Marocco

Chapter 14

Chapter 143,669 wordsPublic domain

Mentre io corro qua e là in cerca della mia cavalcatura, che non so come, ritrovo poi appiattata in mezzo ai bagagli, l'Ambasciata parte. Avrei ancora tempo di raggiungerla; ma all'uscita dall'accampamento, scendendo per una china rocciosa, la mula vacilla, la sella si slaccia, la letteratura precipita, ci vuole una mezz'ora per riassestare ogni cosa, e addio Ambasciata! Mi tocca fare il viaggio solo, seguito alla lontana da un servo zoppicante, che arriverà appena in tempo, quando io sia assalito, a vedermi dare gli ultimi tratti. Sia fatta la volontà d'Allà! La campagna è deserta e il cielo nuvoloso. Di mezz'ora in mezz'ora vedo comparire, sulla sommità delle alture lontane, una cavalcata variopinta e sparsa, in mezzo alla quale riconosco il cavallo bianco dell'Ambasciatore e il caffettano rosso di Selam; e per qualche momento mi pare di non esser più solo; ma la cavalcata sparisce, e la solitudine mi torna a pesare sul cuore. A un'ora dall'accampamento raggiungo una retroguardia di dodici cavalieri, condotti dal vecchio Abu Ben Gileli, il caid delle cinquanta bastonate, il quale mi lancia uno sguardo terribilmente espressivo rasente la schiena. Sorrido umilmente e passo oltre. Esco dalla bella valle che si dominava collo sguardo dall'accampamento, e m'inoltro in un'altra valle spaziosa, fiancheggiata da alture ripidissime, vestite d'aloé e d'olivi, che formano come due grandi muraglie verdi a destra e a sinistra d'una immensa strada diritta, chiusa, in fondo, da una cortina di monti azzurri. Incontro parecchi arabi, che si fermano per vedermi passare e guardano intorno, stupiti ch'io non sia scortato. Mi assaltano? non mi assaltano? Uno s'accosta a un albero, ne stacca in fretta e in furia un grosso ramo, e mi corre incontro. Ci siamo! Arresto la mula, afferro la pistola. Egli si mette a ridere e mi porge il bastone, spiegandomi che l'ha staccato per me, per picchiare la mula, che non vuol camminare. In quel momento mi vedo venir incontro, di gran galoppo, due soldati della scorta. La mia ora, si vede, non è ancora sonata. I due soldati mi si mettono uno a destra e uno a sinistra, come due carabinieri, e mandano innanzi il mio quadrupede col calcio dei fucili,--dicendo:--_Embasciador! Embasciador!_--Li ha mandati l'Ambasciatore a vedere che cosa è accaduto di me. Meritano una ricompensa. Mi fermo, ed offro loro una bottiglietta di vino che porto in tasca. Non dicono nè si nè no; si guardano sorridendo, mi accennano che non ne han mai bevuto.--Assaggiate,--dico io col gesto. Uno prende la bottiglia, versa una goccia sulla palma della mano, dà una leccata e rimane un momento pensieroso. L'altro fa lo stesso. Poi si guardano, si mettono a ridere e fanno cenno di sì.--Bevete dunque.--Uno vuota mezza la bottiglia d'un fiato; l'altro, d'un fiato, la finisce; poi si metton tutti e due una mano sul petto e guardano il cielo cogli occhi luccicanti di voluttà. Ci rimettiamo in cammino. Incontriamo altri arabi, uomini, donne e ragazzi, che mi guardano con grande stupore. Uno, fra gli altri, dice alcune parole, alle quali i soldati rispondono con un brusco cenno negativo. Ho poi saputo che, credendomi arrestato, aveva detto:--Ecco un cristiano che ha rubato all'Ambasciatore.--Si vede qualche villaggio di case bianche sulla sommità delle alture che fiancheggiano la valle; spesseggiano le _cube_, le palme, gli alberi fruttiferi, i leandri fioriti, i roseti; la campagna è tutta verdissima, e comincia a mostrare qua e là qualche traccia di divisione di poderi. Entriamo finalmente in una gola angusta e tortuosa, formata da due muraglie di roccia; uscendo dalla quale, ci troviamo sul terreno dell'accampamento. Siamo sulla sponda del Miches, affluente del Sebù, vicino a un piccolo ponte di muratura costrutto diciassette anni sono, in una conca formata da un semicerchio di colline rocciose. Il cielo grigio come una vôlta di piombo piove una luce smorta e uggiosa, che ci costringe a star sette ore immobili sotto le tende. Il termometro segna quarantun grado. L'aria è infocata e grave. Fra le tende non si sente altro che il canto dei grilli e il suono della chitarra del Ducali. Una noia profonda pesa su tutto l'accampamento. Ma verso sera tutto cangia. Una passata d'acqua rinfresca l'aria, un fascio di raggi abbarbaglianti, prorompendo come una corrente di luce elettrica per l'apertura della