Chapter 17
Il Sultano domandò con curiosità chi fosse il medico.
--Quello a destra,--disse l'interprete.
Lo guardò attentamente.
Poi, accompagnando le parole con un atto gentile della mano destra, disse:--La pace sia con voi! La pace sia con voi! La pace sia con voi!
E voltò il cavallo.
La banda suonò, le trombe squillarono, i cortigiani curvarono la testa, le guardie, i soldati e i servi misero un ginocchio in terra, e scoppiò un'altra volta da tutti i petti un grido lungo e sonoro:--Dio protegga il nostro Signore!
Scomparso il Sultano, si confusero le due schiere dei grandi personaggi, e vennero verso di noi Sid-Mussa, i suoi figliuoli, i suoi ufficiali, il ministro della guerra, il ministro delle finanze, il gran sceriffo Bacali, il grande cerimoniere, i più grossi pezzi della corte, sorridendo, vociando, agitando le braccia in segno di festa. Poco dopo, avendo Sid-Mussa invitato l'Ambasciatore a riposarsi in un giardino del Sultano, si montò tutti a cavallo, si attraversò la piazza, s'infilò la stradicciuola misteriosa e s'entrò nell'augusto recinto del quartiere imperiale. Vicoli fiancheggiati da alti muri, piazzette, cortili, case in rovina, case in costruzione, porte ad arco, corridoi, giardinetti, piccole moschee, un labirinto da perderci il capo, e per tutto operai affaccendati, schiere di servi, sentinelle armate, e qualche viso di schiava dietro le inferriate delle finestre e agli spiragli delle porte: non si vide altro. Non un edifizio di bella apparenza, nè altra cosa, fuor delle guardie, che indicasse l'abitazione d'un Monarca. Entrammo in un giardino vasto ed incolto, tutto viali ombrosi incrociati ad angolo retto e chiuso da mura altissime come il giardino d'un convento, e di là, dopo un breve riposo, ritornammo a casa,--spargendo per la strada,--il medico, i pittori ed io,--l'ilarità colla giubba e il terrore coi gibus.
Per tutto quel giorno non si parlò d'altro che del Sultano. Aveva innamorato tutti. L'Ussi si provò cento volte a schizzarne la figura e buttò via la matita disperato. Lo proclamammo tutti il più bello e il più amabile di tutti i Monarchi maomettani; e perchè la proclamazione fosse veramente _nazionale_, ci piacque di sentire il parere anche del cuoco e dei due marinai.
Il cuoco, al quale tutti gli spettacoli veduti da Tangeri a Fez non avevano strappato mai altro che un sorriso di profonda commiserazione, si mostrò generoso coll'Imperatore.
--_A l'è un bel omm,_--disse,--_a i é nen a diie_ (è un bell'uomo, non c'è che dire); ma bisognerebbe che andasse a viaggiare (parole testuali) _dove c'è l'istruzione_.
Questo _dove_, naturalmente, era Torino.
Luigi, il calafato, benchè napoletano, fu più laconico. Domandato che cosa avesse osservato nell'Imperatore, stette un po' sopra pensiero e rispose sorridendo:
--_Aggio osservato ch'a stu paese manc' u Re porta i' calzette!_
Il più comico fu il Ranni.--Che cosa t'è parso del Sultano?--gli domandò il Comandante.
--M'è parso,--rispose francamente e colla maggior serietà,--che avesse paura.
--Paura!--esclamò il Comandante.--Di chi?
--Di noi. Non ha visto com'è diventato smorto e come parlava, che quasi gli mancava il fiato?
--Ma tu sei matto! E vuoi che lui, in mezzo a tutte le sue guardie e a tutto il suo esercito, avesse paura di noi altri?
--Così m'è parso,--rispose il Ranni imperturbabile.
Il Comandante lo guardò fisso e poi si pigliò la testa fra le mani in atto di profondo scoraggiamento.
