# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 38

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/margherita-pusterla-racconto-storico-19039/index.md

Questo, al non vedersene più fatto cenno nè motto, argomentava che quella sua bizzarria fosse, come tante altre, messa sotto un piede. Pure, volendo meglio dileguarne la ricordanza col far ridere di più, si mise addosso una veste di raso perlato, che la signora Isabella aveva, pochi dì prima, regalato ad una delle mogli o femmine di lui. Piccinacolo com'era, se la strascicava dietro, e con quel ceffo da beffana, e due gran mustacchi cho s'era acconci, e con istrani reggimenti del corpo, avrebbe mossa a riso la malinconia in persona.

Tutti in fatto cominciarono le risa più grasse; ma Luchino no; anzi, con un piglio arcigno se altra volta mai, lo rimbrotta delle insoffribili sue petulanze, e comanda a mastro Impicca (personaggio il quale seguitava la Corte), che lo conduca davanti a quel casino istesso, e senza più, lo appicchi per la gola. Indi invita i commensali a vuotar colà alcuni fiaschi di San Colombano, e vedere il castigo del mal burlone.

Benchè il tono di Luchino gli paresse fiero e risoluto oltre l'ordinario, ed egli si sentisse in colpa, nonostante quello sciagurato, persuaso o volendo persuadersi non fosse altro che una celia, fece ogni prova per voltar la cosa in burla, con una affettata paura ed uno svenevole accoramento. E Luchino, sodo. Come dunque egli vide il padrone ripetere l'ordine con un fare davvero spaventevole, e nessuno dei circostanti mostrar segno di favore nè di compatimento, e il carnefice ghermirlo senza cerimonie, fu preso da tanto sbigottimento, quanta era dapprima la sua baldanza. Bianco siccome un panno lavato, tremebondo come un paralitico, non reggendosi sulle ginocchia, mentre il boja ora lo tirava, ora lo spingeva, strillava al pari di un'aquila, chiamava misericordia, e volgendo la faccia contrita, raccomandavasi ora al padrone, ora al prelato, ora ai figliuoli, e massimamente alla signora Isabella e alle dame di lei, rammentando ad esse che aveva tre mogli e una nidiata di puttini. Poi, vedendosi non ascoltato dagli uomini, non lasciò santo che non invocasse; implorava almeno di confessarsi, di salvar l'anima; ma nessuno facea viso, non che di esaudirlo, neppure di commiserarlo; e il maggior loro da fare era il tenersi serj e composti, a malgrado dell'enorme antitesi fra quel vestire, quel ceffo, e quelle supplicazioni. Ed oltrechè per abitudine non pendevan troppo alla pietà, volevano così tener mano con Luchino, sapendo non esser altro che una baja, da risolversi comicamente, e riderne poi per mezz'anno.

Intanto mastro Impicca arriva al luogo designatogli, getta la soga a cavalcione di un ramo di quercia da un capo, e dall'altro, formato un nodo corsojo, lo circonda al collo del buffone, e fattolo salire, o piuttosto portatolo su per quattro o cinque piuoli di una scala a mano, ivi appoggiata, gli da una spinta, e giù.

Un ghigno universale scoppiò allora fra gli astanti, nascosti nel bosco: giacchè, secondo l'intesa, non essendo il capestro assicurato al ramo, il buffone, invece di restarvi appeso e strangolato, cascò stramazzone sull'erba. Fattisi dunque tutti vicini ad esso, chi lo chiamava, chi lo urtava coi piedi, chi lo punzecchiava colla mazza o colla spada, e rinforzando le risa, gli ripetevano:--Ohe! sta su!--Che? ti sei addormentato?--Lazzaro, vien fuori» gli gridava l'arcivescovo; e Forestino soggiungeva:--Gua' come imita bene il morto».

Il fatto però stava che egli era morto davvero: lo spavento lo aveva accoppato. Questo principesco divertimento non dispiacque a tutti, molti anzi si tennero di buono al veder tolto di mezzo questo implacabile morditore.

--Visse come i cani di legnate e di buoni bocconi: come un cane sarà sepolto», disse Forestino prendendo al braccio e conducendo via la signora Isabella.

