# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 28

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Il vile cortigiano espose a Luchino di punto in punto tutta la sua involtura e l'iniqua trama, mettendo nel racconto la furfantesca soddisfazione che gli scaltriti usano nel narrare come trappolarono un semplice ed innocente. Luchino gli attendeva colla severità consueta, e s'avvicendavano in lui la contentezza della riuscita, e l'inesauribile disprezzo che tutti provano pei traditori e per le spie.

--Ed ora (soggiungeva Ramengo dopo finito) se ho ben meritato della vostra magnificenza, permetta ch'io la supplichi ad impegnarmi di nuovo la fede sua per la promessa impunità da qualunque delitto, sì a me, sì a mio figliuolo.

--Dove avete cotesto figliuolo?» chiese Luchino.

--A tempo la vostra magnificenza il saprà; ed io confido potrà farsi al potere di essa robusto sostegno, quanto volonteroso fu il genitore».

Tratta di seno la pergamena dell'impunità, già speditagli, come altrove abbiamo veduto, fece che Luchino vi apponesse di proprio pugno la firma. Conteneva essa che a Ramengo da Casale e a quello che egli indicherebbe per suo figliuolo, fosse conceduta intera impunità; col solito ordine a tutti gli ufficiali di rispettare quella ordinanza. Ramengo teneva in serbo questo colpo estremo per mostrare all'esacerbato Alpinolo quanto l'amasse, e mitigarlo, e cancellato di bando e di condanna restituirlo in patria agli onori ed alle ricchezze.

Ma ad onori e ricchezze aspirando, prese egli a mostrare a Luchino la grandezza dei prestatigli servigi: come per questi si trovasse, non solo scompigliato nelle proprie faccende domestiche--tacque della buona presa fatta sopra il Pusterla,--ma disonorato in faccia dei cittadini: qualora se ne sapesse: onde era del decoro del principe di conferirgli un grado, un impiego che lo tornasse e mantenesse in riputazione e in grado di continuargli i servigi. Nol lasciò finire Luchino, ed allumandolo biecamente, con atto sprezzante ed iracondo, gettatagli ai piedi una borsa di denaro,--Tieni (gli disse) i pari tuoi si pagano con argento e non con dignità»: e gli volse le spalle, nè più ne volle udire.

Quanto sia al povero nostro Pusterla, non tardò molto ad arrivare anch'egli: e il popolo corse a vedere quel famoso capo di ribelli, quel che voleva mandare Milano sottosopra, disfare lo Stato e ristampare la religione. Esso pure fu rinchiuso nella torretta di porta Romana; dove appunto lo vide entrare la sciagurata Margherita, che noi lasciammo svenuta a quella vista. Al male vogliamo credere il più tardi possibile; ed essa, la infelice, s'ingegnava di non dar fede ai proprj occhi:--Vedendo così a spicchio, mi sarò ingannata.--Sarà una illusione dell'amore e del timore». Ma ogni dubbio le fu tolto un giorno, che il carceriere Macaruffo entrò nella sua segreta con un portamento di manierato sussiego, e con un viso schizzinoso, sciamando:--Che tanfo qua entro! Che odor di chiuso! Perchè non date aria all'appartamento? Non vi si regge»: e facevasi vento con una pezzolina di seta. La Margherita fu presta a riconoscere il raso, sul quale ella aveva incominciato a ricamare una margheritina, che poi non potè finire: quel raso che Buonvicino aveva tolto dalla sala nell'ultimo giorno che vi entrò, e dato in carissimo dono al Pusterla, il quale recollo sempre con sè. Ora nel ravvisarlo, la Margherita si scosse tutta, come alla memoria di soavi affezioni, di cari giorni, dell'ultimo istante di sue gioje tranquille: e--Donde aveste quel ricamo?» domandò con ansietà all'aguzzino.

--Che? vi piace?» le rispose il ghiotto, scherzosamente sciorinandoglielo sopra gli occhi.--Me l'ha dato un altro camerata, alloggiato qui presso, e che voi conoscete.

--Franciscolo?

--Brava l'indovina! il signore, signorissimo Francesco.

--È veramente lui!» proruppe essa, piuttosto esclamando fra sè, che non interrogando quel tristo, il quale seguitava:

--Lui appunto: ne dubitate? credereste non ci capitino che dei vestiti di frustagno? Guardate. Sta sotto a questa chiave ch'è qui!

--E il figliuolo?

--Oh anch'esso, s'intende. Sarebbe una barbarie separar il figliuolo dal genitore».

