Marocco

Chapter 15

Chapter 153,659 wordsPublic domain

Qui dovrei proprio dire:--_Chi mi darà la voce e le parole!_ Come esprimere lo stupore, la meraviglia, la pietà, la tristezza che provai dinanzi a quel grandioso e lugubre spettacolo? Il primo effetto è quello d'una immensa città decrepita, che si vada sfacendo lentamente. Case altissime, le quali paion formate di più case sovrapposte, che si scompongano; scalcinate, screpolate di cima in fondo, puntellate da ogni parte, senz'altre aperture che qualche buco in forma di feritoia o di croce; lunghi tratti di strada fiancheggiati da due muri alti e nudi come muri di fortezza; strade in salita e in discesa, ingombre di calcinacci, di pietre e di rottami d'edifizi, che svoltano di trenta in trenta passi; ad ogni tratto un lungo passaggio coperto, buio come un andito sotterraneo, dove bisogna camminare a tentoni; vicoli senza uscita, recessi, antri, meandri umidi e sinistri, sparsi di ossami, d'animali morti e di strame imputridito; tutto ciò rischiarato da una luce crepuscolare che mette malinconia. In alcuni punti il terreno è così rotto, il polverio così denso, il fetore così acuto, i moscerini così fitti, che bisogna fermarsi per riprendere lena. In una mezz'ora di cammino abbiamo fatto tanti giri che, disegnati, formerebbero uno dei più intricati arabeschi dell'Alhambra. Di tratto in tratto sentiamo il rumore d'una ruota da mulino, un mormorio d'acqua, lo strepito d'un telaio, una cantilena di voci nasali, che ci dicon che venga da una scuola di bambini; ma non si vede nulla da nessuna parte. Ci avviciniamo al centro della città; la gente spesseggia; gli uomini si fermano per lasciarci passare, guardandoci con aria attonita; le donne tornano indietro o si nascondono; i bambini gridano e scappano; i ragazzi brontolano e ci mostrano i pugni da lontano, tenendo d'occhio il bastone dei soldati. Vediamo fontane ornate di ricchi musaici, porte arabescate, qualche cortile ad archi, qualche resto di bella architettura araba annerito dal tempo. Ogni momento, a cagione dei passaggi coperti, ci troviamo al buio; poi intravvediamo un po' di luce; poi di nuovo al buio. Entriamo in una delle strade principali, larga due metri, piena di gente. Tutti si voltano e ci si serrano intorno. I soldati gridano, urtano, picchiano per far largo, e infine si debbono contentare di farci un baluardo coi loro petti, tenendosi per mano gli uni cogli altri, per non esser divisi dalla folla. Abbiamo mille occhi addosso, ci sentiamo mancare il respiro, grondiamo di sudore, andiamo innanzi lentissimamente, fermandoci ogni tanto per lasciar passare un moro a cavallo, un asino carico di teste di montone sanguinolente, un cammello che porta una donna velata. A destra e a sinistra ci sono bazar affollati; cortili d'alberghi ingombri di mercanzie; porte di moschee, per le quali si vedono lunghissime fughe d'arcate bianche, e gente prostrata che prega. Per tutta la strada, fin dove arriva lo sguardo, non si vedono che cappucci, è tutto bianco, e si direbbe che tutti camminano in punta di piedi. L'aria è impregnata d'un odore acuto d'aloé, di spezie, d'incenso, di kif; pare di camminare in una immensa drogheria. Passano frotte di ragazzi colla testa tignosa e piena di cicatrici; vecchie deformi, senza un capello, col seno ignudo, che s'aprono il passo a forza imprecando furiosamente contro di noi; pazzi quasi nudi affatto, incoronati di fiori e di pennacchi, con un ramo d'albero in mano, che ridono e cantano, o ripetono continuamente la medesima parola, ballonzolando davanti ai soldati, che li cacciano via a spintoni. Svoltando in un'altra strada, incontriamo un santo, un vecchio smisuratamente pingue, nudo dalla testa ai piedi, che si trascina a fatica tenendo una mano dove i pittori metton la foglia di fico, e appoggiandosi coll'altra a una lancia fasciata di panno rosso. Passandoci accanto, ci guarda di sbieco e brontola non so che cosa. Un po' più oltre, vediamo quattro soldati che trascinano un disgraziato tutto lacero e sanguinoso,--un ladro colto sul fatto,--e dietro uno sciame di ragazzi che gridano:--La mano! La mano! Tagliargli la mano!