Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 37
Un fremito universale ruppe la taciturnità: chi diede in pianti, chi esclamò, chi intonò le preghiere di suffragio; i più vicini gridarono ai remoti e a quelli che non avevano veduto:--È morta». Allora, colla furibonda ansietà onde i cani assetati si precipitano alla fontana, furono visti alcuni correre sul patibolo, raccogliere in una scodella il sangue che sgorgava dal busto e pioveva dal capo, e fumante tracannarselo. Erano infelici, tormentati dall'epilessia, i quali credevano con tale rimedio orrendo guarire dalla più orrenda delle infermità.
Allorchè la Margherita porse il collo al fendente, frà Buonvicino, messosi con lei in ginocchio, alle orecchie, che fra poco più non udrebbero, le mormorò gli ultimi conforti; poi, con un atto risoluto, come chi finalmente esce da lunga situazione penosa, impugnato il crocifisso, levò con esso le giunte mani al cielo, le abbassò fin sul tavolato, e si lasciò cadere colla fronte sopra di esse. Il sangue di quella vittima lo spruzzò. Tutto era consumato, ed egli non si rimoveva da quell'attitudine. Fu scosso... Era morto.
Così l'angelo destinato a custodia di ciascuno, appena cessa di vivere quello al cui fianco era stato collocato dalla Provvidenza, compiuta la divina sua missione, ritorna con esso in Paradiso.
Sulla compassionevole scena tenevano fisso l'occhio due altre persone, con sentimenti, deh come diversi: Alpinolo e Ramengo, giacchè era lui appunto il confratello insultatore. Il primo, sotto all'aspetto di scellerato, copriva un generoso pentimento, un'immensa compassione, che nella fine lagrimata di quegli esseri virtuosi, gli faceva dimenticare affatto come, tra pochi momenti, avrebbe anch'egli a seguitarli di là dei confini della vita.
Ramengo, sotto alla maschera della pietà, celava uno di quei cuori nefandi, che l'ira di Dio slancia talvolta sulla terra per una prova, e per un saggio dell'inferno. Guatava egli la Margherita, siccome pago della spasimata vendetta; e quando mirò spiccato il bel capo, si sporse avanti, struggendosi di potere, come quegli altri sciagurati, smorzare la lunga sete col sangue che ne sprizzava, e del quale alcune goccie gli chiazzarono il bianco vestito; contemplò, numerò, analizzò le spasmodiche contrazioni della faccia moribonda, il pallore che la occupava man mano che abbandonavala il sangue, il rotare degli occhi, che, più sempre affondandosi nelle orbite, parevano ingordi della luce violentemente rapita; s'immaginò perfino che uno sguardo ultimo lanciassero sopra di lui, ed esclamò:--Ora sono soddisfatto».
Mentre il carnefice, rimovendo la raschiatura inzuppata di sangue, e collocando nella bara il tronco esanime, che sotto al suo piede aveva cessato il doloroso vibrare, esclamava «E uno». Ramengo, girando la vista, si trovò dinanzi il soldato sconosciuto, che con coraggio cupo e taciturno montava sul patibolo. Pallido e sbattuto per le ferite del corpo e dei patimenti dell'animo, la morte istante non lo agitava però, nè deprimeva la fierezza della sua fronte, somigliante, a quella di un angelo decaduto, che si orgoglia del suo peccato, e non vuole perdono.
Appena gli vennero sciolte le mani incatenate alle reni, di schianto, siccome allo sbandarsi di una molla, se le recò alle labbra baciando l'anello. Quel diamante, fiammeggiando sugli occhi di Ramengo, gliene dovette richiamare alla memoria uno somigliante, che aveva altre volte posto in dito alla sua Rosalia, e poi trovato nella capanna di quei mulinaj sul Po. Questo vago senso e momentaneo si tramutò ben tosto in un fiero sbigottimento allorchè vide il condannato trarsi l'anello dal dito, affisarlo teneramente, baciarlo, premerselo al cuore, baciarlo di nuovo; indi, coll'espressione di chi si divide dalla cosa che più di tutte ha cara, che anzi unica ormai ha cara sopra la terra, porgerlo al garzone del manigoldo, e dirgli:--Tieni; dopo morto, va e seppelliscimi presso a quella santa».
