Chapter 7
La carovana da mezzo il fianco della montagna s'allungava per più d'un miglio nella pianura. Il primo era il gruppo dell'ambasciata, fra cui spiccava il cappello piumato dell'Ambasciatore e il turbante bianco di Mohammed Ducali; e ai lati e dietro uno sciame di servi a piedi e a cavallo sparpagliati pittorescamente fra i massi e i cespugli della salita. Dietro a questi, venivano su a coppie, a gruppi, a piccole file, ravvolti nelle loro cappe bianche e turchine, curvi sulle loro selle scarlatte, i cavalieri della scorta che presentavano l'immagine d'una gran cavalcata di maschere; e dietro la scorta, la fila interminabile dei muli e dei cavalli, che portavan le tende, le casse, il mobilio, la cucina, i viveri, fiancheggiati da servi e da soldati, gli ultimi dei quali apparivano appena come una punteggiatura bianca e rossa nel verde della campagna. Non si può immaginare come questa processione variopinta, armata, luccicante, animava quella vallata solitaria, che spettacolo bizzarro e festoso presentava! Se in quel momento avessi avuto la virtù di pietrificarla in sull'atto, per poterla contemplare a mio comodo, non so se avrei resistito alla tentazione. Voltandomi per rimettermi in cammino, ebbi un'altra sorpresa--l'Oceano Atlantico--che si stendeva azzurro e queto come un lago a poche miglia dalla montagna. V'era un sol bastimento in vista, vicinissimo alla costa, che navigava verso lo stretto. Il Comandante guardò col cannocchiale: era un bastimento italiano. Quanto avremmo dato per esser visti e riconosciuti!
Dalla Montagna Rossa si discese in un'altra bellissima valle, tutta coperta di fiori, che formavano come tanti tappeti di color lilla, roseo e bianco. Nessuna casa, nessuna tenda, nessuna creatura umana.
L'ambasciatore decise di fare una fermata: scendemmo da cavallo e sedemmo all'ombra d'un gruppo d'alberi; il convoglio dei bagagli seguitò la sua strada.
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Intorno a noi, a pochi passi di distanza, stavano seduti i servi, ciascuno tenendo in mano le briglie d'un cavallo o d'una mula. I pittori tirarono fuori i loro album per fare qualche schizzo. Tempo perso! Appena uno di quegli scamiciati si vedeva guardato, o voltava le spalle o si nascondeva dietro un albero o si tirava il cappuccio sugli occhi. Tre, l'uno dopo l'altro, s'alzarono e se n'andarono brontolando a sedere cinquanta passi più lontano, tirando con sè i loro quadrupedi. Non volevano nemmeno che fossero copiati gli animali. Chi non ha visto il signor Biseo in quei momenti, non ha mai visto in faccia la Stizza. Cercò di farli star fermi pregandoli, canzonandoli, offrendo danaro. Fiato sprecato. Rispondevano facendo cenno di no colla mano, indicando il cielo e sorridendo furbescamente come per dire:--Non siamo così gonzi!--Nemmeno il ragazzo mulatto, nemmeno i soldati della Legazione, cresciuti, si può dire, in mezzo agli Europei, e già quasi famigliari coi due artisti, non vollero permettere che la loro immagine fosse profanata dalla matita cristiana. Il Corano, come tutti sanno, proibisce la rappresentazione della figura umana e degli animali, come un principio o una tentazione all'idolatria. Il signor Biseo fece domandare dall'interprete a uno dei soldati per quale ragione non si voleva lasciar copiare.--Perchè,--rispose,--in quella figura che vuol fare, il pittore non è capace d'infondere l'anima. A che scopo dunque la vorrebbe fare? Dio soltanto può creare degli esseri viventi, ed è un sacrilegio pretendere d'imitarlo.--Fu interrogato il ragazzo mulatto.--Fatemi il ritratto,--egli disse ridendo,--mentre dormo; non me ne importa; non ci avrò colpa io; ma mentre io vedo, mai al mondo.--Allora il Biseo si mise a fare lo schizzo d'uno che dormiva. Tutti gli altri, raggruppati in disparte, stavano attenti, guardando ora il pittore ora il dormiente coi loro grandi occhi stupiti. A un tratto il servo si svegliò, girò gli occhi intorno, capì, fece un atto di dispetto e s'allontanò, mormorando, fra le risa dei compagni che avevan l'aria di dirgli:--Te l'hanno fatta, via; ora sei conciato per le feste.
