Marocco

Chapter 18

Chapter 183,649 wordsPublic domain

Eran mogli, figliuole e parenti di due agiati negozianti: bellissime donne, di fulgidi occhi neri, di carnagione bianca, di labbra porporine, di mani piccolissime. Le due madri, già vecchie, non avevano un capello bianco, e brillava ancora nelle loro pupille tutto il fuoco della giovinezza. Avevano un vestimento pittoresco e splendido: un fazzoletto di seta di colori vivissimi, stretto intorno alla fronte; una zuavina di panno rosso, ornata di larghi e spessi galloni d'oro; un panciotto tutto dorato; una sottana corta e stretta, di panno verde, pure listata di galloni risplendenti; una cintura di seta rossa o azzurra intorno alla vita. Parevan tante principesse asiatiche, e questa pompa contrastava bizzarramente colle loro maniere servilmente ossequiose.

Parlavano tutte spagnuolo.

Soltanto dopo qualche minuto, ci accorgemmo che avevano i piedi nudi e le babbuccie gialle sotto il braccio.

--Perchè non vi calzate?--domandai a una delle vecchie.

--Come!--mi domandò alla sua volta, meravigliandosi--non sa ella dunque che gl'Israeliti non possono portare le scarpe che nel Mellà, e che, entrando nella città mora, debbono andare a piedi nudi?

Rassicurate dall'Ambasciatore, si calzarono.

Così è infatti. Non sono assolutamente obbligati ad andar sempre a piedi nudi; ma dovendo levarsi le babbuccie quando passano per certe strade, davanti a certe moschee, accanto a certe _cube_, finisce per essere lo stesso. E non è questa la sola nè la più umiliante vessazione a cui vanno soggetti. Non possono testimoniare in giudizio, e debbono prostrarsi a terra parlando davanti ai tribunali; non possono possedere terreni o case fuori del loro quartiere; non possono andare a cavallo per la città; non possono alzar la mano sopra un mussulmano nemmeno per difendersi, eccetto il caso in cui siano assaliti in casa propria; non possono vestirsi che di colori oscuri; debbono portare correndo i loro morti al cimitero, debbono domandare al Sultano il permesso di sposarsi, debbono rientrare nel Mellà al tramonto del sole, debbono pagare la guardia mora che veglia alle porte del loro quartiere, debbono presentare dei ricchi doni al Sultano nelle quattro feste dell'Islamismo e in occasione d'ogni nascita e d'ogni matrimonio della famiglia imperiale. Ed era anche peggiore la loro condizione prima del Sultano Ald-er-Rhaman, il quale impedì almeno che si spargesse il loro sangue. Nè, anche volendo, potrebbero i Sultani migliorarne gran fatto lo stato, senza esporre quegli infelici a mali peggiori della orribile schiavitù che li schiaccia, tanto è fanatico e feroce contro di loro l'odio dei Mori. Esempio l'Imperatore Solimano, il quale, avendo decretato che potessero portar le babbuccie, ne furono uccisi tanti, in pieno giorno, per le strade di Fez, ch'essi medesimi domandarono, per salvarsi dalla strage, la revocazione del decreto. Rimangono nondimeno nel paese, e perchè ci arricchiscono, servendo d'intermediarii fra il commercio d'Europa e il commercio dell'Affrica; e perchè il Governo, comprendendo di quale importanza essi sono per la prosperità dello Stato, oppone una barriera quasi insormontabile all'emigrazione, proibendo ad ogni donna ebrea l'uscita dal Marocco. Servono, tremano e strisciano nella polvere; ma non darebbero, per acquistar la dignità d'uomini e la libertà di cittadini, il mucchio di monete d'oro che tengon nascoste nelle pareti delle loro luride case. In Fez sono intorno a otto mila, divisi per sinagoghe e retti dai rabbini, che godono d'una grande autorità.

