo, in qualche isola tropicale dove le cascate, versandosi nel mare, si dissolvono in vapori leggeri che tremano e ondeggiano alla minima brezza. Ma sempre, in primo piano, dominavano loro due, Ruth e Martin, come re di quei reami d’eterna bellezza, e al di là del paesaggio naturale, appariva un altro, nebuloso — quello del lavoro, del buon successo, e del danaro guadagnato, che li avevano resi indipendenti dal mondo.

— Raccomando alla mia figlietta d’esser prudente... — disse un giorno la signora Morse a Ruth, con aria piena di reticenza.

— Capisco ciò che vuoi dire; ma è impossibile. Egli non è della mia...

Ruth arrossì d’un rossore di vergine che per la prima volta discute dei problemi sacri della vita, con una madre rispettata.

— ... della tua condizione, — terminò la madre.

Ruth fece segno di sì.

— Non osavo dirlo, ma è così: rude, brutale, forte, troppo forte. Non ha...

Lei esitò ancora, non osando proseguire. Mai aveva parlato d’un argomento simile, con sua madre. E nuovamente questa compì la frase.

— Non ha mai vissuto una vita corretta, vuoi dire.

Ruth approvò e arrossì nuovamente.

— È così, — disse: — la colpa non è sua, ma egli ha scherzato molto col...

— Col fuoco?

— Sì, col fuoco. E mi spaventa. Qualche volta ne ho un vero terrore, quando mi racconta le cose che ha fatte, nel modo più naturale del mondo, come se ciò non avesse alcuna importanza. Ma ne hanno, non è vero?

Erano sedute, l’una fra le braccia dell’altra; e silenziosamente, la madre accarezzò la mano che s’abbandonava, in attesa che lei proseguisse.

— Ma m’interessa follemente. Egli è, insomma, il primo amico che abbia avuto tra gli uomini, cioè, non proprio, il mio amico, ma un protetto e un amico insieme. Qualche altra volta, quando mi fa paura, pare come un bull-dog che m’abbiano dato per trastullo e che mi tiri per la catena, mi mostri i denti e minacci di strappar tutto.

Sua madre attese ancora.

— Mi pare che mi diverta come un bull-dog. Ci sono molte cose buone in lui; ma ce ne sono anche molte altre che non mi piacciono... Vedi, ho riflettuto molto. Egli bestemmia, fuma, beve, dava pugni, — me lo confessa e non se ne rammarica, — come mi ha detto. È insomma ciò che un uomo non dev’essere, un uomo che non vorrei (la sua voce si attenuò in un sussurro) per marito. Eppoi, è troppo atletico. Il mio Principe Azzurro sarà grande, flessuoso, sottile e bruno, pieno d’eleganza e di grazia. No, non c’è pericolo che m’innamori di Martin Eden. Sarebbe la cosa più terribile che potesse accadermi.