Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 24

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Ad un cenno del gonfaloniere, fu di nuovo abbassata la sbarra; trombe e chiarine diedero dentro a giubilo: Santa Maria scampanava a distesa, e i Milanesi, fattosi largo, accostaronsi ad Alpinolo, e tripudianti abbracciandolo, se lo tolsero sopra le braccia per recarlo a ricevere la corona dalla Signoria, e gridavano:--Viva Alpinolo!--Viva Milano!--Viva Sant'Ambrogio!» E poichè la folla di rado grida un _viva_ senza aggiungere un _mora_, è probabile, quantunque la storia nol dica, che gridassero:--Morte al Visconte!--Morte ai traditori della patria».

Il lampo di gioja che quel trionfo faceva brillar sul viso di Alpinolo, mescevasi in modo indefinibile colla cupa costernazione che vi avevano improntata i casi passati, e coi segni d'un dolore profondo e celato che lo straziava. Quando Aurigino Muralto, riuscito ad accostarsegli,--Sta su allegro (gli gridò). Buone nuove: è arrivato un Milanese.

--Un Milanese?... e chi?

--Un tuo conoscente: Lanterio da Bescapè; occhio dritto del Pusterla; e t'ha a dire cose di gran rilievo, ma a te solo.

Un tumulto di idee scosse in quel punto la mente di Alpinolo; e Francesco, la Margherita, fra Buonvicino, gli Aliprandi, gli amici tutti lasciati a Milano se gli pararono innanzi, colla speranza forse di vederne alcuno, d'averne forse un messo, certo notizie; onde, coll'impazienza più viva, senz'altro aspettare i premj nè la corona, sviluppatosi dalle braccia dei compatriotti, si difilava verso là dove gli avevano detto che troverebbe quest'amico, sotto al portico dei Marmi, con una premura tale, che guaj ai petti, alle braccia di coloro che gl'impedivano il passo.--Eccolo! vello!» dissero i Lombardi, mostrando l'avveniticcio ad Alpinolo, che, fissandolo, si trovò a fronte Ramengo.

Invano avea questi voluto sottrarsi all'incontro, ed avere Alpinolo da sè a sè; invano ora accennava al garzone che tacesse, venisse, dovea parlargli. Un padre che abbia scorto un aspide attorcigliato al collo dell'unico suo figliuolo, non fa gli occhi così spaventati come Alpinolo allorchè i suoi scontrarono l'esecrata faccia del traditore.

--Ramengo!» urlò con voce somigliante ai mugghi di toro ferito a morte; e non badando agli atti che questo gli faceva, agguantar di nuovo il randello, sua arma trionfale, e scaraventarsi alla volta di esso, gridando:--Infame spia!» fu un batter di palpebra. I Lombardi, non sapendo spiegare quell'ira, si ritraevano e il lasciavano fare, ma non istette ad aspettarlo Ramengo, che, visto quel flagello, precipitossi dietro ai marmi, ivi accumulati, ed uscendo dall'opposta parte, si ficcò dove la calca era più serrata, e gobbo gobbo tra quel brulicame cercava di sgattajolare. L'iracondo, con un diavolo per pelo, non lasciava però di seguirne le vestigia, ripetendo a gran voce:--Spione! pur t'ho côlto! Largo! guardate la vita! lasciate ch'io l'accoppi! un colpo le pagherà tutte!» e per farsi piazza, batteva da destra, da sinistra su chiunque pe' suoi peccati gli cascasse fra i piedi.

Il vulgo pisano, non diverso dal vulgo degli altri luoghi e degli altri tempi, aveva già provato un poco di dispetto (chi vuole, lo chiami nazionale) al veder che uno _straniero_ avesse riportato l'onore di quel giorno; e, come suole, gliene volevano male i vincitori, non meno che i vinti. Ora poi nel veder quello stesso, se non bastava mostrare di non curarsi del premio, accendersi in ira sì rabbiosa, e senza conoscere il perchè di quella bussa disperata, non se ne davano pace:

I più timidi levavano il volo, come colombi grulli, spaventati; i prudenti s'addomandavano:--Con chi l'ha costui?» e facevano largo; ma quelli di spiriti più vivi, quelli che ancora si sentivan la stizza d'altri colpi toccati dalla mano di lui, perdettero la pazienza, e cominciarono a voltarsegli con un viso brusco, e rompere la strada a lui ed ai concittadini suoi, che per amor di patria, anche senza dimandarne la cagione gli davano spalla.--Per tutti i santi del calendario! (esclamava il popolaccio). E' pare che costui abbia bevuto sangue di drago e pasciuto carne di cocodrillo».

--Vuoi finirla una volta, ambrosiano insatanassato?