Quelle povere donne ci mostrarono parecchi grossi braccialetti d'argento cesellato, degli anelli ingemmati e degli orecchini d'oro, che tenevano nascosti nel seno. Domandammo perchè li nascondevano.

--_Nos espantamos de los Moros._--Abbiamo paura dei mori,--risposero a voce bassa, guardando intorno con diffidenza. Diffidavano persino dei soldati della Legazione.

Fra loro v'erano parecchie bambine vestite colla medesima pompa delle donne.

Una di esse stava accanto alla madre in atteggiamento più timido che le altre. L'Ambasciatore domandò alla madre che età avesse. Rispose dodici anni.

--Si mariterà presto,--disse l'Ambasciatore.

--Che!--esclamò la madre;--è già troppo vecchia per pigliar marito.

Credemmo tutti che scherzasse.

--Dico davvero;--rispose la madre quasi meravigliandosi della nostra incredulità;--vedono quest'altra qua?--E c'indicò una bambina più piccola.--Avrà dieci anni fra sei mesi ed è già maritata da più d'un anno.

La bambina chinò la testa. Noi non credemmo.

--Che cosa ho da dire?--continuò la madre;--se non vogliono credere alla mia parola, ci facciano l'onore di venire a casa nostra, di sabato, affinchè possiamo riceverli degnamente, e vedranno il marito e gli attestati del matrimonio.

--E quanti anni ha il marito?--domandai.

--Dieci compiuti, Signore.

Vedendo che stentavamo a credere, ci accertarono la cosa tutte le altre donne, aggiungendo che sono rare le ragazze che si maritino dopo i dodici anni, che la maggior parte son già spose a dieci, e molte a otto, e non poche perfino a sette, con ragazzi press'a poco della stessa età; e che, naturalmente, fin che son così piccoli vivono coi parenti, i quali continuano a trattarli come bambini, li nutrono, li vestono, li sballottano, li sculacciano senza alcun riguardo alla loro dignità maritale; ma stanno sempre insieme e la moglie è sottomessa al marito.

A noi pareva di sentir parlare d'un altro mondo, e stavamo a sentire colla bocca aperta, titubando fra la voglia di ridere, la compassione e lo sdegno.

--Ma....--disse esitando l'Ambasciatore--stanno insieme anche.... dalla sera alla mattina?

--Naturalmente--rispose la madre;--poichè sono marito e moglie!

--Ma non capite,--disse l'Ambasciatore con un movimento di sdegno;--che questo è mal fatto? che è contro le leggi della natura? che è dannoso all'anima e al corpo? che in questo modo invece di educare moralmente e fisicamente l'infanzia, la profanate, l'avvelenate, la soffocate?

--Che, che, signor Ambasciatore!--rispose la madre con la più amena disinvoltura;--non creda questo. Non segue nulla di tutto questo. Son bambini....--E qui s'avvicinò a noi e abbassò la voce.--Son bambini, non sanno nulla, non pensano a nulla, discorrono e ridono fra loro, e poi quando son stanchi, chinan la testa così e s'addormentano come angioletti. Nulla di male, signor Ambasciatore.

L'Ambasciatore tentò ancora di persuaderla che del male ce n'era; ma la buona donna, continuando a ripetere:--nulla di male, nulla di male... a poco a poco, a poco a poco--rimase del proprio parere.

In quel frattempo la sposina di nove anni mandava dei baci al cane da caccia del signor Paxcot, legato in un angolo del cortile.

Povere creature! Fu una pietà il vederle, quando s'accomiatarono, rimettersi le babbuccie sotto il braccio e i braccialetti in seno, e così belle e vestite riccamente, avviarsi a piedi nudi per quelle strade sassose ed immonde, guardando intorno con un'espressione di umiltà supplichevole, come per scongiurare gl'insulti e le percosse dei passanti!

* * * * *

Una colezione in casa del ministro della guerra.

Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v'era una porticina alta poco più d'un metro, dall'altro una gran porta senza battenti e una stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.

Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha circa sessant'anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe, tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d'aspetto e di modi simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.

Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo. Primo l'Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro cortile, spazioso, circondato d'archi eleganti, e coperto di musaici splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà dall'Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.

In un angolo del cortile v'era un gruppo d'ufficiali in turbante e cappa bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si sentivano vagiti di bimbi.

Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza, ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino all'Ambasciatore, un po' indietro, e stette là per tutto il tempo della colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali riuscivano per l'appunto sull'orlo della tavola, a mezzo palmo dal piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con una mano sul pistolone.

Sid-Abd-Allà[tn326] fu assai gentile coll'Ambasciatore.

--Voi mi siete simpatico,--gli fece dire, senza preamboli, dal signor Morteo.

L'Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.

--Appena vi vidi,--continuò il Ministro,--il mio cuore fu vostro.

L'Ambasciatore ricambiò il complimento.

--Al cuore--concluse Sid Abd-Allà,--non si resiste; e quando egli ci comanda d'amare una persona, anche senza saperne la ragione, la si ama.

L'Ambasciatore gli porse la mano ed egli se la strinse sul cuore.

Ci furono portati diciotto piatti. Non ne parlo. Mi basta dire che son certo che me ne sarà tenuto conto il giorno in cui verrò giudicato. Per giunta l'acqua era muschiata, la tovaglia variopinta e le seggiole barcollanti. Ma queste piccole calamità, invece di metterci di malumore, ci accesero la vena degli scherzi per modo che poche volte fummo più allegramente bricconi di quella mattina. Se ci avesse sentiti Sid-Abd-Allà! Ma Sid-Abd-Allà era tutt'occhi e tutt'orecchi coll'Ambasciatore. Ci spaventò per un momento il signor Morteo, avvertendoci a bassa voce che il gigante turchino, essendo di Tunisi, poteva darsi che capisse qualche parola d'italiano. Ma guardandolo attentamente ad ogni scherzo, e vedendolo sempre impassibile come una statua, ci rassicurammo e tirammo innanzi senza badargli. Quante similitudini calzanti, inaspettate, e d'un effetto comico clamoroso, ma sventuratamente irripetibili, furono trovate a quegl'intingoli e a quelle salse!

Finita la colezione, s'andò tutti nel cortile, dove il Ministro della guerra presentò all'Ambasciatore uno dei più alti ufficiali dell'esercito. Era il Comandante supremo dell'artiglieria: un piccolo vecchio, secco, inarcato come una C, con un enorme naso adunco e due occhiettini diabolici; una figura d'uccello di rapina; caricato, piuttosto che coperto, d'uno smisurato turbante giallo di forma quasi sferica, e vestito presso a poco alla zuava, tutto turchino, con un mantello bianco sulle spalle. Aveva una lunga sciabola al fianco e un pugnale inargentato alla cintura. L'Ambasciatore gli fece domandare a quale grado della gerarchia militare europea corrispondesse quello ch'egli aveva nell'esercito marocchino. Parve che quella domanda lo mettesse nell'imbarazzo. Pensò qualche momento e rispose balbettando:--Generale;--poi ripensò e soggiunse:--No, colonnello--e rimase un po' confuso. Disse ch'era nativo d'Algeri. Mi balenò il sospetto che fosse un rinnegato. Chi sa per che strane vicende si trovava colonnello nel Marocco!

Gli altri ufficiali, in quel frattempo, facevano colezione in una stanza a terreno aperta sul cortile, tutti seduti in cerchio sul pavimento, coi piatti nel mezzo. Capii benissimo, vedendoli mangiare, come i mori possano far di meno del coltello e della forchetta. Non si può dire il garbo, la destrezza, la precisione con cui facevano in pezzi i polli, il montone allo spiedo, la caccia, i pesci, ogni cosa. Con pochi movimenti rapidissimi delle mani, senza scomporsi menomamente, ognuno spiccava giusta e netta la sua porzione. Pareva che avessero delle unghie taglienti come rasoi. Immergevano le dita nelle salse, facevano delle palle di cuscussù, mangiavano l'insalata a manate, e non un briciolo, non una goccia cadeva fuor del piatto; e vedemmo infatti quando s'alzarono che avevano i caffettani bianchi immaculati come prima. Di tratto in tratto un servo portava in giro una catinella e un asciugamano; si davano una lavatina e poi tutti insieme rituffavano lo zampino in un altro piatto. Nessuno parlava, nessuno alzava gli occhi, nessuno mostrava d'accorgersi che noi fossimo là a contemplarli.

