Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 29

Chapter 29 3,783 words Public domain Markdown

Se sapete come accori l'udirci assicurare da altri di una disgrazia, di cui pure siamo certi, non vi stupirete che Alpinolo, a questi detti, si scotesse da quella specie di sonnambulismo, e urlando, e cacciandosi le mani fra i capelli prorompesse:--Maledetta spia!

--Oh sì (entrava a dire Ottorino Borro). Non può essere stato altri che qualche infame spione. Ma...

--Ma non andrà a Roma a pentirsi», l'interrompevano gli altri in coro; e ruminavano chi potesse esser costui, senza però nè indovinare nè darvi appresso; e giurando di fargliela pagare. Pronta allora come un vendicatore, insistente come un rimorso, affacciavasi ad Alpinolo l'idea del suo peccato: e che colui che maledivano era lui appunto; e perdeva il coraggio di riferire come la cosa fosse passata. Tutti avrebbero inteso la sua colpa; pochi udita, nessuno accettata la scusa.

Persuaso dalle loro istanze, e comprendendo come il suo tornare sarebbe, non solo inutile, ma anche dannoso crescendo i testimonj e le vittime, si accompagnò col Torniello, con Maffino da Besozzo, con Ludovico Crivello e cogli altri foruscenti.

Ma da una parte quei fuggiaschi, per cacciare l'incalzante pensiero di quanto abbandonavano o perdevano, volentieri cercavano ogni occasione di spassarsi. Benchè si trovassero ancora su terre viscontee, la tirannide non faceva sentire il suo maligno influsso così lontano da sè, nè soffocava i buoni frutti della primiera libertà; incontravano cuori amorevoli, gente cortese, ospitale, che gli soccorreva d'ogni loro bisogno, li compativa, ed ajutava come potesse. Deposto quindi ogni timore, cercavano conforti ai casi loro col bagordare sulle bettole, tentare le fanciulle, mescersi ai giuochi nelle borgate dove arrivavano. Del che li disapprovava apertamente chiunque avesse fior di senno, e principalmente Maffino da Besozzo, che ripeteva doversi acquistare credito alla propria causa, e chiarire l'ingiustizia degli oppressori, con un dolore decoroso, col mostrarsi allo straniero degni dell'amore dei buoni e superiori all'odio dei ribaldi. Ma un rabbioso dispetto ne provava Alpinolo, che avrebbe voluto vederli tutti desolati e sempre colla lacrima sugli occhi, l'imprecazione sulle labbra. Anche il loro frequente augurare ogni mala ventura a chi avea cagionato tutto quel disastro, era un martoro insoffribile al giovane, talmente che più non potea vedersi fra loro.

Una mattina, cerca, aspetta, più non trovano Alpinolo.--Ove sarà andato?» uno domandava all'altro, e nessuno sapeva rispondere: onde, persuasi che, per qualcheduna delle sue stravaganze, avesse preso altro partito ai casi suoi, seguitarono la strada, e passarono in terre sicure.

Imperocchè quello sminuzzamento d'Italia, che sempre di tanto pregiudizio riuscì al suo politico ordinamento, di qualche vantaggio tornava a chi fosse costretto sottrarsi alle persecuzioni, offrendogli a pochi passi dalla patria un asilo, salvo almeno dalla prima furia, e sinchè il persecutore non avesse tempo di preparargli insidie anche colà.

Alpinolo, scostatosi da loro con orribili pensieri per la testa, si avviò lunghesso il Po, verso i luoghi dove avea passato la sua prima fanciullezza. Quante care immagini gli destava in mente il rivedere quei luoghi! immagini placide, serene, come son quelle dei primi anni: trastulli puerili; quiete cure attorno a colui che chiamava padre, ajutando a distender le nasse, a mettere giù le insidie ai pesci, a cercare vermicciuoli da infilare su la lenza: immagini a cui aggiungeva una solennità profonda il bujo della notte che tutt'intorno taceva, e che formavano, deh quale contrapposto collo stato presente di lui, or che tornava reo di tanta colpa, abbominevole altrui, esecrabile a sè stesso.