E qui tra Milanesi e Pisani cominciava quella battaglia di lingue, che suol precedere la battaglia di mani.

--Fatevi da banda, anime di sambuco! Pisani, vitupero delle genti!» gridavano i Lombardi guardando in cagnesco.

--Andate via, Milanesi mangiafagiuoli», rispondevano i Pisani mostrando il pugno.

--Meglio fagiuoli che non le _cee_[24] che se ne comprano trentasei per un pel d'asino.

--Che state dunque qua, baggiani da dodici la crazia? che mutate l'Arno nella cantarana di Sant'Ambrogio.

--Ci stiamo perchè possiamo. E però?... spendiamo dei vostri? Covielli, che un solo Milanese vi ha volti in fuga a diecimila?

--Odi parlare che par tedesco!

--Odi che favellando par che sgargarizzino!

--Sì--no»; le ingiurie eran più che le parole; dalle parole si fu ai fatti:--Sono Guelfi, sono Ghibellini, sono Raspanti traditori»; una frastagliata di minacce, poi para, picchia, martella: una soda baruffa si impegnò, peggiore della prima e di maledetto senno, per calmar la quale ebbero a fare e dire assai, parte i soldati, parte i prudenti e i nobili e il gonfaloniere; più d'uno restò morto sul campo, moltissimi ebbero di che ricordarsene per tutta la vita; ma come spesso nelle baruffe degli innocenti profittano i ribaldi, tra quel bolli bolli potè Ramengo pigliare il tratto innanzi, e tra il pigio della folla, andarsene a Dio ti rivegga.

Quando Alpinolo s'accorse che il più seguirlo era un perder tempo, non vi starò a descrivere che rumore menasse, quanto bestemmiasse quel che si bestemmia quando altro non si sa o non si ardisce, cioè il destino, per averglielo mostro un tratto, poi tolto di nuovo: sopratutto dava biasimo a quei Lombardi come imprudenti, come sconsigliati, per avergli pôrto ascolto; e che bisognava arrestarlo, e che non s'ha a prestar fede al primo avventuriero che capita... ma tra quel rimproverare sorgeva la voce della coscienza a dirgli: _E tu?_

Allora gli cadevano le parole di bocca e la baldanza di cuore, nè più pensando a rimbrottare altrui, con sè solo la prendeva, tornava a maledire sè stesso, e il dì che nacque, e chi lo generò, e la fantasia entratagli di mettersi a combattere; la quale se non fosse stata, avrebbe incontrato Ramengo, avrebbe fatto le vendette di sè, di Franciscolo, di quell'angelo di Margherita, della patria, per sua cagione perduta, dell'umanità da lui disonorata.

Io auguro che i lettori miei trovino, quantunque in tempi più fieri e meno maliziosi, essere strano che diverse persone dessero nel calappio, teso dal ribaldo. L'auguro per il loro meglio, giacchè questo proverebbe che essi non hanno, ai loro giorni, avuto incontri con simile fiore di scellerati, nè conoscono per prova con quanta sottigliezza sappiano essi insinuarsi negli animi, colorire l'impostura, ammantare di generosità l'infamia, di amicizia il tradimento, e col mutare voci e costumi, placidi coi quieti, iracondi cogli stizzosi, bugiardi con tutti, acquistarsi fede d'ogni parte. L'auguro anche in quanto sarebbe indizio che non hanno mai provato i duri passi dell'esilio, nè quindi indovinano, quanta consolazione rechi, a chi va profugo dalla patria, lo scontrarsi in altri, di sorte e di pensieri conformi; quanto facile sorrida la speranza di potere, con un modo o coll'altro, spesso coi più disastrosi, ricuperare la terra nativa. A chi di tali cose avesse esperienza, pur troppo non saprebbe di stravagante e di improbabile la confidenza che, al primo incontro, posero in Ramengo quei garzoni, e che in lui collocherà un altro nostro amico [25].

Perocchè Ramengo, appena si trovò campato dal pericolo di cadere ammazzato dal proprio figliuolo, comincio fra sè a rammaricarsi e indispettirsi. E abituato com era ad imputare sempre altrui le conseguenze dei suoi proprj delitti, ed a cercare nell'ira rimedio ai rimorsi, anche per questo accidente voleva sempre maggior male al Pusterla.--Perchè egli m'ingannò col mostrarsene amoroso, uccisi la mia donna. Un figlio almeno mi restava di lei, un figlio che poteva formare la mia compiacenza, rendermi invidiato da quelli che ora mi disprezzano, ed ecco fra noi cacciarsi di nuovo quest'infame, e per le pazze sue fantasie, padre e figlio rimangono divisi, inimicati. Ma no; mai non desisterò finchè io non riesca a riconciliarmi col figliuol mio. Torrò di mezzo costui che l'affascina, allora ci ravvicineremo io ed Alpinolo; ricomparirò con esso nella società a Milano, alla Corte. Quando io sarò salito in grandissimo stato, oh chi mi cercherà di qual passo io vi sia giunto? Ma tu, tu maledetto... tu che sei cagione di staccarlo da me, ora so dove ti annidi; e non sia mai uomo se non te ne fo scontare la pena col sangue. Allora solo le poste saranno pareggiate».