Tra quel fatto, Ramengo avea osservata la mano di Alpinolo, con un dito meno: il dito appunto che esso aveva reciso al suo figliuolo, allorchè gli trasse nel suo geloso furore; quel dito, quell'anello, il suono delle parole misero il colmo alla sua agitazione. Si fece un passo avanti, spinse il braccio, e rapito l'anello di pugno al manigoldo, esclamò:--Lascia vedere! lascia vedere!»
Rimase questi attonito all'atto. Alpinolo gli fissò sul viso mascherato gli occhi tra curioso e indispettito; l'altro, mirando il condannato, fra i lineamenti scomposti e alterati non esitò a raffigurarlo. Raffigurò Alpinolo, il figliuol suo,--quello che tanto aveva desiderato, tanto cercato,--quello che solo poteva restituirlo alle consolazioni dell'amore, alle speranze della vanità, all'invidia del mondo; lo trovava, ma col piede sul patibolo, e portatovi da lui medesimo.
Non si ritenne: e come fuor di sè gridando,--Alpinolo, Alpinolo, ti ravviso», si scagliò tra il carnefice e lui, che già era salito sul pianerotte. Alpinolo ristette maravigliato nell'udire una voce che a nome pareva richiamarlo alla vita. Il carnefice, non sapendo spiegare questa scena, rimase un tratto sospeso, poi gridandogli,--Via, sgombrate, toglietevi fuor dei piedi», tornava per afferrare la vittima a sè destinata.
Ma quel rimbaccucato, opponendosegli a viva forza,--No, no, (gridava), egli non deve morire, no... Egli non è quello che è creduto... Non è un soldato mercenario... S'è infinto. È il bravo scudiere Alpinolo: quel desso che salvò il signor Luchino a Parabiago.--No, signori, no... non deve essere ammazzato così come un assassino.
--Che bubbole mi contate? (ripigliava mastro Impicca.) Sia chi si voglia, il mio mestiere è di ammazzarlo. Credete che io non sappia far la festa anche ad uno scudiero? Le vostre ragioni dovevate dirle al signor vicario.
--Sì (replicava Ramengo con ansietà), il signor vicario le sa; non lo ha condannato: è un puro sbaglio... Per lui mi ha dato l'impunità, per lui... Aspetta... per carità... un momento... sospendi... Signori soldati, badate: questo qua, che si finse un vostro camerata, è lo scudiero Alpinolo, quel che fece prodezze a Parabiago--l'avrete certo sentito a menzionare, eh? Bene, è desso; e s'è fatto vostro compagno. Ma voi certo non soffrirete che un camerata vostro vada alla forca.--Udite, datemi mente.--Non dico di salvarlo ingiustamente: ingiustamente il lasciereste morire.... Di grazia, fate sospendere un momento... una mezz'ora sola. Vi prego, vi scongiuro, per le vostre donne, pei vostri figliuoli... C'è nessuno fra di voi che abbia moglie? che abbia un figliuolo? Fate che aspettino: chiamate il vostro capitano. Ehi, signor Melik, lei che è così bravo, così valoroso.... questo giovane non è quel che credono; lo guardi, non lo conosce? ha combattuto con lei il giorno di santa Agnese: dov'ella s'è fatto tanto onore. E quando il signor vicario saprà chi è, li castigherà se l'avranno lasciato finire a questo modo... perchè egli, il signor Luchino, mi ha rilasciato lettera d'impunità.--No, non deve morire.--Che? a Milano comanda il principe o il boja?--Non ha da morire, no!»
E bruscamente respingeva la branca del manigoldo, stesa impazientemente sopra di Alpinolo. All'ascoltar queste parole recise, affollate, emesse traverso al panno della visiera col gorgoglio di un fiasco, pel cui collo angusto si versi l'acqua della pancia capace, con un tono di angoscia, di affetto, di spavento, i soldati si guardavano l'un l'altro in viso; il capitano, che non sapea rendersene ragione, facevasi più d'accosto per conoscere il vero: se Lucio fosse stato ancora presente, sarebbero ricorsi a lui per nuovi ordini: ma egli, tosto che vide compiuta la sua giustizia, senza curarsi più che tanto di un soldato, che nè tampoco aveva un nome, se n'era ito a desinare. Tutto il vulgo spettatore accalcavasi viepiù da quella parte; e,--Chi è quel mascherone?--che fa colà tra il boja e il condannato?--cosa predica?--perchè questo ritardo?» e i più lontani facevano prova di aprirsi un varco a spintoni; quelli arrampicati sugli sporti o accomodati ai balconi, ai loggiati, alle finestre, sporgevansi in fuori a guisa dei passeri nidiaci, allorchè sentono la madre ritornare coll'imbeccata.
