Marocco

Chapter 5

Chapter 53,600 wordsPublic domain

In quel momento comparve nel Soc il nostro Incaricato d'affari. Lo vide dall'alto della collina il vice-governatore, gli corse incontro, e lo condusse sotto la sua tenda, dove si radunarono tutti i membri della futura carovana, io compreso. Allora accorsero suonatori e soldati, si formò un grandissimo semicerchio di arabi davanti all'apertura della tenda, gli uomini dinanzi, il sesso gentile, a gruppi, di dietro; e cominciò un concerto indiavolato di danze, di canti, di grida, di fucilate, che durò più di un'ora, in mezzo a un denso nuvolo di fumo, al suono d'una musica spietata, fra gli strilli entusiastici delle donne e dei bambini, con paterna soddisfazione del vice-governatore e nostro vivo piacere. Prima che finissero, l'Incaricato d'affari mise qualchecosa di giallo nelle mani d'un soldato arabo, perchè lo portasse a chi aveva diretto lo spettacolo. Il soldato tornò poco dopo e riferì, tradotto in spagnuolo, il curioso ringraziamento del beneficato:--L'ambasciatore d'Italia ha fatto una buona azione; Allà benedica tutti i peli della sua barba!

La feste durò fino al tramonto. Strana festa! Tre venditori d'acqua pura bastavano a soddisfare i bisogni di tutta quella folla immobile per una mezza giornata sotto i raggi del sole d'Affrica. Un marengo era forse il massimo del denaro messo in giro da quello straordinario concorso di gente. I soli piaceri erano vedere ed udire. Non uno scandalo amoroso, nè un ubbriaco, nè una coltellata! Nulla di comune colle feste popolari dei paesi civili.

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Oltre a godere di tutti questi spettacoli, facevamo, io e i miei futuri compagni di viaggio, delle frequenti passeggiate nella campagna di Tangeri, che non è meno curiosa a vedersi che la città. Intorno alle mura si stende una cintura di giardini e di orti appartenenti la maggior parte ai ministri e ai consoli, quasi tutti trasandati; ma coperti d'una vegetazione meravigliosa. Sono lunghe file di aloè, simili a lancie gigantesche confitte in mezzo a un fascio di enormi daghe ricurve, poichè tale è la forma delle loro foglie; la punta delle quali è usata dagli arabi, colla fibra della foglia medesima, a cucire le ferite. Sono fichi d'India, _kermus del Inde_, come si chiamano in lingua moresca, altissimi, di foglie spesse un pollice, che sporgono sui sentieri fin quasi a impedire il passo; fichi comuni, all'ombra dei quali si potrebbero rizzare dieci tende; quercie, acacie, leandri, arbusti d'ogni forma, che intrecciano i loro rami coi rami degli alberi più alti, e formano coll'edera, le viti, le canne, le siepi, degli ammassi inestricabili di verzura, sotto i quali spariscono fossi e sentieri. In molti luoghi bisogna camminare a tentoni. Si passa da un podere all'altro a traverso le siepi sforacchiate o sopra le cancellate abbattute, in mezzo all'erbe e ai fiori che s'alzano fino alla cintura d'un uomo; e non si vede nessuno. Qualche casetta bianca, mezzo nascosta fra gli alberi, e qualche pozzo a ruota, dal quale, per mezzo di canaletti incrociati, si spande l'acqua per le terre, sono le sole cose che diano indizio di proprietà e di lavoro. Molte volte, se non fosse stato con me il capitano dello stato maggiore, che è una guida abilissima, mi sarei smarrito in mezzo a quella vegetazione scompigliata; e infatti ci occorreva spesso di chiamarci l'un l'altro, come in un labirinto, per non perderci di vista, e godevamo a tuffarci, a nuotare in quell'immenso verde, ad aprirci la via colle mani, coi piedi e colla testa, coll'allegra furia di selvaggi tornati dalla schiavitù alle loro foreste.

