Chapter 19
Siamo saliti sulla cima del monte Zalag, il comandante, l'Ussi ed io, guidati dal capitano di Boccard, carissimo giovane, ugualmente ammirabile per la destrezza del corpo, per la forza dell'animo e per l'acume dell'ingegno. Ci accompagnarono un ufficiale della scorta, tre fantaccini, tre cavalieri e tre servi. Arrivati ai piedi del monte, che è a un'ora e mezzo di cammino a nord-est della città, ci arrestammo per far colezione; dopo di che il capitano mise una mela sulla cima d'un bastone confitto in terra, e sulla mela uno scudo, e fece tirar a segno colla sua rivoltella servi e soldati. Il premio era ghiotto; tirarono tutti con grande impegno; ma essendo la prima volta che pigliavano in mano quell'arma, nessuno colpì, e lo scudo fu regalato all'ufficiale perchè lo dividesse fra tutti. C'era da ridere a vedere gli atteggiamenti che prendevano per aggiustare la mira. Chi rovesciava la testa indietro, chi si curvava tutto avanti, chi premeva il mento sul cane, chi si metteva in guardia come un tiratore di sciabola. Abituati tutti agli atteggiamenti terribili, nessuno sapeva adattarsi all'atteggiamento composto e riposato, che il capitano insegnava. Un soldato venne a domandarci se volevamo dare la mancia a una contadina dalla quale egli aveva preso un vaso di latte per noi. Gli si rispose di sì, ma a patto che la contadina stessa venisse a pigliarla. La contadina venne. Era una donna sui trent'anni, nera, disfatta, coperta di cenci, che avrebbe ispirato ripugnanza anche a un uomo affetto dalla più cieca satiriasi. S'avvicinò a passo lento, coprendosi il viso con una mano, e arrivata a cinque passi da noi, ci voltò le spalle e tese l'altra mano. Quanto si stizzì il Comandante!--Stia tranquilla,--gridò,--non m'innamoro, non perdo la testa, mi posso ancora dominare: Dio de' dei, che spaventoso pudore!--Le mettemmo una moneta nella mano, raccolse il vaso del latte, prese la corsa verso la sua capanna, e arrivata sulla porta, spezzò il vaso profanato contro un sasso.... Cominciammo la salita, a piedi, accompagnati da una parte della scorta. Il monte è alto circa mille metri sopra il livello del mare, roccioso, ripidissimo, senza sentieri. In pochi minuti il capitano disparve fra le roccie; ma per il Comandante, l'Ussi e me, fu una delle dodici fatiche d'Ercole. Avevamo ciascuno un arabo al fianco, che ci sorreggeva e c'indicava dove mettere il piede; il che non c'impedì di battere molte patte sui pietroni, rammentando con terrore le due prime strofe del _Natale_ d'Alessandro Manzoni. In alcuni punti fummo costretti ad arrampicarci come gatti, aggrappandoci ai cespugli e all'erbe, strisciando sulle roccie, raspando, sgambettando, afferrando le braccia delle nostre guide come il naufrago afferra la tavola di salvamento. Di tratto in tratto vedevamo sopra di noi qualche capra che pareva sospesa sulle nostre teste, tanto era erta la salita; e i sassi, appena tocchi, rotolavano fino ai piedi del monte. Coll'aiuto di Dio, dopo un'ora di stenti, riuscimmo sulla cima, sfiniti, ma senza rotture. Che bellezza di veduta! Giù nel fondo la città, una piccola macchia bianca della forma d'un otto, circondata di mura nere, di cimiteri, di giardini, di case di santo, di torri, e tutta la conca verdissima che la contiene; a sinistra una lunga striscia luccicante, il Sebù; a destra, la grande pianura di Fez, rigata d'argento dal Fiume delle perle e dal Fiume della fontana azzurra; a mezzogiorno, le cime azzurrine della gran catena dell'Atlante; a settentrione, le vette delle montagne del Rif; ad oriente, la vasta pianura ondulata dove è la fortezza di Teza, che chiude il passo fra il bacino del Sebù e il bacino della Muluia; sotto di noi, grandi ondulazioni di terreno, gialle di grano e d'orzo, segnate da innumerevoli sentieri, percorse da lunghissimi filari di aloè giganteschi; una grandezza di linee, una magnificenza di verde, una limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l'anima. Chi direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito, incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città, pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all'uscita d'una