Mastro Impicca, sazio dell'indugio, battendo il piede così, che fece sobbalzare e sonare tutto il palco, esclamò con dispetto:--Ho altro a fare che dar ascolto alle tue fandonie, mascherone maledetto! Fatti da banda. In un batter d'occhio te lo spedisco, e dopo gli farai complimenti quanti vuoi»; e si accingeva a ridurre queste parole in fatti.
Ma Ramengo ripigliava:--No, no. Ti dico che tu non ci hai a far nulla: che fu condannato in iscambio: Ha il breve d'impunità: gliel'ho ottenuto io... O che? non deve valere il decreto fatto, firmato e suggellato dal vicario di un imperatore? Se tu sapessi quel che ho fatto per ottenerglielo! E ora il frutto di tante fatiche farmelo perdere a questo modo?»
E perchè il manigoldo, incapace di ragioni come di pietà, metteva risolutamente le mani alla vita di Alpinolo, Ramengo, inferocito, lo percosse di tale spunzone nei fianchi, che, cogliendolo improvviso, lo gettò ruzzolone dal palco. La plebaglia, vedendo a cascare il carnefice, ruppe in alti schiamazzi, in un batter di mani, in un _bravo! bene!_ come quando vedeva un bel colpo alla pallamaglio. E Ramengo, lanciatosi al collo di Alpinolo, vedendo che i soldati si movevano per mettere un termine colla forza a questa nojosa resistenza,--Signori soldati (esclamava), signor capitano, voi, gente così generosa, volete ora venire a dar mano al boja, voi? a fare da boja voi stessi? Vergogna! Io posso farvi del bene. Dei denari ne ho molti, ne ho troppi--ve li darò--ve ne darò finchè ne volete, ma deh! ajutatemi, soccorretemi a camparlo. Giù le mani, canaglia! cosa credete, che egli sia carne venduta al pari di voi?... Egli è... è mio figliuolo!»
Il condannato fino a quel punto non avea compreso nulla più che gli altri della pietà inattesa e disinteressata d'uno sconosciuto, così lontano dall'idea, che purtroppo egli erasi formata della universale nequizia e vigliaccheria. L'udirlo parlare di impunità, di grazia ottenutagli, il vedere frapposto un ostacolo alla sua morte, che anche pei meglio risoluti è un gran passo; la premura appassionata che traspariva da ogni parola, da ogni gesto di quell'incognito, lo tenevano assorto e in dubbio, come uomo che sta sur un filo tra la vita e la morte. Ma appena udì quella parola di figliuolo, tutto si riscosse, ed esclamò:--Come?... figlio? voi mio padre?»
Sventurato! mai in tutta la vita sua non aveva inteso dirigersi quella parola soave; non aveva gustato mai la dolcezza dei domestici affetti; aveva sempre ambito, ma anche disperato di poter mai dire «O padre mio». Ed ora--Sarebbe possibile? questo sconosciuto sarebbe il padre mio? Eppure deve ben essere così. E chi altri se non un padre si curerebbe di un miserabile già sotto la mano del carnefice?
Quindi con inesprimibile sentimento accoglievasi tutto anch'esso contro Ramengo, lo abbracciava, trasaliva sotto gli amplessi di lui. Ora sì che il timore della morte lo invadeva! ora sì che avrebbe voluto ritrarre i piedi dal patibolo, tornare alla vita, dove gli era preparata una soavità non assaporata mai; dove non si troverebbe più solitario: dove all'esser suo si mescolerebbe un elemento nuovo, da cui ogni cosa restava modificata tutt'altrimenti, e che, togliendogli quel nauseato dispetto degli uomini ond'era invaso da un pezzo, gli abbelliva i molti giorni promessigli dalla sua fresca età. Colla fantasia ne scorreva i casi; sedeva a un convito d'amore ignorato; ritesseva una tela di vicende, a fianco di un padre, sotto una mano amorevole, che lo esortasse, il reprimesse, l'applaudisse. Ma se da questo sogno, che in un atomo abbraccia tanto tempo, ricadeva sul presente, eccogli davanti un ceppo, fumante ancora d'un sangue prezioso, e dove, fra un istante, anch'egli verserebbe il suo, sotto agli occhi di una moltitudine indifferente, tra la quale forse sarà mescolato colui, quell'esecrato autore di tanti mali; e starà a contemplarlo e sorridere.