Di là da questa cintura di orti e di giardini, non si trovano più nè alberi, nè case, nè siepi, nè alcun indizio di divisione della campagna. Sono colline, vallette verdi e piani ondulati dove pascola qualche raro armento, di cui non si vede il guardiano, e galoppa qualche cavallo sciolto. Una volta sola mi ricordo d'aver visto lavorare la terra. Un arabo stimolava un asino e una capra attaccati a un aratro piccolissimo, di forma bizzarra, costrutto forse come s'usavano quattromil'anni fa; il quale scavava un solco appena visibile in un terreno sparso di sassi e d'erbaccie. Qualcuno mi assicurò d'aver visto più d'una volta attaccato all'aratro un asino e una donna, e questo può dare un'idea dello stato dell'agricoltura nel Marocco. Il solo concime col quale governan la terra è la cenere della paglia che bruciano dopo il raccolto; e la sola cura usata per non stancarne la fecondità è di lasciarvi crescere l'erba per i pascoli il terz'anno, dopo avervi seminato grano e saggina nei primi due. Malgrado questo, la terra s'impoverisce dopo pochi raccolti, e allora i campagnuoli erranti vanno a dissodare nuovi terreni, che abbandonano poi alla loro volta per ritornare agli antichi; e così non è mai coltivata simultaneamente che una piccolissima parte delle terre arabili; di quelle terre che, anche mal coltivate, riportano cento volte la semenza che vi si sparge.

La più bella passeggiata fu quella al capo Spartel, l'_Ampelusium_ degli antichi, che forma l'estremità nord-ovest del continente africano: un monte di pietra bigia, alto trecento metri, tagliato a picco sul mare, e aperto sotto, sin da tempi antichi, in vaste caverne, la maggiore delle quali era consacrata ad Ercole: _specus Herculi sacer_. Sulla sommità di questo monte si alza il faro famoso, eretto da pochi anni, e mantenuto con una espressa contribuzione dalla maggior parte degli Stati d'Europa. Salimmo sulla cima della torre, fin dentro alla grande lanterna, che manda il suo all'erta luminoso alla distanza di venticinque miglia. Di lassù l'occhio spazia su due mari e due continenti. Si vedono le ultime acque del Mediterraneo, e l'immenso orizzonte dell'Atlantico, il mare delle tenebre, _Bar-ed-Dolma_, come lo chiamano gli arabi, che flagella i piedi della roccia. Si vede la costa spagnuola dal capo Trafalgar fino al capo d'Algesira; la costa africana del Mediterraneo fino alle montagne di Ceuta, i _septem fratres_ dei Romani; e lontano, vagamente, lo scoglio enorme di Gibilterra, la sentinella eterna di questa porta del vecchio continente, termine misterioso del mondo antico, diventato _Favola vile ai naviganti industri_.

In queste passeggiate non incontravamo che pochissima gente: per lo più arabi a piedi, che ci passavano accanto senza quasi guardarci, e qualchevolta un moro a cavallo, che doveva essere un personaggio importante o per denaro o per carica, accompagnato da un drappello di servi armati, il quale, passando, ci lanciava uno sguardo sprezzante. Le donne s'imbacuccavano con maggior cura che in città, alcune brontolando, altre voltandoci bruscamente le spalle. Qualche arabo, invece, ci si fermava dinanzi, ci guardava fisso, mormorava alcune parole quasi in tuono di chi domanda un favore e poi tirava innanzi senza voltarsi. Da principio non capivamo che cosa volessero dire. Ci fu poi spiegato che ci pregavano di domandare a Dio una grazia per loro. È una superstizione molto sparsa fra gli arabi che la preghiera dei mussulmani essendo graditissima a Dio, egli suol tardare lungamente ad accordare le grazie che gli domandano, per godere più a lungo il piacere di sentirsi pregare; mentre la preghiera d'un infedele, d'un cane, come un cristiano od un ebreo, gli è tanto molesta, che per liberarsene, l'esaudisce _ipso facto_. Le sole faccie amiche che incontrassimo erano i ragazzi ebrei, che giravano a drappelli, a cavallo agli asini, di collina in collina, e ci gettavano un allegro: _Buenos dias, caballeros!_ passandoci accanto di galoppo.

