Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 25

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--Oh di qui in Francia si va d'un salto. Io vi sarò tornato trenta volte alla larga. Paese d'ogni bene è quello: a petto suo, la Lombardia non vale la metà.--Come vi si stia a Governo? Mah! di queste cose io non me ne intendo.--Le strade? Faccia conto siano tutte sull'andare di questa che, come sa, l'ha fatta il diavolo. Abissi, precipizi, rovine e frane tra i monti; boschi, pantani alla pianura; ladri da per tutto. I muli però sanno ove tenere i piedi, ed alle volte si compie il viaggio senza che uno se n'accoppi. E poi, che serve aver paura? Se si muore, buona notte: tanto una volta quella corbelleria la s'ha da fare.--Dice bene: il peggio sono i malandrini. Non ha visto come l'abbiamo scappata bella con quelli laggiù? Nel mille trecento, e non mi ricordo quanti, tornavamo da Avignone con sessantamila fiorini d'oro che fumavano. Mi getto via nel rammentare quel bel marsupio. Me gli aveva fidati il santo padre da recare al cardinale del Poggetto, suo nipote o non so che altro, per pagare le truppe ch'egli assoldava onde tenere in senno certe fazioni, ed altre cose che io non me n'intendo. Il santo padre, perchè gli stavano sul cuore, mi diede cencinquanta cavalieri per convogliare i miei trenta muli: cavalieri, le so dir io, che ne tremava l'aria. Si va; si passa fiumi e monti senza incontro: quando insaccatici in una valle della Savoja, io comincio a notare certe faccie che non promettevano nulla di bene, ed avvedermi di un certo armeggio. _Pas peur_, dissero quei cavalieri francesi: _noi mangiare Italiani in un boccone._ Ma convien dire non si fossero ben raccomandati a san Cristoforo pel buon viaggio: poichè i Francesi hanno tutte le buone volontà, ma non la divozione. Mentre stavamo, come si fa, votando non una bottiglia, ma una botte, eccoci addosso una banda, Dio sa di quanti. Ferma, dagli, piglia, lascia: quei Francesi parevano tanti Orlandi paladini. Ma bisogna confessare che, per menar le braccia, gl'Italiani non hanno pari al mondo. Insomma quella truppa, ch'erano di Pavia, gettarono a terra i Francesi, e sollevatili dal peso dei cavalli, li rimandarono ad Avignone a piedi come pellegrini; a me poi tolsero la metà giusta del denaro e dei somieri, cosa che non era più accaduta dacchè i Pedrocchi vanno da Gallarate in Francia; e dovetti condurre al cardinal legato quel che mi rimaneva».

Così Pedrocco dava risposta alle varie domande del Pusterla, risposte meglio opportune a distrarlo che a confortarlo. Ma più che al disagio ed al pericolo della via, accoravasi il Pusterla per l'abbandono della patria; e quando giunse sul ciglio del monte che separa le due favelle, arrestossi, guardò di qua, di là, il cielo, la terra: pareva le ginocchia gli mancassero sotto, talchè Pedrocco gli domandò se si sentisse male. Egli rispose sospirando:--Qui finisce l'Italia».

Anche questa era una delle tante cose che il buon cavallaro non intendeva, pure il confortava alla meglio, raccontandogli siccome anche in Francia vi fossero uomini simili a noi, e buone case, e monti, e fiumi, ed erba alla primavera, e messi all'estate e all'autunno le delizie della vendemmia; i Francesi amabili, dilettevoli, sociali, buoni e vattene là: Ma il Pusterla ripeteva:--Non è l'Italia».

Ma una vera Italia (soggiungeva Pedrocco) ella potrà ritrovare in Avignone. Là cardinali, là servi, là camerieri, là poeti, là buffoni, tutto italiano».

Il Pusterla voleva far capire all'altro i disconci che venivano all'Italia dallo starne fuori i pontefici, e le sconvenienze della politica e della religione; ma Pedrocco, protestando che di queste cose non s'intendeva, magnificava le splendidezze dei prelati, e il continuo andare e venire di corrieri, di soldati, di ambasciatori, di roba, di denari, e i bei guadagni che egli ne cavava.

--E conoscete voi colà Guglielmo Pusterla?

