Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 35
L'umanità, nei vantati suoi progressi, ha studiato il modo di render quell'atomo men doloroso al corpo: fremette pensando che gli avi nostri ne esacerbassero gli spasimi: disputò, sperimentò qual sia men tormentoso al corpo: il soffogarne il respiro con un laccio, o il rompergli il petto colle palle, o lo spiccarne il capo: con delicata sollecitudine valutò il calibro e la scorrevolezza del capestro, il fermo polso dei prodi che mirano all'inerme petto del loro camerata, il fendente della mannaia che deve sprofondarsi in un ceppo, ma attraverso il collo di un uomo; calcolò i guizzi dell'appiccato, notò il rossore che coperse il viso di una magnanima decollata.
Miserabili! aggiungete queste atroci ironie alle troppe altre, onde mascherate d'ipocrita sensibilità l'egoismo. Miserabili! sembra troppo il dolore, dolor di un momento; se il carnefice non è abbastanza destro per lunga esperienza, se alla vittima prolunga il patire, un fremito, un bisbiglio, una indignata commiserazione si fa intendere tra la folla accorsa a vedere: _Infelice! meschino! pover'anima, quanto sofferse!_ Pietà interessata, o piuttosto macchinale simpatia della natura alla vista delle pene di un nostro simile: pietà sconsiderata che non avverte al lento, penoso, atroce martirio dei momenti sì lunghi mentre passano sì celeri quando si contano passati, che compongono quell'uno, quei tre giorni interposti fra la sentenza e la esecuzione...
Ma quel dolore è inevitabile; ma la società ha diritto di recidere i membri infetti.
Sì? so che'l si dice; ho udito filosofi e statisti sostenerlo, filosofi e statisti impugnarlo, con ragioni per lo meno equilibrate, sicchè il dubbio stesso dovrebbe sospender l'azione. Che sarà se vi si aggiungano l'umanità e la religione: se la speranza ponga una mano su quel capo destinato al manigoldo, e mostri che si può farne ancora un cittadino, un padre, migliorandolo colle tremende lezioni della sventura, o colle amorevoli del perdono? se la fede indica una stilla di un sangue d'infinito prezzo, caduta a redenzione anche sovra quel capo che dal giudice è impassibilmente decretato alla forca, alla forca impassibilmente trascinato dal manigoldo?
E se mai fosse innocente? se capace di pentirsi, di tornar utile? come rimediare al colpo di quel ferro che tanto studiaste perchè riuscisse men doloroso? E se pure è una di quelle che voi chiamate necessità, come la guerra, come tante altre cose che per tali proclamate, permettete che io non ammiri tutti i progressi di una società, costretta a rimedj siffatti; di una società che stipendia un uomo per ucciderne un altro, che rende spettacolo dei cittadini il supplizio di un loro fratello.
Se però la religione non ha potuto ancora abolir le pene capitali, neppur segnando ciascuno col suggello della redenzione, neppur mostrando come a quel modo stesso finiva il Giusto; come, colui che ora è martoriato, può, il momento dopo, esultare fra i beati; se non potè ancora ispirar tanto amore quanto basterebbe per far cessare i delitti, ella accostossi a quelli che soffrono, e portò consolazione fino a quel terribile punto, per cui il mondo più non ne ha veruna.
Tra queste passò la Margherita il primo dei tre giorni concessile per prepararsi alla morte. Il secondo, a mezzodì, ricomparve frà Buonvicino presso la tribolata. Sul volto di lei era cresciuto il pallore; tutto annunziava come nessun riposo fosse stato concesso all'ansia dei suoi pensieri. Non per sè sola aveva essa patito: erasi rivolta ad altri esseri così cari, così vicini, e che pure non potea vedere, non rivedrebbe più--o li rivedrebbe sul patibolo.--Anche sul volto di frà Buonvicino, alle traccie di un lungo e abituale tormento se ne erano aggiunte di nuove e spasmodiche. Quando ebbe salutato la sua penitente, con voce fioca e ben diversa da quella di uomo che annunzi un favore, una grazia,--Signora, (le disse) vogliono ch'io v'informi come le consuetudini vi concedono di poter domandare quella grazia che vi piaccia».