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Malgrado però[tn79] la vita varia e nuova che menavamo a Tangeri, s'era tutti impazienti di partire, per poter essere di ritorno nel mese di Giugno, prima dei grandi calori. L'Incaricato d'affari aveva mandato un corriere a Fez ad annunziare che l'ambasciata era pronta; ma dovevano passare almeno dieci giorni prima che fosse di ritorno. Notizie private dicevano che la scorta era in viaggio; altre che non era ancora partita; eran tutte voci incerte e contraddittorie, come se quella Fez sospirata non fosse a duecento venti chilometri, ma a duemila miglia dalla costa. E questo, da un lato, ci piaceva, perchè quella passeggiata di quindici giorni prendeva così, nella nostra immaginazione, l'apparenza d'un lungo viaggio, e Fez l'attrattiva d'una città misteriosa. Al quale effetto servivano pure le strane cose che ci dicevano di quella città, del suo popolo e dei pericoli del viaggio, coloro che v'erano stati con altre ambasciate. Ci dicevano che erano stati circondati da migliaia di cavalieri, i quali li salutavano con una tempesta di fucilate a bruciapelo, a rischio d'accecarli; che s'erano sentiti fischiar le palle all'orecchio; che a noi italiani assai più probabilmente sarebbe toccata nel capo, per sbaglio, qualche oncia di piombo, diretta alla croce bianca della bandiera, la quale parrebbe agli arabi un insulto a Maometto. Ci parlavano di scorpioni, di serpenti, di tarantole, di nuvoli di cavallette, di ragni e di rospi enormi che avremmo trovati per la strada e sotto le tende. Ci descrivevano con foschi colori l'entrata delle ambasciate in Fez, in mezzo a un turbinio di cavalli, a un'immensa folla ostile, per strade coperte, oscure, ingombre di rovine e di carcasse d'animali. Ci preannunziavano un monte di malanni durante il soggiorno a Fez: languidezze mortali, dissenterie furiose, reumatismi, zanzare mostruosamente feroci, appetto alle quali erano una vera dolcezza quelle dei nostri paesi. E infine la nostalgia; al qual proposito si parlava d'un giovane pittore di Bruxelles, andato a Fez coll'ambasciata belga, il quale in capo a una settimana era stato preso da una così disperata tristezza, che l'ambasciatore aveva dovuto rimandarlo a Tangeri a marcie forzate, per non vederselo morire sotto gli occhi. Ed era vero. Ma queste notizie non facevano che accrescere la nostra impazienza. Ed io mi ricordavo ridendo d'una certa scappata ironica che m'aveva fatto mia madre, dopo aver tentato inutilmente di distogliermi dal viaggio al Marocco collo spauracchio delle bestie feroci:--Oh poi, in fin dei conti, hai ragione: che importa essere divorati da una pantera? Purchè i giornali lo dicano!

Dopo tutto ciò, è facile immaginare che salto si sia fatto sulle seggiole il giorno che il signor Salomone Aflalo, secondo dracomanno della Legazione, si affacciò alla porta della sala da pranzo, e disse con voce sonora:--È arrivata la scorta da Fez.

Colla scorta erano arrivati i cavalli, i muli, i cammelli, i palafrenieri, le tende, l'itinerario fissato dal Sultano e l'annunzio che si poteva partire.

Bisognava però aspettare ancora alcuni giorni per lasciare un po' di riposo agli uomini e alle bestie.