--Salute a noi finchè non torna lui», soggiunse Bruzio seguitandolo. Anche Luchino, volgendo un'ultima occhiata nel partire, esclamò:--Me ne sa male: mi faceva tanto ridere».

Al che monsignore:--Basta fargli dire del bene».

E Borso:--Puh! di buffoni non è scarsità»; e girava un'occhiata fra sprezzante e atroce sopra i cortigiani che stavano attorno.

Chi mi domandasse come la signora Isabella sentisse e sopportasse questi disordini del marito, e gli scorni che le recava, sarei costretto a rispondere: «Al modo di molte: facendone altrettanto». Quando essa partorì due figliuoli, Grillincervello diceva che Luchino poteva mangiare in venerdì la parte che vi aveva avuto; nel che pare che egli non desse lontano dal vero, attesochè, dopo morto Luchino, essa dichiarò che non venivanle da lui.

Una volta poi, essa, volendo trovarsi comodamente con un certo, anzi, con certi suoi innamorati, finse aver fatto voto di visitare San Marco in Venezia. Grossa comitiva di signori e dame principali delle varie città obbedienti ai Visconti, l'accompagnarono nel devoto e voluttuoso pellegrinaggio, e sull'esempio della principessa sfoggiarono in lusso e lautezze non mai più vedute, e ruppero in scandaloso libertinaggio. Tutto il mondo ne facea cronache: solo il marito, come suole avvenire, ne rimaneva all'oscuro, finchè l'astrologo suo Andalon del Nero, fingendo leggere nelle stelle quel che contavasi per tutte le barbierie di Milano e di fuori, ne diede notizia al Visconti. Questi consentiva ad essere tradito; ma ingannato, no: e, furibondo della beffa più che dell'oltraggio, mancò all'abituale sua dissimulazione, e lasciossi intendere che, con un bel fuoco, stava per fare la più grande giustizia che mai si fosse eseguita.

Non l'avesse mai detto. Isabella intese che bisognava prevenirlo. Come fu, come non fu, Luchino, di ritorno da una corsa, beve una coppa di vino, ed è preso da dolori atroci; chiamano quel dottissimo Matteo Salvatico, il quale nel visitarlo impallidisce, guarda in viso alla signora che piangeva e strillava, si pone un dito alla bocca, e chiesto che mal fosse, risponde in aria di oracolo:--Un bel tacer non fu mai scritto».

E Luchino morì, sette anni dopo il supplizio della nostra buona Margherita, e fu sepolto, dissero le gazzette d'allora, _cum grande honore de cavalli et de bandiere, cum infinito dolore de l'arcivescovo et de la inconsolabile moglie, et incredibili lacrime de tutti li fedeli sudditi de Milano et contorni_.

Quell'_incredibili_ non si legge che in pochi esemplari genuini.

Dopo queste dimostrazioni, tutte del pari sincere, la signora lasciossi racconsolare, e il popolo obbedì volentieri al solo arcivescovo Giovanni. Era egli oltremodo magnifico, gran persecutore degli eretici, gran limosiniere, gran fautore dei letterati e del Petrarca, il quale e i quali seppero mostrarne la medaglia da un lato solo: la storia mostrò anche il rovescio a chi possieda lente per leggere di sotto la patina della retorica e dell'adulazione. Il popolo, accortosi di aver poco migliorato, desiderò disfarsene; e la morte ne lo disfece dopo cinque anni.

Non erano ancor finite le splendide esequie fattegli in pubblico, e le imprecazioni lanciategli in privato, che, per paura non mancasse un padrone, noi popolo col suffragio universale ci affrettammo di eleggere principi Bernabò, Galeazzo e Matteo, quei tre fratelli che i nostri congiurati avevano sperato liberatori del paese. Essi coi fatti davano segno di far ogni male, e i Milanesi se ne promettevano ogni bene. Il servire era diventato abitudine, abitudine non si può dire altrimenti che comoda; la lunga dominazione dei primi Visconti aveva associato al nome di questi l'idea di padronanza; onde, sebbene l'elezione si facesse dai novecento, scelti dal principe ad organi del voler popolare, si sarebbe creduto ingiustizia il non conferire il potere a un Visconti, non per altra ragione se non perchè un Visconti lo aveva avuto e abusato.