L'occhio sbattuto e abbacinato della Margherita lampeggiò d'una gioja speranzosa; sopra il volto esangue le si diffuse un rossore così gentile, come quello onde l'immaginazione dipinge all'esule montanaro un tramonto di primavera sulle nevose cime della sospirata sua patria. E senza esitare esclamò:--Che mi mostrino mio marito».
Il frate l'aveva preveduto, e a stenti frenando le lacrime rispose:--Di questo desiderio non può oramai consolarvi che Dio.
--È morto?» chiese ella ritraendosi spaventata, e tendendo le mani irrigidite.
Il silenzio del frate e un sospiroso abbassar del capo, le diedero una terribile conferma.
--E mio figlio?» richiese ella con angoscia crescente.
--Vi aspetta in paradiso».
Come colpita da un fulmine, rimase immota, non pianse, non parlò: chè dolori siffatti non hanno nè lacrime nè parole; poi, come rinvenuta, esclamò:--Ecco spezzati tutti i legami che mi tenevano avvinta a questa terra»; e levando gli occhi in atto di una sublime offerta, conchiuse: --Prepariamoci a seguitarli».
Si prostrò ginocchioni dinanzi alla sua seggiola, fra i singhiozzi ripetè le preghiere di suffragio pei morti, alternandole col frate, il quale erasi con lei inginocchiato; udì con rassegnato accoramento le ultime affettuose parole e le tenere scuse che le mandava il suo Francesco: intese con che coraggio fosse egli, un'ora prima, salito al supplizio in pace con sè stesso e cogli uomini, e conducendosi a mano il suo fanciullo, a cui aveva sperato essere scorta sul cammino di una vita splendida e nominata, e in quella vece lo doveva sorreggere sulla scala infame del patibolo.
I pensieri dunque della Margherita non avevano più dove arrestarsi in terra: dunque il cielo, oltre essere il porto da tante procelle, era anche il solo luogo dove oramai potesse ella confidare di raggiungersi con quei suoi diletti, unica speranza, unico suo voto da tanto tempo. Colla confessione terse le macchie che potessero aver appannata l'anima sua, santificata prima dalla beneficenza, poi dagli affanni, e colla fiducia di chi è ben vissuto, si dispose a presentarsi al tribunale di un Dio, la cui giustizia è così diversa da questa inumana del mondo.
In quel mezzo la città seguitava tranquillamente le sue fatiche ed i suoi riposi. L'alidore della stagione, la scarsa vendemmia di quell'anno, la guerra che avevan temuta, la peste che temevano, l'ultimo balzello imposto, le domestiche faccende, i pubblici divertimenti, erano il tema vagabondo delle comuni conversazioni. Alcuni parlavano del supplizio eseguito quella mattina; altri annunziavano che il giorno da poi s'aveva a giustiziare qualche altro: ma i privati sofferimenti non dovevan dissestare i negozi e gli interessi comuni. Abitudine antica: giacchè frà Buonvicino nell'osservare un siffatto contegno, ricordavasi come già dai suoi tempi, Isaja lamentasse che _mentre il giusto perisce, non v'è chi in cuor suo vi pensi_[37].
I membri della commissione di giustizia, alle care famiglie, ai raccolti amici, nelle case, sotto i coperti, raccontavano gli andamenti di quel processo, il gran da fare che si ebbe per convincere persone, che si ostinarono sempre a protestarsi innocenti: ma si sentivano, dicevano essi, tolto un peso dal cuore coll'aver, dopo sì gran tempo, esaurita una causa tanto importante e avviluppata.
Che se alcuno domandava loro se la sentenza fosse stata giusta, dimostravano che era stata legale.
