# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 26

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Tra questi riportava allora il vanto Francesco Petrarca, già famoso per tutta Europa, sebbene appena in età di trentasei anni, e caro ai papi ed ai prelati. Stava di casa a Valchiusa, poche miglia discosto da Avignone, impinguandosi di benefizj, scrivendo di filosofia, imitando i versi dei Provenzali in sonetti e canzoni italiane, che doveano smentire quel detto che chi imita non sarà imitato; dando pareri ai potentati, che non gli ascoltavano, o facendo da quattordici anni l'amore in rima con Laura, figlia di Audiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese, donna di trentadue anni, da quindici maritata con Ugone de Sade, sindaco di quella terra, al quale, mentre il poeta ne veniva cantando la verginale castità, ella avea partorito uno stuolo di figlioletti. Il poeta platonizzando aspirava all'amore di Laura; Laura a una fama estesa ed eterna col far la schiva quanto bastasse per non lasciarsi sfuggir di rete il cantore; ella riuscì nell'intento; se anch'esso, è disparere tra i fisiologi e gli estetici.

Il Petrarca era esule anch'esso; avea scritto dei _Rimedj dell'una e dell'altra fortuna_: filosofo patriotto per voce comune e grand'amatore dell'Italia, Franciscolo, che lo avea conosciuto a Padova e a Milano, sperava dal colloquio di esso ritrarre e consolazioni e consigli; onde si recò in Valchiusa, e volle condurvi anche il suo Venturino, persuaso che ai fanciulli l'aspetto e il favellare d'un grande sia ispiratore di generosi sentimenti.

In un enorme masso apresi una profonda oscura grotta, dalla quale sbocca la Sorga, che, chiusa da inaccessibili scogli, forma questa valle, che trae il nome dalla natura sua. Quivi in una deliziosa villetta Franciscolo ritrovò il Petrarca, in mezzo ad anticaglie, di cui esso faceva gelosa conserva, e a grandi armadj di noce, ben chiusi a chiave, entro ai quali custodiva il tesoro de' suoi libri. Non appena lo riconobbe, il poeta gli lesse il sonetto

Piangete, o donne, e con voi pianga amore,

che allor allora aveva composto per la morte di Cin da Pistoja, stato suo maestro in poesia.

Finito il quale, e domandato se non gli paresse veramente un capolavoro, senz'altre parole attendere dal Pusterla oltre le congratulazioni,--Deh perchè (gli diceva), perchè abbandonaste Italia e l'onorata riva? Anch'io ho corso le barbare terre; visitai le Gallie fino al Reno, e l'Alemagna non per alcun negozio, ma per desiderio d'imparare, come quel grande che molte città vide e costumi d'uomini; ho costeggiato i lidi di Spagna, navigai l'Oceano, toccai l'Inghilterra; ma quanto vidi, più m'ha fatto amare ed ammirar l'Italia. E come volentieri per essa lascerei questa Babilonia occidentale di cui nulla più informe il Sol vede; lascerei il Rodano feroce, simile all'estuante Cocito ed al tartareo Acheronte[26], se non mi trattenesse amore, se qui tutte non avessi le mie dolcezze. Il 6 d'aprile 1327 vi conobbi quella, che per sempre mi doveva tor pace; e queste chiare, fresche, dolci acque della Sorga divennero il mio Ippocrene. Qui scrivo in rime vulgari i miei sospiri pei presenti; ma già rimansi dietro il secondo anno da che ho cominciato l'_Africa_, poema che mi farà immortale a paro con Virgilio e Stazio nell'età ventura. Qui mi trovano gli amici, qui mi cercano i grandi della terra; e sebbene io non dia retta alle fole de' medici e degli astrologhi, vedo quanto fosse veridico uno di questi, allorchè a me fanciullo indovinò che godrei l'amicizia di tutti i più illustri e grandi uomini della mia età. E voi, date anche voi opera agli studj?»

E poichè Franciscolo rispose un mezzo sì,--Attenetevi (prosegui il Petrarca) attenetevi ai classici. Cotesti moderni filosofanti non vi gabbino. Meglio tornerebbe studiassero in Cicerone, che non in Aristotile e Averoé, da cui succhiano l'empietà. Anche me vorrebbero far ateo: e perchè io sto al _credo_ vecchio, dicono che son un buon uomo, ma ignorante».