gola, indora una metà del campo; arrivano corrieri da Tangeri, corrieri da Fez, curiosi dai villaggi; due terzi della carovana si tuffano nel fiume; e il desinare è rallegrato dall'apparizione d'un nuovo personaggio, venuto dalla gran città dei Sceriffi: il moro Scellal, un altro dei protetti della Legazione d'Italia che ha una lite pendente col Governo del Sultano: il più voluminoso turbante, il più rotondo faccione, la più beata pinguedine moresca che siasi veduta da Tangeri in poi. La mattina seguente, all'alba, ci rimettiamo in cammino, senz'altra scorta che i quaranta soldati comandati da Hamed Ben Kasen. È scoppiata una rivolta nelle terre confinanti coll'Algeria, e tutta la cavalleria della provincia di Fez è stata immediatamente mandata contro i ribelli.--Vedremo molte teste appese alle porte di Fez,--dice il Ducali. Per due ore camminiamo fra le colline in mezzo alle ginestre e ai lentischi. Poi sbocchiamo nella vastissima pianura di Fez, coronata di montagne e di colli, biondeggiante di grano, sparsa di grandi _duar_, percorsa dal fiume della Fontana azzurra, che si va a versare nel Miches, e dal Fiume delle perle, affluente del Sebù, che va a dividere in due la città sacra dell'Impero; sorvolata da stormi di grù, d'oche selvatiche, di tortore, di pernici, d'aghironi; lussureggiante di vegetazione, piena di luce, quieta e ridente come un immenso giardino. Piantiamo l'accampamento sulla riva del fiume della Fontana azzurra. La giornata passa in un lampo, tra le caccie, le visite ai _duar_, gli ebrei che vengon da Fez a raccontarci dei grandi apparecchi dell'esercito, i messi della corte che portano i saluti del Sultano; le famiglie arabe che guadano il fiume, in lunghe file, prima il cammello, poi gli uomini, poi le donne coi bimbi sul dorso, poi i ragazzi, poi i cani a nuoto; le carovane che passano, le frotte di curiosi che accorrono, un tramonto che innamora e la notte più luminosa ch'abbia mai contemplato occhio umano. La mattina all'alba di nuovo in cammino. Si rientra fra le colline, si torna a discendere nella pianura, e s'infila una strada serpeggiante incassata fra due rive, che ci nascondono l'orizzonte. Tutt'a un tratto una voce sonora grida:--Ecco Fez!--Tutti si fermano. Diritto, davanti a noi, lontano parecchie miglia, ai piedi delle montagne, si vede una vasta selva di torri, di minareti e di palme, velata leggermente dalla nebbia. Un allegro:--Ci siamo!--prorompe nello stesso punto da tutte le bocche in italiano, in spagnuolo, in francese, in arabo, in genovese, in siciliano, in napoletano; e al breve silenzio della prima meraviglia, succede una conversazione rumorosa. Ci rimettiamo in cammino e andiamo ad accamparci, per l'ultima volta, ai piedi del monte Tagat sulla riva del Fiume delle perle, a un'ora e mezzo da Fez. Qui per tutta la giornata è un andirivieni e un affaccendamento che ci pare il quartier generale d'un esercito in guerra. Sono messi del Sultano, messi del primo ministro, messi del gran cerimoniere, messi del Governatore di Fez, ufficiali, maggiordomi, negozianti, patenti de' mori della carovana, tutta gente ben vestita, linda, cerimoniosa, circonfusa dell'aura della corte e della metropoli, che parla con voce grave e gesti maestosi dell'esercito formidabile, della folla immensa, del palazzo delizioso che ci aspetta. L'entrata a Fez è stabilita per le otto della mattina seguente. All'alba tutti sono in piedi. È un gran lavorìo di rasoi, di spazzole, di pettini, di striglie, e un'allegrezza che ci rifà ad usura di tutte le fatiche del viaggio. L'Ambasciatore si mette il suo berretto dorato, Hamed Ben Kasen la sciabola di gala, Selam un caffettano color di rosa, Civo un fazzoletto verde intorno al capo, segno di grande solennità; tutti i servi, la cappa bianca; tutti i soldati della scorta, le armi lucide; tutti gl'italiani, la roba più sfoggiata dei loro bauli. Siamo, fra tutti, un centinaio, e si può affermare che l'Italia non ha mai avuto un'ambasciata più bizzarramente composta, più pomposamente colorita, più allegramente impaziente, più impazientemente aspettata di questa. Il tempo è bellissimo, i cavalli scalpitano, i caic ondeggiano al venticello della mattina, tutti i volti brillano, tutti gli sguardi si fissano sull'Ambasciatore che conta i minuti sull'orologio. Son le otto--un cenno--tutti a cavallo--e avanti. Ah! che vuol dire essere eternamente bambino! Mi sento battere il cuore!