--Chi? l'arciprete di Monza? Se ve l'ho accompagnato io stesso.

--E come vi sta?

--Sta benissimo: grasso, trionfale, ha salute da campar cent'anni.

--Lo so: ma dico se il papa lo favorisce; se saprà le disgrazie della sua famiglia a Milano: se in Corte è il ben veduto.

--Mah! di queste cose io non me n'intendo».

V'era però una materia, in cui Pedrocco s'intendeva come Manzoni nel far versi, e che importava non poco anche ai Pusterla. I Lombardi, nel tempo che si reggevano a comune, erano deditissimi al traffico, e frequentavano Francia, Olanda, Fiandra, Inghilterra, fin l'estrema Russia, dove aprivano case di commercio, e dove ancora se ne conserva memoria nel nome d'alcune strade e quartieri. Lombardi anzi venivano colà per antonomasia chiamati i banchieri; perchè davano opera principalmente al cambio del denaro e agli imprestiti. Perduta coi governi a popolo l'energia della classe media, primo elemento delle speculazioni ardite, ormai quel traffico era passato nei Toscani: ma i più denarosi fra i Lombardi non s'erano ancora immaginato che il guadagnare col commercio sporcasse la nobiltà, nè quindi avevano ritirato dai negozianti i capitali, come fecero due secoli dopo, quando l'albagia pitocca degli Spagnuoli diede, con questi pregiudizj, l'ultimo tuffo alla vivacità commerciale del nostro paese, uccidendone la prosperità mentre gli rapivano l'essere, il fare, il pensare.

I Pusterla, ricchissimi non meno di terreni che di capitali, ne aveano investiti dei grossissimi sulle banche dei Lombardi, dei Lucchesi, dei Fiorentini a Parigi. Ora venivano a grand'uopo a Franciscolo per ristorarlo dei beni confiscatigli in patria, e apprestargli il modo di potere, sopra la terra straniera comparire, non solamente col decoro conveniente alla grandezza di sua famiglia, ma col lusso ancora che la sua vanità desiderava, e che trovavasi e si trova necessario per acquistare considerazione fra gli sconosciuti, e non avere bisogno di quella compassione, che tanto confina col disprezzo.

Da ciò avevano materia di ragionamenti i due viandanti, ove Pedrocco era nella sua beva, e potè dare buon indirizzo all'innominato suo compagno. E questo ne profittava grandemente, non solo per ciò, ma anche perchè la vita di quel trafficante, tutta attiva di corpo e placidissima di spirito, dava tregua alle agitazioni di lui, gli mostrava altre vie nella società, che dapprima egli non aveva nè tampoco immaginate: gli faceva qualche volta invidiare di trovarsi fuori delle politiche turbolenze, o almeno di mutare la traditrice compagnia dei grandi, in quella meno appariscente e più sincera delle persone occupate. Ma la forza dell'antica consuetudine rivaleva: e non appena si vide sul suolo di Francia, sicuro e con quanti denari bastavano per accattarsi amici, si congedò dalla compagnia di Pedrocco, senz'altro conservarne se non la ricordanza che si suole d'un buon galantuomo, incontrato su questa strada che tutti battiamo senza sapere dove ci conduca.

E prima Franciscolo trascorse i varj paesi della Francia, cercando un poco di svago, e cogliendo i fiori, che, sul cammino d'un ricco, naturali o artefatti, spuntano da ogni terra. Venne poi a Parigi, la città del fango (_Lutetia_), che tuttavia giustificava quel nome colla sozzura delle sue strade. Da ogni parte del mondo vi accorrevano studenti all'Università, metodo tanto opportuno d'educazione allorchè non v'era la stampa e scarseggiavano i libri, quant'è ora disutile e pernicioso. Era cancelliere di essa Università Roberto dei Bardi fiorentino, il quale, facendo gli onori all'illustre arrivato,--L'Italia (dicevagli) primeggia pel diritto, Parigi per la teologia e per le arti liberali. A ragione il nostro Petrarca chiamò questa città un paniere, ove si raccolgono le più belle e rare frutta d'ogni paese: poichè vi convengono quelli che siano in qual vogliate facoltà eccellenti. Il nostro sommo Alighieri, nell'esiglio suo, qui studiò dai gran dottori della Sorbona, e il dirò per vergogna dei tempi, lasciò di farsi addottorare solo perchè gli vennero meno le spese. Qui avemmo anche Giovanni Boccaccio, un giovane che farà onore alla patria, e che raccoglieva novelle da Francesi e Provenzali, e le riduceva in vulgar nostro. Da Padova ci arrivarono dodici garzoni, che il signor Ubertino da Carrara qui mantiene a scuola di medicina. Vive poi, e vivrà sempre la memoria degli Italiani che qui lessero scienza: un Pier Lombardo novarese, maestro delle sentenze; un Egidio Romano, un Albertino da Padova agostiniano, il francescano Alessandro da Alessandria, i due astrologi immortali Dionisio Roberti da Borgo San Sepolcro e Pietro d'Abano padovano, e quei che valgono per tutti, il dottore Serafico e l'Angelico».

