Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 32
--Ah Macaruffo, buona minestra hai fatto! Ma son in tempo di ripigliare la parola. Or ora, quando ricompare il Quattrodita, gli vo incontro e gli dico: _Assolutamente non voglio; ho detto per baja_. Ma egli rivorrà il suo denaro. Fossi matto! I fiorini al giorno d'oggi valgono sessantaquattro soldi di terzoli, e non se ne trovano sulle siepi.... Se potessi salvare la capra e i cavoli!--A buoni conti i fiorini sono in saccoccia (e li palpava, quasi per accertarsene): potrei andare dal signor Luchino e spiattellargli tutto.--Spiattellargli tutto! e poi? Vengono, pigliano il Quattrodita, l'impiccano: questo va di suo piede. Ma a me, cosa mi entra in tasca? Egli non potrà più pagarmi il fiasco e un boccone, come ha fatto le tante volte: e quel ch'è peggio, l'anello di diamante è bell'e andato. È vero che potrei dire, _Signor Luchino illustrissimo, ho da cantare, ma voglio una mancia_: egli me la prometterà: promettere costa poco: ma che mantenga? Dirà: _Hai fatto parte del tuo dovere_, e mi darà delle zucche marine. È poi, e poi, stesse li. La pena sarebbe che soggiungesse: _Quei fiorini sono di mal acquisto_, e me li togliesse, e li serbasse coi suoi, tutti d'acquisto eccellentissimo».
Pure questo partito, e come più sicuro, e come il meglio confacente alle abitudini sue, gli piaceva al gusto; ma anche qui non era tutto zucchero--Come ho da fare? Piantar qui, e correre a svegliare l'illustrissimo?--Mai più... di quest'ora! Lo dirò a questa guardia? Oibò! Forse è di balla col camerata; se no, crederà ch'io sia in cimberli. Gli mostrerò in prova i denari. Ecco subito un bolli bolli:--ma il Quattrodita è un bizzarro, che Dio ne guardi. Certo sta all'erta, tutt'in orecchi come una lepre: al primo passo che fo, salta fuori; a colui non gli croscia il ferro: e m'ha certi occhi, da non vi metter nè olio nè pepe a tirarmi una lanciata. Una lanciata! Allora l'illustrissimo mi rammenderà quell'occhiello?»
Fra questi e simili pensieri trascinò quel pajo d'ore. Non erano finite quando Alpinolo uscì a rilevare la sentinella, mostrandosi in atti ancora sonnacchioso.
--Bravo Quattrodita: (gli diceva il soldato) Arrivi a tempo: tengo a fatica aperti gli occhi.
--Va pur là, Pagamorta (rispondeva Alpinolo), e dormi col cuore quieto, che se anche lascerai trascorrere il tempo non ti guasterò il sonnellino dell'oro».
--Viva il Quattrodita» replicava l'altro, sporgendogli la mano rozzamente.--Tocca. Un po' burbero, un po' stizzoso, ma di buon fondo. Bravo ragazzo! Lascia fare, che appena io diventi principe, ti erigerò caporale».
E con un ghignazzo che si conchiuse in un sonoro sbadiglio, se ne andò. I passi di lui rimbombarono lungo il corridojo, più e più sempre allontanandosi: ed Alpinolo li contava, guardandogli dietro con ansietà. Quello entrò nel camerotto, lasciò rabbattersi dietro l'uscio, e tutto ritornò nel silenzio. Alpinolo diede una girata origliando, guardando; e non udendosi fiato, si accostò al carceriere:--Ebbene?
--Ebbene?» replicò Marcaruffo, alzando il capo come per ismemorato, a guisa d'un baco da seta che dorme, e fissando in volto ad Alpinolo due occhi d'artificiosa storditaggine. Ma questi in atto imperativo e minaccioso afferrandogli il braccio, diceva:--Sta su: l'ora è opportuna.
--E poi?» domandava l'altro, mentre rizzavasi dinoccolato, e sentendo in quel punto meglio che mai quanta distanza corra fra il promettere di fare e il fare.
--Come? tu cagli? e i denari?» replicava risoluto Alpinolo.
--E il diamante?» ridomandava Macaruffo.
--Sì, il diamante è qui; ed al varcare della soglia ti giuro da uom d'onore che sarà tuo. Ma a noi! il tempo stringe.»
