Chapter 12
Il _duar_ è formato ordinariamente da dieci, quindici o venti famiglie, che per lo più son legate fra loro da un vincolo di parentela; e ogni famiglia ha una tenda. Le tende sono disposte in due ordini paralleli, distanti una trentina di passi l'uno dall'altro, in modo che formano nel mezzo una specie di piazzetta rettangolare, aperta alle due estremità. Queste tende sono quasi tutte eguali. Consistono in un gran pezzo di stoffa nera o color di cioccolatte, tessuta con fibre di palme nane o con pelo di capra e di cammello; la quale è sostenuta da due pali o due grosse canne, unite insieme da una traversa di legno, che regge il tetto. La loro forma è ancora quella delle abitazioni dei Numidi di Giugurta, che il Sallustio paragonava a una nave rovesciata colla carena in alto. Nell'inverno e nell'autunno, la tela è distesa fino a terra e fissata per mezzo di corde a pioli, in maniera che non v'entri nè vento nè acqua. In estate, è lasciata tutt'intorno una larga apertura per la circolazione dell'aria, protetta da una piccola siepe di giunchi, di canne o di rovi secchi. Con questo mezzo, le tende sono più fresche in estate e meglio chiuse nella stagione piovosa, che le stesse case moresche delle città, le quali non hanno nè usci nè vetrate. L'altezza massima d'una tenda è di due metri e mezzo; la massima lunghezza di dieci; quelle che superano questa misura appartengono a qualche sceicco opulento, e son rare. Una parete di giunchi divide la casetta in due parti: di qua dormono il padre e la madre, di là i figliuoli e il rimanente della famiglia. Una o due stuoie di vimini, un cassone di legno variopinto e arabescato, in cui tengono la roba; uno specchietto rotondo di Trieste o di Venezia, un alto treppiedi di canna, che ricoprono d'un caic, per lavarvisi sotto; due pietre per macinare il grano, un telaio della forma di quei dei tempi d'Abramo, un rozzo lume di latta, qualche vaso di terra, qualche pelle di capra, qualche piatto, una rocca, una sella, un fucile, un pugnalaccio, sono tutta la suppellettile d'una di queste case. In un angolo v'è una chioccia e una covata di pulcini; davanti all'entrata un fornello, formato di due mattoni; da un lato della tenda un piccolo orto; più in là alcuni fossi rotondi, rivestiti di pietre o di cemento, nei quali conservano il grano. In quasi tutti i grandi _duar_ v'è una tenda appartata dove sta il maestro di scuola, al quale il _duar_ dà cinque lire il mese, oltre a molte provvigioni di viveri. Tutti i ragazzi vanno là a ripetere centomila volte gli stessi versetti del Corano, e a scriverli, quando li sanno a mente, sopra una tavola di legno. La maggior parte, lasciando la scuola prima di saper leggere, per andar a lavorare coi genitori, dimenticano in breve tempo il poco che hanno imparato. I pochissimi che hanno volontà e modo di studiare, continuano fino a vent'anni, per andar poi a compiere gli studi in una città, e diventare _taleb_, che significa scrivano o notaro, ed equivale a prete, poichè è una cosa sola, presso i Maomettani, la legge religiosa e la civile. La vita che si fa in questi _duar_ è semplicissima. All'alba, tutti si levano, dicono le loro preghiere, mungono le vacche, fanno il burro, e bevono il latte agro che ne rimane. Per bere si servono di gusci di conchiglie e di patelle che comprano dalle popolazioni della costa. Poi gli uomini vanno a lavorare alla campagna, e non tornan più che verso sera. Le donne vanno a pigliar acqua e a cercar legna, macinano il grano, tessono le rozze stoffe di cui si vestono esse e i loro uomini, fanno le corde delle tende con fibre di palma nana, mandano da mangiare ai mariti, e preparano il cuscussù per la sera. Il cuscussù è mescolato con fave, zucche, cipolle e altri erbaggi; qualchevolta inzuccherato, pepato e condito con sugo di carne; nei giorni di scialo, mangiato con carne. Tornati gli uomini, cenano e per lo più, al tramonto del sole, vanno a dormire. Qualche volta, dopo cena, un vecchio racconta una storia in mezzo a una corona di parenti. Durante la notte il _duar_ rimane immerso nel silenzio e nelle tenebre: solo qualche famiglia tiene davanti alla tenda un lumicino acceso, che serve di richiamo ai viaggiatori smarriti.