FEZ

Non abbiamo ancora fatto mezzo miglio verso la città, che siamo già circondati da una folla d'arabi e di mori accorsi da Fez e dalla campagna, parte a piedi, parte a cavallo a mule ed a asini, a due a due per cavalcatura, come gli antichi Numidi, smaniosi a tal segno di vederci che i soldati della scorta, perchè non ci si stringano addosso, sono costretti a spazzare la strada a colpi di calcio di fucile. Il terreno essendo basso, la città di Fez, della quale si vedevano le mura merlate dall'accampamento, ci rimane per un buon pezzo nascosta. Poi, tutt'a un tratto, riapparisce e vediamo dinanzi alle mura un immenso formicolìo bianco e porporino, che pare una miriade di gigli e di rose che tremolino al vento. La città si nasconde daccapo e daccapo ricompare, ma questa volta vicinissima, e fra noi e le sue mura, il popolo, l'esercito, la corte, una pompa, uno splendore, una bizzarria, una bellezza che in quel punto mi fece cadere di mano le briglie, e in questo momento la penna.

Una schiera di ufficiali a cavallo ci viene incontro di galoppo, saluta, si divide in due e s'unisce alla scorta.

Dietro costoro, un grosso stuolo di cavalieri vestiti pomposamente, montati su cavalli bellissimi, preceduti da un moro di alta statura, col turbante bianco e il caffettano roseo, s'avanza verso di noi. È il gran cerimoniere Hadje Mohammed Ben Aissa, cogli ufficiali di corte, che dà il benvenuto all'Ambasciatore in nome del Sultano, e s'accompagna alla scorta.

Andiamo innanzi, fra due ali di soldati di fanteria che trattengono a stento la folla.

Che soldati! Sono vecchi, uomini maturi, e ragazzi di quindici, di dodici, persino di nove anni, vestiti di rosso scarlatto, colle gambe nude, colle pantofole gialle, schierati, senz'ordine di statura, sopra una sola riga, coi comandanti dinanzi. Ci presentano, ognuno a modo suo, i loro fucili rugginosi, colle baionette scontorte. Chi tiene un piede innanzi, chi sta a gambe larghe, chi col mento sul petto, chi colla testa chinata sopra una spalla. Alcuni si son messi la giacchetta rossa sul capo per ripararsi dal sole. Di tratto in tratto v'è un tamburino, un trombetta, cinque o sei bandiere le une accanto alle altre, rosse, gialle, verdi, ranciate, tenute come si tengono le croci nelle processioni. Non si vede nessuna divisione di squadre o di compagnie. Paiono soldatini di cartone messi in fila da un ragazzo. Vi son dei neri, dei mulatti, dei bianchi, faccie d'un colore indefinibile; uomini di statura ciclopica accanto a bimbi che appena possono reggere il fucile; vecchi con una lunga barba bianca, curvi, che s'appoggiano col gomito ai vicini; figure selvaggie che fan l'effetto, con quell'uniforme, di scimmie vestite ed ammaestrate; tutti ci guardano cogli occhi attoniti e la bocca aperta e si stendono dinanzi a noi in due file a perdita d'occhio.