L'altro si mosse dimenando la testa, e brontolando fra sè:--Uomo d'onore, uomo d'onore!» Ma una guardatura fulminante di Alpinolo, ed una stretta di mano che parve una tanaglia, lo fece accorto che non era più tempo di trarsi in dietro, e neppure di star in tentenno. Per far dunque che almeno l'effetto gli riuscisse senza sconciature, si trasse le scarpe, ossia gli zoccoli che allora ne facevano le veci; inginocchiossi, e recitò una preghiera che solo il terrore gli traeva sulle labbra, e colla quale non voleva se non domandare a complice il Cielo. A taciti passi allora inoltrandosi, spense il lampione che fiocamente rischiarava il corridojo; spiccò dalla cintura le chiavi, e s'avviò muro muro e tastone verso la carcere di Francesco Pusterla.
Solito sempre a mutare i passi fragorosamente, fischiando e cantando canzonacce con voce assordante, senza verun riguardo ai prigionieri, a cui il gridare spezzava i sonni e conturbava la fantasia, ora ciampeggiava con tutte le gelose e timide premure d'una madre, la quale gira attorno alla cuna dell'ammalato suo bambino. Il men che lieve fruscio dei panni gli metteva i brividi; i passi suoi, comechè fosse scalzo, gli pareva sonare più che quelli di un guerriero tutto ferro dai capelli alle piante; fin l'anelito studiavasi rattenere: le chiavi, per cura che adoperasse, girando nella toppa scricchiolavano, crocchiava l'imposta, onde se gli rizzavano le chiome in capo. Men pauroso, ma più sollecito, Alpinolo gli era sempre alle spalle, colla sospensione di un ladro mentre il compagno sconficca lo scrigno di un usuriere. Alla fine il chiavistello fu aperto, tirato il paletto; e Alpinolo si precipitò giù per due o tre rozzi scaglioni, chiamando sommessamente--Francesco! signor Francesco!»
Questi, al sentir dischiudere la prigione in ora tanto insolita e in più insolito modo, già coll'immaginazione era corso a quei timori, che sono abituali nei carcerati; una violenza, un assassinio. Buttossi ginocchione, chiese a Dio mercede dei suoi peccati, e gli raccomandò l'anima sua come se fosse sul punto di comparigli davanti; risvegliò il suo Venturino, baciollo, il rincantucciò nel più riposto angolo della prigione, dicendogli «Sta zitto»; lo ricoperse col suo stramazzo; gli pose davanti, come trincea, i soli arnesi che vi si trovavano, uno sgabello e la brocca: premura di paterno istinto, che ricorre ad ogni mezzo di difesa, per fiacco e inutile che il mostri la ragione. Così la chioccia, udendo la romba del nibbio che volge sopra il capo di essa le ampie ruote, chiama o ricopre i pulcini sotto l'ala, che neppure un momento li schermirà dal rapitore.
Fra queste ambasciose attenzioni ode chiamarsi a nome: si scuote: è una voce conosciuta, ma da gran tempo non intesa--Chi è là? assassino o amico?» domandò.
--Silenzio! un amico», rispose Alpinolo, e si nominò.--Vengo a camparvi: non perdete tempo, usciamo.
--E la Margherita?» fu la sola voce che replicò Franciscolo.
--Verrà anch'ella.
--Dio ci ajuti!» e strinse al giovane la mano in modo di esprimergli tutta la gratitudine passionata dell'uomo che, abbandonato da tutti, tradito, vicino a morte, ritrova un amico. Il giovane la sentì, e parevagli significare tante cose, che fossero fin troppo a compensare quel che aveva operato. Poi Francesco tolse sulle braccia il bambino, replicandogli:--Taci».
Il carceriere, a cui quel brevissimo indugio era parso un'eternità, non li vide, gli udì rimontare la scaletta, e raccomandò loro all'orecchio--Fate piano».
Così vennero alla stanza della Margherita.
La meschina non erasi dimenticata (e di che si dimentica il prigioniero?), non si era dimenticata che quel dì era il settimo anniversario del suo Venturino. Per una madre, per una malarrivata, di quante idee doveva essere feconda una tale rimembranza! Le doglie del parto, mitigate dalla consolazione di vedere, di toccare, di baciare una tenera creatura, un essere vivente, frutto delle proprie viscere, pegno d'un amore benedetto, illibato; nuovo nodo di tenerezza fra lo sposo e lei; e non saziarsi di guardarlo, di blandirlo, di comporlo; e col proprio latte sostentargli la vita che essa medesima gli diede, sono gioje di che il Cielo privilegiò le madri per ristoro ai travagli e alle fatiche del sacro loro stato.