Quando poi il Pusterla, bramoso di pur dire anch'egli qualche cosa, e massime di quel che più gli stava sul cuore, entrò a discorrere di Milano,--Milano! (l'interruppe il poeta) paese glorioso per salubrità, e per clemenza di clima invidiato! di quante cortesie non mi colmarono e colmano i Visconti! Il signor Luchino, gran protettore del bel sapere: grande specchio di giustizia quel fratel suo arcivescovo e mio padrone! Ma dite, che fa quivi Giovanni da Mandello, il dolcissimo degli amici miei? E a Bergamo? non dimenticherò mai, l'ultima volta che vi fui, un orefice, il quale mi venne a molte miglia incontro colle maggiori feste del mondo, e mi volle ospite suo, e spese ogni avere per festeggiarmi; incantato della mia gloria. Oh i posteri lo sapranno. A Bergamo conoscete il Grotto, fortunato raccoglitore delle opere del gran padre dell'eloquenza? Osservate: e' m'ha copiate le _Quistioni Tusculane_, di cui io non aveva scoperto che parte, e mandommele a regalare. Che carattere elegante! Io stesso, calligrafo qual mi vanto a nessuno secondo, non n'eguaglierei la nitidezza. Ma voi, deh, quando tornerete in Italia, cercate per me opere di Cicerone. L'Italia è inesauribile miniera. Colà ho rinvenuto il trattato _de Gloria:_ che gioja di libro! Ora l'ho prestato a Convenevole maestro mio [27], che se ne delizia. In Verona scopersi le _Lettere famigliari_, e queste _ad Attico_ che ora trascrivo: le opere di Catone, di Censorino, di Varrone sopra l'agricultura, le _Commedie_ di Plauto, le _Istituzioni_ di Quintiliano, colà io le ho disseppellite. Che non darei per iscavare il libro _De Republica_ che deve esser una perla, e le _Consolazioni_ e le _Lodi della filosofia_! Ma in Francia, nulla v'è a profittare: i libri sono merce esotica. Basta il dirvi che in tutto Avignone non trovereste un esemplare della _Storia Naturale_ di Plinio, se non dal papa o da me».

Per accorciarla, il Petrarca non parlò che per sè, che di sè; onde Venturino ebbe a dire allo zio arciprete:--Come predica bene quel signor canonico!» e Franciscolo, lasciandogli la sua ammirazione, portò seco l'idea che questi grand'uomini non rechino grande ristoro nè grande ajuto nelle infelicità. Se pensasse il vero, lo dica chi ne praticò.

Io toccherò innanzi, contando come gli occhi del Pusterla si volgessero continuamente all'Italia, e per tornarvi non gli pareva qualche volta neppur troppo grave la prigionia e fino la morte. In sulle prime, la ricchezza sfoggiata il fece trovar bene alla Corte pontificia, guardato, accennato da ognuno, ed all'ambizione del comparire univasi, per mitigare le sue amarezze, la speranza di poter cogliere i frutti del martirio, più sempre agognati che le sue palme.

Perocchè il papa se la diceva poco coi Visconti, i quali, desiderando tiranneggiare la patria, opprimevano la causa guelfa per affidarsi agli imperatori, da cui ricevevano sempre appoggio i nuovi signorotti. Le cose erano procedute a segno, come altrove abbiamo accennato, che il papa, in castigo del parteggiare coll'imperatore Lodovico scomunicato, proferì l'interdetto contro i Milanesi. Terribili e spaventose conseguenze recava questo castigo; gli altari restavano senza croci nè candellieri, se non al momento che si celebrava la messa a porte chiuse: nessuno, eccetto i chierici, i pellegrini, i mendicanti ed i fanciulli minori di due anni, potevano seppellirsi in luogo sacro: nessuno accettavasi alla penitenza ed all'eucaristia se non in articolo di morte; proibito il menar moglie o baciarla o mangiare carni, e fino radersi: ogni giorno, a terza, sonavano le campane, al cui tocco dovevano tutti recitare preci di penitenza.