Una seconda folla di cavalieri ci viene incontro, a sinistra. È il vecchio governatore Gilali Ben Amù, seguito da diciotto sotto-governatori e dal fiore dell'aristocrazia di Fez, tutti vestiti di bianco da capo a piedi, come uno stuolo di sacerdoti: visi austeri, barbe nere, caic di seta, bardature dorate. Salutano, ci girano intorno e s'uniscono alla scorta e alla Corte.

Andiamo innanzi, sempre in mezzo a due schiere di soldati, dietro ai quali ondeggia una folla bianca e incappucciata che ci divora cogli occhi. Son sempre gli stessi soldati, per buona parte ragazzi, col fez, la giacchetta rossa e le gambe nude. Alcuni hanno i calzoncini turchini, altri bianchi, altri verdi; molti sono in maniche di camicia; chi tiene il fucile al piede, chi sulla spalla; chi sta avanti, chi sta indietro. Gli ufficiali son vestiti a capriccio, da zuavi, da turcos, da spahì, alla greca, all'albanese, alla turca, con divise gallonate e arabescate d'oro e d'argento, con sciabole a scimitarra, spade, pugnali ricurvi, pistoloni, daghe, stivali alla scudiera e stivaletti gialli senza tallone; alcuni color di porpora da capo a piedi, altri tutti bianchi, altri tutti verdi che paiono mascherati da diavoli. Di tratto in tratto si vede fra loro un viso europeo che ci guarda con un'espressione di simpatia e di tristezza. Si vedono fino a dieci bandiere schierate insieme. Al nostro passaggio, squillano le trombe. Qualche braccio di donna s'intromette fra le teste di due soldati e s'agita col pugno chiuso verso di noi in atto di minaccia. Le mura della città par che s'allontanino via via che andiamo innanzi, e le due schiere di soldati si allungano dinanzi a noi come due siepi sterminate di roseti vermigli.

Un'altra folla di cavalieri, più pomposi dei precedenti, ci viene incontro. È il vecchio ministro della guerra. Sid-Abd-Allà ben-Hamed, nero, montato sopra un cavallo bianco bardato di color celeste; e con lui i governatori militari della provincia, il comandante del presidio di Fez, e un folto stato maggiore di generali coronati di turbanti bianchi come la neve e vestiti di caffettani di cento colori.

Ci rimettiamo in via. Ormai è più di mezz'ora che camminiamo in mezzo ai soldati e qualcuno ne ha contati oltre a quattro mila. Da una parte è schierata la cavalleria; dall'altra un'accozzaglia che non ha più nome; uomini e ragazzi vestiti di cento uniformi diverse, o piuttosto di brandelli d'uniformi, metà armati e metà senz'armi, colla cappa, senza cappa, con un cencio intorno al capo, col capo scoperto, scamiciati; visi del deserto, del litorale dell'Oceano, delle montagne dell'Atlante, del Rif, della provincia di Sus; teste rapate e teste ornate di lunghe treccie; colossi e nani, ceffi di belve e faccie di morti--disotterrati, larve, fantocci, comparse teatrali, gente razzolata Dio sa dove per far numero e paura. E dietro costoro, su due grandi rialti di terreno che sorgono a destra e a sinistra della strada, due turbe innumerevoli di donne velate, che gridano e gesticolano in atto di meraviglia, di sdegno, d'allegrezza, sollevando i bambini sopra la testa.

Ci avviciniamo alle mura, in direzione d'una porta monumentale, coronata di merli. Scoppia il suono d'una banda e nello stesso tempo tutte le trombe e tutti i tamburi dell'esercito prorompono in un fragore infernale. Allora si sciolgono gli ordini del ricevimento e tutti ci si affollano intorno, magistrati, generali, cortigiani, ministri, ufficiali, schiavi; la nostra scorta è scompigliata, i nostri servi dispersi e noi stessi separati gli uni dagli altri. È un torrente di turbanti e di cavalli, che ci avvolge e ci travolge con un impeto irresistibile; un barbaglio di colori, una fantasmagoria di faccie strane, un frastuono di voci stridule, una furia, una confusione di battaglia, uno spettacolo grandioso e selvaggio che innamora e sbalordisce.