--In un'altra strada, incontriamo due uomini che portano una barella scoperta sulla quale è disteso un cadavere, stecchito come una mummia, ravvolto in un sacco di tela bianca stretto intorno al collo, alla vita e alle ginocchia. Io mi domando dove sono, se sogno o son desto, e se la città di Fez e la città di Parigi si trovano veramente sul medesimo astro! Entriamo nei bazar. Per tutto c'è folla. Le botteghe, come a Tangeri, sono tane aperte nel muro. I cambisti sono seduti in terra, con un mucchio di monete nere dinanzi. Attraversiamo, pigiati dalla folla, il bazar delle stoffe, quello delle pantofole, quello della terraglia, quello degli ornamenti di metallo, che formano tutti insieme un labirinto di stradicciuole coperte da un tetto sfracellato di canne e di rami d'albero. Passiamo per mercati di verzura affollati di donne che alzano le braccia per maledirci, e usciamo dalla parte centrale della città. Daccapo salite, discese, giri, rigiri, vicoli tetri, passaggi tenebrosi, moschee, fontane, porte arcate, rumor di mulini, cori di voce nasali, donne che si nascondono, un sudiciume che ammorba e un polverio che leva il fiato. Usciamo finalmente per una porta delle mura e facciamo un giro intorno alla città. La città si stende in forma d'un otto immenso fra due colline, sulla cima delle quali torreggiano le rovine di due antiche fortezze quadrate. Di là dalle colline c'è una corona di monti. Il Fiume delle perle divide la città in due, Fez nuova, sulla riva sinistra, Fez antica, sulla destra; e una cintura di vecchie mura merlate e di grosse torri, di un fosco color calcare, rotta in più punti, stringe tutt'intorno la parte antica e la nuova. Dalle alture si domina collo sguardo tutta la città: una miriade di case bianche coronate di terrazze, al di sopra delle quali s'alzano bei minareti lavorati a musaico, palme gigantesche, mucchi di verzura, torricine merlate, cupolette verdi. A primo aspetto, s'indovina la grandezza della metropoli antica, di cui la città d'oggi non è più che lo scheletro. In vicinanza delle porte e sopra le alture, per un grande spazio la campagna è sparsa di monumenti e di rovine: cube, case di santo, _zauie_, archi d'acquedotti, sepolcri, ruderi enormi, traccie di fondamenta che paiono i resti d'una città spianata dal cannone e divorata dalle fiamme. Tra la città e la più alta delle due colline che la fiancheggiano, è tutto un giardino, un bosco fitto e intricatissimo di gelsi, d'olivi, di palme, d'alberi fruttiferi e di pioppi smisurati, vestiti d'edera e di pampini, dove da ogni parte corrono rigagnoli, zampillano fontane e s'incrociano canali, fra spalliere altissime di verzura e di fiori. L'altura opposta è coronata di migliaia d'aloè alti due volte un uomo. Lungo le mura sono grandi scoscendimenti di terreno, fossi profondi, ricolmi di vegetazione; frammenti immani di bastioni e di torri franate; un disordine grandioso e severo di rovine e di verde, che rammenta i tratti più pittoreschi delle mura di Costantinopoli. Passiamo dinanzi alla porta del Ghisa, alla porta di Ferro, alla Porta del Padre delle Cuoia, alla porta nuova, alla porta bruciata, alla porta da aprirsi, alla porta del Leone, alla porta di Sidi Buxida, alla porta del Padre dell'Utilità, e rientriamo, per la porta della Nicchia del burro, nella nuova Fez. Qui sono grandi giardini, vasti spazi aperti, larghe piazze circondate di mura merlate, di là dalle quali si vedono altre piazze e altre mura, e porte arcate e torri e ponti, e bellissimi prospetti lontani di colline e di monti. Alcune porte sono altissime e hanno i battenti rivestiti di lastre di ferro, tempestate di enormi chiodi. Avvicinandoci al Fiume delle perle, troviamo un cavallo fradicio steso in mezzo alla strada. Lungo il muro v'è un centinaio d'arabi lavandai, che saltellano sopra la biancheria ammucchiata sulla sponda. Incontriamo pattuglie di soldati, personaggi di corte a cavallo, piccole carovane di cammelli, frotte di donne della campagna, coi bimbi sospesi alla schiena, che si coprono il viso passandoci accanto. E finalmente vediamo dei visi che ci sorridono. Entriamo nel Mellà, il quartiere degli Ebrei. È una vera entrata trionfale. S'affacciano alle terrazze e alle porte, scendono nella strada, si chiamano l'un l'altro, accorrono da tutti i vicoli. Gli uomini capelluti e ravvolti nel loro lungo vestito, col capo coperto d'un fazzoletto annodato sotto il mento, come le donne, s'inchinano con un sorriso cerimonioso. Le donne, bianchissime, rotondette, vestite di panni verdi e rossi gallonati e ricamati d'oro, ci augurano _buenos dias_ e ci dicono mille cose gentili coi loro smaglianti occhi neri. Alcuni bimbi ci vengono a baciare le mani. Per sottrarci a quell'ovazione e al sudiciume delle strade, prendiamo una via traversa e riusciamo in un campo tutto coperto di grandi sepolcri di muratura, della forma di parallelepipedi, bianchi come la neve, che ci dicono essere il cimitero israelitico. Di qui torniamo in città, e dopo un altro miglio di cammino per strade tortuose e immonde, bruciati dal sole, saettati da mille sguardi, maledetti da mille bocche, rientriamo finalmente, colla testa in tumulto e le ossa rotte, nel palazzo dell'Ambasciatore.