Denotavansi con tali nomi, chi nol sapesse, Bonaventura da Bagnarea e Tommaso d'Aquino, gigante della scienza dei secoli cattolici, la cui sintesi grandiosa da nessun posteriore tentativo fu eguagliata.

--Ed ora (proseguiva il valoroso Fiorentino, prodigo di lodi come un segretario e di frasi come un accademico) ora piangiamo estinto Nicolao de Lira l'autore della Postilla Perpetua sopra tutta la Bibbia, e del Commento, opera di tanta lena, che a stento crederanno i posteri le abbia potute un uomo terminare. A questo augusto concilio di dotti, non altrimenti che a Bologna, ricorrono prelati e città e principi o per la decisione di casi di coscienza, o compromettendo i loro litigi. Volete più? lo stesso re d'Inghilterra Enrico II sottopose a noi le sue differenze con Tommaso da Cantorbery. Le scienze sono il rifugio nei mali, l'ha detto l'oratore d'Arpino. A queste volgete l'animo; qui fermate vostra stanza, e provate quel che ne cantò Giovanni da Salisbery:

_Felix exilium cui locus iste datur_».

Il Pusterla trovava in fatto Parigi gajo, vivace, pieno di quel fecondo movimento, che infonde ad un paese il fiore della gioventù radunata. Tanti v'erano gli studenti, che a fatica trovavano alloggi sulle piazze; li vedeva discorrere o disputare, seduti in circolo sopra la paglia: nella via degli scrivani aveano tutto quel che occorresse per lo scrivere: diecimila amanuensi attendevano continuamente a copiare libri. Gli scolari la mattina badavano alle lezioni, il dopo pranzo alle dispute, la sera alle ripetizioni. Quest'era il lato bello; ma Francesco scoprì ben presto le magagne che vi covavano; attorno ai venditori di vino, che lo spacciavano per le vie, quei giovani commettevano disordini d'ogni maniera: usurieri ed ebrei traevano profitto dall'inesperta loro generosità: male donne li corrompevano, per cui cagione non passava giorno che non si facessero baruffe e sangue.

E poi la Francia non era il paese che potesse far dimenticare l'Italia a chi non vi avesse passioni od interessi predominanti. Taciamo la diversità di cielo, la coltivazione delle terre, trascurata a confronto della Lombardia, il sudiciume delle città, la miseria delle borgate, il disagio delle abitazioni: la Francia non erasi purgata dalle ferocie del medioevo passando, come i nostri paesi, attraverso alla libertà municipale. I governi a comune avevano tra noi fiaccato il potere feudale: e quei baroni che nelle rocche minacciose, ricinti da vassalli e da servi della gleba, facevansi unica legge il loro superbo e minaccioso talento, erano stati rintuzzati dai campagnuoli, dai mercanti, dai giureconsulti, da tutti i borghesi, e costretti a disarmare la loro prepotenza e farsi cittadini. I tirannetti, che usurparono dappoi il comando, non fecero che ajutare quest'opera; e, come vedemmo in Luchino, sebbene non per amore del popolo, ma pel proprio vantaggio, vennero stringendo sempre più il freno ai feudatarj aumentando le franchigie del vulgo per fare contrasto a quelli; e dilatando viepiù i privilegi della popolazione campestre, la quale, sotto le repubbliche, aveva cominciato a mutarsi dalla condizione di schiavi in quella di coloni, e ricuperare l'umana dignità. In generale dunque la nobiltà d'Italia non era più che un patronato, onde il plebeo si affezionava e si legava col ricco.

