# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 30

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Per la prima cosa ridomandò dai mulinaj quello che di carissimo avea loro dato in serbo: le lettere di sua madre e l'anello. Non sapevano essi come esporgli la cosa, e finalmente, mortificati, a ritaglio, supplendo l'uno quando mancava all'altro la parola, gli narrarono quel ch'era accaduto coll'ignoto signore, e lo sperpero delle lettere, e le smanie mai più vedute. Quali imprecazioni non avventò Alpinolo contro colui che aveva trassinato così sacri pegni! ma quando gli fu pôrto il diamante, quasi gli venisse restituito un figliuolo da gran tempo perduto, si attutì, lo premette contro le labbra, e più di una grossa lagrima gli cadde su quell'unica memoria dei suoi genitori. Andò a prostrarsi sulla zolla che copriva sua madre, ne ravviò i fiori d'attorno, indi prese congedo.

--Ora non sarai di tornata fin Dio sa quando! (gli diceva la Nena). Io sono vecchia: un'altra volta non mi troverai più. Ricordati sempre di me nelle tue orazioni.

--Non parlargli di malinconie (soggiungeva Maso). Io ho girato il mondo, e so che le montagne stanno a posto, ma gli uomini s'incontrano. Ci rivedremo, n'è vero, signor Alpinolo?

--Sì, (rispondeva questo) forse più presto che non pensiate, e in tutt'altro aspetto.

--E di buon umore», ripigliava la Nena.

--E carico di onori e di ricchezze», aggiungeva Maso, il quale, pratico del mondo, sapeva in che consistano le sue felicità.

Alpinolo se n'andò; raggiunse un drappello di quelle cerne ed entrò con esse in Lombardia. Eran costoro feccia di gente come chiunque fa mercato del proprio sangue; ai più, da un sucido stracciume trasparivano le carni sporche e abbronzite; molti ancora avevano manco un occhio o una mano, perchè come ladri avevano già subita la pena degli statuti di Milano, che infliggevano, pel primo furto, la perdita di un occhio; pel secondo, l'amputazione della mano; pel terzo la forca; ma sozzi, storpi, ladri, servivano ugualmente ai fini di Luchino.

Nè avvicinandosi ai luoghi di sue giovanili memorie esultava l'animo di Alpinolo; anzi, con una scontenta maraviglia, con un iracondo stupore, vedeva come, nonostante i guaj della tirannide, i contadini seguitassero, tranquilli, ai lavori; i trafficanti, al commercio; i padri, alle faccende casalinghe; egli ch'erasi immaginato dappertutto sconforti e desolazioni, che pietà fosse il vederli; e che fin la terra fin l'aria sfruttata, immalsanita, dovessero partecipare al duolo e all'onta del servaggio. Quando poi dai casali e dalle borgate traevano, come si fa, a guardare quella frotta di soldati, e dietro e a paro di loro marciavano i fanciulli, misurando il passo secondo la cadenza dei pifferi, il cuore faceva sangue ad Alpinolo, sembrandogli che avrebbero tutti dovuto riguardar con orrore quegli artefici di loro catene.

Ma, (diceva tra sè), non è che vulgo ignorante e materiale. In città, oh, in città sarà tutt'altro andare».

E in città fece la sua entrata fra un centinaio di quella soldataglia, e colà pure la plebe a riguardare le nuove reclute, e chiamarsi l'un l'altro, e mostrarsele, spensierati come la pecora quando vede arrotare il ferro destinato a scannarla. Intanto su per le piazze cerretani e saltimbanchi mantenevano nel vulgo quell'allegria, che tanto piaceva a Luchino; i signori, in una attività inoperosa, passavano i giorni fra risa e motti e festeggiar compagnevole; le botteghe, non che fiorire come prima, erano cresciute in numero e in appariscenza; stabilite tessiture d'oro, d'argento, di seta; introdotte bellissime razze di cavalli e di cani da caccia; il vino, migliorato coll'innestare la vernaccia sulle viti nostrali, moltiplicava le ubbriachezze popolari e la patrizia festività; _ganzerre_ sul Ticino e sul Po, mettevano Milano in comunicazione cogli altri paesi, talchè, non di una città, ma aveva aspetto di una intera provincia, dove argento, oro, perle, larghissime balzane, sfoggiavan le donne sui vestimenti; nelle case cibi squisiti, bevande prelibate e forestiere, e ogni guisa di delicatura.

