Marocco

Chapter 22

Chapter 223,832 wordsPublic domain

Oramai non v'è più un angolo di Fez che ci sia sconosciuto; e nondimeno ci par sempre d'essere arrivati il giorno innanzi, tanta è la varietà d'aspetti che ci presenta questa scena grandiosa di mura, di porte, di torri, di rovine; tanto ogni cosa ci ravviva ad ogni momento il sentimento della nostra solitudine; tanto stentiamo ad abituarci ad essere l'oggetto della curiosità universale. E questa curiosità non è punto scemata, benchè ormai tutti gli abitanti di Fez ci abbiano visti e rivisti. È scemata, invece, la diffidenza, e pare anche un poco l'antipatia: i bambini ci si avvicinano e ci toccano i vestiti per sentire di che sostanza sono; le donne ci guardan con occhio torvo, ma non tornan più indietro vedendoci apparir di lontano; le maledizioni son diventate più rare, i soldati non picchian più bastonate, e il pugno toccato dall'Ussi fu, è da sperarsi, il primo ed unico pugno di cui io possa portare la notizia in Italia. E benchè, passeggiando per la città, ci preceda e ci segua sempre una folla fittissima, io credo che potremmo uscir soli senza ombra di pericolo d'essere ammazzati. Già la popolazione, da quanto ci dicono i soldati dell'ambasciata, ci ha messo a tutti, giusta la consuetudine moresca, un sopranome. Il medico è _l'uomo degli occhiali_, il vice-console è _l'uomo del naso forcuto_, il capitano è _l'uomo degli stivali neri_, l'Ussi è _l'uomo del fazzoletto bianco_, il Comandante _l'uomo delle gambe corte_, il Biseo _l'uomo dei capelli rossi_, il Morteo _l'uomo di velluto_, perchè è tutto vestito di velluto, ed io sono _l'uomo della scarpa rotta_, perchè un dolore al piede m'ha costretto a dare un lungo taglio a uno stivaletto. Parlano molto dei fatti nostri, si capisce, e par che dicano che siamo tutti brutte faccie, nessuno escluso, neppure il cuoco, il quale accolse questa notizia con una risata di disprezzo, battendo la mano sopra una tasca del panciotto, dove tiene una lettera della sua amante. E mi pare anche che ci trovino o fingano di trovarci ridicoli, perchè, per istrada, si mettono a ridere con una certa ostentazione ogni volta che uno di noi scivola, o dà del capo nel ramo d'un albero, o perde il cappello. Malgrado ciò, e la varietà delle vedute, questa popolazione tutta d'un colore e senza distinzione apparente di ceto, questo non sentir mai altro rumore che un eterno fruscìo di pantofole e di cappe, queste donne velate, queste case cieche e mute, questa vita piena di mistero finisce per tediar mortalmente. Gli abitanti son vivi, la città è morta. Al tramonto del sole bisogna rientrare in casa e non si può più uscire. Col calar della notte, cessa ogni commercio, ogni movimento, ogni segno di vita; Fez non è più che una vasta necropoli, dove se si sente per caso una voce umana, è l'urlo d'un pazzo o il grido d'un assassinato; e chi volesse andare a zonzo a ogni costo, dovrebbe farsi scortare da una pattuglia coi fucili carichi e da un drappello di falegnami, i quali ogni trecento passi buttassero giù una porta che sbarra la strada. Di giorno poi la città non somministra altra novità che qualche donna trovata morta in mezzo alla via con una pugnalata nel cuore, la partenza d'una piccola carovana, l'arrivo d'un governatore o sotto-governatore di provincia che venne gettato in fondo a un carcere, la bastonatura di qualche pezzo grosso, una festa in onore d'un Santo di cui sentiamo le fucilate dal palazzo, e altre cose simili, annunziate per lo più da Mohammed Ducali o dal Scellal, che sono i nostri due giornali quotidiani ambulanti. E queste notizie, e quello che vedo ogni giorno, e la vita singolarissima che vivo qui, mi danno poi nella notte dei sogni così stranamente intricati di teste recise, di deserti, d'arem, di prigioni, di Fez, di Tumbuctù, di Torino, che la mattina mi sveglio con un caos inesprimibile nella testa, e per qualche momento non raccapezzo più in che mondo mi sia.