Già, per quanto s'industriasse di far inganno a sè stessa, la Margherita era persuasa anche prima di aver qui vicino i cari suoi; e lo sapeva la desolata stanza, riempiuta, quei giorni, di gemiti senza consolazione; ma l'udirselo ora assicurare, ma il vedersi dalle schernevoli guise di quel figuro strappato fin l'ultimo filo di speranza e di illusione, faceva su lei quel che fa sopra un reo l'udirsi leggere la sentenza di morte, benchè già prima ne conosca il tenore.

--E (seguitava colui) m'ha dato questo fiore; ve' come è bello! perchè vi saluti voi e ve lo faccia vedere.

--Sa egli dunque che io sono qui?» domando la Margherita, ravvivando la voce, affievolitale da quello stringimento di cuore.

--Se mi disse che vi salutassi, e che....

--E che altro mi manda a dire?

--Oh, vi manda a dire delle altre pappolate... uh! tanto da non venirne a capo dentr'oggi. Ma non me le ricordo più.

--Deh! procurate ridurvele alla mente», diceva Margherita stendendo le mani giunte verso il torto ceffo di colui, in atto di tale pietà, che avrebbe commosso le pietre. Chi sa?... forse le doveva dire cose, che importassero alla, vita di entrambi; se non altro, una parola d'amore da colui, al quale tanto maggior bene voleva dopo che quel ricamo le mostrava quanto viva e delicata memoria di lei serbasse. Ma quel rozzo, digiuno di ogni sentir gentile, con un gesto espressivo le rispondeva:--Ridurmele a mente? Non avrebbe ella, signora mia, qualche cosa allato per ajutarmi la memoria?...

--Nulla; buon Dio! nulla. Voi lo sapete. Tutto quel poco che mi era rimasto ve l'ho pur dato, tutto, tutto. Che cosa mi avanza più se non questo trito vestire? Deh! una tal grazia vogliate farmela per carità. Oh, chi sa che un giorno io non torni in grado di compensarvene? Se no, ve ne rimeriterà Iddio».

E blanda, supplichevole, appoggiando le belle mani sulle spalle di colui, tentava piegarne l'impassibile cupidigia, ma non faceva sovra di esso maggior colpo che il sospiro di un vento di aprile sopra una montagna di marmo.--Che Dio? che diavolo? che carità? che compensare? (egli saltava su). La carità, io son uomo da riceverla, non da farla. I _chi sa_ e le promesse di là da venire, il bettoliere non le scrive. Alle corte; o avete qualcosa da darmi, e schiodo; se no, statevi colla vostra curiosità in corpo, finchè non ve lo dica io».

E poichè essa non aveva proprio nulla sottratto all'ingordigia di lui, nè potea dargli altro che lacrime, che una accorata supplicazione, e inginocchiarsi a pregare il Signore, esso, rizzato un muso duro, le voltava tanto di spalle, e facendo sonare più forte i chiavacci nel rinchiudere, si allontanava pel lungo corridojo cantazzando, finchè la Margherita più altro non intese fuorchè la sentinella, la quale di e notte passeggiava dinanzi alle prigioni, alternando due passi uniformi, come senza volontà, quasi due pesi metallici che a vicenda battessero sull'ammattonato.

CAPITOLO XVIII.

IL SOLDATO.

Sdrajone sul pavimento se ne stava il carceriere Macaruffo nel corridojo delle prigioni, facendo sue prove di appetito sopra un tozzo di pane inferigno e una fetta di lardo, e succiando tratto tratto da una brocca di vino, che con affettuosa devozione tenevasi fra le gambe, distese sul terreno. Era notte e silenzio, nè altro splendeva se non un fioco lampione sospeso alla volta e una lanterna sorda deposta a manritta di Macaruffo, i cui raggi lo illuminavano a mezzo, e venivano riverberati da un mazzo di chiavi, pendentegli dalla cintura, e delle quali si sentiva lo sgarbato tintinnio ad ogni volta che egli desse. Una sentinella passeggiava da capo a fondo, taciturna, facendo dei monotoni passi rimbombare sordamente il concamerato corridojo, poi si fermò accanto al carceriere, e impugnata con ambe le mani l'asta della lancia all'altezza della testa, se ne fece puntello alla persona, alquanto incurvata verso il Bergamasco, al quale drizzò così la parola:

--Compare, la tua cena è parca da senno.