Questo fenomeno riusciva inesplicabile ad Alpinolo, il quale ignorava come ripiglino fiore le terre confortate di pace e di sicurezza; e come alla prosperità materiale si fossero vôlte interamente le classi medie, dopo che il governo di un solo le dispensava dal dover necessariamente pigliare parte alle fazioni interne e alle guerre esteriori. Quei principotti poi, mentre calcavano i ricchi e chi faceva ombra, favoreggiavano la moltitudine; avevano gara tra sè, non meno in magnificenza di Corte e di apparati, che in prosperità e ricchezza dei piccoli loro Stati; poco o nulla si impacciavano nelle particolarità dell'industria e del commercio, abbandonandoli all'operosità di ciascuno e all'emula concorrenza; onde, nel mentre coll'avarizia, colla libidine, coll'invidia, colle personalità tormentavan chi stava a loro vicino, lasciavan godere agli altri i comodi della primitiva libertà, senza le agitazioni di essa.

Soltanto l'eccesso della politica depravazione rovina a bella posta il traffico e la cultura di un paese per fiaccarlo: soltanto più tardi sentì la Lombardia la silenziosa oppressione di governi che, senza individualmente uccider nessuno, dissanguavano l'intera nazione. Potrebbero i primi paragonarsi ai flagelli, che tratto tratto desolano un paese: guerre, turbini, contagi, poi cessano, e lo lasciano rifarsi; gli ultimi, ai miasmi che corrompono l'aria, e che, senza parere, moltiplicano vittime alla sorda, ma continuamente.

Chi però ha fiore di sentimento, pensi quanto atroce penitenza si fosse imposta Alpinolo in quell'ostinato suo intento. Tra una marmaglia spregevole e spregiata, dipendente dal brutale comando del connestabile Sfolcada Melik, vivere ancora, passeggiare per quella città che in sì diverso aspetto lo aveva veduto; che in ogni luogo gli ridestava tante memorie; che vie più aveva cara dopo costretto ad abbandonarla: vivervi come uno straniero, come un ministro della tirannia; e non potere mai con veruno manifestare le commozioni di un cuore convulso. Mirava le case ove già soleva essere il ben accolto e passare le gaje serate: ora stavano chiuse per lui. Imbattevasi talora in alcuno degli amici, con cui tante volte avea comunicato timori e speranze, ragionato del presente, dell'avvenire, che gli avevano promesso ogni poter loro per la causa del bene; ora tacevano, obbedivano. Scorreva ancora per la via degli Spadari: Malfilioccio della Cochirola non v'era più, chè, a forza di rimpiangere i tempi passati, era ito ad acculacciare la pietra: ma tutti gli altri lavoravano come e più che prima; lavoravano (pensava Alpinolo) le armi dei proprj padroni, le punte contro i proprj petti. S'incontrò qualche volta anche nel Basabelletta: cauto e coll'acqua in bocca costui tirava lungo le pareti, contento d'averla scampata, nè più brigandosi di leggere sul libro dei ricchi e dei potenti. Passava Alpinolo dal palazzo dei Pusterla, vuoto degli antichi padroni, ed abitato dal capitano di giustizia Lucio;--un Lucio sostituito a Franciscolo, alla celeste Margherita!

Le persone da questa beneficate se la saranno certo ricordata, se la ricordava la fanciulla di Santa Eufemia, per lei campata dal disonore: ma i poveri, gli infelici, i disuniti cosa altro possono che amare? Spesso in un chiassuolo, sur una piazzetta, Alpinolo scorgeva otto o dieci giovani, stretti a colloquio animato, confidente, misterioso: il cuore gli diceva di che parlottassero; tanto più che, quando s'accostava lui, con quella divisa in dosso, li vedeva o disperdersi timorosi, o non dissimulare con atti e con motti lo spregio verso chi aveva venduto il suo sangue per ribadire le loro catene. Come l'animo di lui si struggesse sotto quella lenta tortura, io non farò prova di descriverlo. Fu per soccombere delle volte assai, e fuggire;--ma rimeditava il suo fallo, e gli pareva che ad espiarlo fosse scarso qualunque inferno.