Il signor Luchino quella mattina abbandonò Milano, per passare un pajo di giorni a Belgiojoso, villa tanto opportuna per le caccie in quella stagione. Usciva con lui la signora Isabella, che della lontananza del bel Galeazzino sapeva e darsi pace e rifarsi. Cavalcava con essi di conserva l'arcivescovo Giovanni, che nell'attenta pettinatura della corona di capelli che circondavangli la rasa testa, e nell'esattezza delle pieghe e nella disposizione di una grande tonaca rossa foderata di zibellino, a maniche larghe, mostrava un desiderio più che scolaresco di far pompa di una bellezza che lo faceva primeggiare sovra tutti i prelati del mondo. Dietro a loro seguitava uno stuolo di amici, amici da Corte, e servi e cacciatori e palafrenieri. Il vulgo traeva ad ammirar que' bei cavalli, quelle stupende mude di segugi di Tartaria, quei falchi di Norvegia; vantava il lusso dell'arcivescovo, la furberia della signora Isabella, e la grande abilità di Luchino a trar d'arco, a cogliere col lancione una lepre, un cervo, un cinghiale.
Questo popolo, nel dare a Luchino il diritto di condannare a morte i rei, non gli aveva dato anche quello di fare la grazia? Una parola di lui poteva dunque camparli, anche secondo l'opinione di chi li tenesse per colpevoli. Ora non è micidiale del pari chi trucida e chi, potendolo impedire, nol fa? e potendolo così agevolmente?
Ma queste considerazioni non passavano per la mente al dabben popolo milanese--d'allora.
Si sarebbe desolato ove la grandine avesse guasti i campi: ma avrebbe creduto follia il togliersi fastidio per un'ingiustizia che si commetteva a carico di altri cittadini.
CAPITOLO XXII.
LA CATASTROFE.
Come gli antichi adornavano di fiori le vittime che conducevano a scannare sugli altari, così un costume universale copre di cortesie l'uomo che deve essere abbandonato alla giustizia, cioè al carnefice. Anche la Margherita, la vigilia della sua morte fu tolta dalla tana entro cui da mesi languiva, e collocata in una stanza, meno lurida, che serviva di chiesino. Anche questa era angusta, ma elevata e ariosa; una finestruola ingraticolata di ferro dava la vista sopra la campagna; un materasso, un tavolino, un ginocchiatojo e due sedili ne formavano tutto l'addobbo; un altare posticcio con due candelieri di legno faceva ricordare quelli, su cui i primi cristiani immolavano l'ostia incruenta nelle perseguitate catacombe.
Ivi la Margherita passò la notte--l'ultima sua notte--in preghiere e meditazioni. Pensava alle cose del mondo: tutto le rammentava che doveva lasciarle fra poco, ma vi si era ella forse attaccata più di quello che fosse necessario per conoscerle e trascurarle? Pensava ai suoi cari, e consolavasi di doverli presto rivedere in paradiso. Rincorreva il suo passato; non le pompe e gli illustri natali e la decantata bellezza e le magnificenze invidiate le tornavan ora in mente, ma lacrime terse, opportuni consigli, pietà profusa, ingiurie perdonate, risparmiati disgusti, li conosceva un tesoro riposto e vicino a fruttare.
Quello spiro d'aria più fresca, che suole mettersi sull'avvicinare dell'alba, la riscosse con un brivido molesto: e le corsero al labbro queste parole:--Che freddo avrà il mio Venturino colà alla campagna aperta!»
Erano voci strappatele dall'istinto, che la ragione trovava vaneggianti, ma non provava per assurde. Affacciossi quindi alla finestruola, e pose mente al primo biancheggiare dell'alba, colà verso i monti della bergamasca; un cielo limpido, soave, d'un tremulo sereno, qual suole nelle prime mattine dell'ottobre invitare ai passeggi, alle caccie, alla giuliva faccenda delle vendemmie. Dappertutto alla pompa dell'estate era succeduta la fantastica pacatezza dell'autunno. Una rugiada biancheggiante luccicava sugl'incurvati steli delle erbe nei prati intorno, e sulle tremule foglie dei pioppi che in lunghi filari stendevansi per la campagna, agitandosi e sibilando come sentissero la vita, come salutassero l'avvicinarsi del sole, così caro dopo le notti già lunghe e più che fresche.
La Margherita si affissò in quello spettacolo:--L'ultima aurora che io vedo!»