Quella stessa sera entrarono nel palazzo, condotti da Selam, due mori, i quali avendo inteso raccontare meraviglie dei nostri gibus, desideravano di vederli. Andai a prendere il mio e lo apersi sotto i loro occhi. Vi guardarono dentro tutti e due con grande curiosità e parvero molto meravigliati. Credevano probabilmente di trovarci chi sa che complicato meccanismo di ruote e di cerniere, e non vedendoci nulla, si confermavano forse nella superstizione divulgatissima fra il volgo moresco che in tutti gli oggetti dei cristiani ci sia qualcosa di diabolico.--Ma non c'è nulla!--esclamarono tutti e due ad una voce.--Ma qui sta,--risposi per mezzo di Selam,--qui sta appunto il meraviglioso di questi cappelli soprannaturali, che facciano quello che fanno, senz'aiuto d'ordigni!--Selam rise, essi sospettarono la celia, e allora m'ingegnai di spiegare il meccanismo nascosto; ma mi parve che ne capissero poco. Domandarono poi, andandosene, se i cristiani mettevano quella molla nei cappelli «per ricreazione.»--E tu, domandai a Selam--che cosa ne dici di questi arnesi?--Dico,--rispose con un'alterezza sprezzante, appuntando il dito contro il cappello,--che se dovessi vivere cento anni nei vostri paesi, forse, a poco poco, adotterei la vostra maniera di vestire,--le scarpe, la cravatta ed anche i brutti colori che piacciono a voi;--ma quell'arnese lì,--quella orribile cosa nera... ah! Dio m'è testimonio che vorrei piuttosto la morte!
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A questo punto comincia il mio giornale di Fez, che abbraccia tutto il tempo trascorso dal ricevimento dell'Imperatore fino alla partenza per Mechinez.
* * * * *
20 Maggio.
..... Oggi il primo custode del palazzo ci diede in segretezza la chiave della terrazza, raccomandandoci caldamente di usare prudenza. Pare ch'egli abbia ricevuto ordine, non di rifiutarci quella chiave, ma di non darla che quando ne fosse pregato; e questo perchè le terrazze (a Fez come nelle altre città del Marocco) appartengono alle donne, e sono considerate quasi come un'appendice dell'arem. Siamo dunque saliti sulla terrazza, che è vastissima, e tutta circondata da un muro più alto d'un uomo, munito di alcune finestre della forma di feritoie. Il palazzo essendo molto alto, e posto in un luogo eminente, si vedono di lassù migliaia di terrazze bianche, le alture circostanti alla città, i monti lontani; e sotto, un altro piccolo giardino, di mezzo al quale s'alza una palma smisurata, che sorpassa l'edifizio di quasi un terzo del proprio fusto. Avvicinando il viso a quelle finestrine, ci parve d'affacciarci a un mondo nuovo. Sulle terrazze vicine e lontane v'erano molte donne, la maggior parte, a giudicar dal vestito, di condizione agiata,--signore,--se questo titolo si può dare alle donne moresche. Parecchie stavano sedute sui parapetti, altre passeggiavano, alcune saltellavano con un'agilità di scoiattoli di terrazza in terrazza, si nascondevano, ricomparivano, e si spruzzavano acqua nel viso ridendo come pazze. Più d'una era seduta in un atteggiamento che avrebbe senza dubbio corretto se avesse sospettato che l'occhio d'un uomo la stava osservando. C'erano vecchie, giovani, bambine di otto o dieci anni, tutte con vestiti di forme bizzarre e di colori vivissimi. Le più avevano le treccie giù per le spalle, un fazzoletto di seta rossa o verde stretto intorno al capo a modo di benda, una specie di caffettano di vario colore, con larghe maniche, serrato intorno alla vita da una cintura azzurra o vermiglia; un corpettino di velluto aperto sul petto; calzoncini, babbuccie gialle e grossi anelli d'argento sopra la noce del piede. Le serve e le bambine non avevano altro che la camicia. Una sola di queste «signore» era abbastanza vicina da poterne discernere il viso. Era una donna sui trent'anni, vestita in gala, affacciata a una terrazza posta a un salto di gatto sotto la nostra. Guardava in un giardino, colla testa appoggiata sulla mano. La