# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 31

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--Salvarli? Oh come?» domandò con ansietà frà Buonvicino; e come, quando nel bujo di una camera divampi il zolfanello, di subito rompe le tenebre una gaja luce, che poi immediatamente spegnendosi, lascia di nuovo al bujo, così nell'occhio di frà Buonvicino lampeggiò una gioja vivissima, ma passeggiera; all'istante un melanconico velo gli ottenebrò la fronte, e le esclamazioni di allegrezza finirono in un doloroso ohimè. Poi soggiunse:--Ah garzone, garzone! tu sei ancora quel desso; ancora non hai abbastanza imparato a che possa trascinarti cotesta foga intemperata, cotesto operar sempre, e non riflettere mai. Tu precipiti te stesso e loro.

--Padre, (replicava l'altro) il mezzo, a dirvelo, è meglio nol conosciate; sull'esito però ho calcolato abbastanza: e, se il diavolo non vi mette... cioè, se l'accidente... Insomma, anderà bene. Andasse anche male, ad essi che può risultar di peggio? Quanto a me, della vita mia non devo conto a nessuno.

--No? nemmeno a Colui che te l'ha data, e che può chiederti perchè l'hai gettata, innanzi che egli medesimo te la ridomandasse? Non sono davanti a lui eguali l'assassino e il suicida?»

Stette un momento sopra pensiero Alpinolo, poi, stringendo ancora la mano al frate, ripigliava:--Vivete pur tranquillo su quanto riguarda me. Il cuore mi dice che nessun male ne avverrà. Proprio dal cuore mi viene questa potente ispirazione, e le ispirazioni di raro ingannano».

Tentennò il capo frà Buonvicino, e, posandogli l'altra mano amorevolmente sulla spalla,--O figliuolo! e cotesta ispirazione da chi l'hai tu implorata? hai tu pregato mai con fede Iddio?

--Iddio! (interrompeva il giovane) c'è egli proprio questo Dio?» E, subito correggendosi,--Ah, sì, certo, egli vi è: vi deve essere per aver creato la Margherita, per aver tratto con sè mia madre in paradiso. Ma in paradiso che fa egli? perchè non reprime l'iniquità? perchè lascia il reprobo mangiare in pace il pane delle delizie, mentre il giusto affanna ai suoi piedi? Perchè il Pusterla è in carcere, e Ramengo fra gli agi? Perchè voi qui a gemere sulle miserie comuni, e Luchino in trono a moltiplicarle?

--Di poca fede! (replicava frà Buonvicino con un sospiro) Chi t'ha dato il diritto di scandagliare l'inesplorabile abisso della Provvidenza? Giusto è Dio, e i suoi giudizj sono veri e approvati per sè stessi; l'uomo li riverisca, nè presuma comprenderli. Pure tu, sei tu entrato nel cuore dell'empio e del savio? Hai visto quel che si nasconde sotto le bugiarde apparenze del godimento e delle pene; dell'umiliazione e del trionfo? Che se anche in terra questo patisce e quello esulta, forse che il regno di Dio finisce fra gli angusti confini di questa vita? Sarà giorno, quando, in bilancie assai diverse da quelle dell'uomo, staranno il riso e i patimenti, le soperchierie e la pazienza: quando i fortunati udranno dirsi: la vostra porzione di beni già l'avete tocca in terra. Frattanto ti viene lezzo dell'iniquità che domina il mondo? della mal provvista distribuzione di ciò che il secolo chiama beni e mali? Torci da loro, e forbendoti del fango, solleva il pensiero sopra queste lotte terrene, e pensa a Dio, e prega Dio».

Soprastava l'altro così un poco, siccome in meditazione, poi ripigliava:--Pregare! Quanto tempo ch'io non prego Dio di vero cuore! Oh, mi ricordo, allorchè fanciullo, col signor Ottorino, colla Margherita, io veniva a questo chiostro, in questa chiesa, e il dolce nome di padre, che non potevo dare a nessun uomo, lo davo a Quello che è nei cieli, e pregavo, e svelavo i miei peccati, i miei pensieri a un buon sacerdote; questo mi benediceva, sicchè, tranquillo e consolato, io me ne partiva siccome un angioletto. Che dolcezze! che giorni! Ora sono perduti, e irreparabilmente.