Quei tre, compromessi da giovani come nemici della tirannia, o, per dirla alla moderna, come liberali, sapete che non riuscirono migliori. Galeazzo e Bernabò per maggiore comodità di divisione, ammazzarono Matteo, e si spartirono lo Stato, facendo a chi peggio. Le lepide enormità di Bernabò, che diceva d'essere nei suoi paesi papa e imperatore, sono vive nella tradizione vulgare; e i Milanesi più non potevano durarle, quando un bel giorno intendono che Giovan Galeazzo, figliuolo e successore del bel Galeazzino, un'acquamorta, un santocchio, tirò in trappola lo zio Bernabò, e lo ha cacciato nel castello di Trezzo, a crepare di rabbia, se non fu di veleno.

Il popolo, tutto allegria di vedersi senza fatica liberato dal tiranno, gridò _Viva la libertà_, o unanimemente acclamò per padrone il nipote traditore. Questo non dirazzò dagli avi, e per esimere i Milanesi dall'incomodo di eleggere ogni volta il figlio o il nipote del morto, chiese dall'imperatore di Germania, e ottenne in proprietà questo bel paese. L'imperatore, contento di buscar soldi, gli concesse questa grossa porzione, senza tanto guardare a diritto, e colla cortesia onde io regalerei quel poderetto che mi hanno assegnato laggiù in Arcadia, quando ne fui acclamato pastore. Il popolo, stracontento di avere un duca, e un duca che fabbricava il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia, assistette in affollato tripudio alla inaugurazione di esso e...

Nessuno ignora le vicende che da quel punto corse il ducato, or preda degli ingordi, or rapina dei prepotenti, or trastullo degli scaltriti, or dote di donne come i mobili e le mandre, finchè traverso a lunghi e indecorosi dolori, potè arrivare a quel riposo e a quella felicità che ciascun vede.

Se alcuno mi domandasse a che riuscì quel Lucio capitano di giustizia, che tanto erasi affaccendato a spegnere la razza dei ribelli, non si aspetti una fine cattiva, simile alle altre del mio racconto, le quali sarebbero troppe se non fossero storiche. Era diritto che il compenso venisse generoso a chi generosamente aveva ajutato il principe a liberarsi da' suoi nemici. Il lauto e delizioso podere di Mombello, confiscato come roba di ribelli, fu da Luchino concesso a Lucio, il quale si ritirava colà a riposo ogni qualvolta glielo consentissero le pubbliche occupazioni, e le cariche affidategli dalla gratitudine della patria, cioè del principe, in cui vantaggio continuò ad esercitare la lunga e onorata canizie.

In un oratorio, là tra Bovisio e Mombello, si vede ancora una grande arca di granito, con un epitaffio che loda la vita e piange la morte di uno, del quale sul coperchio si vede l'effigie ad alto rilievo, col berretto dottorale in capo e la toga fino ai piedi, e colle braccia incrociate sul petto, al modo onde muojono i buoni cristiani.

Là dentro fu sepolto Lucio.

Là dentro aspetta il giudizio di Dio.

FINE.

FONTI STORICHE

PETRI AZARII _notarii novariensis synchroni auctoris chronicon de gestis principum Vicecomitum_.