Vero è bene che, parte perchè abituati, parte per espresso comando dei Visconti, queste proibizioni non erano così a minuto osservate in Milano; e i papi stessi, rimettendo dal primitivo rigore, erano discesi a qualche concessione; però, in tempi come quelli ove la religione esercitava tanto imperio sulle opinioni e sulla vita, troppe anime timorate venivano a trovarsi in continuo contrasto fra la coscienza propria ed i comandi superiori, dal che seguiva uno scontento universale, un desiderio ogni giorno più sentito di tornare in pace col capo de' Fedeli. E già Novara, Como, Vercelli, altre città avevano fatto la loro sommessione al papa, promettendo di non aderire a Lodovico il Bavaro nè a veruno scismatico, onde erano state ricomunicate. Bologna, che aveva ricalcitrato al pontefice, ora, per lo spavento di vedersi privata d'ogni splendore col perdere l'Università, e per la speranza che la Santa Sede potesse colà trasferirsi, erasi di nuovo piegata all'obbedienza. Siffatti esempi potevano moltiplicarsi a scapito dell'autorità de' Visconti; tanto più che l'imperatore Lodovico, del quale chiamavansi vicarj, era scaduto interamente di credito e di potere: e non più riverito perchè non più temuto; non poteva col nome suo ricoprirne l'usurpato potere.

Tenevano conto di tutti questi fatti coloro che raggiravano le tresche politiche; e quindi accarezzavano il Pusterla, che davasi gran moto, e spendeva senza misura, nella fiducia di nuocere ai nemici della sua patria. Ma intanto da questa patria nessun ragguaglio riceveva, stante la scarsità dei corrieri, i quali non venivano spediti che espressamente da Corte a Corte pei pubblici affari o pei principeschi. Ed oltrechè questi rimanevano un segreto dei gabinetti, e i privati stavano anni ed anni a conoscere gli avvenimenti anche strepitosi delle terre forestiere, ogni comunicazione era con Milano interrotta per le ruggini sopradette. Da Pisa, città di più vivo commercio, sapeva il Pusterla che stavano colà suo fratello e gli altri che noi v'incontrammo; aveva loro, per sua sventura, dato a conoscere dove fosse: qualche imbasciata n'avea ricevuto; ma parte neppur essi erano esattamente informati delle condizioni di Milano, parte trascuravano gli interessi e gli affetti privati per discorrere dei disegni sediziosi, delle esagerate speranze. Che ne sarebbe dunque de' suoi conoscenti? degli amici? di Buonvicino? E Margherita? la sua Margherita, alla quale oh come ora gli rimordeva d'aver recato torti, d'averle causata tanta sciagura, di non essere con lei camminato alla felicità! Oh potesse mitigarne in qualche modo i patimenti! potesse chiederle perdono! potesse almeno averne notizie! mandargliene. Quindi un intenso struggimento di tornare, se non altro di avvicinarsi alla terra natale.

E poichè alle anime passionate ogni accidente per piccolo s'ingigantisce, fortemente il commossero gli ambasciadori, che contemporaneamente giunsero da Parigi e da Roma per invitare a gara il Petrarca a ricevervi la corona trionfale. Allorchè questi, preferendo la patria, si recava ad incoronarsi di alloro in Campidoglio, il Pusterla nemmeno potè sorridere al vedere il grand'uomo mostrare suprema contentezza nel ricevere un _lauro_, principalmente perchè somigliava di nome a colei che _sola gli pareva donna:_ e vedendolo restituirsi in Italia fra gli applausi, fra un trionfo che rinnovava la pompa dei tempi antichi, a vanto non più d'insanguinati conquistatori, ma del pensiero e della scienza, ebbe tal pressura al cuore, che per gran tempo ne stette malato--malato di quel mal di patria, che spezza tante esuli vite.

Col Petrarca era egli cresciuto di dimestichezza nel vederlo presso i cardinali a cui profondeva adulazioni; e l'aveva pregato che dall'Italia gli scrivesse. Lo fece il grande Aretino, e poichè gli ebbe dipinto coi colori retorici le rivedute bellezze del paese _che Apennin parte_, e la festosa venerazione onde l'accoglievano da per tutto, lo esortava a fuggire da quel suo ricovero:--Va da per tutto, anche fra gl'Indiani, purchè tu non duri in cotesta Babilonia, non rimanga ancor vivo in cotesto inferno. Avignone è sentina d'ogni abbominio: le case, i palagi, le chiese, le cattedre, l'aria, la terra, tutto v'è pregno di menzogna; le verità più sante vi sono trattate di favole assurde e puerili; terra di maledizione, se non avesse dato i natali a Laura»[28].