--Il vestire degli uomini e delle donne non è che una camicia di tela di cotone, una cappa e un caic grossolano. Le cappe e i caic non li lavano che tre o quattro volte l'anno, in occasione delle feste solenni, per cui son quasi sempre del colore della loro pelle o più neri. La pulizia del corpo è più curata, poichè senza far le abluzioni prescritte dal Corano, non potrebbero pregare. Le donne per di più si lavano ogni mattina tutta la persona, nascondendosi sotto il treppiedi coperto col caic. Ma lavorando come fanno, e dormendo come dormono, son sempre sudici a un modo, benchè facciano uso, miracolo! del sapone. Nei ritagli di tempo molti giocano alle carte, e quando non giocano, un gran divertimento degli uomini è di stendersi supini in terra e di sballottare i loro bambini; per i quali però si raffreddano via via che diventan grandi, e così è dei figliuoli per loro. Molti di questi figli del _duar_, giungono all'età di dieci o quattordici anni senz'aver mai visto una casa, ed è curioso il sentir raccontar dai mori o dagli europei delle città, che li prendono al proprio servizio, lo sbalordimento che provano entrando per la prima volta in una stanza: come palpano le pareti, come pestano il pavimento, con che viva emozione s'affacciano alle finestre e ruzzolano giù per le scale.--Gli avvenimenti principali, in questi villaggi erranti, sono i matrimoni. I parenti e gli amici della sposa, con grande strepito di fucilate e di grida la conducono, seduta sulla groppa d'un cammello, al _duar_ dello sposo, ravvolta in una cappa bianca o turchina, tutta profumata, colle unghie tinte di henné e le soppraciglia nere di sughero bruciato, e per lo più ingrassata, per quell'occasione, con un erba particolare chiamata _ebba_, di cui fanno grande uso le ragazze. Il _duar_ dello sposo, dal canto suo, invita alla festa i _duar_ vicini, da cui accorrono spesso cento o duecento uomini a cavallo, armati di fucile. La sposa scende dal cammello dinanzi alla tenda del suo futuro marito, siede sopra una sella infronzolita e infiorata, ed assiste alla festa. Mentre gli uomini fanno il _giuoco della polvere_, le donne e le ragazze, disposte in circolo davanti a lei, saltellano al suono d'un tamburo e d'un piffero, intorno a un caic disteso in terra, nel quale ogni invitato, passando, butta una moneta per gli sposi, e un banditore annunzia ad alta voce l'offerta, facendo un buon augurio all'oblatore. Verso sera, il ballo cessa, i fucili tacciono, tutti siedono in terra, vengon portati enormi piatti di cuscussù, polli arrosto, montoni allo spiedo, tè, dolci, frutta; e la cena si prolunga fino a mezzanotte. Il giorno seguente, la sposa vestita di bianco, con una ciarpa rossa stretta intorno al viso, che le nasconde la bocca, e il cappuccio tirato sul capo, accompagnata dai parenti e dagli amici, va per i _duar_ vicini a raccoglier un'altra volta denaro. E dopo questo, lo sposo ritorna ai campi, la sposa va alla macina, e l'amore vola via. Quando uno muore, ripetono le danze. Il parente più prossimo del defunto ne ricorda le virtù; gli altri, affollati intorno a lui, danzano con gesti e atteggiamenti dolorosi, si coprono di fango, si graffiano il viso, si stracciano i capelli; poi lavano il cadavere, lo ravvolgono in una tela nuova, lo portano, sopra una barella, al cimitero, e lo sepelliscono appoggiato sul lato destro, col viso rivolto a oriente.--Questi sono i loro usi e i loro costumi, per dire così, patenti; ma gl'intimi chi li conosce? Chi può seguire i fili di cui s'ordisce la trama della vita d'un _duar_? Chi può sapere come parla il primo amore, come s'intrica il pettegolezzo, in che strana forma, con che strani accidenti si producano e lottino l'adulterio, la gelosia, l'invidia; che virtù brillino, che sacrifizi si compiano, che abbominevoli passioni imperversino fra quelle pareti di tela? Chi può rintracciare l'origine delle loro favolose superstizioni? Chi può chiarire quel bizzarro miscuglio di confuse tradizioni pagane e cristiane: le croci segnate sulla pelle, la vaga credenza ai satiri di cui trovano le orme forcute sulla terra, la bambola portata in trionfo al primo spuntare del grano, il nome di Maria invocato in soccorso delle partorienti, le danze circolari che rammentano i riti degli adoratori del sole?