Luchinus _gessit et æegrum animum contra magnates, qui conversationem habuerant cum præfato domino Azone. Et dicebatur, quod id faciebat propter alterum de duobus; scilicet, aut pro co quod morti domini Marci fratris sui assenserant consulendo, aut quia, tempore domini Azonis, ipse paucum profictum ex titulo et honore habebat. Nam præfatus dominus Azo consiliariis suis multum credidit, et eum eo in infinitum facti sunt opulenti. Et pro eo dictos consiliarios male tractabat, etiamsi essent de optimatibus Mediolani. Et inter alios erat Franciscolus de Pusterla, ditior et felicior quovis Lombardo, si tamen temporalia hominem possunt facere felicem. Et quod sit rerum, audietis. Nam pulchriorem et nobiliorem mulierem Mediolani habebat in uxorem. Nobiliorem quia de Vicecomitibus; pulchriorem, quia etiam vocabatur Margarita. Et certe mirum fuit, quod nemo in luxuria erat dicto Franciscolo coæqualis, in tantum quod a prandio se levabat ut haberet coitum cum ipsa Margarita uxore. Et sic faciebat equitando, si debuisset de equo descendere, et invadere publicas meretrices. Ex ea habuerat tres filios mares, pulchriores forma aliquibus Mediolani. Et si aliter fuissent, degenerassent, quia ipsorum parentes tam vir quam mulier formosi ultra modum erant et valde pulchri. Domum autem in Mediolano habebat pulchriorem; possessiones, mobilia, in tantum quod numerus non extabat, et certe alter Job potuit dici_. _Sed quia ad plenum enarrare longum nimis esset, concludam, quod præfatus dominus Franciscolus accusatus fuit de quodam tractactu. Et certe potuit esse verum. Nam dicebatur, quod ipsius uxor prædicta conquesta fuerat, quod dominus Luchinus voluerat nobilitatem ipsius turpi coitu fædare. Nam præfatus dominus Luchinus extiti luxuriosus. Et quod gravius erat, propter ægrum animum, quem in eo ridebat, habebat de statu dubitare. Et certe si, prædictus dominus Franciscolus cogitata cito explevisset, de facili fuissent effectum consequuta. Sed quia tanti et potentes cives ipsi tractatui assentiebant, necessarium fuit ab aliquo publicari, et male. Quocirca dominus Luchinus multos cepit, et capti fuerunt statim decapitati, et fame aliisque tormentis necati. Et quia nimis longum esset enarrare opus, de ipsis ad præseus tacetur. Dicam, quod prædictus Franciscolus fugit, ed eum pluribus ex filiis Avenionem se reduxit. Sed quia nec ibi, nec ultra mare, nec citra permisisset cum vivere, necessarium, fuit alio divertere; nam exploratores ipsum sequebantur: et captus fuit in marinis partibus, super Portum Pisanorum, et ducti fuerunt Mediolanum. Multos alios publicatos accusavit, quos morte, peremit. Et demum ipsum et filios duos cum parentibus in Broleto decapitari fecit, et quosque tam mares quam fminas, et ipsam Margaritam consumavit, quæ propterea alia fuit Hecuba, ut legitur in processibus Trojanorum. Purgavit adeo dominus Luchinus corum contumaciam, quod credo nunquam Mediolanenses ausuros tractare (etiam quia timidi sunt a natura) contra Vicecomites_.

BERNARDINO CORIO, _L'Istoria di Milano_.

_Nel medesimo anno (1340), ancora nell'agosto, Francesco da Pusterla, il quale in Milano sopra ogni altro cittadino di ricchezze abbondava, avendo ridotto a sua divozione Galeazzo et Bernabò supradetti, insieme con Pinella et Martino fratelli de' Liprandi; Borollo da Castelletto, et un Bertoldo d'Amico, conspirarono contra di Luchino Prencipe di Milano, da gli antecessori del quale erano fatti grandi, tanto di ricchezza, quanto di riputatione, et nome. Cominciarono adunque a trattare della morte_ _del Prencipe, onde Giuliano, fratello di Francesco, impetrando aiuto ad Alpinolo Casale, li manifestò il tutto, per esser lui suo caro amico. Costui di subito al fratello Ramengo riuelò il trattato, la qual cosa intendendo Francesco sopradetto, non essendogli Ramengo beniuolo, pensò che la cosa saria palesata al Prencipe, il perchè di subito insieme col fratello, et due figliuoli già di età perfetta, fuggì da Milano, et secretamente andò in Auignone, et Ramengo senza metterli tempo, hauuta la certezza del fratello, fece intendere a Luchino Visconte quanto contra di lui s'era ordinato. Onde Pinalla, Martino, Borollo et Beltramolo gli fece imprigionare, et posti al tormento manifestarono la cosa. Fatto dunque che hebbero il processo di tanto maleficio, gli furono confiscati tutti i suoi beni, et posti nelle carceri furono fatti gli ambi fratelli morir di fame. L'Amico, à più uituperoso fine fu reseruato. Le famiglie sue restarono in somma pouertà. Malgherita, mogliera di Francesco, germana di Luchino per esser lei sorella di Ottorino Visconte, et figliuola di Vberto, quale fu fratello di Matteo Magno, essendo stata la inuentrice di tanta scelleraggine, fu crudelmente incarcerata, et Francesco dall'altro canto per le continue insidie, in Auignone quasi non era sicuro. Et così finalmente un Milanese con simulazione fuggì da Milano et andò in Auignone; il perchè da Luchino fu messo nel bando, et lui dell'altro canto faceva venire a Francesco lettere contrafatte da parte di Mastino della Scala, che volesse andare a Verona, concio fosse che da lui sarebbe honorato con onesto stipendio. Credette Francesco alle false lettere, il perchè partendosi giunse a porto Pisano, dove la potenza di Luchino era oltra modo estimata, per difendere lui i Pisani dai Lucchesi. Quivi mandò adunque Buonincontro di San Miniato Toscano, et suo Condottiero, il quale come Francesco, ed i figliuoli furono giunti, li fece prigioni, et fra pochi giorni essendo condotti a Milano, nella pubblica piazza del Broletto furono decapitati; per impositione del Prencipe, Beltramolo sopradetto, palesamente fu il manegoldo. E dopo per essere molto odiato da Luchino, cantra del quale ancora nei tempi passati altri mancamenti hauea commesso, fu strasinato a coda di due Asini fino alle forche, fuora della città, dove senza dimandar perdono de i suoi peccati, con una catena al collo per insino dai corvi fu devorato, restò impiccato con perpetue esecrazioni d'ogni viandante._