--Pane d'un dì e vino d'un anno (rispondeva l'altro). Ce ne fosse sempre, col caro d'oggidì! Tutto costa un occhio, e nel mestiero si fila sottile. Maledetta sia l'ora e il momento che scelsi questo mestiero! Fare il cane tutto il giorno, ingegnarsi di tormentar più che si può gente che non m'ha offeso per nulla: e in pagamento aver da litigare il pane, e in tasca neppur tanto da far cantare un cieco. Uf!»

E qui tirava un buon fiato di vino, poi, forbendosi la bocca col dorso della sinistra, soggiungeva tentennando il capo:--Se non fosse... se non fosse....

--Ma se tanto ti pesa codesto arrabbiato mestiero, perchè non lasciarlo?» lo interrogava il soldato.

--Lasciarlo, eh? Mi fai ridere, e ho male. Hai un bel dire tu che hai tutta la casa nella valigia. Ma di' su: come si fa allora a mantener la moglie e una nidiata di ragazzi e un'altra di vizietti? E mia madre m'ha fatto qui un osso, che, è inutile, non posso lavorare: mi fa male: sarebbe un accopparmi. Ma che serve darsi delle scese di capo? Cacciamo i fastidj trincando. Mille pensieri non pagano un debito».

E tornava attaccar la bocca alla mezzina, poi ne offriva al soldato con rozzo garbo, dicendogli:--To', camerata, tirane un sorso, chè il vino sbandisce le malinconie».

Quegli prendeva la brocca, ne gustava, o almeno vi poneva le labbra, e, rendendogliela,--Dunque vuol dire che se tu trovassi da vivere altrimenti, lo faresti, eh?

--Se lo farei? e di che voglia! Non so qual altra vita non durerei per abbandonare le chiavi, il nervo, i ceppi, i catenacci e il diavolo che se li porti! Qualunque vita, purchè non fosse quella manifattura del lavorare. Mi terrei di passeggiare tutto il dì nato a far la ronda, come te; andrei fino a Gerusalemme in ginocchio, quand'anche vi fossero cento miglia, perchè, vedi, io son mantello da ogni acqua, purchè si buschino quattrini, e non vi si abbia a mettere la schiena.

--Ma dimmi, se nel tuo mestiero ti cascasse da guadagnare?...

--Guadagnare?... (domandava Macaruffo con ansietà) Guadagnar denari?

--Per esempio... (continuava il soldato) una cinquantina di fiorini d'oro?...»

Il carceriere guardò in faccia all'altro con un'aria di attonita mentecattaggine, poi diede fuori in uno scroscio di riso sgangherato, come chi ne sente una grossa, ed esclamando,--Sì! son lì che covano!» bagnatasi di nuovo la gola, porse il fiasco alla sentinella, dicendogli:--Bacia, bacia questa reliquia, che, a quanto vedo, il cervello ti comincia a ballare la frullana, e così finirai di darvi volta.

--Non do la volta per niente, (ripigliò l'altro, ricusando di bere) ti parlo del miglior senno», e cacciò a mano una borsa di pelle, e svolgendola, fece scintillare allo sguardo del carceriere un bel marsupio di oro. Stupefatto, questi balzò in piedi; di tratto l'occhio suo, luccicante per quel che aveva bevuto, lo divenne ancor più per la maraviglia, e, presa la lanterna, ne fece rimbalzare i raggi sopra quei ruspi, che il soldato gli faceva scorrere davanti per metterlo in maggior succhio; e, col dito teso verso di quelli,--Tu, (esclamava) tu, povero soldato, tanta grazia di Dio? Deh, che mestier grasso è la guerra! Chi più ruba è più bravo. Quello doveva esser il mio pane. Viver di robatura non di limatura. Se però non vi fosse quell'appendice del farsi ammazzare...

--Questi (replicava il soldato con una bizza mal repressa) questi non sono rubati, ma di buon acquisto. E... e se fossero tuoi?

--Se fossero miei? (rispondeva l'altro, sempre col tono dello stupore). Se fossero miei, domanderei se Bergamo è da vendere.

--Ebbene, (continuava l'altro) prima di domattina possono diventare belli e tuoi, e senza una fatica al mondo.

--Che celii?... Ma per guadagnarli, di' su, che s'ha a fare?

--Nient'altro (ripigliava il soldato abbassando viepiù la voce) se non tirar un catenaccio, e lasciar andare di gabbia due uccelli.