Così ogni cosa le rammentava come tutto fosse sul punto di finire; il rammentava a un'anima, che dalla nascita porta in sè l'orrore della distruzione, il desiderio della immortalità.
Ma a che vorrei io provarmi di ridire che cosa passasse nell'anima di essa? quante memorie e affetti e tormenti e desiderj e pensieri terreni e celesti si affollassero, si mescessero nella sua mente? Mille e mille soffersero, se non in quel grado, però a quel modo: l'uomo li compianse, e ne crebbe il numero.--Affrettiamoci alla fine.
Non appena albeggiò, frà Buonvicino presentossi all'uscio della cameretta, e ritenne il piede sulla soglia in riverente e pietoso silenzio contemplando la Margherita che pregava.
La lanterna, ch'egli recavasi in mano, lasciando lui e tutto il resto nel bujo che colà entro dominava ancora, raccoglieva i raggi sopra la Margherita, la quale così pareva alcuna cosa più che mortale. Erasi ella inginocchiata sul nudo pavimento, china la fronte sopra le mani giunte, e queste, appoggiate sur una sedia, avevano intrecciato fra le dita un rosario di cui stringevano la crocetta:--quel rosario stesso, quella croce, che con sì paziente cura avea frà Buonvicino medesimo intagliati nei primi giorni di sua conversione, e che aveva a lei presentato mentre dimorava in una ricca casa, cinta da ogni maniera di agiatezze e di eleganze, applaudita, contenta, fortunata, con a fianco il marito e sulle ginocchia un bambino, il quale cianciugliando la chiamava madre. Ed ora? quel marito, quel fanciullo erano sotterra, e fra pochi istanti ella pure sarebbe precipitata con loro. Osservandola frà Buonvicino con questi o simili pensieri, più e più gli si affondava l'occhio, si affilavano le scarne guancie, simili a un ruscello, ove l'assidua vampa del sole disseccò ogni umore, non lasciando che l'arido solco. Attento in lei, non ardiva turbare quello stato, che somigliava a calma. Anzi sarebbesi detto che ella dormiva, se tratto tratto un guizzo convulso, che le correva dal capo alle piante, non avesse dato troppo segno che ella vegliava, pativa.
--Sia lodato Gesù», pronunziò finalmente il frate con voce fioca e sommessa, alla quale risentitasi, la Margherita levò il capo, balzò di scatto in piedi, e facendosegli incontro colle braccia tese, dimandò col tono dell'angoscia:--O padre, vi è qualche speranza?»
Così questo balsamo, che natura preparò agl'infelici, come il latte della nutrice all'egro bambino, mai non vien manco fino all'ultima ora della vita. Il frate sospirò, alzò la destra e gli occhi al cielo, e proferì:--Lassù sono le speranze che non falliscono».
La faccia della Margherita, cui una viva fiamma aveva tutta colorita, di nuovo si fece pallida come tramortisse: giunse le mani; anch'ella eresse al cielo gli occhi lagrimosi, ed esclamò:--Signore, la vostra volontà e non la mia».
I conforti, le orazioni dei giorni antecedenti furono rinnovate in questo, tanto più vivamente quanto più sentivasi l'uno e l'altro vicini a separarsi fra loro e dalla terra, per ricongiungersi a Dio.
Frà Buonvicino offrì in presenza di lei il sacrifizio dell'altare, la commemorazione quotidiana del Giusto immolato per la verità, per la redenzione degli uomini, coi quali aveva diviso il pane e le miserie. Poichè il sentimento dei proprj mali non toglieva alla Margherita di conoscere e valutare gli altrui, si accorse a troppi segni dell'ambascia morale onde era compreso frà Buonvicino, e pregò Dio di dargli forza al passo tremendo. Dopo che il frate le ebbe comunicato il pane degli angeli, la travagliata si rasserenò; e, munita di viatico sì prezioso, stette con lui ragionando del nulla di questo mondo, delle gioje a venire, dell'incontro coi suoi cari in grembo al vero amore.