Tutt'altrimenti in Francia: mille baroni erano altrettanti piccoli re, il cui dominio viepiù pesava quanto in più angusto confine lo esercitavano. Non una moltiplicità di repubblichette, non una lega di queste gli aveva imbrigliati; e quantunque il re, il quale non era che il primo fra di essi, s'ingegnasse di opporre a loro le comunità cui veniva rinvigorendo, era ben lontano da riuscire a notevole risultamento; e il bel regno di Francia consisteva allora in un re impotente, pochi forti oppressori, la moltitudine oppressa.

Quindi prepotenze in ogni parte e di ogni genere: quindi miseria: quindi l'arbitrio al posto della giustizia e delle leggi. E Pedrocco, tutto che lodatore delle cose di Francia quanto alcuni miei amici che non la conoscono, non poteva cessare i lamenti per gli spessi pedagi, per le generose mancie che doveva dare ai capi degli uomini d'arme, per le menzogne onde doveva ricoprire la ricchezza del suo convoglio. Poi additando varj castelli al suo compagno di viaggio,--I vassalli di questo (diceva) sono obbligati per turno a ripulire le stalle del padrone.--Questi altri non possono far testamento, senza lasciare metà dei loro beni al feudatario.--Il vescovo e principe di Ginevra succede nell'eredità di chiunque muore senza figli.--Vede là quei villani colle pertiche in riva a que' paludi? Sono obbligati a far la ronda, acciocchè i ranocchi non disturbino il padrone mentre dorme». Tacio le prelibazioni oscene; tacio quel che era comune, il contadino pareggiato nelle fatiche ai bovi che l'ajutavano: alla porta di ogni castello, insieme col teschio di lupi e di cervi, e cogli avoltoj confitti sulle imposte ferrate, spenzolava da una carrucola la corda della tortura, in segno del diritto di sangue; e sulla spianata ergevasi la forca, da cui a dozzine pendevano i giustiziati per le più lievi cagioni, per un capriccio, per una vendetta.

Ben altro giudizio delle cose di Francia dovranno portare gli esuli d'oggidì: ma i lamenti che da loro intesi mi fanno calcolare con quanto maggior ragione il Pusterla dovesse dire allora, che, per amare assai la sua patria, conviene aver veduta l'altrui.

E poi Parigi aveva già fin d'allora il privilegio funesto delle grandi città, di poter uno vivervi, godere, spasimare, morire, senza che altri gli badi o se n'accorga. Il che, se era il caso per un profugo bramoso di pace e d'oscurità, non poteva per verun modo accomodare a Francesco, sempre desideroso di primeggiare, sempre spinto all'azione, al movimento, e che colà andava confuso, inosservato, fra una turbo che veniva e tornava e cambiavasi ogni dì; fra un numero infinito di pitocchi, che beneficati non facevano se non divenire più importuni, e chiedergli denaro coll'insistenza del ladro, fra la spensierata scolaresca, fra i segregati dottori, fra anime che non potevano neppur comprendere i patimenti d'un esule italiano.

Ma una parte di Francia tutta italiana, siccome gli aveva detto Pedrocco, erano il contado Venesino, padroneggiato dai papi, e la città d'Avignone appartenente a Roberto re di Napoli; nella quale Clemente V, il 1305, aveva trapiantato la sede pontificia, e per gridare e sperare che gli Italiani facessero, e per quanto sembrasse strano che i papi preferissero restare sudditi in Francia, anzichè sovrani a Roma, più non la tornarono sul Tevere se non nel 1376.