Ricorrendo su quel giorno, alla Margherita tornavano in mente una stanza agiata, un onorevole letto e tante persone intente a prodigarle amorevoli cure, compatimento, congratulazioni: ed un marito contento, e le speranze che carolano intorno alla cuna d'un neonato.
Ma ora? Tutto mutato: squallore, tenebre, insulto stizzoso, il dubbio, lo sgomento; e, peggio di tutto ciò, il trovarsi disgiunta dal marito, e saperlo gettato in tormenti pari ai suoi, se non forse più atroci. E quel fanciullo, quell'essere innocente e caro, sua compiacenza e suo conforto, in sull'alba della vita, condannato, senza colpa, a soffrire le pene dello scellerato. Questo dì, che soleva essere una domestica festività, un giorno di felicitazioni sintanto che vissero insieme, ora non poteva che esacerbare gli spasimi, ora che, così vicina a lui, a loro, non poteva neppur una volta abbracciarli, nè tampoco vederli. Oh! vederli, vederli almeno da lontano, questo le pareva sarebbe bastato a innondarla di dolcezza; e ne richiedeva il buon Gesù, e inginocchiata pregava che almeno quella tenera pianticella fosse risparmiata, potesse crescere alla vita, conservando memoria e compassione di un padre, di una madre, chi sa a qual fine destinati.
Poi, quando l'orazione le aveva tornato alcuna calma, esclamava:--Signore, sia fatta la vostra volontà».
Alfine aveva declinati gli occhi al sonno; il sonno che, a malgrado dei tormentatori, vien pure soccorrevole alle ambasce del sofferente. Candida anima! il suo angelo le svolgeva innanzi sogni, visioni di tranquilli tempi andati, consolatrici speranze. Ridestandosi le immagini contemplate nel giorno, le era d'avviso trovarsi libera, e scorazzare sicura fra i suoi, sulle rive del lago Maggiore; ed era una primavera, bella quanto mai possa vedersi: tutto fiori, tutto riso, tutto quel mistico canto onde la natura par che conviti i mortali al banchetto della gioja e della benevolenza, e la fantasia vi aggiungeva quei magici vezzi che colorano un lungo desiderio insoddisfatto. Le pareva stare colà a trastullo colle fanciulle coetanee, ma esser già madre, e mostrare a quelle il suo bambino, che tenevasi alla poppa, e sollevandone lento lento i pannolini, scopriva ad esse quel viso d'alabastro, quegli occhi azzurri come il cielo, donde le era disceso.
Ed ecco la ferisce una voce lontana, fioca,--Margherita! Margherita!»
--È mio marito (dic'ella): quanto tempo che non ne intendo la voce! Sarà uscito di prigione, e vorrà vedere suo figliuolo. Ora vengo. Addio, compagne; state allegre finchè io ritorni».
E così continuando il sogno, alzasi di fatto dal giaciglio, e colla sorda voce del sonnambulo, risponde:--Vengo», e si muove realmente, e sente abbracciarsi. A quel tocco, all'intendere una voce che le suona qual dovette a Lazaro quatriduano sonare quella del divino amico che dal regno dei morti lo richiamava, si sveglia anch'essa, e trovasi in braccio al suo Francesco:--in braccio ad esso, e fra loro il fanciullo. Credeva sognare tuttavia, moveasi, fregava gli occhi;--quella era pure la mano di lui che le premeva il capo contro il suo volto; erano pur quelli i suoi baci: vere lacrime sentiva scorrere infocate tra la guancia di lui e la sua.
Qual momento! Godine, infelice! godine l'ebbrezza, meritata con sì lungo soffrire; godi un lampo che folgora attraverso la notte del tuo patire:--un lampo.
--Zitta (le disse Francesco) e seguimi».
Nulla rispose la Margherita; gli tolse dalle braccia il fanciullo, e lo strinse al cuore, lo coprì di baci, lo innondò di lacrime:--O madri, voi sole sarete capaci di comprendere quell'istante. Il pargoletto non sapeva chi così affettuoso lo baciasse, lo stringesse; ma anch'egli, per quel ricambio che l'amore impone, prodigava i baci e le carezze. La Margherita, premendogli il volto contro il proprio seno, tra per amore e perchè stesse cheto, si mise sui passi del marito. Il quale, presala pel braccio, s'atteneva ad Alpinolo, che colla labarda in una mano tentando, coll'altra stava appigliato al carceriere; e questo, a passi lenti e lunghi, procedeva, col corpo aggobbato quasi per occupare spazio minore, appoggiandosi tutto sul piede posteriore, sporgendo le mani tentone, e fermandosi ogni tratto in ascolto.