--Ma chi ti toglie (soggiungeva il frate, con premurosa amorevolezza) chi ti toglie di far altrettanto, qualora tu il voglia, in questo medesimo istante? Credi forse esausti i tesori della misericordia? quel Padre non è sempre là colle braccia aperte ad aspettarti? Che non rispondi alle sue chiamate?

--No, no, (replicava il giovane con tono deliberato) no! impossibile! impossibile! Finchè un odio bollente, sanguinario mi parla solo di vendetta, come potrei? come ardirei? No, no; verrà tempo: son giovane; forse non durerà sempre a questo modo. Oh allora!... Ma adesso a quel che importa... Io mi apersi con voi, perchè in voi solo ho fiducia. Non venni per chiedervi parere: gli è un perder tempo il tentare di stornarmi. Ho bisogno di voi. Rispondetemi risoluto. Se io trovo modo di consegnare a voi il Pusterla e la sua donna, prendete sopra di voi di ridurli a salvamento?

--Così Dio m'ajuti come il farò! me ne dovesse costare la vita! Ma...

--Ebbene, sia vostra cura che, in tutte le seguenti notti, tre cavalli di gran lena siano lesti a quell'enorme noce, sapete? là a mezzo della strada di Quadronno, di costa alla vigna di Susone dei Cantù. Il vulgo racconta non so quali paurose fole di quel luogo, di quella pianta, di streghe, di tregenda, di sabati; e però nessuno vi bazzica; onde è opportunissima per chi non patisca di queste ubbie».

Il frate taceva, pensava, come chi è preso da un desiderio senza speranza; e il giovane, con accorata insistenza, ripigliava:--Vi domando pur poco! Lo farete voi? A ogni modo, se vi ricusate, non sarà che un crescere i pericoli a me e a loro. Lo farete?»

Frà Buonvicino, deciso meno dagli argomenti del giovane che dalle ragioni librate fra sè, sollevò la fronte depressa, e con aria di tranquilla energia, ben diversa dalla impetuosa temerità di Alpinolo, rispose:--Lo farò.

--Deh, siate benedetto!» esclamò Alpinolo con effusione di gioja riconoscente, stringendogli con ambe le mani la destra, e baciandola e ribaciandola; poi, divisati i luoghi, distintamente accordata ogni cosa, già si avviava a partire, quando si rivolse, e, messo a terra il ginocchio,--Un'altra grazia, o padre: beneditemi».

Il frate, commosso, posò le palme sopra il capo inchinato di Alpinolo, e,--Dio ti benedica! voglia insinuarti uno spirito di amore, di prudenza, che temperi cotesta impetuosa volontà...»

Nè finì, sentendosi intenerire ai singhiozzi di Alpinolo, il quale, come rimproverandosi questa commozione, si levò, e precipitossi fuori della cella, misurò rapidamente il corridojo, illuminato da un fioco lampione, e, giuntone in capo, si volse, rimirò il frate, il quale ancora dalla soglia gli accennava colla mano, e si dileguò.

Tali concerti ritornarono ad Alpinolo tutta la baldanza del pensiero, e provò la confidenza che ispira una robusta deliberazione, tanto somigliante alla soddisfazione di un disegno compito. La sera dopo, era egli sciolto del servizio, onde si condusse verso Quadronno per vedere se il frate vi stesse, secondo l'intelligenza. Scontrò un ragazzo il quale a furia scappava, e quando vide Alpinolo,--Signor soldato, (gli gridò) non andate in là. Al noce v'è una frotta di diavoli in forma di cavalli»; e continuò a correre verso la città come spiritato; e tutta la vita sua seguitò a dire a chi non credeva, che stregoni e demonj e tregende erano cose di fatto, e che egli ne aveva l'esperienza dei proprj sensi;--esperienza infallibile, come dicono i filosofi.

