Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 5

Chapter 5 3,723 words Public domain Markdown

In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.

Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla: e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri, vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo; e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro devozione.

Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra destra sull'elsa della spada, esclamava:--Oh che non éramo là noi a liberarlo!»

Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.

In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.

Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi, abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,--sentimenti opposti di amore, di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva, girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a intervalli gridavano e si rispondevano, _Visconti, Sant'Ambrogio_. Questo grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante da' suoi proprj:--ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà, paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel pubblico:--in privato poi... E qui tornava alla Margherita, a lei ancora fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al pieno sentimento di una intemerata felicità.--Ah! tutto era disparso; disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.--Ella, almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu negata.--Felice?... bene?... Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un amico?»

Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che tutte e da per tutto le ascolta.

L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di cui erano questi, che sovra un _prædium_, e vulgarmente _breda_ o _brera_, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice. La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire: nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva. Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed altri sovrani.

Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle, percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male: all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti.

Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà le scuole e i modelli.

Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione, infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo segnare l'andamento della società.

A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati, perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che allora di frequente ripullulavano; dall'altra un san Cristoforo, persona gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa.

Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino, sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base, impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla concorsa in sul sagrato, all'ombra di un olmo centenario.

V'ha dei momenti, quando l'animo nostro è disposto, quasi direi necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e colpiscono.

Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo, a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi benedetti! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: _In loco isto dabo pacem_.

La pace? non era quella ch'egli avea perduta? che andava rintracciando? un momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue burrasche? Perchè non entrare laddove era promessa?

Ed entrò.

I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l'uomo sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde si velano la slealtà, l'ingratitudine, l'incongruenza degli uomini) vi cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza.

Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni, che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un'ubertosa amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo, sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di me, lasciata anch'egli ogni cosa più caramente diletta, anch'egli indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:--Che volete, che cercate, buon omo?»--Egli rispose:--Pace».

E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l'atrio, ove la tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi, principalmente nella carestia d'allora, venivano per le zuppe ivi distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d'allato vedeasi la storia, vera o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno.

L'indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e la scritta _Mediolano_ indicava doversi intendere le rovine di questa città, allorchè rimase desolata per opera dell'imperatore Federico Barbarossa e de' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto, se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in questi che, almeno nell'intenzione dell'autore, erano versi:

Come diruto Mediolano De Barbarossa cum la mano Li militi se botano a Maria Ke laudata sia.

Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:

Questi enno li militi humiliati Quali in epsa civitati Solvono li boti sinceri. Dicete un ave o passeggieri.

La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto, ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso; e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva eseguito il grossolano dipinto.

Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione. Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:--Iddio vi benedica»; ed esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo, presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che faceano carità insieme trecciando foglie di palma.

Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia, conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano _Pax vobis_, e seguitavano la loro via.

Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo, dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o, come diciamo noi Lombardi, nello _scuruolo_, i frati ripetevano a muta le lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così appassionato della morte di Cristo.

Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo, primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.

Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio, di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui, di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un l'altro saluterà esclamando: _È risorto!_--salubri penitenze che si risolvono in una santa esultazione!

Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi, ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.

Egli, assaporando quella _pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento_, per alcun tempo attese alle cure comuni del nuovo suo stato; risolto poi di ordinarsi prete, sì per esercizio di pazienza, sì per acquistare una cognizione, buona a tutti, indispensabile a un sacerdote, prese ad esemplare la Sacra Bibbia. Oh allora, che pascolo trovò all'intelligenza e al cuore! Oltre la rivelazione delle superne verità, quanto conforto ne trasse a' suoi casi, quante consolazioni! quanto impulso al bene! Nei canti dei profeti sentiva continuo l'amor di patria, ond'esso aveva caldo il petto; la sventura v'è ogni tratto ricreata di speranze; l'ingiustizia che signoreggia, o manifesta, o colla maschera del diritto, trova colà un continuo appello ad altri giorni, ad altro giudice; concordia, amore, eguaglianza, giustizia, animano da capo a fondo quel libro, nel cui studio frà Buonvicino, accorgendosi quanto gli uomini ne deviassero operando a fini personali anzichè al bene comune, dividendosi in oziosi che godono e faticanti che stentano, in ribaldi che ingannano e sopraffanno, e leali che beneficano e soffrono, non che prendere odio per gli uni, disprezzo per gli altri, gli abbracciava tutti in generosa benevolenza, e nell'intento di amicarli, di concordarne gli sforzi a quella che è prima condizione di ogni sociale progresso: la moralità.