* * * * *

Di quante figure belle, grottesche, orribili, buffe, stranissime, mi rimarrà la memoria per tutta la vita! Ne ho la testa affollata, e quando son solo me le faccio passare dinanzi ad una ad una, come le figure d'una lanterna magica, con un piacere che non so esprimere. Passa Sid Buker, il personaggio misterioso che viene tre volte al giorno, ravvolto in una gran cappa biancastra, colla testa bassa, cogli occhi socchiusi, pallido come un morto, furtivo come uno spettro, a conferire segretamente coll'Ambasciatore; e svanisce a modo di una figura fantasmagorica, senza che nessuno se n'accorga. Passa il servo favorito di Sid-Mussa, un giovane mulatto bellissimo, grazioso come una fanciulla, elegante come un principe, fresco e sorridente, che sale e scende le scale saltellando e ci saluta con una certa civetteria inchinandosi profondamente e stendendo una mano in atto di mandare un bacio. Passa un soldato di guardia, un berbero, nato sulle montagne dell'Atlante, una faccia sanguinaria che non posso guardare senza fremere, e mi figge negli occhi, ogni volta che mi vede, uno sguardo immobile, freddo, perfido, come se meditasse d'uccidermi; e più lo sfuggo e più l'incontro, e par che indovini il ribrezzo che m'ispira e ci provi un satanico piacere. Passa una vecchia decrepita, che ho vista sulla porta d'una moschea, nuda da capo a piedi, fuor che un cencio intorno ai fianchi, colla testa rasa come la palma della mano e il corpo disfatto a segno che mi strappò un'esclamazione d'orrore e rimasi per lungo tempo col sangue sossopra. Passa una mora briccona, che rientrando in casa, mentre noi passavamo dinanzi alla sua porta, buttò giù in fretta e in furia, nell'atto di chiudere, il caic che la copriva, ci lasciò intravvedere il suo bel corpo diritto e tornito, e saettandoci un'occhiata sfavillante di mille vezzi, chiuse. Passa un bottegaio vecchissimo, una faccia tra spaventosa e ridicola, curvo tanto che, stando seduto in fondo alla sua nicchia oscura, si tocca quasi i piedi col mento; e tiene aperto un occhio solo, appena visibile; e ogni volta che passando dinanzi alla sua bottega, lo guardo, quell'occhio gli si apre smisuratamente e brilla d'un sorriso beffardo indefinibile, che mi mette non so che inquietudine nel cuore. Passa una bellissima morina di dieci anni, coi capelli sciolti giù per le spalle, vestita d'una camicia bianca stretta alla vita da una ciarpa verde, la quale spenzolandosi dal parapetto d'una terrazza per saltare sulla terrazza di sotto, la camicia le si attaccò alla punta d'un mattone e restò su, lasciando molti segretini all'aria aperta; ed essa, che sapeva d'esser guardata dal palazzo dell'Ambasciata, e non poteva più nè risalire nè scendere, si mise a strillare come una disperata, e tutte le donne della casa accorsero smascellandosi dalle risa. Passa un mulatto gigantesco, pazzo, che tormentato dall'idea fissa che i soldati del Sultano lo cerchino per tagliargli una mano, fugge per le strade come una fiera inseguita, agitando convulsivamente il braccio destro, come se glie l'avessero già mutilato, e mette ululati spaventosi che risuonano da un quartiere all'altro della città. Passano molti e molti altri; ma quello che s'arresta più lungamente, è un nero di cinquant'anni, servo del palazzo, alto poco più e largo poco meno d'un metro, un cor contento, che sorride sempre cacciando tutta la bocca verso l'orecchio destro; la più grottesca, la più spropositata, la più imperiosamente ridicola figura che sia mai comparsa sotto la cappa del cielo; ed ho un bel mordermi le dita, e dirmi che è ignobile il ridere delle deformità umane, e farmi vergogna in mille maniere;--è inutile,--è un riso che vince le mie forze,--ci dev'esser dentro qualche intenzione misteriosa della Provvidenza,--bisogna che scoppi! E Dio mi perdoni: mi venne più volte l'idea di comprarlo per farmene una pipa.