Già è varcato il primo corridojo; pas ato l'uscio, entro cui dormono le guardie; traversato un andito oscuro, entrano nella cucina del carceriere, il quale rabbatte dietro di sè l'imposta, e respira, come già avesse compito il più difficile dell'impresa. Un altro usciale metteva a un cortile:--l'aprono:--là in faccia si vede una porticina;--cinque passi: uscir da quella, saltare il piccol fosso, e sono in salvo. Dalla soglia tendono l'orecchio.... tutto è silenzio. Una sentinella, sdrajata boccone sur un muricciuolo dallato, appoggiando la fronte sulle braccia, dormiva. Macaruffo l'additò ansioso a Alpinolo; ma questi, spunzonandolo, gli fece intendere a cenni che non era nulla; che dormiva sodo; niente paura, non si sveglierebbe. Escono: scendono tre gradini: la Margherita, venendo ultima con Venturino, poneva il piede sul lastrico; la luna fendeva in quello il denso velo delle nubi, e un limpido raggio mostrava uno all'altro i fuggitivi, e lasciava distinguere la povera Margherita, pallida, scarna, in un trito e lacero vestire, diffuso il crine sulle spalle mezzo scoperte, come donna che sorge allora allora dal letto, eppure bella in tanto travagliosa negligenza.
Francesco e Alpinolo volsero uno sguardo pieno di amore, di compassione, di venerazione sopra di essa: il bambino sollevò anch'egli il capo, e colla manina facendo indietro i capelli che ingombravano la vista, fissò gli occhi per veder chi fosse l'amorevole portatrice; la scôrse: la ravvisò. Che tripudio, povero fanciulletto!--O mamma! mamma!» esclamò con uno strillo acuto, a guisa di chi rivedesse vivo un suo caro, che aveva pianto estinto; e le gettò le braccia al collo.
Gelarono tutti a quel grido, essa gli turò colla mano la bocca:--invano! era tardi.
La sentinella riscossa alzò il capo, vide gente, balzò in piedi.--Ajuto! gente! all'armi!» Non finì di urlare queste parole, che Alpinolo, dirupatosegli addosso, in men ch'io lo dica gli ebbe spiccato il capo di netto; poi, colla sciabola insanguinata alla mano, accennava agli atterriti che fuggissero, campassero; egli starebbe alla porta per impedirne l'uscita ad altri, finchè essi guadagnassero tempo.
Tutto inutile! Il grido d'all'arme era giunto agli altri soldati; da ogni parte traevano con lance, con fiaccole, gridando, minacciando. Alpinolo, col furibondo coraggio di una tigre che difende i suoi parti, cominciò a menare prima la spada, poi la lancia, infine il troncone di questa, col potere che aveva maggiore, sicchè ne stramazzò tanti quanti ne colse. Ma arrivatogli alle spalle Sfolcada Melik, gli girò sul caschetto un sodo colpo di mazza, che lo fece, tutto grondante del sangue suo e dell'altrui, ruzzolare come morto ai piedi della Margherita. Li baciò col labbro convulso Alpinolo; poi, alzando su di essa lo sguardo ondeggiante, esclamò:--Perdonatemi».
Macaruffo in sulle prime volle mostrare d'essere accorso anch'egli allor allora, e sguainando la coltella che teneva alla cintola, con parole fiere rivolto ai fuggiaschi, gridava a testa:--Ah cani! indietro, o vi scanno tutti. Di queste s'ha da farne a me? di queste?»
Ma dovette accorgersi che il ripiego non valeva, e poichè il Melik, bestemmiando in suo tedesco e menandogli di piatto la sciabola sulle spalle, gli diede la funesta certezza d'essere scoperto, gettato l'arma e la fierezza, si prostrò a terra, e colle braccia aperte e sollevate badava a strillare:--O Signore! o Vergine benedetta! pietà! misericordia! ho moglie! ho figliuoli!»