A tali immagini, il garzone, pur dianzi così sicuro, sgomentavasi come il fanciullo all'idea del fantasma, e altrettanto abborrendo dalla distruzione quanto prima l'avea desiderata, ascondeva la faccia contro il seno dello sconosciuto, e ripeteva angosciosamente:--Padre, salvatemi. Sì, sono Alpinolo; sono il figliuol vostro; salvatemi».
Queste parole inferocivano il vigore di quell'altro, il quale con una smania rabbiosa lo cingeva delle braccia convulse, strideva, chiamava il cielo, chiamava gli uomini, implorava pietà, giustizia...
Pietà, giustizia implorava egli!
Ma il conestabile Sfolcada Melik, nojato ormai di questo indugio,--Suvvia, (disse ai soldati) non sia mai detto che lasciaste ritardare la giustizia da un mascalzone. Animo: traetelo di là, e avanti».
Si mossero eglino di fatto, e tolsero in mezzo Alpinolo, il quale allora, dato nelle furie, cominciò a menar calci e pugni, mordere, graffiare, sinchè, sferratosi, riuscì a strappar di mano ad uno la mazza ferrata, e disposto a far le forze estreme, cominciò con essa a lavorare di qualità, che mal per chi l'accostava. I soldati, che, da quella notte in poi, sapevano come pesassero le costui braccia, impacciati anche dall'angustia e dal barcollamento del palco, davano indietro, intanto che Ramengo, collocatosi in mezzo della scaletta, come per abbarrarla del suo corpo, gridava in risposta al conestabile:--A chi mascalzone? Mascalzone sei tu, tedesco venduto! Io, sai chi sono io?» E stracciandosi d'in sul viso il cappuccio, si scopriva esclamando:--Sono Ramengo da Casale; impara a rispettarmi!»
L'alterazione prodotta della maschera e da una situazione così strana, non aveva lasciato che Alpinolo riconoscesse alla voce chi fosse il suo protettore. Ma come lo intese nominarsi, come, sospendendo un terribile colpo su cui abbandonavasi a due mani, si volse, e raffigurò quella faccia, la faccia che gli era fitta nella memoria siccome quella di un demonio, si tramutò a guisa di un uomo, il quale mentre accarezza e palpa il suo fido cane, tornato dopo lunga assenza, ascoltasse taluno gridargli:--Bada che è rabbioso».
Slanciò la mazza sul palco, e cogli occhi stralunati, colle braccia e gli indici protesi rigidamente verso di lui, profferì:--Ramengo! voi mio padre!» Mandò un urlo disperato, levò la faccia al cielo, colle mani fra gli irti capelli, indi, invano rattenuto da quell'altro, che a guisa di energumeno smaniando, divincolandosi, pregava, bestemmiava, chiedeva perdono, corse egli stesso a furia, a sottoporre il capo al fendente.
Un minuto dopo, il disciplino tenevasi boccone, abbracciato ai piedi di un cadavere, seguitando a prorompere in urli, in pianti, in imprecazioni--ma chi l'avrebbe compassionato? era una spia.
I confratelli della Consolazione intonarono la preghiera dei defunti, e levando il feretro, più carico del preveduto, si avviarono a Santa Marta per darvi sepoltura. Il popolo, rispondendo a quelle preci, sfollava dalla piazza e si diramava anch'esso, per le varie stradelle, cedendo il passo a nuovi curiosi, che a fiotti si avvicinavano al patibolo per vedere, se non altro, gli apparati e gli avanzi, ed informarsi di quell'ultima scena. Poi ritornarono ciascuno alle occupazioni della giornata, fra le quali più di uno usciva tratto tratto esclamando con un sospiro:--Povera signora!»
--Un bel colpo!» diceva un altro.--La non deve aver patito nulla. Non si può dire che i nostri signori non ci mantengono uno dei carnefici meglio esercitati.
--Hai visto (aggiungeva un terzo) con che divozione, prima di sottoporre la testa, ella baciò il Crocifisso?