piccola gola, mi trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant'anni, d'aspetto truce, armato d'un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore, invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con una mano e accarezzando la propria barba coll'altra, disse due o tre volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d'aver risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l'ufficiale della scorta che sa qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva quell'uomo. Chi l'avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così _ex abrupto_ perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e tre alla distanza d'una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci chiamavamo l'un l'altro ad alta voce, ed era la prima volta che sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più bizzarra maniera:--_Isi! Amigi!_--A un certo punto l'ufficiale disse bruscamente:--_Scut!_ (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della Tunisia, sentiva il bisogno dell'ombra; per cui, dato un ultimo sguardo alle cime dell'Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe un'amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare in città, era chiusa!--Entriamo per un'altra,--disse il Comandante.--Son tutte chiuse,--rispose l'uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l'ora della preghiera, si chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell'ora, che, non si sa in qual anno, i cristiani s'impadroniranno con un colpo di mano del loro paese. Bisognò dunque aspettare che fosse aperta la porta. E appena entrammo, ci toccò un complimento fiorito. Una vecchia ci mostrò il pugno a un per uno borbottando alcune parole. Domandai all'uffiziale che cosa significavano.--Nulla, nulla,--rispose;--è una sciocca. Insistetti, assicurandolo che, qualunque cosa avesse detto, non me ne avrei avuto per male.--Ebbene,--disse allora l'ufficiale sorridendo;--è un modo di dire del paese: gli ebrei all'uncino, i cristiani.... allo spiedo.
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Il medico ha operato un malato di cateratta, _coram populo_, nel giardino del palazzo. C'era una folla di parenti, d'amici, di soldati, di servi, parte disposti in circolo intorno al malato, gli altri in una lunga fila che dal luogo dell'operazione si stendeva fino alla porta di strada, dove un'altra folla stava aspettando. Il malato era un vecchio moro cieco affatto da più di tre anni. Al momento di mettersi sulla seggiola, si arrestò come impaurito; poi sedette con un movimento risoluto, e non diede più segno di debolezza. Mentre il medico operava, tutta quella gente pareva petrificata. I bimbi stavano stretti alle sottane delle donne e queste abbracciate fra di loro, in atteggiamenti di terrore, come se assistessero a un esecuzione capitale. Non si sentiva un respiro. Noi pure, per l'importanza «diplomatica» dell'operazione, stavamo in grande ansietà.... Tutt'a un tratto il malato gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio. Aveva sentito la prima impressione della luce. Tutta la gente ch'era nel giardino salutò il medico con un urlo, a cui rispose un altro urlo della folla radunata nella strada. I soldati fecero immediatamente uscir tutti, fuor che il malato, dal recinto del palazzo, e in poche ore si sparse per tutta Fez la notizia dell'operazione meravigliosa. Fortunato dottore! Egli ne colse il premio la sera medesima, visitando le più belle donne dell'arem del gran sceriffo Bacali, che gli si mostrarono col viso scoperto, in tutta la pompa dei loro vestimenti principeschi, e gli parlarono languidamente dei propri dolori, fissandogli negli occhi i loro sguardi infocati. Che può fare di tante donne il vecchio gran sceriffo? Quello forse che facevano delle proprie i cortigiani mutilati dei Faraoni d'Egitto, delli Scià di Persia, degl'Imperatori greci di Costantinopoli e dei Sultani di Stambul. Visitò, fra le altre, una bellissima nera, di forme matronali, coperta d'anelli, di braccialetti e di collane; la quale, come quasi tutte le altre, si doleva d'un grande languore. Il medico la interrogò intorno alle cagioni del suo male.