--Zt!...» fece il carceriere, premendo la mano sopra la bocca della sentinella. Poi, con un tono serio e profondo,--Che? come? due carcerati? Poffar mio! Camerata, so che tu burli».

Posò ancora in terra la lanterna, borbotton borbottone; si tornò a sedere dinoccolato presso di quella; pensò, vi bevve sopra, e tacque un momento.

Ma i fumi del vino facevano effetto: maggior effetto faceva il bagliore di quei zecchini, il quale, siccome avviene a chi guardò nel sole, era rimasto fitto, indelebile negli occhi a Macaruffo, che in vita sua mai non ne aveva veduto altrettanti. Onde il soldato che, scontento del primo tentativo, non però disperato, avea ripreso il regolare suo passeggiare, ebbe per buon augurio quando, al tornargli appresso, Macaruffo, con voce più di rammarico che di collera, rappiccò il discorso, dicendo:--Ma ti pare? Lasciar fuggire due prigionieri! Domani si cercano: non vi son più. _Ehi, Lasagnone, che n'è?--Illustrissimo, io non ne so niente, io; proprio niente, in coscienza_. E lui: _Fuor camicciuola: mettetelo sulla corda_; e dalla corda alla forca. Cu cu! Avrei fatto la pannata al diavolo. I denari va bene, ma la forca! Di me, mia madre non ne fa più.

--Oh certo (soggiunse la sentinella affettando scarso interesse per la cosa); certo, se tu fossi gonzo al segno da lasciarti pigliare. Ma, pareva a me che con cinquanta di tali fratelli in saccoccia, vi fosse a far meglio che cotesta arte.--In quanto? in quattro ore tu sei ai confini; varchi l'Adda, ed eccoti a casa tua, sulle tue montagne, ove voglio chiamar bravi quei che ti verranno a rintracciare. Tu rivedi la moglie, i figliuoli; rizzi casa: prendi figura di galantuomo in paese; fai collottola, e la sguazzi in pace e trionfale».

L'altro teneva le pupille intente senza trar fiato, assorto nelle belle fantasie che quelle parole e quei denari sviluppavano nel suo cervello, come in quello di una fanciulla le prime lusinghe di chi le parli d'amore. Poi, strette le labbra e scotendo il capo, esclamava:--Campare da vivo e ben avere da morto, è pur bella cosa: non dice male, no, costui». Poi si tornava a tacere, a pensare; onde il soldato, che s'accorse di far breccia, rincalzava così:--Ma fai bene: sta a cotesto pane: chè, chi non sa ghermirla, non la merita. Mi ero figurato che a cinquanta di questi, guadagnati in grazia di Dio, tu non dovessi torcer il grifo. Tal sia di te. Questo tesoretto non mi mancherà modo di goderlo, a me. Tu seguita a ugnerti il muso col tuo lardo, e se un bel giorno al signor Luchino salterà la bizzarria di cacciarti fuor dei piedi, e tu, vecchio e impotente a lavorare, colla moglie e coi ragazzi, per Dio! allora dirai: mia colpa».

E facendo sonare la borsa, se la rimise nella fusciacca, e continuò le sue volte innanzi indietro, ostentando più trascuranza quanto la cosa gli stava più a cuore, e più sentivasi combattuto fra la voglia di rompere il muso allo sciocco montanaro, e la necessità di tener buono colui, e di star egli medesimo in cervello.

Tutto questo a Macaruffo pareva un sogno, e si fregava gli occhi, quasi per accertarsi di essere ben desto, e che non fosse, com'egli diceva, uno scherzo del decotto di uva; e in tentenno fra la paura e l'ingordigia, l'andava librando dentro di sè. Alzossi; colle mani alle reni e la faccia curvata, a guisa di un matematico che cerchi la soluzione di un problema, si pose anch'egli a misurare il corridojo con certi passi disuguali, ora celeri, ora rallentati, secondo gli passavano i pensieri. Dapprima andava a ritroso della sentinella; poi, come vide che questi non rompeva il ghiaccio, se gli accostò:

--Ehi, camerata, chi avrebbero ad essere cotesti uccelli da sgabbiare?»

Il soldato, facendo maggiormente il fastidioso perchè capiva prender buona piega la faccenda, rispose:

--Mi piacque! Dal momento che non te ne senti, cosa accade far coteste none? Per iscalzare, eh, poi correre a rifischiarlo? ma ti costerebbe salata!» e spalancando due occhi di fuoco, faceva colla labarda un gesto, del cui significato non si poteva dubitare.