Quali accoglienze avesse alla capanna dei mugnaj lo udiste già raccontare da Maso a Ramengo. In quel piccolissimo mondo era stato un grande avvenimento la partenza di Alpinolo, era un grandissimo il suo ritorno; onde tutti, Alpinolo qua, Alpinolo là; e la gioja e le carezze loro e fin il tripudio del cagnuolo, avrebbero imbalsamato l'animo di esso, ove meno profonda ne fosse stata la piaga. Egli, traendo tutto a suo tormento,--Ecco! (diceva) qui tanto tripudio pel mio ritorno; tanto disgusto quando scomparirò: e laggiù in quella fogna di città, spariscono a quel modo tante persone e tali, e pochi lo sanno, e meno se n'accorano. O gente, gente! Davvero somigliante all'erbe, che una per una sono fresche e verdi, ammucchiate fermentano e imputridiscono».

Abbiamo già detto altrove siccome colà lasciasse il cavallo, i denari, e fin quell'anello che teneva caro sopra ogni cosa, come unica eredità e memoria de' suoi genitori, e che a sè stesso avea giurato di non levarsi di dito se non per l'ultima cosa di questo mondo. E per l'ultima credeva egli in fatto abbandonarla, giacchè il suo divisamento era di uccidersi, per finire a questo modo gli spasimi della sua delirante volontà.

Con tale proposito, scese al margine del fiume, colà appunto ove gli narravano che la prima volta avea preso spiaggia semivivo con sua madre: e dove poi cresciuto, avea piantato una croce sopra il cadavere di essa, educandovi fiori all'intorno. Ora i fiori erano appassiti; la croce stessa, battuta dal vento, era crollata. Con mortale scoraggiamento stette a contemplarla Alpinolo, poi affissossi al fiume, coll'occhio cristallino e incantato d'uomo senza speranza, e proruppe:--Deh perchè non mi diede sepoltura quando appena nato m'accolse? Almeno sarei morto innocente e senza tanto peso d'affanni... e di colpe; senza conoscere gli uomini... in grembo a mia madre! Oh madre, madre mia! Aver una madre, un padre, qual consolazione in terra maggiore di questa? Ah! ella è morta, e chi sa quanto sofferse. Ma mio padre... perchè nol vedo, nol conosco, non gli parlo una volta? una volta almeno non posso dirgli, Padre mio? Oh questo solo basterebbe a innondare di dolcezza una vita, di cui non ho assaporato che il fiele. Mio Dio! se siete in cielo, se ascoltate il pregare degli uomini, fatemi vedere una volta mio padre; un solo momento, e di più non vi chiedo.--Ma... che importa a me di mio padre? che m'importa di nessuna cosa terrena? Tutto è finito. Quest'acqua, ecco il mio rimedio e la mia speranza: mi fu culla, mi sia tomba. Fra un momento si avvolgerà sopra il mio capo, ed avrà spento quest'incendio.--Addio!»

Volgevasi a dare un'estrema occhiata al rozzo casolare dei quieti mugnaj.--Fossi almeno figliuolo di quelli! Avrei padre e madre. Scarso di speranze e di patimenti, stando al bene e al male con loro, sarei vissuto della vita oscura e vegetativa degli operosi, che nascono e muojono ignorati dal mondo che nutriscono. Povera gente! così buoni! Il cavallo e i denari miei li rifacciano delle spese per me sostenute... Ecco! ho imparato anch'io dal mondo a credere che tutto si compensi a denaro, a rispondere denaro ove si domanda sentimento e cuore. Deh almeno ignorino per sempre la mia fine».

Disse, e si slanciò nel fiume.--O giovani! a tale passo lo strascinava qual altra cosa se non l'imprudenza?

Nessuno lo vide, eccetto il fido cagnuolo, che si pose ad urlare, a guajolare, correndo e ricorrendo dal mulino fino alla riva: l'acqua si chiuse sopra di lui, poi trasportatolo assai più in giù dal luogo ove erasi tuffato, lo risospinse a galla fra un istante. Ma quell'istante avea fatto risorgere in Alpinolo l'amore della vita e una risoluzione istintiva di trarsi in salvo. Espertissimo nel nuoto, ben presto si ridusse all'altra riva, dove spossato si gettò sulla ghiaja, flagellata dalle onde; ed un sopore di stanchezza, somigliante al sonno, lo prese. Quando l'anima tornò agli uffizj suoi, era pentito del tentato suicidio.--Perchè dare altrui il gusto di avere una vittima di più, un nemico di meno? E quanto al castigare me stesso, il morire che è mai? Un momento. Il peggio è vivere: qui sta la forza, qui il coraggio: non nella viltà di sottrarsi a un peso che ci aggrava.... Ed io vivrò, vivrò pel mio tormento, ma anche per la punizione di quello scellerato».