NOTE

[1] In questo punto ci viene sottocchio una biografia dell'autore, premessa a una bellissima edizione d'una nuova traduzione spagnuola della sua _Storia Universale_, e vi leggiamo: «En la prison, con medios que solamente los presos saben procurarse, compuso una novela, en que, ideando un proceso de Estado formado à Margarita Pusterla por los Visconti, revelaba las iniquidades de los procesos politicos modernos. Esta novela ha sido colocada al lado de la de Manzoni, y traducida en todas las lenguas: en Francia conocemos cinco traducciones diferentes. Una novela que sobravive al ano en que ha visto la luz, no deja de ser fenòmeno bastante raro en el dia.»

[2] La famiglia Pusterla era d'origine longobarda, e riconoscevasi indipendente, cioè rilevava i suoi feudi direttamente dall'imperatore, portando in segno l'aquila imperiale nello stemma. A queste famiglie, nel governo a comune, di preferenza conferivansi le dignità, sì perchè non potevano spendere largamente, sì perchè non erano legate da giuramento o da fedeltà ad altro signore. I Pusterla in fatto ebbero altissime cariche e civili e militari ed ecclesiastiche, e ne conseguirono ingenti ricchezze. Fin trentacinque ville possedeano con amplissime tenute, e quasi tutto a loro spettava il territorio di Tradate, in libero allodio, e non per infeudazione imperiale nè vescovile.

In Milano padroneggiavano quasi tutto il quartiere di porta Ticinese, da Sant'Alessandro fino al Carrobio, e vuolsi introducessero nelle case quelle palanche e cancellate, che costumano fra la porta di via e il cortile interno, e che chiamiamo pusterle. A un dato giorno questa famiglia allestiva un enorme cavallo di legno, il quale tirato dai Facchini della Balla, a suon di strumenti procedeva pel corso di porta Ticinese fino al duomo; quivi schiudevasi come il cavallo di Troia, e ne usciva gente coi regali, di cui i Pusterla facevano omaggio alla metropolitana; terminavasi con lauti trattamenti all'innumerevole clientela.

[3] Poichè spesso ci verrà fatta menzione delle monete d'allora, giovi avvertire che l'intrinseco della lira imperiale era di grani 634 d'argento, cioè circa un'oncia e mezzo: la lira dividevasi in 12 soldi imperiali; e 32 di questi ossia 64 terzuoli formavano il fiorino o zecchino d'oro, che oggi sarebbe 10 franchi.

[4] È scomparso nei nuovi allineamenti

[5] Oggi Via Torino.