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O Fez!--dice uno storico arabo--tutte le beltà della terra sono riunite in te! E soggiunge che Fez è stata sempre la sede della saggezza, della scienza, della pace, della religione; la madre e la regina di tutte le città del Magreb; che i suoi abitanti hanno l'ingegno più fino e più profondo degli altri abitanti del Marocco; che tutto quello che è in essa e intorno ad essa è benedetto da Dio; persino l'acqua del Fiume delle perle, la quale guarisce dal mal della pietra, immorbidisce la pelle, profuma i panni, distrugge gl'insetti, rende più dolci (se è bevuta a digiuno) i piaceri dei sensi e contiene pietre preziose d'inestimabile valore. E non meno poeticamente è raccontata dagli scrittori arabi la storia della sua fondazione. Quando gli Abassidi, sul finire dell'ottavo secolo, si divisero in due fazioni, un principe della fazione vinta, Edris-ebn-Abd-Allà, si rifugiò nel Magreb, poco lontano dal luogo dove sorse poi la città di Fez; e qui visse nella solitudine, pregando e meditando, finchè per la sua origine illustre e per la sua santa vita, avendo acquistato gran fama in mezzo ai Berberi della contrada, questi lo elessero loro capo. A poco a poco, colle armi e coll'alta autorità di discendente d'Alì e di Fatima, egli estese la sua sovranità sopra una gran parte del paese, convertendo forzatamente all'islamismo idolatri, cristiani ed ebrei; e pervenne a tal grado di potenza, che il Califfo d'Oriente Arun-er-Rescid, ingelosito, lo fece avvelenare da un finto medico, per distruggere con lui il suo impero nascente. Ma i Berberi diedero solenne sepoltura ad Edris e riconobbero per Califfo un suo figliuolo postumo Edris-ebn-Edris, il quale salì sul trono a dodici anni, consolidò ed accrebbe l'opera del padre, e si può dir che sia stato il vero fondatore dell'Impero del Marocco, il quale rimase fino alla fine del decimo secolo nelle mani della sua dinastia. Fu questo medesimo Edris che gettò le prime fondamenta di Fez il tre febbraio dell'anno 808, «in un vallone posto fra due alte montagne coperte di ricchi boschi e irrigate da mille ruscelli, sulla riva destra del Fiume delle perle.» La tradizione spiega in vario modo l'origine di quel nome. Scavando per le fondamenta si sarebbe trovata nella terra una grande scure (che si chiama in arabo Fez) del peso di sessanta libbre, e questa avrebbe dato il nome alla città. Lo stesso Edris, dice un'altra leggenda, lavorava alle fondamenta in mezzo ai suoi operai, i quali, in segno di gratitudine, gli offrirono una scure d'oro e d'argento, ed egli volle perpetuare nel nome della nuova città la memoria di quell'omaggio. Secondo un altro racconto, il segretario d'Edris avrebbe domandato un giorno al suo Signore qual nome egli intendesse di porre alla città.--Il nome, rispose il principe, della prima persona che incontreremo.--Passò un uomo, lo interrogarono, rispose che si chiamava Farès; ma essendo balbuziente, pronunziò invece di Farès, Fez, e il principe ritenne questo nome. Altri dice che si chiamava _Zef_ una grande città posta sul Fiume delle perle, la quale esistette mille e ottocento anni e fu distrutta prima che l'Islam risplendesse sulla terra; ed Edris impose alla sua metropoli il nome rovesciato della città distrutta. Comunque sia, la città nuova s'accrebbe rapidamente, e già sul principio del decimo secolo rivaleggiava di splendore con Bagdad; racchiudeva fra le sue mura la moschea El-Caruin e quella d'Edris, ancora esistenti, una la più vasta e l'altra la più venerata dell'Affrica; ed era chiamata la Mecca dell'occidente. Verso la metà del undicesimo secolo Gregorio IX ci stabiliva un episcopato. Sotto la dinastia degli Almoadi, aveva trenta sobborghi, ottocento moschee, novantamila case, diecimila botteghe, ottantasei porte, vasti ospedali, bagni magnifici, una grande biblioteca ricca di preziosissimi manoscritti greci e latini; scuole di filosofia, di fisica, d'astronomia e di lingua, a cui accorrevano dotti e letterati d'ogni parte d'Europa e Levante; si chiamava l'Atene dell'Affrica, ed era ad un tempo la sede d'una fiera perpetua, dove affluivano i prodotti dei tre continenti; e il commercio europeo v'aveva i suoi bazar e i suoi alberghi, e vi prosperavano, tra mori, arabi, berberi, ebrei, neri, turchi, cristiani e rinnegati, cinquecentomila abitanti. Ed ora quanto mutata! Quasi tutti i giardini sono scomparsi, la più parte delle moschee rovinarono, della gran biblioteca non rimane che qualche volume tarlato, le scuole son morte, il commercio languisce, gli edifici si sfasciano, e la popolazione è ridotta a meno assai della quinta parte dell'antica. Fez non è più che una enorme carcassa di metropoli abbandonata in mezzo all'immenso cimitero del Marocco.