Ci rimettemmo in cammino e in capo a un'ora circa vedemmo biancheggiare all'orizzonte le tende dell'accampamento.
Un drappello di cavalieri, sbucati non so di dove, ci vennero incontro, di grande carriera, gridando e sparando i loro fucili; a dieci passi da noi, si fermarono; il capo strinse la mano all'ambasciatore; poi si unirono alla scorta. Erano cavalieri del luogo dove sorgeva il nostro accampamento, soldati d'una specie di _landwehr_, che forma la parte più numerosa dell'esercito marocchino (se il complesso delle forze militari del Marocco si può chiamare esercito), ed è composta di tutti gli uomini atti alle armi dai sedici ai sessantanni. Alcuni avevano il turbante, altri un fazzoletto rosso annodato intorno al capo; tutti il caffettano bianco.
Quando arrivammo alla tappa, si alzavano le ultime tende.
L'accampamento era posto sopra un terreno arido e ondulato; da una parte, lontano, si vedeva una catena di monti azzurri; dall'altra, una catena di colline verdognole. A mezzo miglio dalle tende c'erano due gruppi di capanne di stoppia, mezzo nascoste dai fichi d'India.
Ci radunammo tutti sotto una tenda.
Appena eravamo seduti, arrivò correndo un soldato della Legazione, si piantò davanti all'Ambasciatore e disse con voce allegra:--La _mona_!
--Venga,--rispose l'ambasciatore alzandosi.
Tutti ci alzammo.
Una lunga fila di arabi, accompagnati dal Comandante della scorta, dai soldati della Legazione e dai servi, attraversò l'accampamento, si venne a schierare davanti alla nostra tenda e depose ai piedi dell'Ambasciatore una gran quantità di carbone, d'ova, di zuccaro, di burro, di candele, di pani, tre dozzine di galline e otto montoni.
Questo tributo era la _muna_. Oltre i gravi balzelli che pagano in denaro, gli abitanti della campagna sono obbligati a fornire a tutti i personaggi ufficiali, ai soldati del Sultano e alle ambasciate che passano, una certa quantità di viveri e d'altre provvigioni. Il Governo fissa la quantità; ma le autorità locali tassando gli abitanti a loro arbitrio, ne segue che la quantità di roba ricevuta, benchè sempre superiore ai bisogni, non è mai che una piccola parte di quella che è stata estorta un mese prima, o che sarà estorta forse anche un mese dopo il giorno della presentazione.
Un vecchio, che doveva essere un capo di tribù, rivolse, per mezzo dell'interprete, qualche parola ossequiosa all'Ambasciatore. Gli altri, tutti poveri campagnoli vestiti di cenci, guardavano a vicenda noi, le tende e la loro roba,--i frutti del loro sudore sparsi per terra,--con un'aria tra mesta ed attonita, che rivelava una profonda rassegnazione.
Fatta rapidamente la ripartizione della roba fra la mensa dell'ambasciata, la scorta, i mulattieri e i soldati della Legazione, il signor Morteo, ch'era stato nominato quella stessa mattina Intendente generale del campo, diede una mancia al vecchio arabo, questo fece un cenno ai suoi compagni, e tutti ripresero silenziosamente la via delle loro capanne.
Allora cominciò, come doveva poi accadere tutti i giorni, un gran battibecco fra servi, mulattieri e soldati per la ripartizione della _mona_. Era una scena amenissima. Due o tre di loro andavano e venivano per il campo a passi concitati, con un montone fra le braccia, invocando Allà e l'ambasciatore; altri gridavano la loro ragione battendo i pugni in terra; Civo faceva sventolare di qua e di là il suo camicione bianco colla profonda persuasione di esser terribile; i montoni belavano, le galline scappavano, i cani latravano. A un tratto s'alzò l'Ambasciatore e tutto tacque.
Il solo che brontolò ancora qualche momento fu Selam.