La Margherita intanto erasi abbracciata col marito: le loro lacrime si confondevano: i vagiti del fanciullo rompevano l'aria, ma nell'ansietà di quel terribile istante nulla si dissero, se non che Francesco esclamò:--O mia buona Margherita!» la parola così cara a quella infelice già nei prosperi suoi giorni, oche egli pronunziò con un tono da esprimere a un tempo amore, speranza, disperazione, una scusa, una preghiera, una domanda, una risposta, un giuramento.
Tutta ne comprese la forza Margherita, e ne trasse una stilla di ineffabile consolazione anche in quello spasimo orrendo, anche fra le urla e gli schernevoli insulti dei soldati mascalzoni, che a forza li dividevano e li ricacciavano nelle loro prigioni.
CAPITOLO XX.
UN FRATE E UN PRINCIPE.
Frà Buonvicino, come l'altra notte, avea serenato, aspettando coi cavalli al noce in Quadronno; perocchè le regole del suo Ordine erano aliene da ogni severità, e per poco che l'abuso le avesse rilassate, non si faceva caso che alcuno stesse anche tutta la notte fuori di convento. Aveva, dissi, vegliato in aspettazione, pregando, e talvolta abbandonandosi a una gioconda speranza che il Signore darebbe favore all'innocenza, tanto da operare un miracolo per trarre la Margherita in libertà; immaginava la gioja di sapere in salvo persone tanto care, il contento di rivederle una volta ancora, e poi mandarle dove fossero sicure dalla tirannia. Ma queste lusinghe davano tosto luogo a un arcano spavento, ai calcoli desolati della ragione: e figurandosi tutti i pericoli possibili, gelava, sudava, e buttavasi colla faccia sulla terra, supplicando Iddio che li salvasse: Iddio che solo il poteva.
Il minacciare del nembo non lo distolse di là; ben altro avrebbe affrontato per rivedere la Margherita. Ma quelle ore eterne passarono: i galli cominciavano a cantare dai rustici casali del vicinato,--Neppur oggi (egli disse) sarà potuto riuscire». Adunque rinviò il mozzo coi cavalli ad un'attigua cascina donde gli avea levati, gli diede la posta per la sera vegnente al luogo medesimo, e ritornossi al convento di Brera, facendo un distorto giro delle porte.
Ancor non era ben chiaro il giorno, e i foresi del vicino borgo si avviavano a Milano per vendere il latte, l'uva, le ortaglie; chi con due gran corbe infilate al braccio, chi con due zane in bilico sulle spalle, uno colla gerla piena in dosso: l'altro cacciandosi innanzi un somarello: quali spingendo le carriuole; alcune villane sbracciate e scollacciate e col guarnelletto di stampato, reggevano in capo secchi di latte, coi gomiti a manico di vaso: e parlavano tra sè del temporale della notte passata che divideva l'estate dall'inverno, della prosperità e delle disgrazie dei loro campi e degli orti, della fame che correva, della peste che minacciava, della comare, dell'amico: e facevano assegnamento sui denari che ricaverebbero quel dì.
Giunti alla spianata fra San Calimero e la torretta di porta Romana, vedono da un ramo spenzolare non sanno che: s'avvicinano: è un uomo impiccato.--Ehi, compare! gua'; quella pianta ha messo un grappolo massiccio.
--Oh oh! chi sarà mai!
--Mah!
--E che diamine ha al collo?
--Una borsa.
--Una borsa? volete dire che sia piena di quattrini? E la additavano a chi veniva dietro, e si struggevano di saperne, per essere i primi a raccontarlo o nelle case dove andavano a portare le uova e i baccelli, od alle fantesche, loro pratiche, che capitavano colla corbella sul mercato.
Quando vennero fuori della rocchetta i primi soldati, che solevano appostare le bolle ortolanine per volere di esse il dondolo, e per pungerle con qualche arguzia sguajata, si conobbe il fatto. E così la mattina per tempo la notizia si diffuse, e il verzajo (così chiamano a Milano il mercato delle erbe e delle civaje, che allora tenevasi in piazza Fontana) fu tutto un pettegolezzo, un raccontare e domandare della grande ribellione che avevano fatto i prigionieri nella rocchetta di porta Romana, ammazzato i soldati, sfondate le porte, alcuni fuggiti, altri ripresi; e due singolarmente (chi fosse non importava; già s'intende ladri, o simile lordura, che i galantuomini non vanno a prigione) avevano corrotto il carceriere per fuggire; ma côlti, erano stati ricacciati in bujosa, e il carceriere mandato sui due piedi in piccardia.