* * * * *

Essendo vicino il giorno della partenza, i negozianti accorrono in folla al palazzo e si compra a furia. Le stanze, il cortile e la galleria hanno preso l'aspetto d'un grande bazar. Per tutto lunghe file di vasi, di babbuccie ricamate, di vassoi, di cuscini, di tappeti, di caic. Quanto v'è in Fez di più dorato, di più arabescato, di più caro assaettato, ci è passato sotto gli occhi in questi giorni. E bisogna vedere come vendono costoro, senza proferire parola, senza lasciarsi sfuggire un sorriso, non accennando che sì o no colla testa, e andando via, abbiano o non abbian venduto, colla stessa faccia d'automi con cui sono venuti. Fra tutte, è bella a vedersi la stanza dei pittori, convertita in una gran bottega di rigattiere, piena di selle, di staffe, di fucili, di caffettani, di ciarpe lacere, di terraglia, di orecchini barbareschi, di vecchie cinture da donna, venute Dio sa di dove, che hanno forse sentito molte volte la stretta amorosa delle braccia imperiali, e forse l'anno venturo luccicheranno in un quadro magistrale alla mostra di Napoli o di Filadelfia. Un solo genere manca, e sono gli oggetti d'antichità, ricordi dei varii popoli che conquistarono o colonizzarono il Marocco; e benchè si sappia che sovente se ne trovano sotto terra o fra le rovine, non c'è mezzo d'averne, poichè ogni oggetto scoperto dovendo essere portato alle Autorità, chi scopre, tien nascosto, e le Autorità, non conoscendone il valore, distruggono o vendono come materia inutile il poco che ricevono. Così, anni sono, un cavallo ed alcune statuette di bronzo trovate in un pozzo vicino ai resti d'un acquedotto, furon rotte e vendute come vecchio rame a un rigattiere israelita.

* * * * *

Oggi ho fatto con un negoziante di Fez una viva discussione, coll'intento di scoprire quello che pensano i mori della civiltà europea; e per questo non mi affannai a ribattere i suoi argomenti se non quanto era necessario per dargli spago. È un bel moro sui quarant'anni, di fisonomia onesta e severa, che visitò, per affari di commercio, le principali città dell'Europa occidentale, e stette lungo tempo a Tangeri dove imparò un po' di spagnuolo. Già nei giorni scorsi avevo scambiato con lui qualche parola a proposito d'un piccolo pezzo di stoffa intessuto di seta e d'oro di cui pretendeva la bellezza di dieci marenghi. Ma oggi toccandolo sull'argomento dei suoi viaggi, gli attaccai una[tn408] parlantina di cui i suoi compagni stessi, che ascoltavano senza capire, rimasero stupiti. Gli domandai dunque che impressione gli avessero fatta le grandi città europee non aspettandomi peraltro di sentire grandi espressioni di meraviglia, perchè sapevo, come tutti sanno, che dei quattro o cinquecento negozianti marocchini che vanno ogni anno in Europa, la maggior parte ritornano nel loro paese più stupidamente fanatici di prima, quando non ritornano più viziosi e più birbanti; e che se tutti rimangono stupiti dello splendore delle nostre città e delle meraviglie delle nostre industrie, nessuno però ne rimane scosso nell'anima, acceso nella mente, spronato a fare, a tentare, a imitare; nessuno intimamente persuaso della inferiorità complessiva del paese proprio; e nessunissimo, poi, se anche avesse questi sentimenti s'arrischierebbe ad esprimerli, e tanto meno a cercar di diffonderli, per paura di tirarsi addosso l'accusa di mussulmano rinnegato e di nemico del suo paese.

--Che cosa avete da dire--gli domandai--delle nostre grandi città?

Mi guardò fisso e rispose freddamente:

--Strade grandi, belle botteghe, bei palazzi, belle officine.... e tutto pulito.

Con ciò parve che avesse detto tutto quello che aveva da dir d'onorevole per noi.

--Non ci avete trovato altro di bello e di buono?--domandai.

Mi guardò come per domandarmi alla sua volta che cosa pretendevo ch'egli ci avesse trovato.

--Ma possibile--(mi stizzii)--che un uomo ragionevole come voi siete, che ha visto dei paesi così meravigliosamente diversi e superiori al suo, non ne parli almeno con stupore, almeno colla vivacità con cui il ragazzo d'un _duar_ parlerebbe del palazzo d'un pascià? Ma di che cosa vi meravigliate dunque al mondo? Che gente siete? Chi vi capisce?