In fatto Alpinolo, accostatosi presso al noce concertato, vide tre cavalli in ordine con un famiglio che li teneva: e se le tenebre non avessero impedito la vista, poco quindi lontano, dietro ad una macchia, avrebbe scorto il frate che durava in orazioni e in aspettazione. A ogni stormir di foglia, a ogni susurrare del vento autunnale fra i pampani della vigna, risentivasi frà Buonvicino, e guardava; poi, a ora a ora alzavasi a mirare verso la porta Romana se alcuno arrivasse, e sempre se ne torceva deluso. Veder una volta ancora la Margherita, vederla salvata dall'abisso ove l'avea fatta perduta, darle la buona andata, poi tornarsene a raccomandarla al Signore, queste erano le fantasie che lusingavano il povero frate; e la delizia di saperla una volta contenta co' suoi cari, tanto più cari dopo tanto vicendevole patire. Ma poi le infinite difficoltà se gli affacciavano, e disperava, e cadeva colla fronte sulla terra pregando e singhiozzando.

L'altro domani toccava ad Alpinolo montare la guardia; e solo allora legò col carceriere il discorso che abbiamo riferito, per non lasciargli tempo a riflettere, e per tenergli le mani ne' capelli. Con esso rimase d'accordo che, quando egli, dopo la scolta che a momenti verrebbe a rilevarlo, entrerebbe ancora in sentinella, farebbero uscire i due dalla prigione, e per la guardina del carceriere, scendere in un cortiletto posteriore, dov'era la porta del soccorso, non divisa dallo spianato che per un fossatello largo un passo.

Abbiamo già fatto avvertire come la Rocchetta non fosse ridotta a compimento; molte parti ancora imperfette di mura; non approfondita la fossa; lavori tutti che erano stati sospesi perchè il luogo riconoscevasi non abbastanza addatto; per la qual cosa venne poi abbandonato, fabbricando invece il forte dall'altra banda verso San Nazaro.

Tutto ciò agevolava un'evasione.--I soldati (diceva Alpinolo) se la dormiranno a quell'ora così tarda; benchè la luna sia nel suo pieno, è però questa sera adombrata da nuvoloni minacciosi, talchè l'oscurità ci darà favore. Se possiamo procedere senza rumore, niente più facile che andar fuori.

--Come poi sarete fuori (soggiungeva Macaruffo) pensateci voi; che, quanto a me, m'allaccio le scarpe, e la do per la campagna senza guardarmi ai piedi, finchè non sento rumoreggiare il fiume d'Imagna».

Poco dopo venne un soldato a dare lo scambio ad Alpinolo; venne sbadigliando e divincolandosi come chi allora si sdormenta, e dicendogli con una voce sonnacchiosa:--Avevo attaccato di gusto. Te beato, o Quattrodita, che hai dinanzi due belle ore da dormire della grossa!»

Alpinolo gli cedette il posto senza lasciare scorger nulla e si ritirò nel camerotto; si ritirò, ma (lo crederete agevolmente) tutt'altro che a riposo; bensì all'agitazione naturale del tempo che scorre fra la deliberazione d'un disegno pericoloso e l'effettuarlo. Terribile tempo, quando tutte le forze dell'anima stanno assorte in quel pensiero, in quell'avvenire così vicino e forse così lontano; in un avvenimento, che fu lungo tempo meditato, svolto, blandito, e che sarà condotto a termine fra pochi istanti, o non più! Come gente che si accalchi a udire una ambita novella, così mille idee di possibili pericoli si affollano alla mente, e dietro a queste altrettanti spedienti per ripararvi; tutti gli scorre l'intelletto, a nessuno s'appiglia. Ora una fidata speranza già trasporta l'uomo al momento dopo... Gli vedresti allora l'occhio scintillare, allungarsi le labbra ad un sorriso. Poi la riflessione slancia attraverso all'immaginativa un cupo spavento; ostacoli insormontabili tra il frutto e la mano, ogni cosa scoperta, sventata; allora il ciglio si rabbuja, aggrinzasi la fronte, un ribrezzo invade la persona, i capelli s'arricciano, il sangue rigurgita al cuore, e un freddo sudore cola giù per le guancie.