Selam era un gran personaggio. Veramente due dei soldati della Legazione portavano questo nome, tutti e due addetti al servizio particolare dell'Ambasciatore; ma come dicendo Napoleone, se non s'aggiunge altro, s'intende Napoleone primo, così fra noi, in viaggio, dicendo Selam intendevamo dir quello solo. Come l'ho sempre vivo dinanzi agli occhi! Lui, Mohammed lo sposo, e l'Imperatore, sono veramente per me le tre figure più simpatiche ch'io abbia viste nel Marocco. Era un giovane bello, forte, svelto e pieno d'ingegno. Capiva tutto a volo, faceva tutto in furia, camminava a salti, parlava a sguardi, era in moto dalla mattina alla sera. Per i bagagli, per le tende, per la cucina, per i cavalli, tutti si rivolgevano a lui; egli sapeva tutto e rispondeva a tutti. Parlava mediocremente lo spagnuolo e sapeva qualche parola d'italiano; ma si sarebbe fatto capir anche coll'arabo, tanto la sua mimica era pittoresca e parlante. Per indicare una collina faceva il gesto d'un colonnello focoso che accenni al suo reggimento una batteria da assalire. Per fare un rimprovero a un servo, gli si precipitava addosso come se l'avesse voluto annientare. Mi rammentava ogni momento Tommaso Salvini nelle parti d'Orosmane e d'Otello. In qualunque atteggiamento si mostrasse, da quando versava l'acqua fredda sulla schiena all'ambasciatore a quando ci passava accanto di galoppo, inchiodato sul suo cavallo castagno, presentava sempre una figura bella, elegante ed ardita. I pittori non si stancavan mai di guardarlo. Portava un caffettano scarlatto e i calzoncini azzurri: si riconosceva alla prima da un'estremità all'altra della carovana. Nell'accampamento non si sentiva gridare che il suo nome. Correva di tenda in tenda, scherzava con noi, urlava coi servi, dava e riceveva ordini, si bisticciava, montava in collera, prorompeva in risa; quand'era in collera pareva un selvaggio, quando rideva pareva un bambino. In ogni dieci parole che dicesse, c'entrava _el señor ministro_. Il signor ministro, per lui, veniva subito dopo Allà e il suo profeta. Dieci fucili appuntati contro il suo petto non l'avrebbero fatto impallidire; un rimprovero non meritato dell'Ambasciatore lo faceva piangere. Aveva venticinque anni.
Finito ch'ebbe di brontolare, venne vicino a me ad aprire una cassa. Mentre si chinava gli cadde il fez e gli vidi sulla testa rasa una larga macchia di sangue. Gli domandai che cos'era. Mi rispose che s'era ferito con uno dei grossi pani di zucchero della _mona_.--L'ho gettato in aria,--mi disse colla più gran serietà,--e l'ho ricevuto sulla testa,--Non capivo: si spiegò.--Faccio così,--mi disse,--per fortificarmi la testa. Le prime volte cascavo in terra tramortito, adesso non verso più che qualche goccia di sangue. Verrà il tempo che non mi scalfirò nemmeno la pelle. Tutti gli arabi fanno lo stesso. Mio padre si rompeva sul cranio dei mattoni spessi due dita, com'io ci romperei un pezzo di pane. Un vero arabo (conchiuse con aria altera, battendosi il pugno sul cocuzzolo) deve avere la testa di ferro.
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L'accampamento, quella sera, presentava un aspetto assai diverso da quello del giorno innanzi. Ognuno aveva già preso le sue abitudini. I pittori avevano rizzato i loro cavalletti davanti alla tenda e dipingevano. Il capitano era andato a osservare il terreno, il vice-console a raccogliere insetti, l'ex-ministro di Spagna alla caccia delle pernici; l'ambasciatore e il comandante giocavano a scacchi sotto la tenda della mensa; i servi si saltavano l'un l'altro appoggiandosi le mani sulle spalle; i soldati della scorta discorrevano seduti in cerchio; degli altri chi passeggiava, chi leggeva, chi scriveva; sembrava che fossimo attendati là da un mese. Se ci fosse stata una piccola stamperia, mi sarebbe saltato il grillo di fondare un giornale.
Il tempo era bellissimo. Si desinò colla tenda aperta, e per tutto il tempo del desinare, i cavalieri di Had-el-Garbia festeggiarono l'ambasciata con cariche clamorose, rischiarate da uno splendido tramonto di sole.