osservammo col cannocchiale. Dei del cielo, che pittura! Nero d'antimonio sotto gli occhi, rossetto sulle guancie, bianchetto nel collo, hennè sulle unghie: era tutta una tavolozza. Ma bella, malgrado i trent'anni: un visetto pieno, due occhi a mandorla, velati di lunghe ciglia e languidissimi; un nasino un po' rivolto in su; una boccuccia rotonda, secondo l'espressione dei poeti moreschi, come un anello; e un corpicino di silfide di cui il vestito sottile metteva in evidenza le curve molli e gentili. Pareva triste, e forse era cagione della sua tristezza una quarta sposa di quattordici anni, entrata nell'arem pochi dì innanzi, della quale essa aveva già sentito il trionfo nel freddo amplesso di suo marito. Di tratto in tratto si guardava una mano, un braccio, le treccie che le cadevano sul seno, e sospirava. Una voce sfuggita a un di noi la riscosse; guardò in su, e accortasi che la guardavamo, scavalcò il parapetto della terrazza colla destrezza d'un acrobata, saltò sopra una terrazza sottostante, e scomparve. Per veder meglio, mandammo a pigliare una seggiola, si giocò a pari e dispari a chi toccasse pel primo, toccò a me, la misi contro il muro, vi salii su e riuscii con mezzo il busto al disopra del parapetto. Fu come l'apparizione d'un nuovo astro nel cielo di Fez: mi si passi il paragone immodesto. Mi videro subito dalle prime case, fuggirono, ricomparvero, annunziarono l'avvenimento alle donne delle terrazze più vicine; in pochi minuti, di terrazza in terrazza, si sparse la notizia per mezza la città; sbucarono curiose da tutte le parti, io mi trovai alla berlina. Ma la bellezza dello spettacolo mi tenne fermo al mio posto. Erano centinaia di donne e di bambine, ritte sui parapetti, sulle torricine, sulle scale esterne, tutte rivolte verso di me, tutte vestite di colori fiammanti, dalle più vicine di cui discernevo i volti attoniti, fino alle più lontane, d'altri quartieri della città, che apparivano appena come puntini bianchi, verdi e vermigli; alcune terrazze affollate che sembravano piene di fiori; per tutto un brulichio, un va e vieni, un gesticolamento, da parere che tutta quella gente assistesse a qualche fenomeno celeste. Per non mettere sottosopra tutta la città, tramontai, ossia discesi dalla seggiola, e per qualche minuto non ci salì nessuno. Poco dopo stava alla berlina il Biseo ed era anch'egli bersagliato da mille sguardi, quando, sopra una terrazza lontana, tutte le donne gli voltarono improvvisamente le spalle, e corsero ad affacciarsi dalla parte opposta; e così di terrazza in terrazza, per una lunga fila di case. Sul primo momento non capimmo che cosa fosse accaduto. Il vice-console fu il primo a indovinarlo.--Un grande avvenimento,--disse;--passano per le strade di Fez il Comandante e il capitano.--E infatti di lì a poco, si videro rosseggiare sopra una delle alture che dominano la città, le divise dei soldati della scorta, e col cannocchiale si riconobbe il Comandante ed il capitano a cavallo. Un altro voltafaccia di donne sopra un gran numero di terrazze, ci annunziò, poco dopo, il passaggio d'un'altra comitiva italiana; e trascorsi dieci minuti vedemmo biancheggiare sull'altura opposta la _cuffía_ egiziana dell'Ussi e il cappello inglese del Morteo. Dopo questo l'attenzione universale si rivolse daccapo a noi, e saremmo stati là a godercela un pezzo; ma sopra una terrazza vicina cinque o sei monelle di schiave, di tredici o quattordici anni, si misero a guardarci e a sghignazzare così insolentemente, che fummo costretti, per il decoro della cristianità, a privare il bel sesso metropolitano della nostra meravigliosa presenza.
* * * * *
Ieri siamo stati a pranzo dal Gran Visir Taib Ben Iamani, soprannominato Boascerin, che significa, secondo alcuni, vincitore al gioco della palla, e secondo altri, padre di venti figli: gran vizir, però, non d'altro che di titolo, per aver occupato quella carica suo padre sotto il regno del precedente Sultano.