Colà dunque si rivolse il Pusterla, e vi trovò una vita, un moto straordinario. Dimessa l'idea di trasferirsi in Italia, Benedetto XII faceva murare, per alloggiar come si conviene al capo della cristianità, e tutti i cardinali ergevano palazzi, splendidi d'ogni suntuosità, e non inferiori alla Corte di verun principe d'allora. Artisti italiani vi accorrevano ad abbellirli, altri a lusingare coi canti, colle piacenterie, colle novelle, cogli strologamenti: dei porporati ognuno v'avea condotto numerosa famiglia di servi e camerieri e scrivani; talchè poteva dirsi proprio una colonia d'Italia, con tanto maggiore verità, perchè quel clima meridionale fa ricordare le dolcezze del nostro.

In un tempo quando il papa stava ancora disopra delle autorità temporali come depositario della celeste, vale a dire della giustizia, vedevansi alla sua Corte ambasciadori d'Ungheria, di Polonia, di Svezia, d'altri potentati, che rimettevano all'inerme sua decisione le loro politiche differenze: cosa che deve recare grande scandalo al secolo nostro, il quale vuol piuttosto vederle risolte colle bajonette o rattoppate dai Castelreagh e dai Talleyrand coi protocolli...

I cittadini di Monza, agitati dentro dalle fazioni dei Magantelli e degli Stratoni, e minacciati fuori dalle armi dei Visconti e Torriani, avevano (già ne abbiam toccato una parola) nascosto il prezioso tesoro della loro basilica, che valeva ventiseimila fiorini, cioè un milione e mezzo d'oggidì. Il nascondiglio non era conosciuto se non dal canonico Aichino da Vercelli; il quale, venuto in caso di morte, ne fece la confidenza a frate Aicardo arcivescovo di Milano, e questo al cardinal legato Bertrando del Poggetto, che lo fece cavar fuori e trasferire in Avignone. Ora quietati i tempi, per ricuperarlo avevano i Monzesi mandato il loro arciprete Guglielmo Pusterla, insieme con lo storico Buonincontro Morigia. E sebbene quell'arciprete non fosse ancora potuto venire a capo di nulla, erasi però insinuato nella grazia dei papi, seguitando tre regole di condotta, che a modo di proverbio egli ripeteva sovente; lasciar andare il mondo co' suoi piedi, fare il dover suo piano e tranquillamente, e dir bene de' superiori. Le aveva imparate in convento sin da quando era novizio, ed ora con queste meritò di essere scelto prelato di Corte, ed in appresso arcivescovo di Milano.

Di buon cuore com'era, fece egli una festa da non dire a suo nipote Francesco, il quale, col mezzo di lui, potè collocarsi bene, ottenere alla Corte rispetto ed amorevolezze, e speranza di acquistare entratura col papa, nella cui assistenza ormai vedeva l'unica via di migliorare la condizione sua e della patria. Ma quest'ultima corda non sonava bene allo zio arciprete, il quale era il più nuovo uomo nei garbugli della politica.

--Caro nipote (egli diceva) tu eri ricco; tu stavi da papa; tu invidiato da tutti; che importava a te che regnasse Pietro o Martino? Lascia cuocere i potenti nel loro brodo, e troverai maggior pace. Guelfi e Ghibellini, l'imperatore e il pontefice, la tirannide e la libertà, tutte idee astruse; è necessario che vi siano, come gli scandali: ma un galantuomo può arare dritto senza intrigarsi di queste gerarchie. Credi a' miei capelli grigi, _experto crede Ruperto_: lupo non mangia carne di lupo: e i potenti se l'intendono quando si tratti di spalleggiarsi fra loro. L'imperatore par che l'abbia col santo padre: ma se vedesse un altro sul punto d'opprimere il santo padre, darebbe mano a questo per abbattere il primo. E tanto meno ti riuscirebbero cotesti intrighi ora che il papa è un uomo di pace e _bonæ voluntatis_. Giovanni XXII, nelle cose del mondo e nelle questioni scolastiche (diciamolo, chè tanto e tanto è morto) si affaccendava troppo; morì lasciando diciotto milioni di fiorini in oro, e sette in vasellami e gioje e con questo marsupio poteva fare più che non Archimede colla sua leva: _coelum terramque movebo_. Ma sono otto anni ch'egli è in paradiso; e il papa adesso è di tutt'altro umore. Per sapienza teologica non è un'aquila: degl'intrugli di gabinetto se n'intende buccicata: tanto meglio: e così non desidera che metter acqua là dove i suoi predecessori attizzarono il fuoco; ribenedire dove essi avevano scomunicato. Quando, contro ogni sua aspettazione si sentì chiamato papa, sai quel che disse ai cardinali? Cari fratelli, i vostri voti si sono accordati sopra un asino. Tant'è umile! E con lui non han nulla a sperare nipoti e parenti. Una sua carissima nipote gli fu chiesta sposa da un gran barone, ed egli non consentì, perchè non era da par suo, e la maritò ad un negoziante. Di sposa, ella col suo consorte venne a trovarlo qui, e tutti dicevano,--Chi sa che regali!» Indovina mo?... gli accolse bene, ma li rinviò senz'altro che rifarli delle spese di viaggio, e dare la sua santa benedizione. Vedrai la sua anticamera zeppa di abatini e di monsignoroni che vengono a sollecitare benefizj: ma egli preferisce di lasciarli vacanti, anzichè, com'esso si esprime, adornare di gioje il fango e l'argilla. Quando egli solleva qualcuno a dignità, si può assicurare che egli ha trovato del merito sodo».