Il Petrarca con ciò non faceva che un esercizio di stile, egli che in quell'_inferno_ erasi annicchiato così per bene, e che fra poco vi doveva tornare di voglia: ma strazianti cadevano quelle parole sull'anima ulcerata del Pusterla. Al quale già riusciva insoffribile quella fredda compassione; quella diffidenza che tiene dietro ai passi dei forusciti per farli più amari; quella perpetua propensione degli uomini, e massime dei fortunati, ad attribuirò all'infelice la colpa delle sue disgrazie, e credere un tristo colui che non seppe camparsela bene in casa sua, fra' suoi concittadini. E poi la pietà è sentimento istantaneo, e presto da luogo all'indifferenza.

A fargli ancora più rincrescere la stanza d'Avignone sopravvenne un cambiamento di politica rispetto ai Visconti. Luchino e Giovanni sentirono la necessità di rappattumarsi colla Corte pontificia; onde spedirono ad Avignone soggetti creduti ed esperti, quali furono Guidolo del Calice sindaco e procuratore, che già aveva maneggiato la sommessione di altre delle città interdette, Mafino Sparazone giureconsulto, e Leone Dugnano, quel che dappoi compilò gli Statuti milanesi. Le benevoli inclinazioni di Benedetto XII agevolarono il rintegramento della pace e della concordia. Lo zio arciprete, tutto sereno, un giorno raccontò al Pusterla:--Consolati! la nostra patria torna finalmente al cuore, torna la pecorella sviata all'ovile. Oggi, in pieno concistoro, i messi del signor Luchino protestarono della piena e sincera riverenza figliale e della zelante fedeltà dei Visconti verso la Santa Sede, ad ogni voler della quale mostransi disposti a consentire. A nome del signor loro professarono di credere che il papa non può esser degradato dall'imperatore, come pretendeva quel superbo Lodovico di Baviera: che, quando l'impero sia vacante, come è adesso per la scomunica e la deposizione d'esso Lodovico, al papa solo ne spetta l'amministrazione, e quindi da lui solo Luchino e Giovanni riconoscono il governo di Milano e delle città dipendenti». Il Pusterla, a cui tutt'altro che buon suono faceva quest'annunzio,--Ma (l'interruppe), questo vuol dire ch'essi dichiaransi soggetti al pontefice in parole, purchè egli li lasci padroni in fatti.

--Non credere però (ripigliava l'arciprete Guglielmo) che il papa non abbia ingiunto di buone condizioni. I Visconti, nè direttamente nè indirettamente imporranno gravezza di sorta sopra luoghi e persone religiose: pagheranno l'annuo tributo di cinquantamila fiorini d'oro; a queste condizioni il santo padre cassa come iniqui i processi d'eresia fatti contro i Visconti, diciannove anni fa: li nomina vicari imperiali di Milano e delle altre città: permette che Giovanni venga all'Arcivescovado di Milano, riservandone alla Santa Sede diecimila fiorini di rendita. Ogni scomunica, ogni interdetto rimane prosciolto a patto che si erigano in Milano due cappelle a San Benedetto, una in Sant'Ambrogio, l'altra in Santa Maria Maggiore: ove in perpetuo, il giorno che i vescovi di Lodi, di Cremona, di Como ribenediranno la città in questo maggio, abbia a cantarsi messa coll'intervento del principe e de' magnati, e distribuire a dugento poveri un pane di frumento da dodici once. Quest'ultima condizione la suggerì il papa di propria testa.

--E degli esuli? e dei prigionieri, non disse nulla?

--Nulla: raccomandò per altro ai signori di Milano d'essere pii, generosi, più pronti a ricompensare che a punire, se vogliono che altrettanto faccia con loro il Signore. Ma, nipote mio, appena io mi contengo dalla gioja al pensare la contentezza dei Milanesi, de' miei buoni Monzaschi quando udiranno la fausta novella: e riaperte le chiese, e sepolti in luogo benedetto i loro morti, intender di nuovo i cantici, assistere alle cerimonie solenni che da venti anni più non vedevano!»