--Non potresti,--essa gli rispose--suggerirmi la medicina senza farmi queste domande?
Il medico rispose che le faceva quelle domande per necessità.
--I cristiani,--disse la donna,--sono molto curiosi.
--E quando la loro curiosità non vien soddisfatta,--rispose il medico,--essi indovinano.
--E che cosa hai indovinato?
Il medico espresse il suo pensiero e la nera si coperse il viso.
Io pure gli domandai che cosa avesse indovinato; ma non rispose altro che:--Lesbo! Lesbo!
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Viene di tratto in tratto qualche spagnuolo rinnegato a cercare il signor Patxot. Si dice che questi disgraziati siano intorno a trecento in tutto l'Impero. I più sono spagnuoli, condannati per delitti comuni, che fuggirono dalle galere della costa; gli altri, in parte disertori francesi, fuggiti dall'Algeria; in parte canaglia avventuriera venuta da differenti paesi d'Europa. In altri tempi salivano ad alte cariche nella corte e nell'esercito, formavano corpi militari speciali ed erano lautamente pagati. Ma ora le loro condizioni son molto mutate. Appena giungono, abiurano la religione cristiana e abbracciano l'Islamismo, senza circoncisione nè altre cerimonie, pronunziando semplicemente una formula. Nessuno bada poi che adempiano o no i doveri religiosi; i più, infatti, non metton mai piede nelle moschee e non sanno neppure le preghiere. Per legarli al paese il Sultano esige che si sposino subito. Dà a chi la vuole una delle sue nere, gli altri possono sposare una mora o un'araba libera; a tutti il Sultano fa le spese del matrimonio. Si debbono tutti arrolare nell'esercito; ma possono esercitare nello stesso tempo qualche mestiere. La maggior parte appartengono all'artiglieria, e parecchi alla banda musicale, il cui capo è uno spagnuolo. I soldati ricevono cinque soldi al giorno e gli ufficiali venticinque o trenta: chi ha qualche talento speciale può guadagnare fino a due lire. In questi giorni, per esempio, si parla molto d'un rinnegato tedesco, dotato d'un certo ingegno meccanico, che s'è fatto una sorte invidiabile. Costui, non si sa perchè, fuggì nel settantatrè da Algeri, andò a Tafilet, sul confine del deserto; vi stette due anni, imparò l'arabo, venne a Fez, s'arrolò, e in alcuni giorni, con pochi strumenti che aveva portati con sè, costrusse una rivoltella. L'avvenimento fece chiasso; la rivoltella passò di mano in mano fin che giunse al Ministro della guerra; il Ministro ne parlò all'Imperatore; l'Imperatore volle vedere il soldato, l'incoraggiò, gli diede dieci lire ed elevò la sua paga giornaliera a quaranta soldi. Ma queste fortune son rare. Quasi tutti vivono miseramente e in un tale stato d'animo, che per quanto si sappian macchiati di gravi delitti, ispirano piuttosto compassione che orrore. Ieri se ne presentarono due, rinnegati da parecchi anni, che hanno moglie e figliuoli nati a Fez. Uno ha circa trent'anni, l'altro cinquanta; tutt'e due spagnuoli fuggiti da Ceuta. Il giovane non parlò. L'altro disse d'esser stato condannato ai lavori forzati per aver ucciso un uomo nell'atto che bastonava a morte suo figlio. Era pallido e parlava con voce commossa, stropicciando un fazzoletto colle mani tremanti.--Se mi promettessero di non tenermi più che altri dieci anni in galera,--diceva,--ci tornerei. Ho cinquant'anni, uscirei a sessanta, potrei vivere ancora qualche anno nel mio paese. Ma è l'idea di morire colla divisa del galeotto indosso che mi spaventa. Tornerei in galera a qualunque patto, purchè fossi sicuro di morire libero in Spagna. Questa che meniamo qui non è vita. Siamo come in mezzo a un deserto. È una cosa che sgomenta. Tutti ci disprezzano. La nostra stessa famiglia non è nostra, perchè i figliuoli non ci amano e sono incitati da tutti ad odiarci. E poi non si dimentica mai la religione in cui s'è nati, le chiese dove nostra madre ci condusse a pregare, i suoi consigli, il tempo più bello della nostra vita... e queste memorie.... siamo rinnegati, siamo galeotti, è vero; ma infine siam sempre uomini... queste memorie ci straziano l'anima!--Dicendo questo, piangeva.