Così rasciutti al sol di luglio i panni, unico avere rimastogli, per trovare come pascersi, su quelle prime si allogò presso un contadino, aiutandolo nei sudati stenti della segatura. Con due braccia di quella forza e una tal pertinacia di volontà, era presso a tutti il benvenuto. Già udimmo annunziare come si fosse imposto il castigo di non profferire sillaba per sei mesi, nè occorre vi dica se egli l'osservasse a puntino, e se questo il facesse più caro ai villani, sì per compassione di uno sgraziato muto, sì perchè non perdeva tempo nel chiaccolare. Così mise il collo sotto, tirando la vita l'un dì per l'altro, finchè l'ottobre terminò i lavori campestri: ed egli, ajutandosi alla meglio, riprese la via, tanto che si avvenne in altri profughi lombardi, i quali lo tolsero seco, e non sapendosi spiegare quest'improvvisa infermità di lui, lo rimisero in assetto di panni, e il tramutarono a Pisa. Quivi a suo tempo ricuperò la favella con meraviglia di tutti, e senza che mai ne spiegasse la cagione. Già ne fu narrato come a Pisa succedesse il suo incontro con Ramengo, e come questo gli sfuggisse. Tristo e peggio contento che mai fosse, Alpinolo per tutti i giorni successivi non si diede pace, ricercandolo in ogni canto, appostandolo su tutte le vie: ogni giorno più volte ritornava alla bettola d'Acquevino a ricercarne: ma questo gli rispondeva:--Cosa credete, che Pisa sia un orto? bisognava mettergli un grano di sale sulla coda». In fatto Ramengo gli sfuggì pur troppo, ed egli si rimase col suo farnetico.

Ma sebbene quella città si governasse liberamente, e desse ricetto a questi e ad altri dei tanti che si sottraevano ai tirannelli, sorti in ogni paese d'Italia, non è però che vi fossero i ben veduti. Da antico, in cuore di questi poveri Italiani sono radicati orribili rancori fraterni, che fanno riguardare come straniero chiunque nacque di là dal monte o dal fiume ond'è circoscritto quel palmo di terra che chiamano la patria: rancori che li fecero più ingordi della vendetta che gelosi della sicurezza; ostinati a volere schiavi pericolosi coloro che avrebbero potuto provare fedeli e soccorrevoli amici; e che li spinsero a disputarsi a vicenda un dominio ed una libertà che non doveva a nessuno toccare. Se poi, da una parte l'esule eccita a compassione i generosi, dall'altra gli animi vulgari (e il vulgo è più numeroso che non si creda), avvezzi a confondere la forza col diritto, la vittoria colla giustizia, lo riguardano con un occhio, se non disprezzante, almeno ombroso, quasi un irrequieto che, se non seppe trovarsi bene in patria, amico a' suoi compaesani, peggio il potrà in terra forestiera.

Questo esacerbava ai nostri profughi la loro situazione: talchè, segregati da quasi tutti i cittadini di colà, si adunavano fra di loro, e massime le sere nell'alberghetto di Acquevino; ove, discorrendo col dialetto nativo, trovandosi fra visi tutti conosciuti, cantando le patrie canzoni, ragionando gl'interessi della terra natale, facevano illusione a sè medesimi, quasi ancora calcassero quel suolo che ambivano tanto.

L'ostiere li veniva accarezzando, e persuadendo a smettere gli impetuosi loro disegni,--Fate a mio consiglio, non c'è anche in Toscana buon'aria, bel vivere, liete campagne, squisito vino e cortesi donne? Perchè bramate miglior pane che di frumento? Godete la vita e la gioventù». Ma essi ne beffavano i codardi pareri, e confondendo l'iroso desiderio colla speranza, tramavano le guise di ricuperare la patria e di migliorarla, senza mettervi però nè la pazienza, unica operatrice degli stabili mutamenti, nè un giusto calcolo delle difficoltà che poi sono rivelate dal primo accingersi all'opera.