E scrisse a Luchino Visconti la lettera che abbiamo trovata in mano del segretario, il giorno del colloquio di lui colla Margherita, nella quale gli chiedeva l'impunità per suo figlio, ed accennava in nube d'essere sul punto di partire per raggiunger il Pusterla. Di giorno più non osò mostrarsi per le vie di Pisa; non tornò all'albergo presso Acquevino, il quale teneva infamata la sua bettola per aver dato ricovero ad un cotale, e ripeteva che di quella genia non ne fu mai stampa, nè mai ne sarà in Toscana. Un bucuccio segnato con una frasca, e dove per pochi soldi dormivano facchini, marinaj e male donne alla loro posta, diede ricovero a Ramengo nei giorni seguenti, ma abbondando di denari e di scaltrimenti, non tardò ad accontarsi con un capitano di marina, il quale, col primo buon vento dovea mettere alla vela per Antibo, e con esso, di fatti, tra pochi giorni abbandonò sano e salvo l'Italia.

Alpinolo, che nè dì nè notte si dava pace per trovarlo, e in tutte le vicinanze lo appostava, e spiava ogni angolo più riposto, ogni concorso più affollato, ebbe un bell'aspettarlo; nè più lo doveva incontrare se non--vedrete in qual orribile luogo!

CAPITOLO XVI.

L'ESULE.

Sull'ardua montagna, d'un ultimo sguardo Mi volgo a fissarti, bel piano lombardo; Un bacio, un saluto, ti drizzo un sospir. Nel perderti, oh quanto mi sembran più vaghi L'opimo sorriso dei colli, dei laghi, Lo smalto dei prati, del ciel lo zaffir!

Negli agili sogni degli anni felici, Ai baldi colloqui d'intrepidi amici, Nel gaudio sicuro, fra i baci d'amor, Natale mia terra, mi stavi in pensiero: Con teco, o diletta d'amore sincero, La speme ho diviso, diviso il timor.

Tra cuori conformi, nell'umil tuo seno In calma operosa trascorrer sereno, Fu il voto che al cielo volgeva ogni dì; Poi, senza procelle sorgendo nel porto. Del pianto dei buoni dormir col conforto Nel suol che i tranquilli miei padri coprì.

Ahi! l'ira disperse l'ingenua preghiera; Rigor non mertato di mano severa Per bieco mi spinge ramingo sentier. O amici, piangenti sull'ultimo addio, O piagge irrigate dal fiume natio, O speme blandita con lunghi pensier,

Addio!--La favella sonar più non sento Che a me fanciulletto quetava il lamento, Che liete promesse d'amor mi giurò. Ignoto trascorro fra ignoti sembianti; Invan cerco al tempio quei memori canti, Quel rito che al core la calma tornò.

Al raggio infingardo di torbidi cieli, All'afa sudante, fra gl'ispidi geli, Nell'ebro tumulto di dense città, Il rezzo fragrante d'eterni laureti, Gli aprili danzati sui patrj vigneti; La gioja d'autunno nel cor mi verrà.

Intento al dechino dei fiumi non miei, Coll'eco ragiono de' giusti, de' rei, Del vero scontato con lungo martir. Il Sol mi rammenta gli agresti tripudj; L'aurora, il silenzio dei vigili studj; La luna, gli arcani del primo sospir.

Concordia ho veduto d'amici fidenti? Tranquilla una donna tra tigli contenti? Soave donzella beata d'amor? Te, madre, membrando, gli amici, i fratelli, Te, dolce compagna dei giorni più belli, Che acerbe memorie s'affollano al cor!

Qual pianta in uggioso terreno intristita, Si strugge in cordoglio dell'esul la vita; Gli sdegni codardi cessate, egli muor, Se i lumi dischiude nell'ultimo giorno, L'amor dei congiunti non vedesi intorno, Estrania pietade gli terge il sudor.

Al Sol che s'invola drizzò la pupilla; Non è il Sol d'Italia che in fronte gli brilla, Che un fior sul compianto suo fral nutrirà. Spirando anzi tempo sull'ospite letto, Gli amici, la patria, che troppo ha diletto, L'estrema parola dell'esul sarà.