Se io riferissi quei discorsi, sarebbero di edificazione alle anime pie: potrebbero forse, in terribili momenti di lotta e di scoraggiamento, recar ristoro a qualche accorato; ma che direbbero i lettori, che diranno già essi di un racconto, ove i più cercavano forse null'altro che il passatempo spensierato o un rimedio o un palliativo a quella micrania dell'anima, la noja, e invece vi trovano la riflessione e la religione?
Dai pii ragionamenti furono scossi quei due pietosi al tocco di una campana a martello.
Trasalì la poverina; il frate si fece come se gli avessero confitto un pugnale nel cuore. Avevano entrambi indovinato esser l'agonia che, per lei, per lei sana, batteva la squilla del Broletto, ove doveva succedere l'esecuzione. Intanto uno spesseggiar di passi, un affaccendarsi di persone, un tirare di catenacci, lo scricchiolare d'un carro, davano avviso che era giunto il gran momento. La Margherita s'inginocchiò, e volle che di nuovo frà Buonvicino le compartisse l'assoluzione, e come in articolo di morte, chiamasse sopra di lei la benedizione del Signore. Il frate, levato in piedi, con solenne dignità di voce e di atto, protese le braccia, e spiegate le palme sopra il capo inchinato della donna, colla fronte supina, pallida sì, ma inondata di quella fiducia, che non alligna se non in chi crede e teme e spera altre cose che le mortali, pareva che congiungesse il cielo cui tenea levato lo sguardo, con quella penitente su cui ne invocava la misericordia e le retribuzioni. Margherita, in ginocchio avanti ad esso, colle braccia incrociate sul seno e le bianche mani che spiccavano sopra il nero vestito, piegando il collo in atteggiamento di compunta rassegnazione, ricevea quelle parole tremende e consolatrici. La lanterna, posata sullo scannello e divenuta pallida per la luce cresciuta del giorno, guizzando ad ora ad ora come sullo spegnersi, vibrava attorno alla testa della bella pregante un'aureola di tremoli raggi, qual si dipinge in giro al viso dei santi.
Ella ascoltò, segnossi, indi sorse come chi, avendo posto assetto ad ogni affar suo, si muove ad un lungo viaggio, da cui più non deve ritornare. Ma il frate allora cadendole ai piedi,--Signora (esclamò) fin qui ho adempito al sublime ministero di sacerdote dell'Altissimo. Ma io son uomo; io sono un peccatore miserabile: voi siete una santa. O signora! prima... prima di... vogliate dirmi che mi perdonate... mi perdonate se un tempo, io sciagurato, insidiai alla vostra virtù. Voi la conservaste. Benedetta! che così avete procurato a voi, a me tali consolazioni in quest'ora tremenda.
--Sì, benedetto Iddio», rispose ella con languida ma soavissima favella.--Fu dura la battaglia allora: temetti non bastarvi incontro: ma il Signore ci ajutò; e diede a voi fermezza di generosa risoluzione. Perdonarvi?»
E singhiozzando gli posava le candide mani sovra la testa piegata.--Perdono io non devo accordare a voi, che non mi offendeste. La vostra memoria mi restò sempre come schermo contro gl'inganni del mondo. Nei pericoli della gioja, fra i sinistri consigli del dispetto, io ripensava ai vostri nobili patimenti, io mi ripeteva, _Che ne dirà Buonvicino!_ Ed ora che son qui... Ah! di quel che vi devo non potrà retribuirvi che Dio».
Lo rilevò di terra, gli mostrò quel rosario, quella croce; e baciandola aggiungeva:--Quando voi me la donaste, vi ricorda? Voi mi facevi l'augurio che un giorno potesse tornarmi di consolazione. Quel giorno è venuto... così diverso da quanto nè io nè voi nè altri avremmo allora potuto figurarci... e le consolazioni mi sono abbondate! Amico, io voglio morire con questa corona sul petto. Dopo che... io sarò... voi stesso levatemela dal collo.--Ah! il collo allora non l'avrò più... E serbatela sempre, in memoria della povera Margherita, che tanto e sì bene amaste».