--E non volle (replicava un altro) che il boja le levasse il fazzoletto dal collo».
Qualche femminetta soggiungeva:
--Ma! a quest'ora la sarà in purgatorio a mondarsi dei suoi peccati. Il Signore è misericordioso.
--E quel frate (riflettevano altri) se era sì dolce di cuore non dovea far quel mestiero di assistere i giustiziati. Manca gente avvezza a queste funzioni? Si sa: non tutti son buoni per tutto».
Un altro intanto aggiungeva:--Che cosa poi saltasse in mente a quel disciplino di non voler lasciare, come dice il mio padrone, libero corso alla giustizia, vattela accatta.
--Avrà creduto di far un'opera di misericordia», rispondeva lo scaccino della Passerella.
--Oh, sta a vedere! (tornava su il primo) Che ci ha a fare la misericordia coll'impedire che si ammazzi? Opera di misericordia è seppellire i morti, dico io.
--Per me (udivasi qualche giovane) è la prima che ne vedo di queste, ma sarà anche l'ultima. Gesummaria! alla notte mi tornerà sempre sugli occhi quella figura, quel tronco, quel sangue...» e rabbrividendo si copriva il viso.
--Tutto sta ad assuefarsi» rispondeva un uomo maturo.
Ma questa era la ciurma, ignorante e brutale a segno da trarre curiosa a tali miserie. Che se la storica verità ci costrinse a rivelare, pur troppo al vero, quel vulgo, ci è di soddisfazione l'assicurare come la razza dei generosi non fosse scarsa, frammezzo agli insultanti dominatori e ai vili depressi; sconosciuta da questi, sospetta a quelli, ma destinata a far fede della virtù, allorchè i casi umani trarrebbero qualcuno a rinnegarla indispettito. Con fremito virile, e con dignitoso compatimento, riguardarono essi quel caso come un pubblico lutto, una lezione, un avviso; parte abbandonarono la città, perchè non sembrassero tampoco colla loro presenza autorizzare l'assassinio legale; alcuni vestirono a lutto; altri manifestarono anche in aperte voci l'indignazione, ed erano gli stessi che avevano disapprovato il Pusterla finchè lo credettero cospiratore.
Le madri poi, le buone madri lombarde, narrando quel caso ai raccolti figliuoli, e commovendoli a pietà, facevano loro suffragare i poveri condannati, e ripetevano:--Preferite di esser la Margherita sul patibolo, che non Luchino sul trono».
Così quel giorno tutti parlarono della meschina, del frate, del disciplino; molti ne discorsero anche il domani, più pochi il terzo dì; poi nuovi mali, nuovi casi, nuovi supplizj vennero ben tosto a far dimenticare quei primi, a destare nuove curiosità, nuova compassione, nuove ciancie.
La scena si fu alla Corte, allorquando, ritornato Luchino a Milano, Grillincervello si pose dinanzi a lui ad atteggiare quel supplizio, ora contraffacendo con attucci e moine la rassegnata devozione della Margherita e la profonda pietà di fra Buonvicino,--tanto è facile volgere in riso le cose più serie e le più sante!--ora smaniando e armeggiando come aveva fatto Ramengo, eccitando al riso la brigata, e riscotendo gli applausi di quelli che ne erano stati testimonj oculari, e che esclamavano:--E' fa tal quale».
Luchino ne rise più degli altri, ma uno storico soggiunge che quella notte non dormi.
Chi può averlo detto a quello storico?
Poi anche alla Corte, come in città, a breve andare tutto fu messo in dimenticanza. Di fatto, al raccor dei conti, che cosa era succeduto? Alcuni innocenti in aspetto di rei eran stati percossi dall'iniquità in aspetto di giustizia: accidente tanto solito nella società--d'allora--, che non poteva destare nè mantenere a lungo l'interesse, non che l'orrore.
Ed io medesimo, ben lo sento, io ho troppo presunto col darmi a creder che, con patimenti così usuali, potessi tanto tempo occupare il lettore senza annojarlo.