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Passiamo per la gran porta, ci guardiamo intorno credendo di veder le case della città: siamo ancora in mezzo a mura e a torri merlate; a sinistra v'è una cuba, colla cupola verde, ombreggiata da due palme; gente intorno alla cuba, ai piedi delle mura, sulle mura, sulle torri, da ogni parte. Passiamo sotto un'altra porta, ed entriamo finalmente in una strada fiancheggiata da case.

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Non ricordo che molto confusamente quello che vidi in quel tragitto, tanto ero sbalordito dallo spettacolo dell'entrata e intento a salvarmi la vita, poichè si camminava sui pietroni in mezzo a una calca di cavalli, e guai a chi avesse fatto un capitombolo. Passammo, mi ricordo, per parecchie strade strette, deserte, fiancheggiate da case molto alte, salendo, scendendo, soffocati dal polverìo e assordati dallo scalpitìo dei cavalli; e dopo una buona mezz'ora di cammino, attraversato un labirinto di vicoli in salita dove ci toccò passare a uno a uno, scendemmo dinanzi a una piccola porta, in mezzo a due file di soldati scarlatti che ci presentarono le armi, ed entrammo in casa nostra.

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Fu una sensazione deliziosa.

Era una casa principesca di puro stile moresco con un piccolo giardino ombreggiato da filari paralleli d'aranci e di limoni. Dal giardino s'entrava nel cortiletto interno per una porta bassissima, e un corridoio appena tanto largo da potervi passare una persona. Tutt'intorno al cortile s'alzavano dodici pilastri bianchi, congiunti da altrettanti archi a ferro di cavallo, che sostenevano all'altezza del primo piano una galleria arcata e munita d'una balaustrata di legno. Il pavimento del cortile, della galleria e delle stanze era tutto uno splendido musaico a quadrettini smaltati di vivi colori; gli archi arabescati e dipinti; la balaustrata lavorata a giorno con una delicatezza finissima; tutto l'edifizio disegnato con un'armonia e una grazia degna degli architetti dell'Alhambra. Nel mezzo del cortile v'era una fontana, e un'altra, a tre getti d'acqua, dentro a un vano del muro rivestito di musaico a stelle e a rosoni. Dal mezzo d'ogni arco pendeva una grande lanterna moresca. Un braccio dell'edifizio si stendeva lungo uno dei lati del giardino, e aveva una graziosissima facciata a tre archi, pure dipinti e arabescati, dinanzi alla quale zampillava una terza fontana. V'erano altri piccoli cortili e corridoi e stanzuccie e gl'innumerevoli recessi di tutte le case orientali. Qualche letto di ferro senza[tn258] coperte e senza lenzuoli, qualche orologio a pendolo, uno specchio nel cortile, due seggiole e un tavolino per l'Ambasciatore, e una mezza dozzina di orciuoli e di catinelle, erano tutta la suppellettile del palazzo. Nelle stanze principali c'erano tappeti ricamati d'oro appesi alle pareti e materasse bianche distese sul pavimento. Non una seggiola, non una tavola, non un comodino. Si dovette far portare il mobilio dell'accampamento. In compenso per tutto fresco, per tutto gorgoglío d'acqua, un'ombra, una fragranza, un non so che di molle e di voluttuoso nelle linee, nei colori, nella luce, nell'aria, che faceva sorridere e pensare. Tutto l'edifizio era circondato da un muro altissimo, e intorno al muro si stendeva un labirinto di stradicciuole deserte.