In questo sogno immaginoso passavano Alpinolo e Macaruffo le due ore,--ore lente come il passo della morte. Il giovane computava ormai imminente l'istante che riscatterebbe ogni suo errore, restituirebbe alla libertà e all'onore vittime innocenti, farebbe per astio amarissimo al tiranno molte giornate. Gli pareva già vedere i Pusterla mettere il piede fuor della Rocchetta;--Ecco i cavalli; si monta; si sprona.--Addio, Milano! domattina trovano il carcere vuoto; che rodimento il signor Luchino! ha da mettere più di sei e più di dodici capelli canuti. Invano tenta soffocare il dispetto fra le tazze e le lascivie e il concetto di nuovi oltraggi.--E Ramengo? vedersi sfuggire le sue vittime--mancargli sotto la base, su cui ideava sollevare la scellerata sua grandezza--sapere liberi e lontani quelli che alzerebbero la voce a proclamarlo infame, traditore, spia!--Presto, cavalli su tutte le direzioni ad inseguirci.--Eh sì! noi siamo in sicuro. Si va; si rivede il tugurio de' mugnaj che curarono la bambina mia vita; ci tragittano; voliamo di là, troviamo i fratelli.--Qual gioja d'essere ancora fra cuori consenzienti, poter ancora fremere, bestemmiare!

--_L'hai tu scannato quel maledetto?_ mi domandano: _No, ma ho fatto dì --meglio: ho strappato due vittime di bocca al biscione._--Sono conosciuti, --festeggiati; la vista loro rinfuoca gli sdegni, rinfresca la memoria di --quanto patì ciascuno; più non è che un fremere d'armi: ci --uniamo: vendetta è il nostro grido; si muove sopra Milano; il popolo, --sazio della costui tirannia, esce in folla ad ingrossare le nostre file; --appena sa che appressiamo, la città rumoreggia: dà su e, --_sant'Ambrogio, sant'Ambrogio!_ scannano quella sua caterva di scherani: --e lui, quel cane... oh potess'io essere il fortunato, che, tra la mischia --e non più da assassino lo incontrassi, lo abbattessi, gli piantassi --questo pugnale nel cuore!»

Gli brillava dentro il coraggio, e con un moto macchinale che preveniva la volontà, brandiva di fatti il pugnale in atto di chi mena un mandritto; e soffiando, si sentiva andar tutto in sudore. Trasse di capo il morione; colla palma terse la fronte, e anch'egli si pose a sedere sul pancone, sopra il quale tranquillamente sdrajati russavano due dei suoi commilitoni. Tenne il guardo biecamente fisso su loro:--Anime vendute! ministri della prepotenza! Ancor due ore, ed avrò gettata di dosso l'infame vostra assisa. Ancor due ore, e poi... E poi? forse da qui a due ore essi saranno levati contro di me, addosso a me. Se si destassero? se udissero?--Ch'io gli ammazzi?--Ma altre guardie vegliano là abbasso.--No; non ci voglio pensare. Frà Buonvicino prega».

E cacciava quest'apprensione come un maligno fantasma; e quasi per istordirsi diceva:--Che temere? dormono sodo. Importa assai a que' ghiotti se stia per cadere il tiranno che ne ha comprato il valore! D'altri suoi pari sono piene le città d'Italia, non mancherà chi li tolga a stipendio per sicurezza de' suoi delitti e per isgomento della virtù generosa».

Quindi, per far inganno a sè stesso, e mostrarsi ai proprj occhi spensierato e sicuro, piegava il capo, e quasi si trattasse di deludere altrui, fingeva addormentarsi.--Sì, addormentarsi! La coscienza d'un gran pericolo, e non solamente suo, lo scoteva in fiero soprassalto; acceleravano il battito le arterie: chi l'avesse esaminato, ne avrebbe scorto il viso pallido, scontrafatto come il cadavere d'uomo violentemente soffogato. Sentendosi mancar il respiro, si alzò: chiotto chiotto affacciossi ad un finestrone alto e stretto, s'abbracciò ad un'esile colonnina, posta a sorreggere due archetti acuminati che facevano il vôlto; e sporto il capo fra lo stipite e quella, stette osservando la cupa maestà della natura, addormentata nel fondo della mezza notte. Il cielo era ingombro di nuvoloni, pregni di pioggia e di tempesta, che rapidi pel fosco silenzio camminavano, cozzavano, accavalciavansi, come i pensieri nel capo di esso.

--Oh, versassero almeno torrenti di acqua! rumoreggiasse il tuono, sicchè, fra il crosciare della pioggia e lo schianto dei fulmini, andasse inascoltato ogni rumore de' passi nostri! Perchè... già un passo basta a risvegliare questi mastini.--E allora?... Oh ma no: tutto è silenzio, il tuono li desterebbe: meglio così. E la luna sia velata, almeno sinchè abbiam valicato quel fossatello. Allora, giù pei campi... il desiderio di libertà impenna l'ale a quegl'infelici.--Quanti ringraziamenti! quanto ben me ne vogliono!--No, no; ora non è tempo di parole, di ringraziamenti; lesti al noce; colà sono i cavalli...»