E le lagrime agli occhi venivano all'arciprete in così parlare. Ma questi trattati, questa conclusione molto male notti cagionarono al nostro Franciscolo, tra il dispetto delle speranze fallite e del prosperato nemico, ed il timore di vedere in compromesso la propria sicurezza. Oltrechè coloro, i quali si conducono non per sentimento ma per machiavellica, e che alla Corte blandivano il Pusterla come uno stromento da poter venire a taglio contro i nemici del loro padrone, ora gli facevano poca accoglienza e manco cera, sì perchè diventato inutile, sì per non fare cosa che disgradisse al nuovo amico: e i cortigiani, che pigliano il tono dai capi, il ricevevano con tale grazia anacquaticcia, che la sua ambizione ne pativa acerbamente, e gli persuadeva che quella non fosse più aria per lui.

In così funesto punto giunse in Avignone Ramengo, e si presentò al Pusterla come ad un amico. In fatti egli era un antico fedele di sua famiglia, legato ad esso dal benefizio: era stato lo sposo di quella Rosalia che, se egli non aveva amata d'amore, aveva però tanto compatita; le enormità di lui, l'attentato all'onore della Margherita, gli erano restati ignoti. Quanto all'ultimo tradimento, Alpinolo su quel primo momento erasi gettato a' piedi del Pusterla per confessargli la propria debolezza e la scellerata perfidia di Ramengo; ma per correre a sapere il destino della Margherita s'interruppe, e confessioni di tal genere se non si facciano in un primo impeto di generoso pentimento la riflessione ne toglie il coraggio.

Così era succeduto al giovane, che animosissimo contro gli aperti cimenti, veniva meno in que' minori, ove non trattavasi che d'affrontare il perdono d'un offeso. Colle penitenze imposte a sè medesimo acquetò il comando che la coscienza gli faceva di manifestare il suo errore, e si tenne discosto da Franciscolo. A questo invece, allorchè stava rimpiattato nella cella di Brera, frà Buonvicino aveva nominato Ramengo tra quelli banditi come ribelli: e quantunque sapesse che costui non aveva mai avuto parte seco, non che a trattamenti, neppure ad alcun discorso politico, forse che migliori ragioni aveva Luchino di perseguitare gli altri tutti! Non poteva essergli parsa colpa bastante l'avere Ramengo portata antica osservanza e servitù colla casa del Pusterla?

Al primo veder Ramengo, se gli fece incontro l'esule nostro con cordialità, domandandolo:--Siete venuto spontaneo o spinto?

--Mezzo e mezzo», rispose l'altro: ed infilò quante bugie occorrevano per acquistar fede e compassione presso il signore. Concittadino adunque, noto d'antica benevolenza, come lui esule della patria, come lui perseguitato e forse per sua cagione: erano titoli più che sufficienti onde il Pusterla accogliesse a braccia aperte quel mostro, lo volesse ospite suo e con ansietà prendesse a ragionar seco di quel ch'è il primo discorso d'ogni foruscito, la patria ed i suoi.

Pur troppo il liuto era in mano di chi lo sapeva sonare. Avviluppando il falso col vero, seppe Ramengo, non che rimuovere ogni sospetto dal cuore del Lombardo, acquistarsene intera la confidenza. In uno sfogo che da tanto tempo non gli era più consentito, Francesco espose al nuovo venuto i dispetti suoi pel mutato contegno de' cardinali e il sospetto fondato, a dir vero, sopra troppi altri esempi di somiglianti slealtà.