Scarse (già molte occasioni avemmo di ripeterlo) erano le comunicazioni fra gli Stati, non occorrevano gazzette che, spacciando il falso ed alterando il vero, servissero agli interessi delle fazioni; e se Pisa pei tanti negozj poteva, più d'ogni altra città d'Italia, cioè del mondo, ricevere e trasmettere notizie, queste però arrivavano ricise e in ombra nelle lettere dei mercanti, dei quali era costume non dare mai nè derrate senza giunta, nè novelle senza frangia. Ciò appunto apriva più vasto campo alle immaginazioni concitate, che sopra un motto, un cenno, ergevano i più superbi edifizj, cui la prima aria mandava in fumo, siccome il bel fenomeno della fata morgana.

Tra quei rifuggiti, molti n'avea di buona fede, che disinteressantemente amavano la patria, ricordavano i passi che aveva fatto mentre si governava a comune, e vagheggiavano la gloria di renderla a quel franco stato, durante il quale tanto era progredita. E per l'abitudine, tanto più naturale all'uomo quanto è più giovane e sincero, di supporre in altrui i proprj sentimenti, credevano che i compagni della sventura e del servaggio fossero anche compagni d'affetti e di pensieri; e che per via di ragioni si potrebbe, non che Milano, tutta Lombardia ridurre concorde nel non tollerare un'ingiusta oppressione. E a dimostrarla ingiusta ricorrevano alla storia,--fievole voce dove tuonano altre più robuste; e ricordavano i tempi della Lega Lombarda, e l'ultimo atto ove i nostri aveano espresso la loro volontà, cioè la pace di Costanza; ne sognavano il rinnovamento, e una federazione che resuscitasse la penisola a nuove sorti gloriose.

Capo di questi che, comunque passionatamente, pure ragionavano, era Maffino da Besozzo, quel che, ancora in patria, vedemmo come fosse accusato di freddo, di moderato, di troppo cristiano.

Pover'omo! balzato nella sventura, ridotto a vedere sempre in opposizione i diritti col fatto, la giustizia coll'esito, fu tratto al sepolcro da una malattia endemica tra i forusciti, e che i medici non seppero battezzare, perchè nei loro cataloghi non hanno classificato il crepacuore.

Altri operavano ad impeto e per vendetta: credevano legittima qualunque via per ottenere il vantaggio della patria; esageravano, e per sino fingevano i torti privati e i comuni; i disastri cagionati al paese da Luchino: torti e disastri che credevano fin troppi per sollevare, al primo invito, tutta Lombardia contro dei Visconti; ottenere il favore degli altri popoli in nome dell'umanità; e determinare l'imperatore a sposare la causa dei molti deboli infelici contro un solo prepotente fortunato.

Questi conoscevano l'uomo!

I pochi poi, meglio astuti degli uni e degli altri, che volevano raggirare la cosa secondo i loro fini e verso i proprj intenti, applaudivano alle valenterie dei secondi; fiancheggiavano le ragioni dei primi, e mostrandosi zelantissimi della libertà, e d'intelligenza coi ben pensanti d'ogni paese, venivasi acquistando sopra i forusciti un'autorità, che, qualora se ne presentasse il destro, avrebbero adoperata poco meglio di coloro cui miravano a spodestare. A questi si conveniva la divisa di tutti i rivoluzionarj ambiziosi: «Esci di là, che ci voglio entrar io». Mi dispiace a dire che i più frugatori tra questi erano Zurione Pusterla ed Aurigino Muralto, che dal vinto Locarno erasi qui pure rifuggito, e che vi ricorda qual tristo servigio rendesse al nostro Francesco.

A quali appartenesse Alpinolo è mestieri ch'io ve lo dica? ma la fierezza spensierata ch'egli dimostrò nell'incontro con Ramengo, fece conoscere agli ambiziosi come costui potesse divenire stromento opportuno a qualsivoglia colpo arrischiato: onde posero ogni artifizio ad ingannarlo sul vero stato degli affari, esagerando il malcontento dei Lombardi, le speranze, le intelligenze, le forze congiurate.

Scorso il primo inverno fra progetti, fra ordire macchinazioni e dilatarle in Milano e negli altri Stati, coll'aprirsi della primavera aumentarono le speranze dei nostri forusciti. Nè crediate che avessero trovato qualche miglior modo ai loro disegni: ma è uno dei fatti più accertati (ne diano poi la ragione i fisiologi) che il ringiovanirsi della stagione veniva e viene riguardato dai desiderosi di novità come apportatore del compimento dei loro voti. Onde, nel mentre ai moderati le circostanze parevano o sfavorevoli o disopportune, e predicavano doversi aspettare l'occasione sicura, perchè un tentativo fallito è un puntello al potere minacciato, gli impetuosi li tacciavano di vigliacchi, di rémore, d'invecchiati.