Il messo latore dell'invito fu ricevuto dall'Ambasciatore in nostra presenza.
--Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,--disse con molta gravità,--prega l'Ambasciatore d'Italia e il suo seguito di voler pranzare oggi in casa sua.
L'Ambasciatore ringraziò.
--Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,--continuò colla stessa gravità--prega pure l'Ambasciatore e il suo seguito di portar le forchette e i coltelli e di condurre con sè i loro servi per farsi servire a tavola.
Andammo verso sera, tutti in giubba e cravatta bianca, a cavallo, col solito seguito armato. Non ricordo in che parte della città si trovi la casa, tanti sono i giri e le svolte, le salite e le discese che si fecero per stradicciuole coperte, uggiose, sinistre, badando ogni momento a frenare le mule che scivolavano, e a curvare la testa per non urtare nelle volte umide delle interminabili gallerie.
Scendemmo in un androne oscuro ed entrammo in un vasto cortile rettangolare, pavimentato a musaico, e circondato da altissimi pilastri bianchi, sui quali s'incurvano dei piccoli archi ornati d'arabeschi di stucco e dipinti di verde: una bizzarra architettura moresco-babilonese, che ci destò una piacevole meraviglia. Nel mezzo del cortile spicciavano da sette vasche di marmo bianco sette alti zampilli, che facevano il rumore d'una pioggia dirotta. Tutt'intorno v'erano porticine socchiuse e finestrine binate. Nel mezzo dei due lati più corti, due grandi porte aperte, che davano accesso a due sale. Sulla soglia d'una di queste porte ci aspettava il Gran Vizir, in piedi; dietro di lui due vecchi mori, suoi parenti; a destra e a sinistra due ali di schiavi e di schiave.
Scambiati i soliti saluti, il Gran Vizir sedette sopra una materassa distesa lungo la parete, incrociò le gambe, si strinse sul ventre con tutte e due le mani un grosso guanciale rotondo,--suo atteggiamento abituale e notissimo,--e non si mosse più di così per tutta la sera.
Era un uomo sui quarantacinque anni, vegeto, di lineamenti regolari, ma non simpatico per una certa falsa luce che gli brillava negli occhi. Aveva il turbante e il caffettano bianco. Parlava con molta vivacità e rideva sonoramente ad ogni parola propria o d'altri, rovesciando indietro la testa, e continuando a tener la bocca spalancata molto tempo dopo che aveva riso.
Alle pareti erano appesi alcuni quadretti con iscrizioni del Corano in caratteri d'oro; nel mezzo della sala una tavola da osteria di villaggio e alcune seggiole rustiche; tutt'intorno materasse bianche, sulle quali buttammo i nostri cappelli.
Sidi-Ben-Iamani intavolò una vivace conversazione coll'Ambasciatore; gli domandò se era ammogliato, perchè non s'ammogliava; gli disse che, se fosse stato ammogliato, gli avrebbe fatto un grande piacere conducendo la moglie a pranzo con sè; che l'Ambasciatore inglese ci aveva condotto la figliuola, la quale s'era molto divertita; che tutti gli Ambasciatori avrebbero dovuto ammogliarsi espressamente per condurre le loro donne a veder Fez e a pranzare in casa sua, e simili discorsi, interrotti da alte risate.
Mentre, il Gran Vizir parlava, i pittori ed io, seduti sulla soglia della porta, guardavamo di sott'occhio le schiave, le quali a poco a poco, incoraggiate dalla nostra aria di curiosità benigna, s'erano avvicinate, non viste dal Gran Vizir, fino quasi a toccarci, e stavan lì piantate a guardare e a farsi guardare, con una certa compiacenza. Erano otto bei pezzi di ragazze tra i quindici e i vent'anni, alcune mulatte, altre nere, con grand'occhi, narici dilatate, seni prominenti, tutte vestite di bianco, strette intorno alla vita da una larghissima cintura ricamata, le braccia e i piedi nudi, braccialetti ai polsi, grandi cerchi d'argento alle orecchie e due grossi anelli alle gambe. Non avrebbero avuto nessuno scrupolo, ci parve, a lasciarsi pizzicare la guancia da una mano cristiana. L'Ussi accennò al Biseo il bellissimo piede d'una di esse; questa se n'accorse e si mise a osservare il proprio piede con grande curiosità. Tutte le altre fecero lo stesso, paragonando i propri ai piedi della prima. L'Ussi fece scattare il gibus; diedero un passo indietro, poi sorrisero e si riavvicinarono. Una voce del Gran Vizir, che ordinava di apparecchiare la tavola, le fece scappare.