Che ufficiali saranno stati? Maggiori di stato maggiore? Aiutanti di campo? Capi-divisione del Ministero della guerra? Chi può saper nulla nel Marocco, particolarmente dell'esercito, che è il più misterioso di tutti i misteri? Si dice, per esempio, che nel caso d'una guerra santa, quando sia proclamata la legge Djehad, che chiama tutti gli uomini validi alle armi, l'Imperatore può raccogliere duecentomila soldati; ma se non si conosce nemmeno presso a poco il numero della popolazione dell'Impero, su che fondamento s'appoggia quella cifra? E l'esercito permanente, chi sa quanto sia? E a chi riesce di saper qualcosa, non solo del numero, ma dell'ordinamento, se, fuor dei capi, nessuno sa nulla, e questi o non vogliono rispondere, o non dicono il vero, o non sanno farsi capire?

Sid-Abd-Allà, cortesissimo ospite, volle aver scritti sul suo portafoglio i nostri nomi e ci accomiatò stringendosi sul cuore le mani di tutti.

Eravamo già sulla porta, quando ci raggiunse il gigante turchino. Ci fermammo, egli ci guardò sorridendo furbescamente e poi disse sottovoce in pretto italiano, salvo la pronunzia moresca:

--Signori, stiano bene!

Ci balenarono alla mente le corbellerie dette a tavola e restammo fulminati.

--Ah cane!--gridò l'Ussi.

Ma il cane era già sparito.