Fatalità! certe anime robuste, nate fatte ad ogni gran cosa, capaci de' più ostinati sacrifizj, delle più magnanime risoluzioni, quante volte si vedono andar traviate, e svaporare quella vampa in null'altro che il rendere infelici sè ed altrui, perchè all'impeto della volontà non è proporzionata la ragionevolezza: perchè conoscono ogni eroismo fuor quello della pazienza.

Così spasimava Alpinolo quando stava scevro e solitario dagli altri; quando era accompagnato, seppelliva dentro il suo dolore; obbediva come un automa ai cenni dei caporali, per quanto se ne facesse schifo; mescevasi alle gozzoviglie de' suoi commilitoni, a trar sulle carte, a sbalzare dadi, ove, ad onta delle severe proibizioni del principe, biscazzavano il loro guadagno; pagava ad essi il fiasco, lasciavasi spillare il suo, tanto per farseli amici: onde tutti «Quattrodita» di qua; «Quattrodita» di là: unico nome col quale il conoscessero.

Ma il vino, che nelle orgie nauseabonde tracannava di brigata, tornava in tanto veleno a quel dispettoso; e al vedere una ruga sdegnosa che tratto tratto gli solcava la fronte, e ne alterava il baldanzoso raggio giovanile, era facile accorgersi come quella fosse una testa pensante, fra tutte l'altre impassibili e macchinali. E nel bel mezzo di loro, mentre in apparenza alternava con essi i brindisi e lo sguajato motteggiare, concentravasi in sè stesso, e fremeva e si stomacava del dover vivere confuso tra quella schiuma di ribaldi, che per mestiero, diceva, oggi custodiscono l'assassino, domani il martire generoso; oggi difendono una vita insidiata, domani ne spengono mille; oggi scannano il nemico, domani il camerata; e sotto la divisa che si chiama del prode velano la massima della viltà, un'obbedienza irriflessiva sino al delitto, ai voleri di colui che ne forzò la volontà.

Fu alcuna volta che si arrischiò a gettare fra di loro alcune lontane parole di emancipazione, di libertà; pei più era un parlar di colori a ciechi: i pochi che lo intesero gli chiedevano che pazzo gli toccasse di desiderare di meglio? non era libertà la loro di aver da mangiare e bere e fare stare gli altri?

Alpinolo davasi premura di assentire a dottrine così antiche, e rodendo il freno, capiva la necessità di non far conto che sopra sè stesso per l'adempimento de' suoi disegni.

Non gli era riuscito difficile accostarsi a Luchino. Quando il Visconti si presentava spettacolo ad un popolo che opprimeva e disprezzava, credevasi sicuro perchè cinto di guardie: eppure fra queste n'era una, il cui unico pensiero era d'ammazzarlo. Alpinolo, in fatti, dominato da quell'idea, tratto tratto divampava in viso, e negli occhi, sporgeva sino la mano al pugnale: pure il trovarsi circondato da pronti nemici, e, quel che più gli pesava, da incerti fautori, lo smoveva dal proposito di sangue. Allora poi che gli veniva un bel destro di scannare Luchino, e forse porre in salvo sè stesso, quello che prima gli era parsa una giusta vendetta, anzi un fatto glorioso, gli si presentava come un delitto: spingevasi innanzi, poi si ritraeva sgomentato, perchè la coscienza con voce imperiosa gli diceva, _No_. Di questo provava dispetto e vergogna come d'una fiacchezza, d'una viltà, d'un perfidiare alla parola data a sè stesso: e nei momenti di passione tentava conficcarsi nel suo proponimento, e rinvigorire la volontà con ragioni, con superstizioni, con distillare le colpe altrui e il proprio livore. Stava mezzo un dì appoggiato su quel canto del Broletto nuovo, dove erasi lasciato tradire da Ramengo: ore ed ore teneva gli occhi fissi sovra la porta dei Pusterla, donde avea veduto strascinar fuori la Margherita; andò alla Madonna di S. Celso, che in quegli anni appunto aveva cominciato a diventar celebre per miracoli; e con un fervore intenso, ma distratto ed irrequieto, ben altro da quello di chi prega la giustizia ed ottiene la pace, supplicò nostra Donna:--Datemi forza per uccidere il nemico del pubblico bene e di quella santa che tanto v'imitò. Se me ne fate la grazia, voglio andare pellegrino armato a Nazaret, e non tornare finchè io non abbia ucciso mille di quegli infedeli, che negano culto al vostro santo nome».