--Una sola cosa loro è certa e manifesta: la miseria. Vivono degli scarsi prodotti della terra mal coltivata, scemati ancora da imposte gravissime e mutevoli, riscosse dal Sceicco, o capo del _duar_, eletto da loro e direttamente sottoposto al Governatore della provincia. Rimettono al Governo, in danaro o in natura, la decima parte del raccolto, e una lira in media per ogni bestia. Pagano cento lire l'anno per ogni tratto di terreno corrispondente al lavoro di due buoi. Fanno al Sultano, nelle principali feste annuali, un regalo obbligatorio, che equivale presso a poco a un'imposta di cinque lire per tenda. Sborsano denaro o forniscon viveri, ad arbitrio dei governatori, quando passa il Sultano, un pascià, un'ambasciata, un corpo di soldati. Oltre a ciò, chiunque abbia denari è esposto alle estorsioni dei Governatori, non velate, non scusate da alcun pretesto, ma sfacciatamente violente. Aver fama di agiato è una sventura. Chi ha un piccolo peculio, lo sotterra, spende di nascosto, finge la miseria e la fame. Nessuno accetta in pagamento uno scudo annerito, anche se è certo che sia buono, perchè può parer levato di sotto terra e mettere in sospetto chi dà la caccia ai tesori. Quando un agiato muore, i parenti, per scongiurare la rapina, offrono un regalo al Governatore. Offrono regali per chieder giustizia, per prevenire le persecuzioni, per non esser ridotti a morir di fame. E quando finalmente la fame li strazia e la disperazione li accieca, disfan le tende, impugnano i fucili e lanciano il grido della rivolta. Che succede allora? Il Sultano sguinzaglia tremila furie a cavallo a seminare la morte nel paese ribelle. Questi tagliano teste, predano armenti, ruban donne, incendiano messi, riducon la terra un deserto coperto di cenere e di sangue, e ritornano ad annunziare alla reggia che la ribellione è domata. Se poi la ribellione si allarga, e mandando a vuoto le arti con cui il Governo tenta di smembrarne le forze, disperde gli eserciti e riman padrona del campo, che vantaggio ne ricava, fuorchè quei brevi giorni di libertà guerresca, che le costan migliaia di vite? Eleggeranno un altro Sultano, e provocheranno una guerra dinastica tra provincie e provincie, a cui terrà dietro un dispotismo peggiore; ciò che da dieci secoli accade.
§ § § § §
La mattina del 10 la carovana si mise in cammino, all'alba, accompagnata dai trecento cavalieri dei Beni-Hassen e dal loro Governatore Abd-Allà, _servo di Dio_.
Per tutta quella mattina si continuò a camminare in pianura, in mezzo a campi d'orzo, di grano e di saggina, interrotti da grandi spazi coperti di finocchio selvatico e di fiori, e sparsi di gruppi d'alberi e di tende nere, le quali di lontano presentavano l'aspetto di quei grandi mucchi di carbone che si vedono tratto tratto per la maremma toscana. Incontravamo più sovente che nei giorni innanzi, armenti, cavalli, cammelli, brigatelle d'arabi. Lontano, dinanzi a noi, si stendeva una catena di monti d'un color cenerino delicatissimo, e a mezza distanza, fra i monti e la carovana, biancheggiavano due _cube_, la prima illuminata dal sole, la seconda, visibile appena. Erano le cube di Sidi-Ghedar e di Sidi-Hassem, fra le quali passa il confine della terra dei Beni-Hassen. Presso alla cuba più lontana si doveva piantare quel giorno l'accampamento.
Molto prima però di giungere al confine, il Governatore Sidi-Abd-Allà, che fin dal momento della partenza pareva pensieroso e irrequieto, si avvicinò all'Ambasciatore e fece cenno di voler parlare.
Mohamed Ducali accorse.
--L'Ambasciatore d'Italia mi perdonerà--disse il fiero Governatore--se io oso domandargli il permesso di tornar indietro colla mia scorta.