Anche in Brera, il primo lavorante che capitò la mattina,--Sapete niente, frate Angiolgabriello?» disse al portinajo.
--No: dite su, che Dio vi benedica; cosa c'è di nuovo?»
E l'altro:--Udite, e poi segnatevi»: e gli riferiva il trambusto avvenuto a porta Romana, nel modo che andava per le lingue, e colle alterazioni che sogliono subire i racconti nel passare di bocca in bocca o di penna in penna;--argomento opportunissimo a dimostrare, per nostra discolpa, la inclinazione che ha l'uomo al romanzo storico.
Frate Angiolgabriello da Concorezzo non tardò a correre a raccontarlo al prevosto frà Giovanni di Agliate. Questo era ancora a letto: esclamò--Povera gente!» diede una volta, uno sbadiglio, e rattaccò un sonnellino. Con maggiore curiosità si facevano intorno al portinajo gli altri laici e professi per udirla: ed egli, glorioso d'essere il primo a spargere una notizia e di andare per la comunità siccome autore (tanto questa gloria d'autore lusinga fin nelle minime cose!) volentieri la diceva, e ridiceva come il cieco la sua leggenda. I frati ascoltavano col pacato interesse, onde si ascolta una notizia che non ci riguarda; al più, una moderata compassione, e i migliori, facendosi il segno della santa croce, esclamavano:--Gesummaria per loro!»
Ma chi fossero quei fuggiaschi troppo lo comprese fra Buonvicino allorquando, appena mise piede fuori della cella, il portinajo, che non aspettava che lui, corse subito a raccontargli il fatto, senza sapere di qual coltellata lo trafiggesse.
--Ma l'appiccato (chiese egli) era veramente il carceriere o un soldato?
--Il carceriere, che Dio lo benedica»; rispondeva frate Angiolgabriello:--chi me lo narrò, l'aveva coi proprj occhi veduto. Ed io sono stato il primo...
--E nessun soldato n'andò di mezzo, che si sappia?» l'interrompeva frà Buonvicino.
--Eh eh! e quanti!» ripigliava l'altro, trinciando l'aria colla destra spiegata.
Frà Buonvicino trasse il cappuccio sugli occhi, ma non sì presto da celar la sua emozione agli occhi del narratore. Il quale dappoi al suo racconto aggiungeva questa nuova circostanza per dimostrare a tutti di che tempra compassionevole fosse il fratel Buonvicino, che Dio lo benedica.
Quest'ultima tavola del naufragio era dunque fallita. Non già che frà Buonvicino vi avesse posta troppa fidanza; ma l'uomo è così fatto, che, col lungo fermarvisi sopra, si affeziona anche a ciò che egli medesimo sa non essere altro che sogni e fantasie. Due giorni e due notti aveva egli trascorse, fissato, assorto in quell'idea, in quella speranza: ed era svanita; svanita così dolorosamente! Gli piangeva il cuore per Alpinolo, che credeva dover esser perito in quel parapiglia: figuravasi i peggioramenti degli amici suoi; sicuro che l'oppressione avrebbe da ciò preso motivo per esacerbarne la condizione. Poi il giudizio loro si sarebbe precipitato; e la prepotenza avrebbe côlto volentieri quest'occasione di mostrare come le intelligenze, di cui più non potevasi dubitare, imponessero la necessità di togliere ai fautori dei Pusterla la speranza di camparli con qualche nuovo tentativo.
Pur troppo dunque prevedendo l'esito, disperando d'ogni umano soccorso, volgevasi a Dio, a lui che può mitigare l'ambascia di chi patisce e la fierezza di chi fa patire. All'augusto sacrifizio dell'altare se compunto sempre si accostava, quel giorno si presentò con più intenso fervore; tremando, piangendo, pregò per le povere anime di quelli ch'erano caduti uccisi, per Alpinolo: Dio è tanto buono! tiene a calcolo anche il sospiro d'un momento: forse quel giovane sarà uscito da questa vita perdonando e perdonato, ed ora si trova ricoverato sotto le ali di Quello, delle cui misericordie non è numero. Pregò quindi pei due Pusterla, che Dio moltiplicasse a loro la pazienza; che ai loro giudici compartisse, non tanto il lume per conoscere la verità, quanto il coraggio per sostenerla. E gli parve che il Cielo nuovo pensiero gli ispirasse, un pensiero coraggioso e nobile: il ventilò: si risolse.