Da questa insana preghiera, da quel voto di vendetta fatto alla Madre di misericordia, credette egli d'avere attinto nuovo vigore, e pochi giorni dopo parve gliene nascesse favorevole occasione. Era di guardia ad un gabinetto di piacere, posto in mezzo ad artificioso boschetto nel parco di Belgiojoso, delizia dei Visconti; e guardando attraverso al graticolato della gelosia, che vi lasciava liberamente circolare l'aria, vide Luchino che, rinvolto nel mantello, vi si era addormentato: addormentato solo, coi due mastini al piede, che dormivano anch'essi. Alpinolo rinnovò il suo voto, accostossi, brandì il pugnale, l'innalzò sul capo del tiranno, esclamò dentro di sè:--Cane! non ti ridesti più fino al giorno del giudizio».

Il giorno del giudizio!

Questa idea se gli attraversò come una sbarra che, gittata fra' violenti passi d'un furibondo, lo fa cadere per terra.--Il giorno del giudizio! Dunque e lui ed io avremo a trovarci un dì al cospetto di un giudice comune: Anche Luchino potrà a quel tribunale aver torto.--Ed io? dovrei mostrare, io, la mano lordata d'un assassinio?»

Simile pensiero gli rattenne il colpo, sventò in un minuto la risoluzione maturata per un anno; e cautamente indietreggiava per uscire, ma non potè fare così cheto, che non risvegliasse i cani. Balzano questi abbajando: Luchino stesso destasi e sorge impugnando la spada: volle il caso che in quella il capitano Lucio entrasse a riferire con aria trionfale, siccome il giorno innanzi, nella rocchetta di porta Romana, erano stati condotti Francesco Pusterla e il suo figliuolo.

L'accostarsi del soldato fu interpretato per zelo d'avere voluto dar avviso che alcuno veniva, ed Alpinolo restò salvo; ma qualunque peggior tormento, ma il lacerargli brani a brani le membra non avrebbero a pezza uguagliato lo strazio ch'e' provò nell'intendere la fiera novella, nel mirare la gioja spietata di Luchino e del capitano di giustizia, a udirli dire:--Ora daremo spaccio a tutto. Domani a Milano; e presto ogni cosa sarà finita».

Anche questo supplizio gli serbava la sua imprudenza! Or chi dipingerà le furibonde smanie di lui? Nuovo sangue parevagli accumularsi sulla sua cervice; e da quest'ora; diverso consiglio il predominò, quello di tentare la liberazione di quegli infelici. Concepire un disegno e balzare al momento dopo l'esecuzione, senza per nulla calcolare i passi intermedj, era stile di Alpinolo: e chi gli avesse posto mente, sarebbesi accorto come, da quel punto, egli acquistò quella specie di serenità, che nasce da una forte risoluzione.

Non ebbe a stentare per farsi destinar alla custodia delle carceri di porta Romana, ma al momento di superarle, tutte gli si attraversavano le difficoltà dell'impresa, come un viandante giunto ai piedi di una montagna, comprende insormontabile l'ertezza d'un varco, che da lungi gli era parso un lene declivo.

--Di notte quando le altre sentinelle dormono (considerava tra sè), scanno il carceriere, e libero quei tre infelici. Oh la gioja di rivederli congiunti!--Ma... e se colui schiamazza?... poi, come troverò le chiavi? come la via per trarli non visti da questo andirivieni di camere, di anditi, di scale?--E poi, e poi... ucciderlo? cosa mi ha egli fatto di male? Un'altra vittima, un innocente; che forse ama ed è amato, che forse ha quel ch'io non ho, un padre. Son io forse il signor Luchino da sgozzare un uomo senza valutare il dolore che ne verrà a tanti esseri incolpevoli? E coll'aggiungermi quest'altro peso alla coscienza, potrei sperare d'alleggerir il primo? Per cagion mia non s'è pianto assai?»