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A tavola sedeva dinanzi a me Mohammed Ducali. Ebbi modo per la prima volta di osservarlo attentamente. Era il vero tipo del ricco moro, molle, elegante e ossequioso; e dico ricco, perchè si diceva che possedesse più di trenta case a Tangeri, quantunque in quel tempo i suoi affari fossero un po' imbrogliati. Poteva avere una quarantina d'anni. Era alto di statura, di lineamenti regolari, bianco, barbuto; portava un piccolo turbante ravvolto in un caïc del più fino tessuto di Fez, che gli scendeva sopra un caffettano di panno amaranto ricamato; sorrideva per far vedere i denti, parlava spagnuolo con una voce femminea, guardava, s'atteggiava e gestiva con una languidezza da innamorato. In altri tempi aveva fatto il negoziante: era stato in Italia, in Spagna, a Londra, a Parigi, ed era tornato al Marocco con idee ed abitudini europee. Beveva vino, fumava sigaretti, portava calze, leggeva romanzi, raccontava le sue avventure amorose. La ragione principale che lo conduceva a Fez era un credito ch'egli aveva col Governo, e sperava, coi buoni uffici dell'ambasciatore, di farsi pagare. Aveva portato con sè la sua tenda, i servi, le mule. I suoi occhi lasciavan capire che, se avesse potuto, avrebbe portato anche le sue donne; ma su quest'argomento serbava il più rigoroso silenzio. Le donne di cui parlava, raccontando le sue avventure, erano europee. L'arèm era anche per lui una cosa sacra. Arrischiai, con parole vaghe, una domanda: mi guardò, sorrise pudicamente e non rispose.
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Dopo desinare, soddisfeci un desiderio vivissimo che avevo già fin prima della partenza da Tangeri; feci un'escursione notturna per l'accampamento.
Fu uno dei più bei divertimenti ch'io abbia avuti nel viaggio.
Aspettai che tutti fossero entrati nelle tende; mi ravvolsi in una cappa bianca del comandante ed uscii in cerca d'avventure.
Il cielo era tutto stellato; le lanterne, fuor che quella appesa in cima all'asta della bandiera, erano spente; in tutto l'accampamento regnava un silenzio profondo.
Adagio adagio, cercando di non inciampare nelle cordicelle delle tende, voltai a sinistra.
Fatti dieci passi, un suono inaspettato mi ferì l'orecchio. Mi arrestai. Mi parve un suono di chitarra. Veniva da una tenda chiusa, che non avevo mai vista, posta fra la nostra e quella dell'ambasciatore, una trentina di passi fuori del cerchio dell'accampamento. Mi avvicinai e tesi l'orecchio. La chitarra accompagnava un filo di voce dolcissima che cantava una canzone araba piena di malinconia. Di chi era quella tenda misteriosa? Che ci fosse dentro una donna? Feci un giro intorno. La tenda era chiusa da ogni parte. Mi stesi in terra per guardare per disotto; chinandomi, tossii; il canto cessò. Quasi nello stesso punto una voce soave, vicinissima a me, domandò:--_Quien es?_ (Chi è?)--Allà mi protegga!--pensai--qui c'è una donna.--Un curioso!--risposi coll'inflessione più patetica della mia voce.... Una risata mi fece eco, e una voce maschile disse in spagnuolo:--Bravo! venga a prendere una tazza di tè!--Era la voce di Mohammed Ducali. Oh delusione! Ma fui subito compensato. S'aperse una porticina e mi trovai sotto una bellissima tenda, rivestita d'una ricca stoffa a fiorami, ornata di finestrine ad arco, rischiarata da una lanterna moresca, profumata di belgiuino, degna per ogni verso di ospitare la più bella odalisca del Sultano. Accanto al Ducali, sdraiato voluttuosamente sopra un tappeto di Rabat, col capo appoggiato sopra un ricco cuscino, stava seduto un suo servo, un giovane arabo d'aspetto gentile e pensieroso, che teneva fra le mani una chitarra. Era lui che cantava. Nel mezzo c'era un vassoio con un bel servizio da tè, da una parte fumava un profumiere. Spiegai al Ducali in che maniera fossi capitato vicino alla sua tenda, rise, mi offerse una tazza, mi fece sonare un'arietta, mi augurò buon viaggio, ed uscii. La tenda si richiuse e mi ritrovai nell'oscurità silenziosa dell'accampamento. Girai intorno a un'altra tenda, dove dormivano gli altri servi del Ducali, e mi rivolsi verso quella dell'ambasciatore.