--Chi? io la spia? nemmeno pel doppio oro di quel che hai tu allato. Di', via; non istare sul tirato; toccala su; ho forse detto assoluto che non volessi? parla dunque. Chi sono costoro?»

Il soldato, accostandosi di più a Macaruffo, gli proferì all'orecchio:--Quel signore e quella signora là»; ed accennò le porte, sotto alle quali, uno dall'altra lontano, stavano rinserrati Franciscolo Pusterla e la Margherita.

--Capperi! (esclamò il carceriere) uccelli grossi.

--O grossi o no, cosa fa a te? (ripigliava l'altro). Quando tu sei fuori, tanto monta l'aver liberato costoro, come l'aver lasciato sgattajolare lo spazzaturajo, che fu preso stasera e uscirà domattina. Col divario che quelli,--già chi non muore si rivede,--quelli ti tratteranno in modo che buon per te: il monello, all'incontrario, la prima volta che gli darai nell'ugna ti farà la sassajuola».

Macaruffo ruminava un poco; indi tornava su:--Questa m'entra. Ma in fede mia, il denaro non m'indurrebbe. Credi, se c'è persona per cui farei questo servizio, sarebbe quella signora appunto. È così buona! Io la bistratto, l'aspreggio, che anche Giob rinnegherebbe la pazienza: ed essa mai un lamento; e mi saluta con cortesia, e mi augura bene a me quand'io gliene fo delle crude e delle cotte.

--E poi è innocente (soggiungeva il soldato); innocente come una santa: è una mostruosa iniquità di quell'infame...

--Che innocente o non innocente? (l'interrompeva Macaruffo) I padroni san loro quel che va fatto, e noi dobbiamo obbedire senza cercare il quinto piede nel montone. Se la castiga così il signor Luchino, se le ha tolto fino quei bocconi da paradiso, avrà le sue buone ragioni. E messer quell'altro chi è?

--Suo marito.

--Lo so; ma che cosa ha fatto?

--Niente, al par di lei; com'è vero che son battezzato».

E Macaruffo sogghignando:--Qui dentro tutti ripetono la stessa canzone. Se tu sentissi! ci pare il limbo dei bambini. Ma appunto, anche un bambino egli tiene con sè.

--Sì, suo figliuolo; figliuolo di lor due.

--Ma, vo' dir io, e quello avrebbero a lasciarlo qua?

--No, no: andrà con loro.

--Ma tu hai parlato soltanto di due.

--Oh quest'altro si sottintende: è la giunta soprammercato» diceva con qualche impazienza l'uom d'arme. Ma l'altro:--Che giunta? che soprammercato? non tirarmi fuori altre gretole. Se ha da andarsene anche quello, voglion esser altri quattrini. Dici poco? Tre persone per cinquanta fiorini! Fuori, fuori degli altri; già per quel che ti costano! O ripiega in altro modo: o se non sai, buona notte; il cecino resterà in bujosa.

--Odi, mascalzone (ripigliava il soldato, frenando a stento il parossismo di rabbia): cinquanta fiorini sono qui, (e gli gettava la borsa): pel ragazzo guarda questo». E distendendo la mano sinistra, mostrava in dito un bel diamante. Il carceriere fissandolo, toccandolo, volgendone le brillanti faccette diversamente alla luce, domandava:--È scaglia di bicchieri?»

Il soldato lanciò un potentissimo giuraddio, ed esclamando a tutta voce,--Che tristo ti faccia Iddio! se tu sapessi quant'è prezioso!» andò colle pugna sul viso del malnato, e col calcio della lancia battè per terra con tal forza, che Macaruffo diede un passo indietro, parandosi colle mani spiegate, e dicendo:--Ih ih, che furie! Casca il mondo per così poco?»

L'altro, ricompostosi come chi si frena per necessità, e col nifo di un ragazzo che inghiotte una medicina disgustosa perchè sua madre lo assicura che altrimenti non guarirà, ripigliava:--Questo anello, parola d'onore, val la metà di quei danari e d'avvantaggio. E te lo darò a te in prezzo del figliuolo, al primo uscir loro all'aria aperta».

Qui un gran ricambio di _ma_, di _se_, di objezioni, di confutazioni; sinchè, per non ve l'allungare, il partito e la fuga e il come e il quando rimasero accordati. Il soldato baciò l'anello, e stette a contemplarlo fiso fiso. Macaruffo, strettagli la mano e detto--Birba chi manca», sdrajatosi di nuovo sull'ammattonato, pieno d'allegrezza e di buon pro ti faccia, al lume della lanterna guardava, pesava, numerava, fiutava persino i fiorini. Tante volte il denaro corruppe per un delitto; allora corrompeva per salvare degli innocenti: corruzione ancora: ma del peccato non deve ricadere la sua parte sopra coloro che strascinano a commetterlo?