Risolveva dunque di guadagnarlo a denaro--In tal caso (pensava egli) l'avrà voluto da sè, qualunque cosa accada. Ma ancora, e quando siano tratti di carcere? Come camparli se di fuori nessuno mi dà mano, se nessuno mi prepara l'occorrente alla fuga? Darmi io stesso in traccia dei cavalli? noleggiarli io? postarli? mi darei nell'occhio: potrei essere indicato, e mandare tutto in fumo. Ne andasse solo la mia vita, non esiterei; ma la loro! Dunque è forza mettersi in mano di qualche altro. Ma a chi far capo?... Non ho io già troppo caro pagata l'aver una volta creduto ad alcuno? E poi che sozzura d'uomini non mi son veduto d'attorno? I più vi credono pazzo se vi prendete affanni per altrui: quelli di miglior pasta v'ajuterebbero anche, purchè ciò non ne guastasse gli agi, non rompesse i sonni, non tardasse il pranzo, sovratutto non disgustasse i superiori. I giovani chiamano merito il potere; i gradi, le dovizie; e politica e sapienza il conoscere l'arte di procacciarsene; i vecchi erigono in virtù l'impotenza dei loro desideri; i pochi generosi giaciono sviliti, e contenti di guajolare e di bramare. O uomini! uomini! tutti tristi, corruttibili e corrotti; nominate prudenza la scaltrezza; virtù la dissimulazione; vizio necessario la falsità: il potere vi sgomenta; l'astuzia vi divide; l'oro vi compra; l'aspetto dell'innocenza non fa che allettarvi ad ingannarla!»

CAPITOLO XIX.

FUGA.

Così esclamava Alpinolo nell'amarezza del cuore, quando al suo abbattimento trovava unico appoggio il disprezzo; ma poi a molte eccezioni gli andava la mente, e sopratutto a una persona, sulla quale sentiva di non poter dubitare: fratel Buonvicino. A lui avrebbe potuto aprire alla libera il suo pensiero; a lui che, tornando, avea trovato tale appunto qual nel fuggire lo aveva lasciato; ma qui medesimamente v'eran ostacoli, esitazioni, paure.--Se gli spiego tutta questa matassa (egli pensava), mi riprenderà; vorrà far prediche; troverà un mondo di ragioni da opporre; la prudenza sarà d'impaccio al coraggio; vorrà la meta e non la via che vi conduce; parlerà di giustizia, quasi al mondo ve ne sia più la semenza. Sebbene... giustizia? non è egli diritto l'adoprare ogni sorta di armi contro chi ogni sorta ne adopera a danno dell'umanità? E che? Dunque il ribaldo perchè non teme l'inferno, sarà tanto avvantaggiato sopra il giusto? Perdonare!... soffrire!... Sì! sì! belle parole: ma non fanno che crescere baldanza in chi mette il piede sul collo all'umanità. E poi alla fine, che male può tornarne? O l'effetto mi riesce a disegno, ed ecco salvata l'innocenza, ecco impedito un delitto, ecco lavatami dalla coscienza questa macchia, questo verme che nè giorno nè notte riposa. Se il tentativo fallisce, se la fortuna mi disajuta... pei Pusterla nulla è peggiorato. Non sono essi già al colmo del pericolo e della miseria, dacchè si trovano in tali mani? E quando pure ne accelerassi di alcuni giorni la morte, non è acquisto il sottrarli più presto alla barbarie dei manigoldi? Quanto a me la vita mia cessò da un pezzo di appartenermi: è appassita prima di neppur sviluppare intero il suo fiore. Come potrei spenderla meglio che tentando lo scampo degli innocenti? Se muojo, avrò soddisfatto in parte al grande obbligo che mi rimane a scontare: troverò finalmente la quiete... cesserò di fremere, di esecrare.

Durata molti giorni la lotta coi suoi pensieri, e sempre più riconfermandosi di tentare ad ogni costo l'impresa, deliberò di rivelare al frate quel tanto solo che fosse indispensabile, cioè il fine, non i modi. Un dì, tra il chiaro e il fosco, si conduce al convento di Brera; contempla un momento quella soglia, ricordandosi con qual devota gratitudine l'avesse baciata il giorno che vide sopra di essa salvato il Pusterla; e al portinajo chiede di veder frà Buonvicino.

Angiolgabriello da Concorezzo, antica nostra conoscenza, nol misurò da capo a piedi coll'occhiata scrutatrice, abituale ne' portinaj ma, tutto dolcezza e benevolenza, rispose:--Fratel Buonvicino? Volete forse confessarvi, signor soldato? Dio vi benedica! entrate in chiesa; lo chiamerò. Vado e torno.