Davanti alla porta dormiva Selam, disteso sulla sua cappa turchina, colla sciabola vicino al capo.--Se lo sveglio, e non mi riconosce subito,--pensai--m'accoppa! Usiamo prudenza.--M'avvicinai in punta di piedi e misi il capo dentro la tenda. La tenda era divisa in due parti da una ricca cortina: di qua serviva di sala da ricevimento, e v'era un tavolino con tappeto, carta, calamaio, e alcune poltrone dorate; di là dormivano l'ambasciatore e il suo amico ex-ministro di Spagna. Pensai di lasciare il biglietto di visita sul tavolino. M'avvicinai. Un maledetto grugnito mi arrestò. Era Diana, la cagna dell'ambasciatore. Quasi nello stesso punto la voce del padrone domandò:--Chi è?
--Un sicario! mormorai.
Riconobbe subito la mia voce.
--Ferisca--, rispose.
Gli spiegai il motivo della mia visita;--ne rise di cuore, e stringendomi la mano al buio, mi augurò buona fortuna.
Uscendo inciampai in qualcosa che m'insospettì: accesi un fiammifero: era una tartaruga. Guardai intorno e vidi a due passi da me un rospo enorme, che pareva che mi guardasse. Ebbi per un momento la tentazione di rinunziare all'impresa; ma la curiosità vinse il ribrezzo e tirai innanzi.
Arrivai davanti alla tenda dell'Intendente. Mentre mi chinavo per origliare, una figura alta e bianca si alzò fra me e la porta, e disse con accento sepolcrale:--Dorme.--Detti indietro come all'apparizione d'un fantasma. Ma subito mi rincorai. Era un arabo, servo del Morteo da molti anni, che parlava un po' italiano, e che, malgrado la mia cappa bianca, m'aveva riconosciuto a primo aspetto. Come Selam, egli riposava davanti alla tenda del suo padrone, colla sciabola al fianco. Gli diedi la buona notte e continuai la mia strada.
Nella tenda vicina, c'erano il medico e il dracomanno Salomone. Un acuto odore di medicinali l'annunziava a dieci passi all'intorno. V'era il lume acceso. Il dracomanno dormiva; il medico, seduto al tavolino, leggeva. Questo medico, giovane, colto, d'aspetto e di maniere signorili, aveva una particolarità assai curiosa. Nato in Algeri di famiglia francese, vissuto molti anni in Italia, e marito d'una spagnuola, non solo parlava con uguale facilità le lingue dei tre paesi; ma ritraeva egualmente del carattere dei tre popoli, sentiva tre equivalenti amori di patria, era insomma un latino uno e trino, che si sarebbe trovato a casa sua così a Roma, come a Madrid, come a Parigi. Oltre a questo era dotato d'un senso comico finissimo; tanto che senza parlare, senza lasciarsi scorgere, con uno sguardo furtivo, con un leggerissimo movimento delle labbra, rilevava il lato ridicolo d'una persona o d'una cosa in modo da far scoppiare delle risa. Appena mi vide, indovinò la ragione dalla mia presenza, mi offerse un sorso di liquore, e alzando il bicchierino disse sottovoce:--Al felice successo della spedizione!--Coll'aiuto d'Allà!--risposi, e lo lasciai alla sua lettura.
Passai davanti alla gran tenda della mensa: era deserta. Voltai a sinistra, uscii dal cerchio dell'accampamento, passai in mezzo a due lunghe file di cavalli addormentati, e mi trovai in mezzo alle tende della scorta. Tesi l'orecchio: sentii il respiro dei soldati che dormivano. Davanti alle tende erano sparpagliati fucili, sciabole, selle, ciarpe, pugnali, caic e la bandiera di Maometto, come sopra il campo d'una mischia. Guardai la campagna: non si vedeva nessuno. Appena apparivano come due macchie nere ed informi i due gruppi di capanne.
Tornai indietro, passai in mezzo alla tenda del Console d'America e a quella dei suoi servi, tutt'e due chiuse e silenziose; attraversai il piccolo spazio di terreno dov'era piantata la cucina, e superata una barricata di botti, di tegami, di pentole, di brocche, arrivai alla piccola tenda del cuoco.
Con lui dormivano là sotto i due arabi, che gli facevan da sguatteri.
Misi la testa dentro:--era buio. Chiamai il cuoco per nome:--_Gioanin!_
Il poveretto, afflitto dalla mala riuscita d'una frittura, e forse anche inquieto per la vicinanza dei due «selvaggi», non dormiva.
--_A l'è chiel?_ (È lei?) domandò.
--Son io.