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Appena fummo nel cortile, cominciò un andirivieni di ministri e d'altri personaggi, ognuno dei quali fece un quarto d'ora di conversazione coll'Ambasciatore, palpandosi i piedi. Il ministro delle finanze fu quello che attirò più di tutti la mia attenzione. Era un moro sulla cinquantina, di aspetto severo, sbarbato, tutto vestito di bianco, con un grosso turbante. Più lo guardavo e meno mi potevo persuadere che quell'uomo avesse qualcosa di comune col Minghetti e col Sella. Un interprete mi disse che aveva un grande ingegno, e addusse per prova che essendogli stata portata un giorno una di quelle macchinette che fanno le operazioni aritmetiche, lui aveva fatte le medesime operazioni in un tempo eguale e cogli stessi risultati. E bisognava vedere con che espressione di sacro rispetto, Selam, Alì, Civo, e tutti gli altri servi arabi guardavano quei personaggi, che dopo il Sultano rappresentavano per loro il più alto grado di scienza, di potenza e di gloria, a cui si possa pervenire sulla terra!

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Finite le visite, si pigliò possesso del palazzo. I due pittori, il medico ed io occupammo le camere che davano sul giardino; gli altri, quelle del cortile. Interpreti, cuochi, marinai, servi, soldati, tutti trovarono il loro posticino. In poche ore il palazzo cangiò aspetto.

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Assestata ogni cosa, si pensò a visitare la città.

I primi ad uscire furono l'Ussi e il Biseo; poi il Comandante e il Capitano; io mi riserbai a veder ogni cosa a mente fresca la mattina seguente. Uscirono a due a due, circondati, come malfattori, da un drappello di fantaccini armati di fucili e di bastoni. Stettero fuori un'ora, che mi parve eterna, e tornarono impolverati e grondanti di sudore come da un campo di battaglia, esprimendo concitatamente, prima coi gesti che colle parole, una grandissima meraviglia. Le prime parole furono--gran città--gran folla--moschee immense--santi nudi--maledizioni--legnate--cose dell'altro mondo. Ma la più saporita notizia la diede l'Ussi. In una delle strade più frequentate, malgrado la sorveglianza dei soldati, una ragazza di quindici anni gli s'era slanciata alle spalle come una furia e gli aveva assestato tra capo e collo un vigorosissimo pugno gridando:--Maledetti questi Cristiani! Non c'è più un angolo del Marocco dove non si vengano a cacciare!

Tali furono le prime accoglienze fatte all'Arte italiana fra le mura di Fez.

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A notte avanzata, feci un giro per il palazzo. Sui pianerottoli, davanti alle porte delle camere, nel giardino, per le scale c'erano soldati accovacciati, ravvolti nelle cappe, che dormivano profondamente. Dinanzi alla piccola porta del cortile russava all'aria aperta il fedele Hamed Ben Kasen, disteso sopra una stuoia, colla sciabola al fianco. La luce velata delle lanterne faceva scintillare i musaici dei pavimenti e dei muri che parevano tempestati di perle, e dava a tutto l'edifizio l'apparenza misteriosa e magnifica d'una reggia. Il cielo era tutto stellato, e un vento leggero faceva stormire gli aranci del giardino. Si sentiva distintamente, nel silenzio della notte, il rumore del Fiume delle perle, il gorgoglio delle fontane, il[tn261] tic-tac degli orologi, e di tratto in tratto le voci acute delle sentinelle, che dalle varie porte esterne del palazzo si davano l'all'erta cantando delle preghiere. Che belle ore passai, quella notte, col viso all'inferriata della finestra su cui batteva la luna, pensando alla grande città sconosciuta che mi si stendeva dintorno, a casa mia, ai miei amici, alle belle del Sultano, al mondo di là, a mille cose fantastiche e care!

La mattina uscimmo quattro o cinque insieme, accompagnati da un interprete, e scortati da dieci soldati di fanteria, uno dei quali aveva ancora i bottoni coll'effigie della Regina Vittoria, poichè molte di quelle divise rosse son prese usate a Gibilterra dai soldati dell'esercito inglese. Due ci si misero davanti, due di dietro, tre a sinistra e tre a destra; i primi armati di fucili, gli altri di bastoni e di corde a nodi. Faccie che, quando me ne ricordo, benedico il bastimento che m'ha riportato in Europa.

L'interprete ci domandò che cosa volevamo vedere.--Tutta Fez!--si rispose.

Ci dirigemmo prima verso il centro della città.