--No, non l'incomodate; se c'è, anderò io stesso alla sua cella. So dove sta.

--Ah, siete pratico della casa? Lo conoscete quel sant'uomo?» e qui cominciava per recitare una leggenda di sue virtù, ma come vide che Alpinolo gli avea vôlte le spalle, badandogli come un pedante al buon senso, gli esclamò dietro:--Passate, passate pure, che Dio vi benedica!»

Stava frà Buonvicino nella piccola camera, le cui masserizie, secondo la regola, si riducevan al paglione con un capezzale e due lenzuola di lana e a un predellino di legno. Su questo sedeva il frate, inchinata la fronte, le mani intrecciate sulle ginocchia, cogli occhi fissi sopra un qual si fosse oggetto indifferente, e senza vederlo. Alle rughe anticipate della sua fronte, alle guancie pallide e scarne, all'occhio affossato, ognuno avrebbe potuto dire «Per costui il pensare è soffrire»; ma nel dolore di esso non v'era abbattimento, e potevasi scorgervi frammista una speranza--o forse una memoria.

Al passo incerto, all'ansioso occheggiare, al tono della voce, ben avvisò frà Buonvicino nel soldato qualche cosa di straordinario; onde, sorto dal meditabondo riposo, se gli fece incontro col consueto saluto:--La pace sia con voi, o fratello».

Non rispose l'altro al benedetto augurio se non interrogando:

--Padre, siamo soli?

--Soli con Dio.

--Nessun pericolo che altri c'intenda?

--Nessuno», rispose il frate, e fissava attentamente il nuovo arrivato, il quale, fattosegli più vicino, chiese:

--Padre, amate voi Margherita? la Pusterla?»

A una domanda così inaspettata, una domanda che egli schivava di fare a sè stesso, per quanto la maestà della sventura avesse resa più venerabile e santa agli occhi suoi quella che un tempo aveva amata d'amore, tutto si risentì frà Buonvicino: rizzò la testa abbattuta, pose la mano sulla bocca del soldato, come per imporgli silenzio, rabbattè attentamente l'uscio e l'impannata della celletta; indi, afferrando il braccio dell'ignoto,--Ma voi chi siete?

--Sotto le spoglie del vile prezzolato, non mi riconoscete, fratel Buonvicino?»

Dai patimenti, dal nuovo abito e dall'arte sfigurato, tardava Buonvicino a ravvisarlo; poi, come l'altro si nominò, anch'egli, con tono di meraviglia e di interrogazione, ripetè:

--Alpinolo?» poi ne strinse fra le mani il capo, e,--Figliuol mio! tu qui? Come ardisci rimanere? Perchè cotesta divisa--tu?»

Alpinolo, alla presta e con termini di viva esecrazione, senza perdonare a sè stesso, gli espose il seguito delle sue avventure; la parte che aveva avuta al disastro del Pusterla, il tradimento di Ramengo, che fece raccapricciare il frate, e che gli scoperse di tratto una serie di iniquità, quali non aveva sospettate possibili.

--Ora comprendo (esclamava) perchè Ramengo è tornato sicuro, mette casa riccamente, e si allegra, e par che dica all'anima sua, _Godi, esulta, abbiam trovato il nostro riposo._ Ma tu, per amor del cielo, come sei tu qui? perchè?»

E Alpinolo,--Come io sia venuto e perchè sotto queste divise, è un segreto ch'io giurai di non manifestare: non vi riuscirà però difficile l'apporvi.

--Sciagurato! un assassinio?...» prorompeva frà Buonvicino, respingendolo dalle braccia tra cui lo teneva serrato a guisa di un padre che accoglie al pentimento un traviato figliuolo.

--Padre (interrompeva quell'altro l'incominciato rimprovero) qualunque vostra ammonizione sarebbe fuor di luogo e di tempo. Così avessi avuto il coraggio! Ma più di quel che potreste dirmi ora a voce, mi disse e mi dice sempre la vostra immagine, che tratto tratto mi si affaccia a ripetere quei consigli che m'avete dati tante volte in mia fanciullezza. Ora però non sono qui per questo. Rispondete: amate voi Margherita? il Pusterla?

--Se gli amo!» esclamò l'Umiliato, e corrugò la fronte guardando il cielo con un sospiro.

--Ebbene, dovete darmi mano a salvarli.