--Mentre l'erba cresce, il caval muore (esclamava Ottorino Borro). L'occasione, se da sè è lenta a venire, bisogna farla nascere. Non è già tutto disposto?

--Tutto (rispondeva il Muralto). Per messi, per lettere, da ogni parte io sono stimolato. È un fremito universale... non vedono quell'ora di menar le mani. In tutti i quartieri di Milano c'è combriccole dei nostri: nostri sono i caporioni delle altre città: Guglielmo Bruciato di Novara, Simone da Colobiano in Vercelli; in Cremona Venturino Benzone....

--Passerino Bonacossi di Mantova (l'interrompeva Zurione Pusterla) e il Lanzavecchia d'Este, ecco, mi scrivono delle gagliarde pratiche che hanno in piedi con Guglielmo Cavalcabo di Cremona, con Giovanni e Simon da Coreggio e con Brandaligi de' Gozzadini di Bologna».

E il Muralto soggiungeva:--Per Franchino Rusca di Como, Castellino Beccaria pavese, e i Tornielli di Novara, e i Vestarini di Lodi, un segno appena, e sono assicurato che, a vedere e non vedere, metteranno in piedi altrettanti eserciti.

--Ma in che anni?...» domandava Caccino Ponzone da Cremona. E Bellino della Pietrasanta gli rispondeva:--Uh! gli anni son fatti per le prigioni. Il povero Maffino da Besozzo, ripeteva che le nespole maturano solo col tempo e colla paglia. Non siamo neanche a tiro. Vuolsi aspettare il momento favorevole, e coglierlo al volo.

--No, no, (ripigliava Zurione) non aspettare: tener tutto in pronto, perchè occasioni può nascerne una come cento.

--E quali sarebbero?

--Eh! si va a Roma per più strade. Se, per esempio, ai Visconti rompesse guerra il papa...

--Il papa? (saltava su Ottormo Borro). Ma se non sa predicare che pace, se non sa cercare che concordia.

--E se fosse vero quel che ci disse quel milanese il giorno della festa di Ponte, che Mastino della Scala...

--Quello era uomo da credergli!...» così il Pietrasanta interrompeva Aurigino; ma più violentemente l'interrompeva Alpinolo, mandando tutte le pesti e tutte le saette addosso all'esecrato Ramengo. Poi, come si fu racchetato un po' il bollore episodico, suscitato da quel nome e da quell'idea, Zurione ripigliava:

--L'occasione però meglio opportuna sarebbe se il signor Luchino morisse.

--A questa ci si ha da venire senza fallo! ma Dio sa quando!» esclamava Lodovico Crivello.

--È ben vero (seguitava il Pusterla) che la si potrebbe accelerare...

--Un buon veleno, eh?» arrischiossi a dire il Ponzone.

--Sì, (rifletteva il Pietrasanta) ma chi deve essere quel muso che glielo mesca? Cinto di cagnotti, non accosta al labbro un cibo che non gli abbiano fatto la credenza gli scalchi.

--Ma, (tornava su il Ponzone) da un coltello vo' veder io chi gli faccia la credenza.

--Oh sì, un coltello (parlava l'impetuoso Ottorino Borro). Quand'io feci il passaggio oltremare intesi come nella Siria viva un gran principe;--lo chiamavano il Veglio della Montagna--e tiene ai suoi cenni uno stuolo di bravi, devoti a ogni prova, che han nome gli Assassini. Vuole egli disfarsi di qualche nemico? castigare un oppressore? dice a un Assassino:--Va e ammazzalo». L'Assassino va e va, gira l'Asia, gira la cristianità, finchè lo trova. Trovatolo, se gli inchioda ai fianchi, sinchè viene il bello. Allora gli pianta un pugnale attossicato nel cuore, e con un altro uccide sè stesso».