L'ambasciatore domandò perchè.
--Perchè,--rispose Sidi-Abd-Allà corrugando i suoi grandi sopraccigli neri,--la mia casa non è sicura.
Nientemeno! pensammo noi. A due miglia di distanza! Che delizia di mestiere ha da essere quello di governare i Beni-Hassen!
L'Ambasciatore acconsentì; Sidi-Abd-Allà gli prese la mano e se la strinse sul petto con una energica espressione di gratitudine. Ciò fatto, voltò il cavallo, e quella turba variopinta, cenciosa, terribile, slanciati i cavalli a briglia sciolta, in pochi momenti non fu più che un nuvolo di polvere all'orizzonte.
NOTE:
[2] Si chiama _duar_ un accampamento d'arabi.
SIDI-HASSEM
La provincia dove stava per entrare la carovana, era una specie di colonia, divisa in poderi fra un gran numero di famiglie di soldati, in ognuna delle quali il servizio militare è obbligatorio per tutti i figli maschi; anzi ogni figliuolo nasce, per così dire, soldato, serve, come può, fin dall'infanzia, e riceve una paga fissa prima di essere in grado di maneggiare il fucile. Di più queste famiglie militari vanno esenti dalle imposte, e la loro proprietà è inalienabile fin che esiste la progenitura mascolina. Costituiscono perciò una milizia regolare, disciplinata e fedele, colla quale il governo può tranquillamente _divorare_, giusta l'espressione del paese, una qualunque provincia ribelle senza temere che gli ciurli nel manico; e si potrebbe dire una milizia d'esattori, che rende al governo assai più di quello che gli costa, poichè nel Marocco l'esercito serve specialmente alle finanze, e l'ordigno principale della macchina amministrativa è la spada.
Appena oltrepassato il confine dei Beni-Hassen, si vide lontano uno stormo di cavalieri che venivano di galoppo verso di noi, preceduti da una bandiera verde.
Cosa insolita, erano schierati in due lunghissime linee, l'una dietro l'altra, cogli uffiziali dinanzi.
A venti passi da noi, si arrestarono bruscamente tutti in un punto.
Il loro comandante, un grosso vecchio dalla barba bianca, d'aspetto benevolo, con un turbante altissimo, porse la mano all'ambasciatore dicendo:--Siate il benvenuto! Siate il benvenuto!--e quindi a noi:--Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!
Ci rimettemmo in cammino.
I nuovi cavalieri erano molto diversi dai Beni-Hassen. Avevano i vestiti più puliti e le armi più lucide; quasi tutti gli stivali gialli, ricamati di filo rosso; le sciabole col manico di corno di rinoceronte, le cappe turchine, i caffettani bianchi, le cinture verdi. Molti eran vecchi, ma di quei vecchi pietrificati, per i quali pare che sia cominciata l'eternità; parecchi giovanissimi; due, fra gli altri, non più che decenni, belli, pieni di vita, che ci guardavano con un'aria sorridente come per dire:--Via, non siete poi quelle faccie patibolari che c'eravamo figurate!--V'era un vecchio nero di tale statura, che, stendendo le gambe fuori dalle staffe, avrebbe quasi toccato terra coi piedi. Uno degli uffiziali aveva le calze.
Dopo mezz'ora di cammino, incontrammo un altro drappello, colla bandiera rossa, comandato pure da un vecchio caid, che s'unì al primo; e via via, andando innanzi, altri gruppi di quattro, otto, quindici cavalieri, ognuno colla bandiera, che vennero tutti a ingrossare la scorta.
Quando la scorta fu completa, cominciarono le solite cariche.