Ma l'ho detto, e lo ripeto, non ho scritto per tutti, anzi, non ho scritto pei più, sibbene per quelli che davvero soffrono o hanno sofferto. Oh, se tra le pene ingiuste, con cui la calunnia, o la vendetta, o la satanica voluttà del far male, o anche l'interesse del potere e la pretesa necessità delle circostanze opprimono qualche volta l'innocente, se alcuno verrà un giorno a ricordarsi della mia Margherita; e nel pensare quanto quella pover'anima ha patito anch'essa dai cattivi, se ne sentirà un solo momento confortato; se mai nell'ora della prova qualche virtù vi trovasse un sostegno, una vergogna, qualche vizio, non crederò perduta la fatica di questo lavoro, dovesse pur rimanere trascurato e venire deriso dai miei compatriotti: n'avrò anzi conseguito quel compenso che unico desidero,--unico, dopo che il meditare e descrivere le sventure di quella meschina, disacerbò in lunghi e terribili giorni le mie.
CONCLUSIONE.
Prima di finire, volendo toccare un motto anche delle altre persone che s'incontrarono colla Margherita in questo racconto, dirò come, tre anni dopo, un caso intervenne a Grillincervello, il più spiacevole caso che gli fosse mai tocco nella sua vita beffarda e beffata, ridente e paziente. Il signor Luchino, nella deliziosa sua villeggiatura di Belgiojoso manteneva un intrigo con una fanciulla paesana; ma, o non gli convenisse il farne mostra, o volesse solleticare il logoro senso del piacere col savore del pericolo e del mistero, egli conduceva di piatto questo suo amorazzo, e non traeva a sè quella facile bellezza se non di sera al bujo, facendola, per una porticina d'in fondo al parco, entrare in quel casino, dove Alpinolo l'aveva visto una volta a dormire, posto fra gli ombrosi andirivieni di un artificioso boschetto. Non isfuggi la tresca alla maligna curiosità del buffone, e si propose di giocare un mal tiro al signor suo, per farne poi scene.
Non so se mi sia venuta occasione di accennarvi che Luchino, in mezzo a tanta fierezza, era pauroso del diavolo, del fantasma, degli esseri impalpabili, contro di cui non valevano nè la spada sua, nè il ringhio dei mastini, nè le labarde degli scherani. Una sera, non aveva egli fatto che entrare colla druda nel conscio nascondiglio, quando, tra il fosco, gli appajono sulle pareti, in livida luce, i contorni di certe strane forme, metà uomini e metà bestie, con immense code e corna, e occhiacci stralunati, e tanto di lingue sporgenti; e nel tempo stesso comincia un fracassio, un sibilo fremente, un agitar di catene: le figure, il sobbisso che attribuiscono al diavolo coloro che pretendono di averlo veduto e udito.
La ragazza, tra piena di ubbie, come sono o erano queste campagnuole, tra rimorsa del suo peccato, voglio lasciar pensare a voi di che paura restasse presa. Ma neppure il signor Luchino seppe contenersi; e sgomentato non meno di un fanciullo male avvezzo, sbucò gridando accorr'uomo.
Gli sghignazzi di Grillincervello gli diedero ben tosto a capire come fossero orditure di costui, il quale, con non so che sue misture, aveva rappresentato quegli spaventosi apparimenti. Accorsero servi, accorsero soldati con fiaccole, con armi, accorsero i figliuoli e la eccellentissima moglie e monsignor arcivescovo; talchè quella che dovea restar mistero, divenne una pubblicità, con iscapito dell'_onore_ della docile contadina.
A Luchino, occorre ch'io vel dica? quel tiro spiacque che niente più; non tanto per veder rivelato quel suo tafferuglio (alla fin fine erano peccati abituali, e sapeva egli stesso riderne e farne ridere) ma per aver mostrato a quella donna, al giullare, agli accorsi, la sua paura: cosa che con tanto maggior sollecitudine si nasconde, quanta più se n'ha. Cacciò mano alla _misericordia_, e Grillincervello non mangiava più pane se, lesto come uno scojattolo, non si fosse arrampicato sino in vetta di un olmo, dove, appollajato, serenò quella notte alla fresca.
Il dormirvi sopra attutì la bizza di Luchino, non però così, che non volesse farla scontare al buffone con altrettanta e maggior paura. Il domani, dietro mangiare, quando solevano introdursi i buffoni a cantare e spassare, e colle arguzie loro agevolare la digestione signorile, Luchino, voltosi ai tre suoi bastardi, alla moglie, al fratello arcivescovo e agli altri commensali, disse:--Voglio che ci divertiamo».
E ordina che venga Grillincervello.