--_Perdóne Usted_,--rispose freddamente;--io vi rispondo che non capisco voi. Quando v'ho detto tutte le cose nelle quali credo che siate superiori a noi, che volete che vi dica di più? Volete che vi dica quello che non penso? Vi dico che le vostre strade sono più grandi delle nostre, che le vostre botteghe sono più belle, che avete delle officine che noi non abbiamo, che avete dei ricchi palazzi. Mi par d'aver detto tutto. Dirò ancora una cosa: che sapete più di noi perchè avete dei libri e leggete.

Feci un atto d'impazienza.

--Non v'impazientate, _caballero_;--ragioniamo tranquillamente. Voi convenite che il primo dovere d'un uomo, la prima cosa che lo rende stimabile, e quella in cui importa massimamente che un paese sia superiore agli altri paesi, è l'onestà; non è vero? Ebbene, in fatto d'onestà io non credo in nessuna maniera che voi altri siate superiori a noi. E una.

--Adagio. Spiegatemi prima che cosa intendete di dire con questa parola onestà.

--Onestà nel commercio, _caballero_. I mori, per esempio, nel commercio, ingannano qualche volta gli europei; ma voi altri europei ingannate molto più spesso i mori.

--Saranno casi rari--risposi, per dir qualche cosa.

--_Casos raros?_--esclamò accendendosi. Casi di tutti i giorni!--(E qui vorrei poter riferire tale e quale il suo linguaggio rotto, concitato e infantile). Prove! Prove! Io a Marsiglia. Sono a Marsiglia. Compro cotone. Scelgo il filo, grosso così. Dico:--questo numero, questo bollo, tanta quantità, mandate.--Pago, parto, arrivo al Marocco, ricevo cotone, apro, guardo, stesso numero, stesso bollo.... filo tre volte più piccolo! non serve a niente! migliaia di lire perdute! Corro al Consolato.... niente. _Otro._ Un altro. Mercante di Fez ordina Europa panno turchino, tanti pezzi, tanto larghi, tanto lunghi, convenuto, pagato. Riceve il panno, apre, misura: primi pezzi, giusti; sotto, più corti; gli ultimi, mezzo metro meno! Non servono più alle cappe, mercante rovinato. _Otro, otro._ Mercante di Marocco ordina, Europa, mille metri gallone d'oro per ufficiali e manda denaro. Gallone viene, tagliato, cucito, portato.... rame! _Y otros, y otros, y otros!_--Ciò detto alzò il viso al cielo, e poi, rivolgendosi vivamente verso di me:--Più onesti voi?

Ripetei che non potevano essere che casi eccezionali: non rispose.

--Più religiosi voi?--domandò poi bruscamente.--No!

E dopo qualche momento:--No! Basta essere entrati una volta nelle vostre _moschee_.

--Ora dite,--soggiunse poi, incoraggiato dal mio silenzio;--nei vostri paesi, succedono meno _matamientos_? (uccisioni).

Qui sarei stato imbarazzato a rispondergli. Che cosa avrebbe detto se io gli avessi confessato che soltanto in Italia si commettono tremila omicidi all'anno, e che ci sono novantamila prigionieri tra condannati e da giudicarsi?

--Non credo,--disse, leggendomi negli occhi la risposta.

Non sentendomi sicuro su questo terreno, lo attaccai coi soliti argomenti sulla quistione della poligamia.

Saltò su come se l'avessi scottato;

--Sempre questo!--gridò facendosi rosso fino alle orecchie.--Sempre questo! Come se voi aveste una donna sola! E ce lo volete far credere! Una sola è vostra, ma ci son poi quelle _de los otros_, e quelle che sono _de todos y de nadie_, di tutti e di nessuno. Parigi! Londra! Caffè pieni, strade piene, teatri pieni. _Verguenza!_ E rimproverate i Mori?

Dicendo questo, stropicciava con mano tremante il suo rosario, e si voltava di tratto in tratto per farmi capire, con un leggero sorriso, che non mi avessi a male del suo sdegno, perchè egli non l'aveva con me; ma coll'Europa.

Vedendo che in questa quistione se la pigliava troppo a cuore, sviai il discorso, e gli domandai se non riconosceva le maggiori comodità della nostra maniera di vivere. Qui fu comicissimo. Aveva degli argomenti preparati.