Tardò qualche momento a rispondere e poi, voltandosi sul letto, esclamò sospirando:--_Ah! che pais!_
--Coraggio,--dissi--, pensate che fra dieci giorni sarete dinanzi alle mura della grande città di Fez.
Rispose qualche cosa in confuso di cui non afferrai altro che la parola _Moncalieri_; dopo di che rispettai il suo dolore, e tirai innanzi.
Nella tenda accanto v'erano i due marinai: il Ranni, ordinanza del comandante, e Luigi, calafato a bordo del _Dora_, napoletano, un giovanetto[tn127] gentile, sveglio, operoso, che in due giorni s'era cattivata la simpatia di tutti. Avevano il lume acceso e mangiavano. Tendendo l'orecchio, colsi qualche parola del loro dialogo. Era assai curioso. Luigi domandava a chi fossero destinati gli schizzi a matita che facevano i due pittori sui loro album.--Oh bella!--rispose il Ranni--al Re, si capisce.--Così senza colori?--domandò l'altro.--Eh no: tornati che saranno in Italia, prima ci metteranno i colori e poi li manderanno.--Chi sa quanto glieli pagano!--Eh molto, si sa. Magari uno scudo il foglio. Un re non bada ai denari.--Temendo d'essere scoperto e sospettato di spionaggio, rinunziai, mio malgrado, a sentire il seguito, e mi allontanai in punta di piedi.
Uscii un'altra volta dall'accampamento e girai per qualche minuto in mezzo a lunghe file di cavalli e di mule, fra le quali riconobbi, con una dolce emozione, la mia bianca compagna di viaggio, che pareva assorta in profondi pensieri. Uscito di là, mi trovai davanti alla tenda del signor Vincent, francese, domiciliato a Tangeri, uno di quei personaggi misteriosi che han girato tutto il mondo, parlano tutte le lingue e fanno di tutti i mestieri: cuoco, negoziante, cacciatore, interprete, scopritore d'iscrizioni antiche; aggregatosi con tenda e cavallo all'ambasciata italiana in qualità di alto direttore delle cucine, per andare a vendere al governo di Fez delle uniformi francesi comprate in Algeri. Guardai dentro per uno spiraglio. Era seduto sopra un baule in atto meditabondo, con una grossa pipa in bocca, al chiarore d'un moccoletto confitto in una bottiglia. Che strana figura! Mi richiamò alla mente quei vecchi alchimisti dei pittori olandesi, che meditano in fondo alla loro officina, col viso illuminato dal foco dei lambicchi. Curvo, secco, ossoso, pareva che ogni peripezia della sua vita fosse rappresentata da una ruga del suo viso e da un angolo del suo corpo. Chi sa a che pensava! Chi sa che diavolìo di memorie, di viaggi avventurosi, di bizzarri incontri, di pazze imprese, di strani personaggi, gli turbinava nel capo!--Forse anche, invece che a tutto questo, pensava al prezzo d'un paio di calzoni da _turcos_ o alla sua scarsa provvigione di tabacco.--Nel punto che stavo per dirigergli la parola, spense il lume con un soffio e disparve nell'oscurità come un mago.
A pochi passi di là, c'era la tenda del comandante della scorta; un po' più oltre quella del suo primo ufficiale; e più lontano quella del capo dei cavalieri d'Had-el-Garbia.
Queste due erano chiuse; la prima era aperta e vuota.
Nell'atto che ci guardavo dentro, sentii alle mie spalle un passo furtivo, e quasi nello stesso punto una mano di ferro mi afferrò per un braccio. Mi voltai: mi vidi in faccia il generale mulatto.
Appena mi vide, ritirò la mano, dando in una risata, e disse in tuono di scusa:--_Salamu alikum, salamu alikum!_--(La pace sia con voi! la pace sia con voi!)
M'aveva preso per un ladro.
Gli strinsi la mano in segno di riconoscenza e mi rimisi in cammino.
Fatti pochi passi, mi parve di vedere a una certa distanza dalle tende un uomo incappato, seduto in terra, col fucile in mano. Mi venne in mente che fosse una sentinella. Guardai intorno, e vidi infatti che a una cinquantina di passi da quella, ve n'era un'altra, e poi una terza: una catena di sentinelle tutt'intorno all'accampamento. Seppi poi che quella vigilanza non era fatta per timore dell'assalto d'una banda d'assassini; ma per guardare le tende dai ladri della campagna, abilissimi in quel genere di furti, esercitati come sono a depredare le tribù arabe attendate.