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La nostra maggiore curiosità, dopo la prima passeggiata per Fez, era di visitare le due famose moschee El-Caruin e Mulei-Edris; ma essendo vietato ai cristiani di mettervi piede, ci dovemmo contentare del po' che se ne vede dalle strade: le porte ornate di musaici, i cortili ad archi, le navate basse e lunghissime, divise da una foresta di colonne e rischiarate da una luce misteriosa. Non è però da credere che queste moschee siano oggi quali erano al tempo della loro gran fama, poichè già nel secolo decimoquinto, il celebre storico Abd-er-Rhaman ebn-Kaldun, descrivendo quella d'El-Caruin (che Dio la nobiliti di più in più, com'egli dice), accenna a parecchi ornamenti che non esistevano più ai suoi tempi. Le prime fondamenta di questa immensa moschea furono gettate il primo sabato di Ramadan; l'anno 859 di Gesù Cristo, a spese d'una pia donna del Kairuan. Era da principio una piccola moschea di quattro navate; ma l'abbellirono e l'ampliarono a poco a poco governatori, emiri e sultani. Sulla cima del minareto, innalzato dall'Imam Ahmed ben Aby Beker, brillava una palla d'oro, tempestata di perle e di pietre preziose, nella quale era confitta la spada d'Edris-ebn-Edris, fondatore di Fez. Alle pareti interne erano appesi dei talismani che premunivano la moschea dai nidi dei topi, degli scorpioni e dei serpenti Il Mirab--la nicchia rivolta verso la Mecca--era così splendido, che gl'imam dovettero farlo imbiancare perchè non distraesse i fedeli dalla preghiera. V'era un pulpito d'ebano ornato d'avorio e di gemme. V'erano duecento settanta colonne che formavano sedici navate di ventun arco ciascuna, quindici grandi porte d'entrata per gli uomini e due piccole per le donne, e mille settecento lampade[tn274a] che nella ventisettesima notte di Ramadan consumavano tre quintali e mezzo d'olio. Tutti particolari che lo storico Kaldun reca con grandi[tn274b] esclamazioni di meraviglia e di gioia, soggiungendo che fra le navate, il cortile, le gallerie, i vestiboli e le soglie delle porte, misurato lo spazio palmo per palmo, la moschea potea contenere ventiduemila settecento persone, e che per pavimentare il solo cortile erano stati impiegati cinquantaduemila mattoni. «Gloria ad Allà, signore dei mondi, immensamente misericordioso e re del giorno del giudizio finale!».