Le bestie erano state ricoverate alla Casba. Il giorno dopo le andammo a vedere. Erano quarantacinque cavalli, compresi quelli della scorta; una ventina di mule da sella e più di cinquanta mule da carico, alle quali se ne aggiunsero poi molte altre noleggiate a Tangeri; i cavalli piccoli e di forme svelte, come tutti i cavalli marocchini, e le mule robuste; le selle e i basti coperti di panno rosso; le staffe formate da una larga lastra di ferro ripiegata ai due lati, in maniera da sostenere ed abbracciare tutto il piede e servir insieme di sprone e di difesa. Queste povere bestie erano quasi tutte accovacciate, sfinite più che dalle fatiche del viaggio, dall'insufficienza del nutrimento, una parte del quale, forse, era stata secondo l'uso trasformata in metallo dai conducenti. V'eran là alcuni soldati della scorta. Si avvicinarono e cominciarono a parlare, ingegnandosi di farci capire coi gesti che il viaggio era stato faticoso, che avevano patito un gran caldo e una gran sete, ma che grazie ad Allà erano arrivati sani e salvi. Ve n'erano dei neri e dei mulatti, tutti ravvolti nella cappa bianca, uomini alti ed ossuti, faccie ardite, denti ferini, occhiacci che facevano quasi pensare che non sarebbe stata superflua una seconda scorta, schierata fra noi e loro, per tutti i casi possibili. Mentre i miei compagni gesticolavano, io cercai fra le mule quella che aveva negli occhi una più dolce espressione di generosità e di mansuetudine; era una mula bianca colla groppa rabescata; decisi di affidare ad essa la mia vita, e d'allora fino al ritorno, rimasero legate a quella sella tutte le speranze della letteratura italiana nel Marocco.

Di là andammo al _Soc di barra_, dov'erano state piantate le tende principali. Fu un gran piacere per noi il vedere quelle casette di tela dove dovevamo dormire trenta notti in mezzo a solitudini sconosciute, e vedere e sentire tante cose mirabili, e preparare chi una carta geografica, chi una relazione ufficiale, chi un quadro, chi un libro, formando tutti insieme una piccola Italia pellegrinante a traverso l'Impero dei Sceriffi! Erano tende di forma cilindro-conica, alcune grandi tanto da contenere più di venti persone, tutte altissime, di tela doppia, listate di guernizioni turchine e ornate sulla cima di grosse palle metalliche. La maggior parte appartenevano al Sultano, e chi sa quante belle del suo serraglio ci avevan dormito sotto nei viaggi da Fez a Mechinez e da Mechinez a Marocco! In un angolo dell'accampamento, v'era un gruppo di soldati della scorta, a piedi, e dinanzi a loro un personaggio sconosciuto che aspettava il ministro. Era un omo sui trentacinque anni, di aspetto maestoso, mulatto, corpulento, con un gran turbante bianco, la cappa turchina, i calzoncini rossi, e una sciabola col fodero di cuoio e il manico di corno di rinoceronte. Il ministro, arrivato pochi momenti dopo, ce lo presentò. Era il comandante della scorta; un generale dell'esercito imperiale, di nome Hamed Ben Kasen Buhamei, il quale doveva accompagnarci a Fez e riaccompagnarci a Tangeri, e colla sua testa rispondere al Sultano della sicurezza delle nostre. Ci strinse la mano con molta grazia e ci fece dire dall'interprete che sperava si sarebbe fatto un buon viaggio. Il suo viso e le sue maniere mi rassicurarono completamente riguardo ai denti e agli occhi dei soldati che avevo visti alla Casba. Non era bello; ma il suo volto esprimeva un'indole mite e un'intelligenza sveglia. Doveva saper leggere, scrivere e far di conto, essere insomma uno dei più colti generali dell'esercito, se il ministero della guerra gli aveva affidata quella delicata missione. In sua presenza si fece la distribuzione delle tende. Una fu assegnata alla pittura; della più grande, dopo quella dell'ambasciatore, pigliammo possesso il comandante di fregata, il capitano di stato maggiore, il viceconsole ed io, e fin d'allora si previde che sarebbe stata la tenda più chiassosa del campo. Un'altra, grandissima, fu scelta per sala da pranzo. Poi si fissarono quelle del medico, degli interpreti, dei cuochi, dei servi, dei soldati della Legazione. Il Comandante della scorta e i suoi soldati avevano le loro tende a parte. Altre tende si sarebbero aggiunte il giorno della partenza. In somma, c'era da prevedere che sarebbe riuscito un accampamento bellissimo, e io mi sentivo dentro degli accessi precoci di furore descrittivo.

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Il giorno dopo l'Incaricato d'affari andò col comandante di fregata e col capitano a far visita al Rappresentante del governo imperiale, Sidi-Bargas, che esercita in un certo senso l'ufficio di ministro degli affari esteri a Tangeri. Io m'aggregai a loro.