E l'occhio di lui correva via via per la pianura, colla celerità che augurava possibile ai passi fuggitivi. La campagna era posseduta dalla sorda bonaccia che suole precedere lo scoppio della tempesta.--Fra poco (rifletteva Alpinolo) quella quiete sarà rotta dallo scalpitare de' tre cavalli che ci porteranno lontani da questa maledetta Milano».

E spiegando verso la città il pugno, in atto di chi slancia un sasso, rizzavasi, e incrociate le braccia sul petto anelante, si poneva a riguardarla.

--Anche colà tutto dorme. Dorme il povero, trovando nel sonno tregua alla fame, mal saziata col tozzo che o un ostinato lavoro o la superba carità del dovizioso gli procacciarono; dorme il ricco, smaltendo la sovrabbondante cena; dormono i forti concordi e i disuniti oppressi: dorme il tiranno... Possibile che dorma esso, mentre tante voci gridano contro di lui vendetta in cielo? mentre qua vegliano tanti per sua cagione, per ordine suo, nel dolore beffato? mentre per lui son io tempestato così? Eppure sì, dorme certo: non l'ho visto io dormire nel parco di Belgiojoso? Che fa a lui il duolo, il pianto dei miseri, se quel duolo, quel pianto ne assodano il potere?

--Ma i cittadini?... Dormono anch'essi. Oh, se non vegliarono mai neppure di giorno! Se, cullati dalla pace tra le oziose braccia, hanno sempre gli occhi chiusi ai torti, onde vengono oppressi ogni ora, ogni momento? Vigliacchi! hanno veduto la rovina di tante persone lor care, e tacquero. Che fa a loro il soffrire degli altri? E quand'anche toccano una nuova sferzata dall'oppressore, si risentono un tratto, danno una volta stizzosa pel letto gridando, _Come si sta male!_ poi rattaccano più sodo. Se alcuno alza la testa, vede gli altri che dormono, e non l'odono o non gli badano; onde per lo meglio tace, si adatta, e l'_ahi_ che preparava, finisce in un _va bene_. Quando verremo a liberarli, non ci cureranno: staranno forse contro di noi. Vigliacchi! Eppure tanti ne conobb'io--generosi, pronti a versare il sangue per l'utile comune. Or dove sono? Dove son più quei giorni? Ecco! appena diciannov'anni io conto, e già rimpiango il passato come un vecchio che gemette sulla tomba di tutti i suoi conoscenti!»

Lievemente ondeggiando il capo, cogli occhi aggravati da una spasmodica veglia e colla bocca socchiusa, stava incantato a riguardare quei tetti, quelle torri, su cui tratto tratto qualche nuvola squarciandosi versava un raggio di luce, tanto chiaro quanto fugace. Adesso erano immagini lontane, ch'egli cercava nelle proprie rimembranze; la fanciullezza sua, gli spensierati trastulli, rive tranquille dove era destinato a trascorrere sua vita, ignorando le iniquità degli uomini; accudendo un mulino, insidiando ai pesci, ed imbandendoli la sera sulla mensa frugale, pari a tutti gli altri mugnaj.

--Eppure no: chè essi hanno padre, madre, fratelli; io no, io nessuno! io germogliato come il grano di segale che il vento trasportò in cima di questa torre. Oh potessi almeno rimembrare di mia madre! potessi richiamarmi i sorrisi, i vezzi onde m'avrà vagheggiato appena io nacqui, e in quella sua terribile corsa giù pel fiume!»

Osservava in dito l'anello, il baciava e ribaciava.

--Avevo giurato di non ispiccarmelo se non morendo. Ora lo butterò in gola all'avaro carceriere. Che importa! Trattasi di compire una buona azione. Tu ne sei contenta, o madre: non è vero? Tu sei santa lassù, e ti piace ch'io salvi quest'altra santa in terra».

E raddoppiava i baci intenerito.