Aspettando che il Sultano fissasse il giorno per il ricevimento solenne, si fecero varie passeggiate, in una delle quali ricevetti «un'impressione» affatto nuova per me. Ci avvicinavamo alla Porta bruciata, _Beb-el-Maroc_, per rientrare in città, quando il vice-console uscì in una esclamazione che mi fece rabbrividire:--Due teste!--Alzai gli occhi al muro, intravvidi due lunghe striscie di sangue rappreso e non ebbi cuore di guardar più su. Erano due teste, mi dissero, appese per i capelli al di sopra della porta; una che pareva d'un giovanetto d'una quindicina d'anni, l'altra d'un uomo tra i venticinque e i trenta: tutti e due mori. Si seppe in seguito ch'erano state appese nella notte, e si diceva che fossero due teste di ribelli delle terre confinanti coll'Algeria, portate a Fez il giorno avanti. Ma il sangue colato faceva sospettare che fossero state recise nella città medesima e forse davanti a quella medesima porta. Comunque fosse, ci fu noto in quella occasione che le teste dei ribelli sono sempre, dalla terra ribellata, portate alla sede della corte e presentate al Sultano; dopo di che i soldati imperiali acciuffano il primo ebreo che incontrano, gli fanno cavare dalle teste il cervello e riempire il vuoto di stoppa e di sale, e le appendono a una porta della città. Dopo che son state là qualche giorno--a Fez, per esempio--un corriere se le mette in un canestro e le porta a Mechinez, dove sono esposte daccapo, e poi ritolte per essere portate a Rabatt, e via via, di città in città fin che sian putrefatte. Non sembra però che questo sia accaduto delle due teste di Beb-el-Maroc, poichè il giorno dopo, non vedendole più, domandammo a un servo arabo che cosa ne avessero fatto, ed egli rispose con un gesto:--Sepolte.--Ma s'affrettò a soggiungere, come per consolarci:--Ce n'è già per strada molte altre.

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Due giorni prima del ricevimento solenne, fummo invitati a colezione da Sid-Mussa.

Sid-Mussa non ha il titolo nè di gran vizir, nè di ministro, nè di segretario; si chiama semplicemente Sid-Mussa; è nato schiavo; è un mancipio del Sultano, che domani può spogliarlo d'ogni suo avere, cacciarlo in fondo a una prigione o fare appendere il suo capo ai merli di Fez, senza renderne conto a nessuno; ma è nello stesso tempo il ministro dei ministri, l'anima del governo, la mente che tutto abbraccia e tutto move dall'Oceano alla Muluia e dal Mediterraneo al deserto, e dopo il Sultano il personaggio più famoso dell'Impero. Si può dunque immaginare la curiosità che ci fremeva dentro, la mattina che, circondati, come al solito, di gente armata, e accompagnati dal Caid e dagl'interpreti, ci recammo, con un lungo codazzo di popolo, a casa sua, che si trova nella nuova Fez.