Ero curioso di veder da vicino un ministro degli affari esteri, il quale, se gli stipendi non sono stati accresciuti da vent'anni in qua (cosa poco probabile), riceve dal governo settantacinque lire al mese, compreso il fondo per le spese di rappresentanza; lauto stipendio, nondimeno, appetto a quello dei Governatori, che è solamente di cinquanta. E non è a dire che questa carica sia una _sine cura_ e vi si possa sobbarcare il primo venuto. Il famoso sultano Abd-Er-Rahman, per esempio, che regnò dal 1822 al 1859, non vi seppe trovare altr'uomo adatto che un Sidi-Mohammed-el-Khatib, negoziante di zucchero e di caffè, che pure facendo il ministro continuava a trafficare regolarmente a Tangeri e a Gibilterra. Le istruzioni, infatti, che questo ministro riceve dal suo governo, benchè sieno molto semplici, sono tali da mettere nell'imbarazzo anche il più sottile diplomatico europeo. Un console francese le ha formulate con molta precisione:--a tutte le domande dei consoli, rispondere con promesse;--di queste promesse differire fino al più tardi possibile l'adempimento;--guadagnar tempo;--suscitare difficoltà d'ogni natura ai reclamanti,--fare in modo che, stanchi di reclamare, desistano;--cedere, se minacciano, il meno che si può;--se poi il cannone se ne immischia, cedere, ma non prima del momento supremo. Ma convien dire che dopo la guerra di Spagna, e particolarmente sotto il regno di Mulei-el-Hassen, le cose son molto cangiate.

Salimmo alla Casba, dov'è la casa del ministro. Una schiera di soldati faceva ala davanti alla porta. Si attraversò un giardino, e s'entrò in una sala spaziosa, dove vennero incontro all'Incaricato d'affari il ministro degli esteri e il governatore di Tangeri.

In fondo alla sala v'era un alcova con un sofà e alcune seggiole; in un angolo un letto modestissimo; sotto il letto, un servizio da caffè; le pareti bianche e nude; il pavimento coperto di stuoie.

Sedemmo nell'alcova.

I due personaggi che ci stavano davanti formavano tra loro un contrasto ammirabile. L'uno, Sidi-Bargas, il ministro, era un bel vecchio, colla barba bianca, la carnagione chiara, due occhi d'una vivacità indescrivibile e una gran bocca, sempre sorridente, che lasciava vedere due file di grossi denti bianchi come l'avorio; un viso che rivelava a primo aspetto l'astuzia finissima e l'indole meravigliosamente pieghevole richiesta dalla natura del suo ministero. Gli occhiali, la tabacchiera, certi movimenti cerimoniosi del capo e della mano, gli davan quasi l'aria d'un diplomatico europeo. Si vedeva l'uomo avvezzo a trattare con cristiani, superiore, forse, a molte superstizioni e a molti pregiudizii del suo popolo, un mussulmano di manica larga, un moro inverniciato di civiltà. L'altro, il Caid Misfiui, pareva l'incarnazione del Marocco. Era un omo d'una cinquantina d'anni, di color bronzino, di barba nera, membruto, cupo, taciturno; una faccia che pareva non avesse mai sorriso. Teneva il capo basso, gli occhi a terra, le sopracciglia corrugate; si sarebbe detto che gl'ispiravamo un profondo senso di ripugnanza. Io lo guardavo di sott'occhio, con diffidenza. Mi pareva che quell'uomo non dovesse mai aprir bocca altro che per far rotolare una testa ai suoi piedi. Tutti e due avevano in capo un gran turbante di mussolina ed erano ravvolti dalla testa ai piedi in un caïc trasparente.

L'incaricato d'affari presentò a questi due personaggi, per mezzo dell'interprete, il Comandante di fregata e il capitano. Eran due ufficiali: la presentazione non richiedeva commenti. Presentando me, invece, bisognava spiegare presso a poco che specie di mestiere facessi. L'Incaricato d'affari lo spiegò in termini iperbolici. Sidi-Bargas stette un po' pensando e poi disse alcune parole all'interprete il quale tradusse:

--Sua Eccellenza domanda perchè avendo codesta abilità nella mano, Vostra Signoria la porta coperta. Vostra Signoria dovrebbe levarsi il guanto perchè si potesse vedere la mano.