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La pioggia che vien giù dirottamente da quasi tre giorni, ha ridotta Fez in uno stato che, a descriverlo, c'è da non esser creduti. Non è più una città, è un'immensa cloaca. Le strade son gore; i crocicchi, laghi; le piazze, paludi; la gente a piedi sprofonda nella melma fino a mezzo lo stinco; le case sono impillaccherate fin sopra le porte; uomini, cavalli, muli, par che si siano ravvoltolati nel fango, e i cani ne sono addirittura vestiti in modo che non mostran più un pelo. Non si vede che pochissima gente, la maggior parte a cavallo; e non un ombrello, ma neppure alcuno che affretti il passo per non pigliare la pioggia. Fuori del quartiere dei bazar, tutto è deserto e oscuro che stringe il cuore. Per tutto acqua che corre, precipita e ringorga, travolgendo ogni sorta di putridumi, e non una voce, non un rumore umano che rompa la monotonia di quello strepito assordante. Pare una città abbandonata dagli abitanti nel momento d'una inondazione. Dopo una passeggiata d'un'ora, son tornato a casa pieno di malinconia, e ho passato parecchie ore nella mia stanza, col viso all'inferriata e gli occhi fissi su gli alberi sgocciolanti del giardino, pensando a un povero corriere che forse in quei momenti passava a nuoto, a rischio della vita, il Sebù ingrossato, stringendo fra i denti una borsa di cuoio con dentro una lettera di mia madre.
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Chi dice e chi nega che sia stata fatta in questi giorni un'esecuzione capitale davanti a una porta di Fez. Nessuna testa però fu vista spenzolare dalle mura ed io preferisco credere che la notizia sia falsa. La descrizione, che io lessi, d'una esecuzione capitale fatta a Tangeri anni sono, mi tolse la barbara curiosità, che mi solleticò qualche volta, di assistere a uno di questi spettacoli.
L'inglese Drummond Hay, uscendo una mattina da una porta di Tangeri, vide un drappello di soldati che trascinavano verso il macello degli ebrei due prigionieri legati per le braccia e per la vita. Uno era un montanaro del Rif, antico giardiniere d'un europeo domiciliato a Tangeri; l'altro un bel giovane, d'alta statura, di fisonomia aperta e simpatica.
L'inglese domandò al capo dei soldati che delitto avessero commesso quei due disgraziati.
--Il Sultano,--rispose,--che Dio prolunghi i suoi giorni! ha ordinato di tagliar loro la testa perchè facevano commercio di contrabbando sulla costa del Rif cogl'infedeli Spagnuoli.
--È un castigo ben severo per una simile colpa,--osservò l'inglese;--e se il loro supplizio deve servire d'avvertimento e d'esempio, perchè è stato proibito agli abitanti di Tangeri d'assistervi?
(Le porte della città erano state chiuse. Drummond Hay s'era fatto aprire dando una mancia a un custode).
--Non ragionate con me, Nazareno!--rispose l'ufficiale;--ho ricevuto un ordine, debbo ubbidire.