Applaudivano quei focosi al racconto, alla risoluzione, alla fedeltà; e Zurione, commentando diceva:--E che?... mancherà chi voglia fare, per salvezza della patria, quel che altri fanno per superstiziosa obbedienza? Tanti si tolgono da sè la vita per fuggire un momentaneo dispiacere, e nessuno vi sarà che abbia una colpa da tergere, un fallo da riparare coll'avventurare così santamente la sua? O il colpo riesce, e sopravvive, quanta universale riconoscenza! se perisce, qual dolce riposare sotterra, fra il compianto generale, con una fama perenne, agguagliato a quei generosi Armodio e Bruto, e altri eroi che liberarono il mondo da simili pesti!

Divampava, a tale discorso, Alpinolo; e considerando sè stesso come causa di tanti mali, lo credeva diretto proprio e unicamente a sè. Nè in tutto apponevasi al falso, poichè il demagogo aveva fatto disegno sulla vita di quel giovane ardimentoso, il quale, già da un pezzo sitibondo di sangue, trascinato dalla forza prepotente di un pensiero abituale, ora più non frenandosi, si fece avanti, e battendo il pugno sulla tavola, gridò:--Io sarò quello!»

Una concorde acclamazione lo saldò nel suo proposito. Milano è città grande e popolosa: la barba cresciuta sul giovane volto di Alpinolo, e coltivata al modo che solevano i soldati, le chiome in altra guisa composte, un abito diverso e divisato gli davano fiducia di rimanervi sconosciuto. Giusto in quei dì era corsa voce che il signor Luchino soldava truppe; poichè, non essendovi allora eserciti stanziali nè una fittizia necessità avendo giustificato il martirio di due milioni di Europei, condannati a patimenti e disagi per tener le nazioni una in soggezione all'altra, aveano i tirannelli compreso che, per acquistare e conservare il potere sgradito, unico spediente era il circondarsi di truppe mercenarie, pronte a ogni cenno, a scannare quelli che essi chiamavano loro figliuoli.

Luchino, ridotto, come tutti gli oppressori, a minacciare tremando, con titolo di dare riposo ai cittadini, gli aveva disarmati: ma i molti insofferenti alla vita tranquilla e i Giorgi, sottrattisi al rigore del capitano di giustizia, o in grosse bande o sparpagliati, mantenevano la guerra a minuto, infestando le strade, e fin le borgate assalivano e saccheggiavano. Che pensò dunque Luchino? Gli invitò a sè, promettendo stipendiarne il valore. Così soggettati a militare disciplina, poteva agevolmente tenerli in freno e a ogni suo volere; essi a vicenda trovavano comodo peso la milizia, che porgeva occasioni di rubare e soperchiare impunemente, senza i disagi del vivere in boscaglia. Accettavan dunque il partito, e seguitavano a frotte i pifferi che andavano in volta a reclutarli; poi, sotto il comando di Sfolcada Melik, divenivano guardiani dei luoghi che prima solevano infestare.

Fra questi fece disegno d'arrolarsi Alpinolo, confidando gli verrebbe il destro di trovarsi vicino al principe,--Alla prima occasione (diceva esso ai compagni d'esilio) io lo assalgo....

--E non lasciarlo nemmen confessare. Vada al diavolo eternamente», soggiunse il Muralto. Esso, con occhi di bragia, proseguiva:--Così potessi col colpo istesso finir qualche altro!... Poi...

--E poi (l'interrompevano i consorti) corri per le vie con quel pugnale fumante alla mano: il popolo ti trae dietro esultando; la patria è salvata dalle sue branche, e il tuo nome immortale».

Se quelli che così dicevano parlassero persuasi e di cuore è bene non cercarlo: ma Alpinolo, convinto che tutti partecipassero all'ardore suo istesso, non era cosa che non si promettesse.--Ma, alla peggio, (diceva) so come si fa a morire».

Con tal proposito rientrò in Lombardia, ben provvisto a denaro.

Non volle scostarsi dal Po senza visitare anco una volta il mulino dei suoi educatori. Travisato, e in quell'arnese, a pena in sulle prime il riconobbero: fin il cagnuolo gli abbajò contro, come a un paltoniero, ma quando il ravvisarono, che gioja per quella buona gente, per Maso, e per la Nena principalmente, nel vederlo tornare dopo che non era male che non ne avessero temuto! La loro contentezza toccava nel più vivo l'anima affettuosa e passionata di Alpinolo; rifletteva:--Se è tanta, in persone non legate a me se non dai benefizj fattimi, quanta sarebbe se fossero i miei veri genitori?.. come tripudierei se una volta raggiungessi quella somma delle felicità, da me immaginata, di poter trovare il padre mio!»