--È vero,--rispose con un accento ironico;--è vero... Sole? Ombrello. Pioggia? Paracqua. Polvere? Guanti. Camminare? Bastone. Guardare? Occhialino. Passeggiare? Carrozza. Sedere? Elastico. Mangiare? Strumenti. Una scalfittura? Medico. Morto? Statua. Eh! di quante cose avete bisogno! Che uomini, _por Dios_! Che bambini!

Insomma, non me ne voleva passar una. Trovò persino a ridere sull'architettura.

--Che! Che!--rispose quando gli parlai dei comodi delle nostre case.--State trecento in una casa sola, gli uni sugli altri, e poi salire, salire, salire--e manca aria e manca luce e manca giardino.

Allora gli parlai di leggi, di governo, di libertà, e cose simili; e siccome era un uomo perspicace, mi parve d'esser riuscito, se non a fargli capire tutta la differenza che, sotto questi aspetti, corre fra il suo paese e il nostro; almeno a fargliene brillare alla mente un barlume. Visto che non poteva tenermi fronte su quel soggetto cangiò improvvisamente il discorso, e guardandomi da capo a piedi, disse sorridendo:

--_Mal vestidos._ (Mal vestiti).

Gli risposi che il vestito importava poco, e gli domandai se non riconosceva la nostra superiorità anche in questo, che, invece di star tante ore oziosi colle gambe incrociate sopra una materassa, noi impieghiamo il tempo in mille maniere utili e divertenti.

Mi diede una risposta più sottile che non m'aspettassi. Disse che non gli pareva buon segno questo aver bisogno di far tante cose per passare il tempo. La vita per sè sola è dunque un supplizio per noi, che non possiamo stare un'ora senza far nulla, senza distrarci, senza affannarci a cercare divertimenti? Abbiamo paura di noi stessi? Abbiamo qualche cosa dentro che ci tormenta?

--Ma vedete,--dissi--che spettacolo triste presentano le vostre città, che solitudine, che silenzio, che miseria. Siete stato a Parigi? Paragonate un po' le strade di Parigi colle strade di Fez.

Qui fu sublime. Saltò in piedi ridendo, e più coi gesti che colle parole fece una descrizione canzonatoria dello spettacolo che presentano le strade delle nostre città. Va, vieni, corri; carri di qui, carrette di là; un rumore che stordisce, gli ubbriachi che barcollano, i signori che si abbottonano il soprabito per paura dei borsaiuoli; a ogni passo una guardia che guarda intorno come se a ogni passo ci fosse un ladro; i bambini e i vecchi che ogni momento corron rischio d'essere schiacciati dalle carrozze dei ricchi; le donne sfrontate, e persino bambine, orrore! che lanciano occhiate provocanti, urtano i giovani col gomito e fanno mille smancerie; tutti col sigaro in bocca; da ogni parte gente che entra nelle botteghe a mangiucchiare, a ber liquori, a farsi lisciare i capelli, a specchiarsi, a inguantarsi; e i zerbinotti piantati davanti ai caffè che dicono delle parole nell'orecchio alle donne degli altri che passano; e che maniera ridicola di salutare e di camminare in punta di piedi, dondolandosi, saltellando; e poi, Dio buono, che curiosità di femminuccie!--E toccando questo tasto pigliò la stizza e disse che un giorno, in una piccola città d'Italia, essendo uscito vestito da moro, si radunò in un momento una gran folla, e tutti gli correvano dietro e davanti gridando e ridendo, e quasi non lo lasciavano camminare, tanto ch'egli dovette ritornare alla locanda e cangiar vestito.--Ed è così che si fa nei vostri paesi? mi domandò.--Che si faccia qui, si capisce, perchè non si vedon mai dei cristiani; ma nei vostri paesi dove si sa come siamo vestiti, perchè ci sono i quadri, e mandate qui i pittori colle macchine e coi colori a farci i ritratti; fra voi che sapete tutto non vi pare che non dovrebbero accadere queste cose?

Fatto questo sfogo, mi sorrise cortesemente come per dire:--Ciò non toglie che noi due siamo amici.

Cadde poi il discorso sulle industrie europee, sulle strade ferrate, sul telegrafo, sulle grandi opere d'utilità pubblica; e di questo mi lasciò parlare senza interrompermi, assentendo anzi, di tratto in tratto, con un cenno del capo. Quand'ebbi finito, però, mise un sospiro e disse:--Infine poi... a che servono tante cose se dobbiamo tutti morire?