Devo ricordarvi, lettori miei, come Ramengo ai rifuggiti di Pisa avesse mostrato certe lettere di Mastino della Scala, delle quali diceva dover essere portatore al Pusterla. Era un'altra ordita di sua accia. Perocchè, sapendo quanto Francesco fosse bene nelle grazie dello Scaligero, e come questo l'avesse confortato a vendetta durante la sua ambasceria a Verona, finse, d'accordo con Luchino, una carta, nella quale il signore veronese mostrava all'amico suo come gli fosse venuto lezzo dell'arrogante potenza del Visconti, aver già cominciato a mostrarsegli avverso coll'impromettere sua figlia Regina all'esule Bernabò Visconti: ora volere del tutto buttar giù buffa, e bandire guerra a costoro che ponevano in gran punto la libertà di tutta Italia. Lo invitava pertanto alla sua Corte promettendogli e lauti assegni e grado d'autorità pari al merito d'uomo sì universalmente caro e riverito: che trarrebbe sotto a' suoi vessilli chiunque fosse voglioso di ricuperare la patria e il franco stato.

Sopra un animo ambizioso e irrequieto come quel del Pusterla, il colpo riusciva da maestro; e Ramengo, battendo il ferro mentre era caldo, gli espose le condizioni di tutta Italia, i disegni dei forusciti che aveva potuto subodorare a Pisa: raccontò come con questi si fosse abboccato ed inteso, e che anche da parte loro veniva a sollecitarlo perchè prendesse pietà della patria, che gli chiamava mercede: uscisse dall'inerte riposo: si ricordasse come Matteo Visconti dopo nove anni d'esiglio, fosse tornato in signoria, allorquando i peccati dei Torriani prevalsero a quelli di lui.--Ed ora (soggiungeva) i peccati del Visconti hanno colma la misura. Dei vostri amici alcuni già hanno perduto la testa sul patibolo, lasciando a voi per eredità il vendicarli: altri aspettano ancora un giudizio, di cui voi non potete cambiare l'esito prestabilito; i liberi tramano qualche nuovo colpo. E la donna vostra? quella incomparabile geme nelle prigioni del sozzo Luchino. In chi altri può essa avere speranza, dopo Dio, se non in voi? Finchè qui dimorate, la vostra sicurezza è, o vi sembra maggiore: ma intanto neppure un passo date per la salute di lei. Non avrà ella ragione di credere che l'abbiate dimenticata o in poco conto? I cittadini vostri non potrebbero accusarvi di codardo o di neghittoso? voi, quel solo che potete dar ombra a Luchino, e state qui allo schermo dei manti sacerdotali? Se invece osate, se raccogliete gli amici, i consorti vostri, più di sei capelli diventeranno canuti al tiranno della Lombardia, tutta Italia si scoterà dal pigro sonno. E poniam pure che lo Scaligero vi venisse meno delle sue promesse--promesse di principe--; nemici al Visconti ne troverete in ogni lato per darvi mano. Pisa stessa, avversa e timorosa, quanto si voglia, non darà soccorso ad uomo sì reputato, per ficcare una spina nel piede al suo nemico? coi denari e col credito vostro facilmente assoldate delle bande in ajuto della causa migliore. Lodrisio non fu ad un pelo di rovesciare la baldanza dei Visconti con nulla meglio che una turma prezzolata? Quanto più voi che, non in soccorsi mercenarj, ma porrete fidanza in coloro che generosamente combattono per la patria e per la libertà».

Queste o sì fatte ragioni convalidava col venire tratto tratto, in vista tutto pieno di compassione, stimolando la gelosia del Pusterla nel dipingere il pericolo in cui si trovava l'onestà della Margherita. E si confessi ad onore di Francesco, che gran colpo faceva sull'animo di lui il timore che ella potesse credersene dimenticata; e che la noncuranza mostratane nei giorni di sua prosperità, ora la dovesse trarre nella persuasione che, lontano e fra distrazioni d'ogni genere, egli negligesse l'eccesso delle miserie di lei. E chi dirà se quest'idea veramente non si aggiungesse qualche volta ai tanti spasimi di quella nostra infelice?

Ondeggiando tra la fantasia che gli sorrideva un avvenire di vendetta e di dolcezza, e i consigli dello zio e di Buonvicino, talora sospinto ad avventurare ogni cosa di bel nuovo per uscire dal tedio d'una calma, somigliante a quelle micidiali che colgono talvolta i naviganti in mezzo ai mari dell'equatore; tal altra bramoso di pace, di un riposo di cui si sentiva più cupido che capace, provava la pessima delle condizioni, quella d'uomo che non sa prendere partito.

--Perchè non ricorrete a Tommaso Pizzano?» gli suggerì Ramengo.