* * * * *

Ogni passeggiata è una piccola spedizione militare: bisogna avvertire il caid, radunare una scorta, cercare un interprete, mandar a prendere le cavalcature, e prima che tutto sia in ordine ci vuole un'ora. Perciò restiamo gran parte della giornata in casa. Ma lo spettacolo della casa ci compensa largamente della prigionia. È una processione continua di soldati rossi, di servi neri, di messi della corte, di negozianti della città, di mori malati che cercano il medico, di rabbini che vengono a inchinare l'Ambasciatore, d'ebree che portano mazzi di fiori, di corrieri che portan lettere da Tangeri, di facchini che portano la _muna_. Nel cortile lavorano dei musaicisti per Visconti Venosta; sulla terrazza, dei muratori; in cucina, un visibilio di cuochi; nel giardino, i negozianti stendono le loro stoffe e il signor Vincent le sue uniformi; il medico si dondola in una branda appesa a due alberi; i pittori dipingono davanti alla porta della loro camera; i soldati e i servi saltano e gridano nei vicoli intorno; tutte le fontane zampillano col rumore d'una pioggia dirotta e fra gli aranci e i limoni del giardino cantano centinaia d'uccelli. Il giorno si passa fra il giuoco della palla e la storia del Kaldun; la sera fra gli scacchi e i canti, diretti dal Comandante, primo tenore di Fez. La notte la passerei meglio, se non mi passassero continuamente davanti, come fantasmi, i neri servi di Mohammed Ducali, che dorme in una stanzina accanto alla mia. Nella mia dorme pure il dottore e abbiamo fra tutti e due un povero diavolo di servo arabo che ci fa morire dalle risa. Ci dicono che è di famiglia, se non agiata, non bisognosa, e che s'aggregò come servo alla carovana, a Tangeri, per fare un _viaggio di piacere_. Appena arrivato a Fez, meta del suo viaggio di piacere, non so per che mancanza, ma per poca cosa di certo, fu legnato. Dopo d'allora si mise a servirci con uno zelo furioso. Non capisce nulla, nemmeno i gesti; ha sempre l'aspetto d'un uomo spaventato; gli domandiamo gli scacchi, porta la sputacchiera; ieri il medico gli disse d'andargli a prendere del pane; lui, per far più presto, gli portò un pezzo di crosta che trovò in mezzo al giardino. Abbiamo un bel rassicurarlo: ha terrore di noi, cerca di placarci con ogni sorta di servizi stranissimi, che non gli domandiamo: compreso quello di cambiare tre volte l'acqua nella catinella prima ancora che ci alziamo da letto. Di più, per farci una cosa grata, aspetta ogni mattina, ritto in mezzo alla stanza, colla tazza del caffè in mano, che il dottore od io ci svegliamo, e al primo che dia il menomo segno di vita, gli si precipita addosso e gli caccia la tazza sotto il naso colla furia d'uno che voglia far bere un contravveleno. Un altro bel personaggio è la lavandaia, un donnone col viso coperto, la sottana verde e i calzoncini rossi, che viene a pigliar la nostra biancheria, destinata, ahimè! alle zampate dei mori. È superfluo il dire che non ci stirano nulla: in tutta Fez non esiste un ferro da stirare, e noi ci rimettiamo la roba tale e quale esce di sotto alle zampe dei lavandai.--Forse,--ci fu detto,--ci sarà qualche ferro nel Mellà!--C'è di tutto; il difficile è trovare. C'è, per esempio, una carrozza; ma appartiene all'Imperatore. Si dice che c'è pure un pianoforte; lo si è visto entrare nella città anni sono; ma non si sa bene chi lo possegga. È un divertimento poi il mandar a comprare alle botteghe. Una candela?--Non c'è,--rispondono;--ma ve la facciamo subito.--Un metro di nastro? Sarà fatto per domani sera.--Dei sigari? Abbiamo il tabacco; ve li daremo fra un'ora.--Il viceconsole cerca da qualche giorno un vecchio libro arabo, e tutti i mori interrogati si guardano in viso e dicono:--Un libro? Chi ha dei libri a Fez? N'aveva uno tempo fa, se non c'inganniamo, il tale dei tali; ma è morto e non sappiamo chi siano gli eredi.--E giornali arabi, d'altri paesi, se ne potrebbero avere?--Un solo giornale arabo, stampato in Algeri, arriva regolarmente a Fez, ma è diretto all'Imperatore.--Insomma, ho un bel pensare che sono a meno di duecento miglia da Gibilterra, dove appunto stassera, probabilmente, si rappresenta la _Lucia di Lammermor_, e che di qui a otto giorni potrei passeggiare sotto la loggia dei Lanzi a Firenze. Malgrado ciò, provo il sentimento d'una lontananza immensa. Non son le miglia, son le cose e la gente che ci allontanano di più dal nostro paese. Con che piacere stracciamo la fascia alla _Gazzetta Ufficiale_ e rompiamo il suggello alle lettere! Povere lettere che sfuggirono alle mani dei Carlisti, passarono in mezzo ai briganti della Sierra Morena, superarono le roccie della montagna rossa, sornotarono, strette dalla mano d'un beduino, le acque del Kus, del Sebù, del Meches, del fiume della fontana azzurra, e ci portarono una parola amorosa in mezzo agli improperi e alle maledizioni.