--Insomma,--conclusi,--voi non cangereste il vostro stato col nostro!

Stette un po' pensando e rispose:

--No, perchè voi non vivete più di noi, nè siete più sani, nè più buoni, nè più religiosi, nè più contenti. Lasciateci dunque in pace. Non vogliate che tutti vivano a modo vostro e sian felici come volete voi. Rimaniamo tutti nel cerchio che Allà ci ha segnato. Con qualche fine Allà ha disteso il mare fra l'Africa e l'Europa. Rispettiamo i suoi decreti.

--E credete,--domandai,--che rimarrete sempre quello che siete? che a poco a poco non vi faremo cangiare?

--Non lo so,--rispose.--Voi avete la forza, voi farete ciò che vorrete. Tutto quello che deve accadere, è già scritto. Ma qualunque cosa accada, Allà non abbandonerà i suoi fedeli.

Ciò detto, mi prese la destra, se la strinse sul cuore e se n'andò a passi maestosi.

* * * * *

Stamattina, al levar del sole, sono stato a vedere la rassegna del presidio di Fez, che il Sultano fa tre volte la settimana, nella piazza dove ricevette solennemente l'Ambasciata.

Uscendo dalla porta della Nicchia del burro, ebbi un primo saggio delle manovre dell'artiglieria. Uno stuolo di soldati, vecchi, di mezza età e ragazzi, tutti vestiti di rosso, correvano dietro a un cannoncino tirato da una mula. Era uno dei dodici cannoni di campagna che il governo spagnuolo regalò al Sultano Sid-Mohammed dopo la guerra del 1860. Di tratto in tratto la mula scivolava o deviava o s'arrestava, e tutta quella ragazzaglia si metteva a urlare e a picchiare, ballando e sghignazzando, come se conducesse un carro da carnevale. In un tragitto di cento passi, si saranno fermati dieci volte. Ogni momento seguiva un'avaria: ora cadeva il secchiolino, ora lo scovolo, ora non so che altro; poichè tutto era appeso all'affusto. La mula andava innanzi a zig zag, a suo capriccio, o piuttosto dove la spingeva il cannone scendendo impetuosamente dai rialti del terreno; tutti davano ordini, nessuno obbediva; i grandi scappellottavano i piccoli, i piccoli scappellottavano i piccolissimi, e questi si scappellottavano fra loro; e il cannone rimaneva presso a poco allo stesso posto. Era una scena che avrebbe messo la febbre terzana al generale Lamarmora.

Sulla riva sinistra del Fiume delle perle, v'erano circa due mila soldati di fanteria, parte sdraiati per terra, parte ritti in crocchi. Nella piazza, chiusa tra il fiume e le mura, tirava al bersaglio l'artiglieria; quattro cannoni, dietro ai quali stava un gruppo di soldati, e ritta in mezzo a loro una figura alta e bianca,--il Sultano,--di cui però, dal luogo dov'ero, discernevo appena i contorni. Mi parve che di tratto in tratto parlasse agli artiglieri in atto di dar consigli. Dalla parte opposta della piazza, vicino al ponte, v'era un gruppo di mori, d'arabi, di neri, uomini e donne, gente di città e gente di campagna, signori e pezzenti, tutti stretti in un gruppo, che aspettavano, mi fu detto, d'esser chiamati ad uno ad uno dinanzi al Sultano, a cui dovevano chieder favori o giustizia; poichè[tn419] il Sultano dà udienza tre volte la settimana a chiunque faccia domanda di parlargli. Parte di quella povera gente era forse venuta da città o da terre lontane a lagnarsi delle angherie dei governatori o a domandar grazia per i loro parenti sepolti in un carcere. V'erano donne cenciose e vecchi cadenti; tutti visi stanchi e tristi, su cui si leggeva il desiderio impaziente e insieme la paura di dover comparire dinanzi al Principe dei Credenti, al giudice supremo, che avrebbe in pochi momenti, con poche parole, deciso forse della sorte di tutta la loro vita. Non mi parve che avessero nulla nelle mani o ai loro piedi, e per questo credo che il Sultano regnante abbia tolto l'uso, che c'era altre volte, di accompagnare ogni domanda con un regalo; il quale non veniva sdegnato, qualunque fosse, ed era qualche volta un paio di polli o una dozzina d'ova.