Qui però, o lettori, dovete esser curiosi di sapere chi fosse il pietoso, che patteggiava lo scampo di esseri, pei quali, tristo il mio racconto se voi non aveste preso interessamento.

Era Alpinolo. Vi deve ricordare come il lasciammo, in quella funesta sera del 20 giugno 1340, sulla via di Brera, dove consegnò a frà Buonvicino il fanciulletto del Pusterla. Scarico di quel sacro peso, allora primamente rivolse gli occhi sopra sè stesso; e non dubitando di essere anch'egli compreso nel novero dei proscritti, trascinato piuttosto dall'istinto della conservazione che da un calcolo di salvezza, errò di via in via, di porta in porta, e lungo tutta la mal compiuta mura, finchè là verso la rocchetta di porta Romana, dove era un montone di materiali preparati per finire i lavori di questa, trovò modo di uscirne, siccome l'avevano trovato molt'altri dei perseguitati e dei timorosi.

Vedutosi alla campagna, si diede a fuggire in arbitrio di fortuna e secondo il cavallo lo portava, come una cosa pazza. Pur troppo conosceva che immediata cagione di tanto disastro era stato lui medesimo; e per quanto gli paresse non averne colpa più che di una imprudenza, colpa che la coscienza dei giovani così facilmente si perdona; per quanto si industriasse di voltar ogni male a carico dello scellerato Ramengo, pure, se non un atroce rimorso, certo il più disperato furore lo lacerava: bestemmiava tutta la razza umana, quasi fosse complice delle iniquità del suo offensore: ma poi finiva col maledire sè stesso, perchè non avesse mai saputo frenare gl'impeti sconsigliati di gioventù, perchè non avesse imparato mai la virtù che, diceva egli, è somma ed unica nella società, quella di simulare e dissimulare cogli uomini, in cui non vedeva più che ingannatori ed ingannati, che oppressi ed oppressori, che il brutale dominio della forza, o il maligno dell'astuzia.

Ben cercava consolarsi, rassicurarsi almeno, col riflettere a quanto aveva operato per salvezza del Pusterla, all'avere a questo serbato un figlio; che gli facesse conoscere la speranza, che l'attaccasse all'avvenire. Ma, come attribuire lode a sè stesso d'avere in parte medicato una ferita, da lui medesimo aperta?--Non è il Pusterla tuttavia nel forte del pericolo? quando pure gli riesca di camparne, qual vita sarà la sua, esule dalla patria, profugo fra sconosciuti, diviso da ogni suo bene, dalla Margherita?... E questa? Sventurata! sa Dio quante ambasce, quanti patimenti! Ed io son qui, qui in sicurezza?... No, no, si ritorni; dividerò con loro i guaj, di che sono stato o causa od occasione; andrò fuggiasco con lui: lo servirò da fante: gli parlerò della Margherita, gli conterò il mio fallo, diventerò per penitenza il suo schiavo: assisterò almeno alle sue miserie, come fui a parte di sue fortune».

E così, senza dar lena o fiato al suo cavallo, voltava la briglia e si metteva a ritornare verso Milano. Schiariva già l'alba: ed ecco altra gente venire di colà cavalcando. All'incerto crepuscolo li ravvisò: erano altri Milanesi, o colpiti dalla persecuzione, o paurosi di quella, o goffamente vani di mostrarsi perseguitati. Aveano a capo Zurione, fratello di Francesco Pusterla, il quale ravvisato Alpinolo,--Ehi! qual furia? dove si va? verso Milano? indietro, indietro.

--Perchè?» domandò il giovane con piglio fra torvo e smemorato, a guisa di persona destata per forza.

E l'altro:--Come? non sai nulla? tanti arresti...

--Li so pur troppo!» esclamò Alpinolo.

--Tu avevi entratura colla casa nostra; non la camperesti netta. La città è chiusa; drappelli di soldati battono la campagna su tutte le direzioni. Indietro con noi.

--E il signor Franciscolo?» proferì Alpinolo, più per una riflessione sua che per una domanda ad altrui.

--Non si sa: è scappato; lo raggiungeremo.

--La sua signora?

--L'hanno pigliata».