La tavola fu apparecchiata dai nostri soldati. Un servo della casa vi piantò nel mezzo tre grosse torcie di cera vergine di vario colore. Le stoviglie erano del gran vizir: non due piatti uguali; grandi e piccoli, bianchi e dipinti, finissimi e di qualità infima, alla rinfusa. Le serviette pure appartenevano alla casa, ed erano pezzi di tela di cotone, di diversa grandezza, senz'orlo, tagliati in fretta e in furia poche ore prima del desinare.
Ci mettemmo a tavola a notte fatta. Il Gran Vizir rimase sulla sua materassa, col guanciale tra le braccia, discorrendo e ridendo coi suoi due parenti.
Non descriverò il pranzo; non voglio ridestare memorie dolorose. Basterà dire che furono trenta piatti, ossia trenta dispiaceri gravi, senza contare i piccoli fastidi dei dolci.
Al quindicesimo piatto riuscendo oltremodo difficile il proseguire la lotta senza il refrigerio d'un po' di vino, l'ambasciatore incaricò il Morteo di far domandare al Gran Vizir se non gli sarebbe spiaciuto che mandassimo a pigliare qualche bottiglia di Champagne.
Il Morteo parlò nell'orecchio a Selam e Selam ripetè la domanda nell'orecchio a Sua Eccellenza.
Sua Eccellenza fece una lunga risposta a bassa voce, e intanto noi colla coda dell'occhio spiavamo ansiosamente il suo volto. Ma il suo volto non ci dava grandi speranze.
Selam s'alzò mortificato, e riferì la risposta nell'orecchio all'Intendente il quale ci diede il colpo di grazia colle seguenti parole:
--Il Gran Vizir dice che non avrebbe difficoltà.... che anzi ben volentieri acconsentirebbe.... ma che ci sarebbe un inconveniente... ed è che si macchierebbero i bicchieri.... e forse anche la tavola.... e che in ogni modo la vista... l'odore.... e poi la novità della cosa....
--Ho capito,--rispose l'Ambasciatore;--non parliamone più.
Tutti i nostri volti presero un leggero color verde.
Finito il pranzo, l'Ambasciatore rimase a discorrere col Gran Vizir, e noi uscimmo dalla sala. Era buio e piovigginava. Nell'altra sala, in fondo al cortile, illuminata da una torcia, desinavano, seduti sul pavimento, il nostro caid, i suoi ufficiali e i segretari del Gran Vizir. A tutte le finestrine dei quattro muri rischiarate di dentro, facevano capolino donne e bambini, dei quali non apparivano che i contorni neri. Per una porta socchiusa del pian terreno si vedeva una sala illuminata splendidamente, dove erano sedute e sdraiate in cerchio, in atteggiamenti voluttuosi, le mogli e le concubine del gran vizir, indiademate come regine; ma velate leggermente dal fumo dei profumieri che ardevano ai loro piedi. Schiave e servi andavano e venivano fra la sala da pranzo e le cucine, attraversavano il cortile, entravano in certe porte, salivano e scendevano; saranno state cinquanta persone in movimento, e non si sentiva una voce, un passo, un fruscìo. Era una scena muta e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell'ombra, senza profferire parola.
Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa correggia di cuoio con molti nodi. L'interprete domandò a un servo della casa a che cosa servisse:
--A flagellarci--rispose.
Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri d'una immensa grotta o un'incamiciata di soldati che s'avanzasse per le gallerie sotterranee d'una fortezza per fare un colpo di mano. A un tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s'intese una voce irata che disse in arabo:--La strada è chiusa!--Un momento dopo si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i soldati della scorta che cercavano di rovesciare coi calci dei fucili una delle mille porte che durante la notte impediscono la circolazione per le strade di Fez. Il lavoro durò un pezzo; lampeggiava, tonava, scrosciava la pioggia; i servi e i soldati andavano e venivano colle lanterne, proiettando le loro lunghe ombre sui muri; il caid, ritto sulle staffe, minacciava gli abitanti invisibili delle case circostanti; e noi ci godevamo quel bel quadro del Rembrandt con un gusto infinito. Finalmente s'udì un fortissimo schianto, la porta cadde e ci rimettemmo in cammino. A poca distanza da casa, sotto una volta sepolcrale, sei soldati di fanteria ci presentarono le armi con una mano sola, tenendo coll'altra un moccolo acceso; e fu questa l'ultima scena della rappresentazione fantastica intitolata:--Un pranzo in casa del gran vizir.--Ma no; l'ultima scena fu quando, appena rientrati nel nostro cortile, ci precipitammo sulle sardine di Nantes e sulle bottiglie di Bordeaux, e l'Ussi, alzando il bicchiere sopra le nostre teste, esclamò con accento solenne:--A Sidi-Ben-Iamani Boascerin, gran vizir del Marocco, nostro graziosissimo ospite, Stefano Ussi, cristianamente perdonando, consacra!
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Il Sultano ha ricevuto l'Ambasciatore in udienza privata. La sala dei ricevimenti è grande, bianca e nuda come una prigione. Non v'è altro ornamento che un gran numero di orologi a pendolo, di tutte le dimensioni e di tutte le forme, in parte schierati sul pavimento, lungo le pareti; in parte ammucchiati sopra una tavola, in mezzo alla sala. Gli orologi, è da notarsi, sono per i mori un oggetto principalissimo d'ammirazione e di divertimento. Il Sultano stava dentro una piccola alcova, seduto, colle gambe incrociate, sopra un palco di legno, alto un metro. Aveva indosso, come al ricevimento pubblico, una cappa bianchissima, il cappuccio sul capo, i piedi nudi, le babbuccie gialle in un canto e un cordone verde a traverso il petto, al quale doveva essere appeso un pugnale. In questa forma gl'Imperatori del Marocco ricevono tutti gli Ambasciatori: il loro trono, come disse il Sultano Abd-er-Rhaman, è il cavallo e il loro padiglione il cielo. L'Ambasciatore, avendone prima manifestato il desiderio a Sid-Mussa, trovò dinanzi al palco imperiale una modesta seggiola, sulla quale, a un cenno del Sultano, sedette; il signor Morteo, interprete, rimase in piedi. Sua Maestà Mulei el Hassen parlò lungamente, senza mai levar le braccia di sotto la cappa, senza fare un movimento del capo, senza alterare d'un solo accento l'abituale monotonia della sua voce dolce e profonda. Parlò dei bisogni del suo Impero, di commerci, d'industrie, di trattati, scendendo a particolari minuti, con molto ordine e grande semplicità di linguaggio. Fece molte domande ascoltò le risposte con viva attenzione, e conchiuse dicendo con un accento di leggera mestizia:--_È vero; ma siamo costretti a procedere lentamente;_--strane ed ammirabili parole sulle labbra d'un Imperatore del Marocco. Vedendo che non accennava mai, neanche negl'intervalli di silenzio, a troncare il colloquio, l'Ambasciatore si credette in dovere d'alzarsi.--Restate ancora;--disse con un certo garbo ingenuo il Sultano;--mi piace discorrere con voi.--Quando l'Ambasciatore, andandosene, s'inchinò per l'ultima volta sulla soglia della porta, egli abbassò leggermente la fronte, e rimase immobile, come un idolo, nel suo tempio deserto.
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È venuta una comitiva di donne ebree a presentare non so che istanza all'Ambasciatore.
Nessuno potè sottrarre le mani alla pioggia dei loro baci.