[6] Abbiatene qui un saggio:

Sentii de la paxion de Dè, qual el sostene de li Zudè. Che ve vojo dir e contare Se vuu me volì ascoltare, Com'ella fo e en qual mesura, Segondo che dise la Scrittura. Perzò prego, se vel piaze, Ca vuu le debia odir en paze E odir in gran pietate Del re de sancta majestate, Zoè Cristo fiol de Dè Che fo traido dal Zudè, E che durò gran paxion Senza nessuna offension. Ma per nui miseri peccator Soffri obbrobrio e desonor, E per nuu sol preso e ligaa E tutto nuo despojaa. Color ch'il presen e ligàn D'aguti spin l'incoronàn, Suso in alto lo faxian stare, Poi se l'intinzean adorare Con befe e con derexion Tutti stavan in ginucion. E si dixean: Quest'è re. Ma no gh'aveano bona fe, Po ghi coprian i ogi e 'l volto, Chel no vise poc ne molto, Una gran cana chigi avean Entre lor se la sporzean, ecc, ecc.

[7] E in prose e in versi di quei tempi ci è serbato memoria del fatto.

_Malerba ch'era nel corno destro, blasfemava sancto Ambroxio in soa lingua.--Maledetto quel camisone bianco che ha menazzato colla scutica! mai la spata mia a potuto far colpo.--Queste parole di Malerba furono hodite da tutti. Et siccome Dio, facto uno funicolo, caccioe quelli compravano nello templo, così el spirito di sancto Ambroxio spartì loro barbari come se fosse tratto ogni generatione di bombarde._

E Gaspare Visconti cantava, in bocca d'Antonio Visconti:

A Parabiago, rotto il nostro campo Era, e già preso il mio fratel Luchino, E la nemica schiera fea tal vampo, E ognuno di noi di morte era vicino, Visibilmente, in aria deste un lampo Che se po' dir celeste, anzi divino, Col camisotto bianco et con la sferza, Che alcun non resse alla percossa terza.

[8] Fu poi demolito nel 1864; come furono cambiati i nomi di molte vie e delle porte; gran segno di rigenerazione, e forse unico.

[9] _De remediis utriusque fortunæ_, 1, 85.

[10] _De remediis, ecc._, 1, 95.

[11] Vedi i versi latini e l'epistola familiare XVI, 11, 12.

[12] Epistola del 1335, pubblicata poco fa a Padova.

[13] _Non inveni in mundo populum adeo facilem ad conversionem et subversionem, sieut populum mediolanensem_.

[14] _Mitissimi hominum_.

[15] Per questo fatto e per altri antecedenti e susseguenti, giova ricordare che questo libro fu compito nel 1831. I cambiamenti si succedono così a precipizio nell'ordine materiale siccome nel morale! Oggimai tutto v'è scomposto, e sgarbatamente aperta la piazza stessa, ch'era unica in Milano.

[16] È il CLXXII degli Statuti Criminali di Milano.

[17] Vedi il _Gentleman's Magazine_ 1795.

[18] _Scour the horse._

[19] Nondum natum sensit regem Nasciturum juxta lego Sine viri semine.

Quem dum sensit in hac luce Tamquam nucleum in nuce Conditum in virgine....

Lux non erat sed lucerna: Monstrat iter ad superna Quibus suum pax eterna Pollicetur gaudium...

Ab offensis lava, Christe, Præcursoris et Baptiste Natalitia colentes, Et exandi nos gementes In hac solitudine._

[20] Via Torino

[21] In quel giorno l'arcivescovo, tornando dalla processione a San Lorenzo, lavava un lebbroso in Carrobio.

[22] Sì questa romanza, sì l'ode dell'_Esule_, furono messe diverse volte in musica.

[23] _Senitium Lib. V, ep. 3._

[24] Così pronunciano per ceche; certi pesciattolini come anguilline bianche che il vulgo mangia a Pisa. Per beffa, dicesi che i Pisani si segnano in nome di san Ranieri, der gioco der ponte, della luminara e delle cee.

[25] È ad avvertirsi che tutto ciò era stampato dieci anni prima che un identico fatto si avverasse a Parigi col Partesotti: il quale fingendosi esule e liberale, tramò coi fuoriusciti italiani, e i loro disegni comunicava alla Polizia di Milano: ordì di trarre uno dei capi nello mani di questa, imbarcandolo per una spedizione contro il regno dì Napoli. Morendo, fu onorato di generose esequie: poi nelle sue carte si trovarono le copie dell'infame carteggio.

GLI EDITORI.

[26] Mi sarei ben guardato dal far dire al Petrarca cosa, nè quasi parola, che non fosse nelle opere sue.

[27] Che non glielo restituì, onde quell'opera andò perduta pei posteri.