Si vedeva ch'eran soldati regolari: si raggruppavano e si scioglievano con più ordine di tutti quelli che avevamo visti fino allora. Facevano un nuovo gioco. Uno si slanciava innanzi a briglia sciolta; un altro dietro subito ventre a terra. A un tratto il primo si rizzava sulle staffe, si voltava indietro con tutto il busto e sparava il fucile nel petto a quello che l'inseguiva, il quale, nello stesso punto, scaricava una fucilata a lui contro il fianco, in modo che se si fossero tirati a palla, sarebbero tutti e due precipitati di sella morti nello stesso momento. A uno, andando di carriera, il cavallo gli cadde sotto, e lo sbalzò al di sopra della sua testa ad una tale distanza, che per un momento credemmo che si fosse ammazzato. Quello invece, in un batter d'occhio, risaltò in sella e tornò alla carica più indiavolato di prima. Ognuno lanciava il suo grido.--Guardatevi! Guardatevi!--Siate tutti testimoni!--Son io!--Ecco la morte!--Meschino me! (uno a cui era mancato il colpo)--Largo al barbiere!--(Era il barbiere dei soldati)--E un altro gettò questo curioso grido:--_Alla mia dipinta!_--che fece ridere tutti i suoi compagni. Gl'interpreti ci spiegarono che voleva dire: alla mia amante che è bella come se fosse dipinta; cosa strana per gente che non solo ha in orrore la pittura di figura, ma non ne ha neppure un'idea chiara. I due ragazzi fecero una carica insieme gridando:--Largo ai fratelli!--e spararono in terra curvando la testa fin quasi a toccare la sella.
Così arrivammo in vicinanza della _cuba_ di Sidi-Hassem, dove si doveva piantare il campo.
§ § § § §
Povero Hamed-Ben Kasen Buhamei! Finora io non ne ho parlato che di volo; ma ricordandomi che quella mattina lo vidi, lui generale dell'esercito dei Sceriffi, aiutare i servi a piantare i piuoli della tenda dell'Ambasciatore, sento il bisogno di esprimergli la mia ammirazione e la mia gratitudine. Che buona pasta di generale! Dal giorno della partenza egli non aveva ancor fatto bastonare nè un soldato nè un servo; non s'era mai mostrato un minuto di cattivo umore; era sempre stato il primo ad uscir dalla tenda e l'ultimo a andar a dormire; non aveva mai lasciato trapelare, nemmeno agli occhi più indagatori, che il suo stipendio di quaranta lire il mese gli paresse un po' scarso; non aveva ombra d'albagia; ci aiutava a montare a cavallo, s'assicurava che le nostre selle fossero salde, dava una legnata, passando, alle nostre mule restie; era sempre pronto a tutto e per tutti; si riposava, accovacciato come un umile mulattiere, accanto alle nostre tende; ci sorrideva ogni volta che ci vedeva sorridere; ci offriva del cuscussù; balzava in piedi, a un cenno dell'ambasciatore, come un fantoccio a molla; faceva la sua preghiera, da buon mussulmano, cinque volte il giorno; contava le uova della _muna_, presiedeva allo sgozzamento dei montoni, guardava l'album dei pittori senza dar segno di scandalo; infine era l'uomo più _ad hoc_, io credo, che sua Maestà Imperiale potesse scegliere per quella missione in mezzo alla folla dei suoi scalzi generali. Hamed Ben-Kasen rammentava sovente, con alterezza, che suo padre era stato generale nella guerra contro la Spagna, e parlava qualche volta dei propri figli, che stavano colla madre a Mechinez, sua città natale.--Son tre mesi,--disse un giorno sospirando,--che non li vedo!--Forse voleva dire:--che non _la_ vedo;--ma disse _li_ per pudore.
§ § § § §
Quel giorno, dopo aver assistito alla presentazione della _muna_, fra cui v'era un piatto spropositato di cuscussù, portato a stento da cinque arabi, ci rifugiammo, come sempre, sotto la tenda, a godervi i soliti quaranta gradi centigradi che duravano fino alle quattro dopo mezzogiorno; nel qual tempo l'accampamento rimaneva immerso in un profondo silenzio. Alle quattro, la vita si ridestava. I pittori mettevano mano ai pennelli, il medico riceveva i malati, uno andava a bagnarsi, un altro a tirare al bersaglio, chi a caccia, chi a passeggio, chi a visitare un amico sotto la tenda, chi ad assistere alle cariche della scorta, chi a vedere il cuoco alle prese coll'Affrica, chi a visitare i _duar_ vicini, e così ognuno, a tavola, aveva qualcosa da raccontare, e la conversazione scoppiettava come un fuoco d'artifizio.
§ § § § §
Quella sera, al tramonto del sole, andai col comandante a vedere i soldati della scorta che facevano le cariche in un vasto prato vicino all'accampamento.
C'era un centinaio d'arabi, seduti in una sola fila sulla sponda d'un fosso, che guardavano.