* * * * *

Passiamo molte ore a veder lavorare i pittori. L'Ussi ha fatto un bello schizzo del gran ricevimento, in cui è colta meravigliosamente la figura del Sultano; il Biseo, pittore valentissimo d'architettura orientale, sta copiando la facciata della casetta del giardino. Bisogna sentire, per divertirsi, i soldati e i negozianti di Fez che vengono a vedere quel quadretto. Vengono in punta di piedi alle spalle del pittore, guardano facendo cannocchiale della mano e poi quasi tutti si mettono a ridere come se avessero scoperto qualche grande stranezza. La grande stranezza è che nel disegno il secondo arco della facciata è più piccolo del primo, e il terzo più piccolo del secondo. Digiuni come sono d'ogni idea di prospettiva credono quella ineguaglianza un errore, e dicono che i muri sono storti, che la casa balla, che la porta è fuori di posto, e ne fanno le alte meraviglie, e se ne vanno dando di ciuco all'artista. L'Ussi è più stimato dopo che si sa che è stato al Cairo e che ha dipinto la partenza della grande carovana per la Mecca, d'incarico del Vicerè, che gli diede quindicimila scudi. Dicono però che il Vicerè è diventato matto a pagare quindicimila scudi un lavoro in cui, a metter molto, l'artista avrà speso cento lire di colori. Un negoziante domandò al Morteo se l'Ussi dipinge anche i mobili. Ma le più belle toccano al Biseo, che va ogni mattina in Fez nuova a copiare una moschea. Ci va, s'intende, scortato da quattro o cinque soldati armati di bastone. Prima che abbia messo al posto il cavalletto, gli sono intorno trecento persone, e i soldati sono costretti a urlare e a sbracciarsi come dannati per tenergli sgombro dinanzi appena tanto spazio ch'egli possa vedere la moschea. Ben presto però non bastan più nè gli urli nè le spinte, e allora bisogna che c'entri il bastone. Ogni pennellata, una legnata; ma si lascian legnare e fanno peggio. Ogni tanto gli s'accosta un Santo con intenzioni minacciose, e i soldati lo trattengono. V'è pure qualche moro progressista, che gli s'avvicina in aspetto amichevole, s'inchina, guarda, approva e s'allontana facendogli degli atti d'incoraggiamento. La maggior parte però di questi progressisti ammirano assai più la struttura del cavalletto e della seggiola portatile, che non la pittura. Un giorno un moro d'aspetto selvaggio gli mostrò il pugno, e poi, rivolgendosi verso i suoi concittadini, fece un lungo discorso con voce e gesti da spiritato. Un interprete là presente ci riferì che incitava il popolo contro il Biseo, dicendo che _quel cane_ era stato mandato dal Re del suo paese a copiare le più belle moschee di Fez, perchè l'esercito cristiano, venendo poi ad assalire la città, le potesse riconoscere e bombardare per le prime. Ieri poi (c'ero presente) gli si accostò un vecchio moro stracciato, un viso di buon diavolo, tutto ridente, che pareva avesse grandi cose da dirci, e stentando un po' a spiccicar le parole, esclamò con voce commossa:--_France! Londres! Madrid! Roma!_--Rimanemmo molto meravigliati, come ognuno può pensare. Gli domandai se sapeva parlare francese o italiano o spagnuolo. Fece cenno di sì.--Parlate dunque,--dissi. Si grattò la fronte, sospirò, pestò i piedi e poi esclamò di nuovo:--_France! Londres! Roma! Madrid!_--e accennava l'orizzonte. Voleva dire che aveva visto quei paesi, e forse che una volta sapeva farsi capire nelle nostre lingue; ma che aveva tutto dimenticato. Gli feci altre domande, ma non ne cavai nulla di più di quei quattro nomi. E se n'andò ripetendo:--_Madrid! Roma! France! Londres!_ e fin che ci vide, ci salutò affettuosamente, esprimendo col gesto il rammarico di non poter parlare.--Si trova di tutto fra questa gente,--diceva il Biseo indispettito,--persino degli originali che ci voglion bene; ma non un cane che voglia lasciarsi copiare!--Finora, infatti, tutti gli sforzi dei pittori non hanno approdato a nulla. Si rifiutò persino il nostro fido Selam.--Hai paura del diavolo?--gli domandò l'Ussi.--No,--rispose col suo accento solenne,--ho paura di Dio.

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