Molto durò, discosto da ogni pratica di gente; cominciò poi ad uscire predicando, e allora gran fama si levò, non tanto della sua bravura, come della grande sua bontà. Diffondevasi tra il popolo, massime della campagna; giacchè pel popolo, diceva egli, pei poveri specialmente, ha parlato Cristo, fra vulgari scelse i seguaci suoi, le primizie della Chiesa. Ne istruiva dunque l'ignoranza sulla eguale origine degli uomini, sulla comune destinazione; mostrava donde veniamo; dove si va; i più semplici doveri, le più schiette virtù di padri, di figli, di sposi, di operaj, erano perpetuo suo tema; ingenuo e fin vulgare nel dir suo, sminuzzando il pane della parola secondo la capacità; facendosi, come Eliseo, piccolino per ravvivare le piccole membra.

Passava quindi in concetto di santo, poichè, sebbene non fosse andato pellegrino al Monte Gargàno, a Roma, in Terrasanta, sebbene non facesse di quei miracoli, di cui smoderata era allora la frequenza, operava il miracolo più insigne, quello di rendere buoni gli uomini colla voce e coll'esempio. E poichè allora pur troppo fra quelle razze ineducate succedevano frequenti battibugli di contumelie e peggio, tutto egli davasi nel ricomporre la concordia, e mirabili effetti otteneva di conversioni.

Molti potrei raccontarne, se non udissi alcuno de' miei lettori domandarmi se questa sia una leggenda di santi. Dirò dunque soltanto come una volta (questo accadde in Varese mentre egli trovavasi colà nella Cavedra, casa del suo Ordine) uno dei Bossi ed uno degli Azzati, primarj borghesi, erano venuti a parole, dalle parole ai fatti, e dietro loro una turba parteggiante minacciava un sanguinoso scompiglio.--Bisogna chiamare fra Buonvicino», suggerì alcun prudente. Così fanno; egli accorre, procura mitigare gl'irritati, rammentando le promesse e le minacce di Cristo che ci vuole umili al pari di sè; ma il Bossi, che era dei due il più tracotante e bizzarro, cieco nella collera, volse il furore contro il frate, e bestemmiando Dio, le chieriche, le cose più riverite, cominciò a picchiarlo.

Picchiare un religioso era tenuto tale sacrilegio, che gli astanti parte si ritrassero come atterriti, parte si accingevano a volerne vendetta.

E frà Buonvicino, su quel primo momento, sentendo più l'impulso delle antiche abitudini, che non la legge d'abnegazione, che erasi da sè medesimo imposta, afferrato l'assalitore, l'ebbe sbattuto a terra, e alzava il pugno contro di esso; ma l'ira diede luogo subitamente; rientrò in sè; mise un sospiro, quasi dolente che l'antico uomo ad ora ad ora ricomparisse; sollevato il temerario, se gl'inginocchiò davanti, e incrociando le braccia sul petto, con umiltà tanto più sincera quanto che era generosa, gli disse: «Perdonatemi! non sapevo quel che facessi».

L'atto pio commosse il prepotente, il quale cadde egli medesimo ai piedi dell'offeso, chiedendo a gran voce perdono, misericordia; e tornato a coscienza, diventò esempio di quelle cristiane virtù, di cui la somma è la carità.

Nè meno famoso venne frà Buonvicino a Milano. In quei tempi che tutto andava per collera e fazioni nella Chiesa, nel foro, nelle scuole, nei conventi, nel campo, i contendenti si ingegnavano di trarre il frate dalla loro. Nel più vivo erano le questioni teologiche, se la luce apparsa sul Taborre fosse creata od increata: se il pane che mangiavano e la tunica che vestivano Cristo e i suoi fosse loro proprietà o di uso soltanto; se gli angeli e i santi godessero della beatifica visione della divinità, ovvero stessero sotto l'altare di Dio, cioè sotto la protezione e consolazione dell'umanità di Cristo, fino al dì del giudizio. Ma qual volta alcuno volesse metter Buonvicino sul ragionarne, e risolvere tra il dottor Angelico, il dottor Sottile, e il dottor Singolare, esso rispondeva che il nostro non è il Dio delle contese, che vuolsi studiare nella religione per rendere un ossequio ragionato, non per introdurre la superbia dell'umana sapienza nelle cose che il savio venera tacendo.

Che ne avvenne?