Appena ci videro, prima alcuni, poi cinquanta, poi tutti, si levarono da sedere e a poco a poco si vennero ad affollare dietro di noi.
Noi fingemmo di non vederli.
Per qualche momento, nessuno fiatò; poi cominciò uno a dir un non so cosa, che li fece ridere tutti. Dopo quello, parlò un altro, e poi un terzo, e via via, e ad ogni parola, tutti ridevano. Evidentemente ridevano di noi, e non tardammo ad accorgerci che le osservazioni e le risate corrispondevano per l'appunto ai nostri movimenti e a certe inflessioni della nostra voce. La cosa era naturalissima: ci trovavano ridicoli. Ma che cosa dicevano? Questa era la nostra grande curiosità. Passò in quel momento il signor Morteo, lo chiamai con un cenno furtivo, e lo pregai di star coll'orecchio teso, senza farsi scorgere, e di tradurmi letteralmente le canzonature di que' furfanti. Mi servì a meraviglia.
Uno fece subito un'osservazione che, al solito, provocò una risata.
--Dice--tradusse il Morteo--che non sa capire a che cosa serva la falda di dietro del nostro vestito, a meno che non sia fatta per nascondere la coda....
Un momento dopo, un'altra osservazione, un'altra risata.
--Dice che la divisa dei capelli che lei ha sulla nuca è la strada dove i pidocchi fanno il _lab el barod_.
Una terza osservazione, un terzo scoppio di risa.
--Dice che son curiosi questi cristiani, che per l'ambizione di parere alti di statura, si mettono un vaso sulla testa e due puntelli sotto le calcagna....
In quel punto un cane dell' accampamento venne a accovacciarsi ai nostri piedi.
Una quarta osservazione, e questa volta una risata sgangherata.
--Questa è forte!--disse il Morteo.--Dice che questo cane è venuto ad accovacciarsi vicino agli altri cani.... Ora li accomodo io.
Così dicendo, si voltò indietro bruscamente e disse qualche parola araba in tuono di minaccia.
Fu un colpo di fulmine. In un momento non se ne vide più uno.
Ma, povera gente, siamo giusti! Lasciando da parte le cariche dei pidocchi e la fratellanza coi cani, non avevan ragione di pensare di noi quello che pensavamo noi stessi, paragonandoci con loro? Dieci volte il giorno, mentre ci scorazzavano intorno quei superbi cavalieri, ci dicevamo gli uni agli altri:--Sì, siamo civili, siamo i rappresentanti d'una grande nazione, abbiamo più scienza nella testa, noi dieci, che non ce ne sia in tutto l'Impero dei Sceriffi; ma piantati su queste mule, vestiti di questi panni, con questi colori, con questi cappelli, in mezzo a loro, per dio, siamo brutti! Ah! quant'era vero! L'ultimo di quegli straccioni a cavallo era più gentile, più maestoso, più degno dello sguardo d'una donna, che tutti, messi in un fascio, i bellimbusti d'Europa.
§ § § § §
A tavola, quella sera, ci fu un'altra scenetta curiosa.
Vennero a visitare l'Ambasciatore e sedettero accanto a lui, i due più vecchi Caid della scorta.
L'Ambasciatore domandò loro:--Avete mai inteso nominare l'Italia?
Tutti e due insieme, accennando vivamente di no colla mano, risposero col tuono di chi si affretta a dissipare un sospetto:--Mai! mai!
Allora l'Ambasciatore, colla pazienza d'un maestro, diede loro alcune nozioni geografiche e politiche intorno al nostro misterioso paese.
Stettero a sentire cogli occhi spalancati e la bocca aperta come due bambini.
--E quanta popolazione ha il vostro paese? domandò uno.
--Venticinque milioni,--rispose l'Ambasciatore.
Fecero un atto di meraviglia.
--E il Marocco,--domandò l'altro--quanti milioni ha?
--Quattro,--rispose l'Ambasciatore per tastare il terreno.
--Quattro soltanto!--esclamarono ingenuamente, guardandosi.
Quei due bravi generali non sapevano del Marocco più che dell'Italia, e forse neanche più della loro provincia che del Marocco. Ma prima d'andarsene, ne dissero un'altra assai più comica.
Il signor Morteo mostrò loro una fotografia della sua signora, dicendo:--Vi presento mia moglie.