Tacque, pianse, poi facendosi nuova forza, ripigliò:--Al signor Luchino andrete voi; voi stesso, ve ne prego: fate anche questo sacrifizio per me. E direte che gli perdono: Troverà egli superba questa parola? Ditegli che in paradiso pregherò per lui... che abbia compassione della mia povera patria. È questo il voto di una morente».
Qui nuovo silenzio, nuovo pianto, da cui la destò un altro botto della campana ferale; onde riprese:--Buonvicino, amico mio, vero amico... addio! addio! ci troveremo in cielo, e presto!»
Si sforzò di proferire con fermezza queste parole, ma il singhiozzo gliele ruppe in gola: il frate ripetè «Presto!» indi si trasse il cappuccio sugli occhi, e s'avviarono.
Già in piazza de' Mercanti era stato raccolto un visibilio di popolo, o dalla curiosità, o dal non sapere che altro farsi, o dal gusto plebeo di contemplare la soffrente natura, o dal contento di vedere una giustizia o una vendetta. Il caso, non così frequente, d'una donna condotta al supplizio, fece trarre anche più gente del consueto.
Da un giuggolo, o come diciamo noi lombardamente _zenzuino_, aveva preso nome un'osteria, presso alla quale erano il ricetto delle male femmine, cinto di mura, e la casa del carnefice, dietro al palazzo di giustizia, ove durò fin testè. Da quell'osteria, da quel lupanare molta gente sbucò quando videro mastro Impicca avviarsi cogli orribili attrezzi del suo mestiere, e sempre nuova turba gli si affilava dietro per la strada. Gli artieri, smettendo il lavoro s'invitavano uno coll'altro.
--Dove vai?
--Al broletto nuovo a vedere. E tu, non ci vieni?
--Un momento, e verrò anch'io».
I garzoncelli erano svignati dalle botteghe; le madri accorrevano portando in braccio i pargoletti, affinchè abbandonati non piangessero; i signori venivano a cavallo facendosi largo fra la pedonaglia, ed eccitando le maledizioni di quelli a cui si piantavano davanti; ed era una pressa d'arrivare i primi, di farsi più vicini, di collocarsi più opportunamente.
Già in altra occasione ebbi a divisarvi la piazza dei Mercanti, quella che allora dicevano il Broletto nuovo.
Delle due piazze, in cui esso rimane diviso per via del Palazzo della ragione, quella a libeccio, che sin qua conservò maggiori vestigia dell'antico, era appunto destinata al supplizio dei nobili (i plebei si giustiziavano al _prato delle forche_ verso Vigentino): poichè la civiltà, nè troppo affinata nè abbastanza ipocrita, non si dava gran pensiero di allontanare il boja dal giudice, il luogo della sentenza da quello dell'esecuzione. Un palco di tavole posticcio innalzavasi dal mezzo, affinchè maggior numero di gente potesse godere la scena, e su quello veniva disponendo ogni cosa il manigoldo, uomo adusto e tarchiato, i cui robusti muscoli pronunziati si poteano contare, e vedeansi guizzare sotto l'abbronzita pelle del corpo, non coperto che da due rozze brache di pelle, strette alla carne. Fra goffi sghignazzi stava egli col suo garzone saldando due assi fra cui doveva inginocchiarsi la paziente, librando la mannaja con cui doveva farle balzare la testa saggiandone il filo, esercitandovi il braccio.
--Ehi mastro Impicca, questa scala tentenna», diceva il fattorino.
--Lascia pure, lascia (rispondeva il manigoldo). Quei che ci salgono non badano tanto per la sottile: quando discendono, non se la sentono sotto ai piedi».
Alcuni soldati, antichi compagni di Alpinolo, i quali, ordinati dal connestabile Sfolcada Melik a piedi della scala e intorno al palco, contenevano la folla, ridevano a quegli scherzi, applaudivano a' bei colpi che colui trinciava in aria; si ricambiavano le più lepide celie con un'indifferenza assassina, della quale ho trovato poco migliore, sopra un campo diverso, la serena tranquillità con cui un logoro damerino scherza sui sentimenti di una bellezza appassionata, facendole stillar sangue col carezzarle gentilmente una piaga infistolita.