E in così dire, lo zio arciprete rizzava il capo con un sentimento di decoro che non potevasi dire superbia. Franciscolo pensava:--Mio zio ha bel dire che non gli piove addosso»; e s'ingegnava di fargli capir quella ch'ei chiamava ragione, ma il buon uomo lo interrompeva:--Non hai tutti i torti; molto hai perduto; hai lasciata quella donna, che la pari non si trova al metodo. Ma tutto questo perchè? T'ho pur detto delle volte assai che, per camparla bene, bisogna _facere munus suum taliter qualiter_. Se mi avessi dato ascolto, non avresti voluto primeggiare: _bene vixit qui bene latuit_. Ora l'esperienza ti ammaestri. Stavi bene, volesti star meglio: vedi frutto? Almeno profitta di quel che ti avanzò per tirar innanzi alla meglio questi pochi anni di vita. _Fugit irreparabile tempus._ Vuoi piaceri? vuoi spassi? vuoi pompe? qui non hai che a desiderare. Vuoi conoscenze di letterati? vedi quanti poeti provenzali; vedi quel che tutti li vale, il gran Petrarca. Vuoi discussioni fine e puntigliose di teologia e di erudizione sterminata? ti farò conoscere il monaco calabrese Barlaamo, quel che insegnò il greco al Boccaccio. Fu mandato qui da Andronico imperatore di Costantinopoli per maneggiar la riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Quello è un uomo! L'avessi inteso jeri a otto disputare contro gli onfalopsichi! Questi eretici dicono: Chiuditi nella tua cella; siedi da un canto, leva lo spirito sopra le cose terrene; appoggia la barba sul petto; fissa l'umbilico; tieni il respiro; cerca nelle viscere tue il cuore, sede della potenza dell'anima, e vi troverai dapprima tenebre, poi una luce limpidissima come quella apparsa sul Monte Tabor. Ma frate Barlaamo risponde....»

E qui lo zio arciprete, coll'interessamento di un dilettante, esponeva a Francesco le ragioni, con cui il monaco confutava questa specie di quietisti: ma dall'addurle ci dispenseranno facilmente i lettori, come volentieri ne l'avrebbe già allora dispensato il nipote. Il quale, o per voglia o per forza dovette acquietarsi al consiglio dello zio; a Corte, da tutti i cardinali, fra tutti i cittadini lo rendevan il ben accolto sì le sue aderenze, sì la splendidezza che sfoggiava negli abiti, nel treno, nell'avviamento della famiglia, tanto da poter emulare quella dei prelati. E per quanto noi ci sentiremmo inclinati a dipingere bello e ideale lo sposo della nostra Margherita, siamo costretti a dire che, siccome la prospera, così l'avversa fortuna non sapeva egli portare dignitosamente; giacchè, invece di rendere sacra la sua sventura con un decoroso dolore, voleva schivar la compassione collo star sulle gale, e non perdere la maggioranza del vivere sfoggiatamente. Al pericolo poi che gli poteva venire dall'essere conosciuto e nominato, credeva di ovviare col rendersi, come faceva, ben accetto chiunque fosse di nome e di potere o di scienza segnalato in Avignone.