Fummo ricevuti alla porta da uno stuolo di servi arabi e neri, ed entrammo in un giardino chiuso da alti muri, in fondo al quale, sotto un piccolo portico, aspettava Sid-Mussa, circondato dei suoi ufficiali, tutti vestiti di bianco.

Il famoso ministro porse tutt'e due le mani, con un atto vivace, all'Ambasciatore, chinò la testa sorridendo verso di noi e ci fece entrare in una piccola sala a terreno, dove sedemmo.

Che strana figura! Per un pezzo rimanemmo tutti attoniti a guardarlo. È un uomo sulla sessantina, mulatto, quasi nero, di mezzana statura; ha una testa grossissima e oblunga, due occhi lampeggianti che lanciano uno sguardo astutissimo, un gran naso forcuto, una gran bocca, due file di denti enormi, un mento smisurato; e malgrado questi tratti ferini, un sorriso affabile, un'espressione benigna e modi e inflessioni di voce quanto si può dire cortesi. Ma con nessuna gente quanto coi mori, dice chi li conosce, è facile ingannarsi giudicando l'animo dall'aspetto. Non nell'animo però, nella testa di quell'uomo io avrei voluto vedere! Non ci avrei trovato per certo una grande dottrina. Forse non più che qualche pagina del Corano, qualche periodo della storia dell'Impero, qualche vaga nozione geografica dei primi stati d'Europa, qualche idea di astronomia, qualche regola d'aritmetica. Ma in compenso, che profonda conoscenza del cuore umano, che prontezza di percezione, che sottigliezza di scaltrimenti, che trama intricata di faccende lontanissime da ogni nostra consuetudine, quanti curiosi segreti di reggia, e chi sa che guazzabuglio di rimembranze d'amori, di supplizi, d'intrighi, di vicende strane e tremende! E c'era fors'anche, sotto quel bianco turbante, un concetto della civiltà europea e dello stato del Marocco, non molto diverso dal nostro; tanto che, se avesse potuto esprimere il suo pensiero, avrebbe esclamato:--Eh! cari signori, ne sono più persuaso di voi!--ma era un pensiero imprigionato nel turbante. La stanza, per stanza moresca, era sontuosamente mobiliata, poichè conteneva un piccolo sofà, un tavolino, uno specchio e parecchie seggiole. Le pareti erano decorate di tappeti rossi e verdi, il soffitto dipinto, il pavimento a musaico. Nulla però di straordinario per la casa d'un ministro ricchissimo come Sid-Mussa.

Scambiati i complimenti d'uso, fummo condotti nella sala della mensa, ch'era da un altro lato del giardino.

Sid-Mussa, giusta il suo costume, non venne.

La sala della mensa era, come l'altra, decorata di tappeti rossi e verdi. In un angolo si vedeva un armadio, con su due mazzi di vecchi fiori finti, coperti da una campanella di vetro; e accanto all'armadio uno di quei piccoli specchi colla cornice dipinta a fiori, che si trovano da noi in tutte le locande di villaggio. Sulla tavola, una ventina di piatti pieni di grossi confetti bianchi, della forma di palle e di carrube; le posate e le stoviglie bellissime; molte bottiglie d'acqua; non una goccia di vino. Sedemmo e fummo subito serviti. Ventotto piatti senza contare i dolci! Ventotto enormi piatti, ognuno dei quali sarebbe bastato a sfamare venti persone: di tutte le forme, di tutti gli odori, di tutti i sapori; pezzi smisurati di montone allo spiedo, polli impomatati, selvaggina alla ceretta, pesci al cosmetico, fegatini alla stearina, torte all'unto di sego, legumi in salsa di sugna, ova in conserva di manteca, insalate trite peste impastate e combinate a musaico; dolci di cui ogni boccone basterebbe a purgare un uomo d'un delitto di sangue; e con tutte queste ghiottonerie, grandi bicchieri d'acqua fresca, nei quali spremevamo dei limoni che c'eravamo portati in tasca; e poi una tazza di tè giulebbato; e infine uno stuolo di servi che irruppe nella sala, e innondò d'acqua di rosa noi, la tavola e le pareti: tale fu la colezione di Sid-Mussa.