La decapitazione doveva farsi nel macello degli ebrei. Un moro d'aspetto volgare e perverso, vestito da macellaio, stava là ad aspettare i condannati. Aveva in mano un piccolo coltello lungo circa sei pollici. Era il carnefice. Straniero alla città, egli s'era offerto a quell'opera perchè i macellai maomettani di Tangeri, che sono ordinariamente incaricati delle esecuzioni capitali, s'erano rifugiati in una moschea.
Nacque un alterco fra i soldati e il carnefice a cagione della ricompensa promessa a costui per la decapitazione dei due infelici, i quali, ritti in disparte, eran costretti a sentir disputare sul prezzo del loro sangue. Il carnefice insisteva, dicendo ch'egli aveva pattuito venti lire per una sola testa e che glien'erano dovute altre venti per l'altra. L'ufficiale finì per acconsentire di mala grazia. Allora il macellaio afferrò il primo condannato, già mezzo morto di terrore, lo gettò a terra, gli s'inginocchiò sul petto e gli mise il coltello alla gola. Drummond Hay torse il viso. Gli parve che seguisse una lotta violenta. Il carnefice gridava:--Datemi un altro coltello; il mio non taglia!--Il condannato giaceva in terra supino colla gola mezz'aperta, il petto ansante, tutte le membra contratte. Fu dato un altro coltello al carnefice e la testa venne spiccata dal busto.
I soldati gridarono con voce fioca:--Dio prolunghi la vita del nostro signore e padrone!--Ma parecchi di essi parevano istupiditi dal terrore.
Venne innanzi l'altra vittima. Era il giovane bello e simpatico. Il suo sangue fu argomento d'un altro alterco. L'ufficiale, rinnegando la sua parola, disse che non avrebbe pagato che venti lire per tutt'e due le teste. Il carnefice dovette rassegnarsi. Il condannato domandò che gli fossero sciolte le mani. Sciolto che fu, si tolse la cappa, e porgendola al soldato che gli aveva tolto la corda, gli disse:--Accettate questo; ci rivedremo in un mondo migliore!--Gettò il suo turbante a un altro, che lo aveva guardato con aria di pietà, e dirigendosi a passo fermo dove era disteso il cadavere insanguinato del compagno, esclamò con voce chiara e sicura:--Non c'è altro Dio che Dio e Maometto è il[tn356a] suo profeta!--Voltandosi poi verso il carnefice, si tolse la cintura e gliela porse dicendo:--Prendete! Ma per l'amor di Dio tagliatemi la testa più presto di quello che avete fatto al mio fratello.--Si distese per terra, nel sangue, e il carnefice gli mise il ginocchio sul petto.
--Un contrordine! fermate!--gridò l'inglese.
Un cavaliere s'avanzava a briglia sciolta.
Il carnefice tenne il coltello sospeso.
--Non è che il figliuolo del Governatore,--disse un soldato.--Egli viene a vedere l'esecuzione[tn356b]. Aspettatelo.
Così era infatti.
Poco dopo le due teste sanguinose pendevano dalle mani dei soldati.
Le porte della città furono aperte e ne uscì una turba di ragazzi che prese il carnefice a sassate e lo inseguì fino a tre miglia dalla città, dove cadde svenuto, tutto coperto di ferite. Il giorno dopo si seppe che era stato ucciso con una fucilata da un parente d'una delle vittime, e sotterrato nel luogo stesso dov'era caduto. Pare che le Autorità di Tangeri non giudicassero opportuno di occuparsi di questo fatto, perchè[tn356c] l'uccisore tornò in città e non fu molestato.
Dopo essere state esposte tre giorni, le teste furono mandate al Sultano affinchè sua maestà imperiale riconoscesse la sollecitudine colla quale erano stati eseguiti i suoi ordini.
I soldati che le portavano incontrarono per via il corriere che recava la grazia, il quale era stato arrestato dalla cresciuta improvvisa d'un fiume.
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