--Ma mio padre? dov'è egli? perchè non lo conosco? Oh se lo sapessi! se il rivedessi! una parola di lui basterebbe a formare la dolcezza di tutta la mia vita; un suo consiglio temprerebbe questa foga rovinosa. Vederlo, trovarlo ed esser beato--beato come nel paradiso!»

Nè con minore sospensione d'animo passava quel tempo Macaruffo. Seduto per terra con una gamba distesa e coll'altra piegata in modo, che colle giunte mani la reggeva al ginocchio, inchinato il capo sicchè tutta la faccia rimaneva adombrata, guardava egli sottecchi dietro dietro al soldato che sbadatamente passeggiava. L'aria fiera di quel soldato, la partigiana che quegli recavasi in mano, e il cui ferro luccicante riverberava a momenti la fievole luce del lampione, mettevano i brividi a Macaruffo. Già gli pare d'essere scoperto, e vedersi quel guerriero venire incontro a ferirlo; già sentesi il gelo di quell'arma in mezzo al ventre... aspira con angoscia, come davvero ferito; ed un _ahi_ di spavento gli corre fino alla gola. Allora per isviare la paura caccia la mano in tasca, palpa la borsa, lento la slega, fa scorrere sotto ai polpastrelli gli zecchini; e come un innamorato forma mille proponimenti, che tutti poi distrugge il primo rivedere dell'oggetto de' suoi sospiri, così i terrori sbrattano dall'animo del carceriere al tocco, al rovistìo di quel metallo.

--Uno, due, tre... venti... quarantanove, cinquanta! e sono miei!» pensava egli.--Altro che giuggiole! Tanti anni di fatica non mi partorirono che stenti e miseria; ed ecco una notte mi fa capitare quello che in vita mia neppure avevo sperato! Oh stamattina devo pure essermi segnato bene! Ora capisco perchè il fuoco jersera soffiava a quel modo... Ed io balordo anguillai prima di accettare! Sì, sì; m'han detto giusto a chiamarmi il Lasagnone. Ma ora sarà finito questo rodimento di ascoltare ogni tratto, Lasagnone to qua, Lasagnone fa questo, fa quello. E i bettolieri? chè non c'è buco dove io non abbia messo il chiodino: domani gli avrò pagati di moneta corrente. Domani di quest'ora, se le gambe mi dicono il vero, si arriva a casa: moglie, figli saltano dal pagliericcio, mi si fanno intorno a chiedere: _Che novità è codesta? non è Natale, che anche i banditi vengono a casa.--Cheti là_, dico io: _son fuggito.--Ma il signor Luchino?_ dice la donna. Dico io: _Me ne infischio del signor Luchino e di chi fa per lui: mangi chi vuole quel suo pane di sette croste_, dico: _vale meglio un cantuccio del mio paese e lo stare in santa pace a maturar le ossa al mio focolare, che non tutta la sua città e il suo palazzo,--Sì_, dice la donna: _ma mangiare?_

Allora senz'altro buttar fiato, caccio a mano la borsa; la fo sonare:--_Che? sono cappelletti di chiodi?_ domanda Bortolino. Io li verso sul desco, e vedono--oh vedono! Che festa mia moglie! Perdincibacco, non fu sì allegra da nozze. E i puttini, che non han mai visto dindi, richiedono: _Che roba son cotesti, o tata?--Sono_, dico io, _tutto quel che uno vuole: sono quelli che fanno muovere il mondo, e godere il paradiso in questa vita e nell'altra. Venerateli_, dico, _che hanno l'impronta di sant'Ambrogio. E se il tale e il tal altro vivono in sciali e la portano alta, e se noi baciam basso e gli obbediamo e facciamo le sberrettate, gli è perchè essi hanno di questi un buon dato. Altrimenti il Lasagnone sarebbero essi, ed io il bello e il buono e il bravo. Ah ah!_

Si stropicciava le mani e brillava, e rideva davvero, talchè il soldato di sentinella si fermò a guatarlo. Quell'occhiata operò su di lui l'effetto, che sopra un insolente scolaretto côlto in fallo produce il cipiglio del sopraggiunto pedagogo. E rapido come il mutar dei vetri in una lanterna magica, si convenivano quelle ridenti immagini in immagini tetre, di pericoli, di castighi: e con queste gli entrava il consiglio di un tradimento.