Il complimento era così nuovo per me che non trovai subito una risposta.

--Non è necessario,--osservò l'Incaricato d'affari,--perchè la facoltà risiede nella mente e non nella mano.

Pareva che fosse tutto detto. Ma quando un moro s'attacca a una metafora, non la lascia così facilmente.

--È vero, fece rispondere sua Eccellenza,--ma la mano essendo lo strumento è anche il simbolo della facoltà della mente.

La discussione si prolungò per qualche altro minuto.

--È un dono d'Allà--conchiuse finalmente Sidi-Bargas.

--Avaro Allà! dissi in cuor mio.

La conversazione durò un pezzo e s'aggirò quasi sempre intorno al viaggio. Fu una lunga citazione di nomi di governatori, di provincie, di fiumi, di valli, di monti, di pianure, che avremmo trovato sul nostro cammino; nomi che mi suonavano all'orecchio come altrettante promesse di avvenimenti meravigliosi, e mettevano in gran moto la mia immaginazione. Che cos'era la Montagna rossa? Che avremmo veduto sulle sponde del Fiume delle Perle? Che omo doveva essere un governatore chiamato Figlio della cavalla? Il nostro Incaricato fece varie domande riguardo alle distanze, all'acqua, all'ombra. Sidi-Bargas aveva tutto sulla punta delle dita, e da questo lato bisogna riconoscere ch'era molto al di sopra di Visconti Venosta, il quale non sarebbe certo in grado di dire a un ambasciatore straniero quante sorgenti d'acqua pura e quanti gruppi d'alberi si trovano sulla strada da Napoli a Roma. Augurò infine un buon viaggio colla formola:--La pace sia sulla vostra strada,--e accompagnò l'Incaricato fin sull'uscio, stringendo la mano a tutti coll'apparenza d'una grande cordialità. Il Caid Misfiui, sempre muto, ci porse la punta delle dita, senza guardarci nel viso.--La mano, veh!--dissi tra me stendendogli la mia;--non la testa.

Eravamo già fuori della sala, quando il ministro ci raggiunse.

--Che giorno partite? domandò al Comm. Scovasso.

--Domenica,--questo rispose.

--Partite lunedì!--disse in tono premuroso Sidi-Bargas.

L'Incaricato gli fece domandare perchè.

--Perchè è giorno di buon augurio!--rispose con serietà,--e fatto un nuovo inchino, disparve.

Sidi-Misfiui, mi fu detto poi, ha tra i Mori la fama di gran dotto, fu maestro del Sultano regnante, ed è, come gli si legge nel viso, un mussulmano fanatico. Sidi-Bargas gode la riputazione più amabile di gran giocatore di scacchi.

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Tre giorni prima della partenza, la stradetta dove dà la porta della Legazione era già affollata di curiosi. Dieci grandi cammelli, che dovevano portare a Fez, prima del nostro arrivo, una parte delle provvigioni di vino, vennero l'un dopo l'altro a inginocchiarsi davanti alla porta per ricevere il carico, e partirono accompagnati da un drappello di servi e di soldati. Dentro la casa, in quegli ultimi tre giorni, raddoppiò il lavoro e il via vai. Ai servi e ai soldati della Legazione s'aggiunsero i servi venuti da Fez. Ad ogni ora del giorno arrivavano provvigioni. La casa pareva un'officina, un magazzino e uno scalo. Si temette un momento che non bastasse il tempo agli apparecchi per poter partire il giorno fissato. Ma la domenica sera, tre di maggio, tutto era pronto, compresa l'asta altissima d'una smisurata bandiera tricolore che doveva sventolare in mezzo alle tende; e la notte poterono essere caricati sulle mule tutti i bagagli, che partirono il lunedì mattina, molte ore prima di noi, affinchè, arrivando la sera alla tappa, trovassimo l'accampamento piantato.

Ricorderò sempre, con una emozione gradevole, quegli ultimi momenti che passammo nel cortile della Legazione prima della partenza.