Così, non è molto, lamentavasi taluno, nel punto di abbandonare l'Italia; eppure la condizione dell'esule quanto non è oggi senza confronto migliore di allorquando la subiva il Pusterla! Agevolezza di comunicazioni hanno oggi, sto per dire, tolte di mezzo le distanze e le barriere fra popolo e popolo; posta di lettere, giornali, commercio, viaggi, fecero comuni a uno le usanze, le idee di tutti; una gente conosce l'altra, una all'altra somiglia per vestire, per costumi:--sei fuori, ma frequente incontri tuoi concittadini, ma ogni tratto te ne giungono ragguagli; calchi una terra forestiera, ma le simpatie di nazione, di opinioni, di ingegno, di speranze vengono a mitigarti la durezza dell'esilio, ti fanno trovare nuovi amici, udire in diversa lingua l'espressione dei tuoi medesimi sentimenti, la fratellevole compassione per le tue sventure. Allora, al contrario, da paese a paese, per quanto vicino e confinante, correva maggior differenza, che non oggi dall'America all'Europa; poco si conoscevano le lingue; uno Stato ignorava quel che succedesse nel suo limitrofo; e corrieri a posta ci volevano per trasportare lettere o notizie.

Quanto aveva dunque a dolere a Francesco il dipartirsi dalla terra natale! e dipartirsene, non colla pace della rassegnazione, nè tampoco col magnanimo dispetto dei forti, costretti a cedere alla prepotenza degli eventi; ma da una parte cruciato da irrequieto desiderio di operare, dall'altra sollecito di quel che di lui direbbe la patria, direbbero i conoscenti, direbbe la posterità; avvegnachè non aveva egli concepito per gli uomini quella dose di disprezzo, che si richiede in chi voglia giovarli davvero, senza nè curarne i torti giudizj e maligni, nè temerne l'ingratitudine.

Quando frà Buonvicino accomiatò il Pusterla, lo commise alla fedeltà di Pedrocco da Gallarate, capo di una di quelle specie di carovane che, due o tre volte l'anno, facevano il viaggio di Francia per portarvi le derrate di Levante e i panni nostrali; raccattarvi lino, canapa, lana, e trasmettere il denaro in natura, come erasi costretti a fare prima che fossero praticati i giri di cambio.

Avea Pedrocco la persona come un facchino: faccia abbronzata dall'avvicendarsi dei soli e dei geli, mani robuste e callose da scusare il martello e le tanaglie; una casacca, stretta alla vita da una larga cintura di cuojo nero, ricamata a punti rossi, gli teneva pronto un paloscio, mentre il cappuccio tirato sugli occhi gli dava una fierezza di fisonomia, da far credere che per ogni poco lo caccierebbe a mano. Eppure a praticarlo era il miglior cuore del mondo: indole giuliva e tranquilla che non avrebbe fatto male ad una mosca; e col girare perpetuo aveva acquistato quella franchezza di trattare, quella estensione di veduta, quella spontaneità di riflessioni, che appena un lungo studio può dare a chi non uscì mai dal tetto paterno. Distinguiamolo bene dai cavallari d'oggidì, poichè in fatto egli era il capitano di una banda di mulattieri, uno spedizioniere ambulante. Da tutte le parti riceveva commissioni per vendere e comprare, per riscuotere somme e versarne, per avviare speculazioni; onde dovea goder reputazione di destro e di galantuomo. Ma per massima tramandatagli dal padre e dall'avo, adempiva le incombenze affidategli senza cercare più addentro; onde al modo stesso avrebbe portato un'indulgenza plenaria ed una sentenza di morte; una cassa di reliquie ed il prezzo dell'infamia e del tradimento.

Aveva ora caricato il suo convoglio di panni, usciti dalle fabbriche degli Umiliati di Brera e della Cavedra di Varese, per recarli a Lovanio, a Sedan, agli altri luoghi, donde ora ci arrivano se possono e quando possono; e come Buonvicino gli ebbe raccomandato di condurre questo amicissimo suo e di tacere, si pose la mano al cuore, esclamando:--Padre, farò ogni mio possibile»; e con fedeltà anche maggiore del solito assunse questo incarico, per la grande stima in che vedeva tenersi Buonvicino.

--La si confidi a me (diceva Pedrocco al Pusterla), io la servirò di cappa e di coltello. Anche cotesto piccolino vuoi menare in Francia? Ei comincia presto. Ma anch'io, alla sua età, passeggiavo già le montagne, e dopo d'allora ho girato tutta la vita come un arcolajo. E conta vossignoria piantare negozj in Francia?»

Il Pusterla rispondeva di no, e lasciava comprendere come fuggisse la tirannia del suo paese. Pedrocco l'interrompeva:--Di queste cose io non me ne intendo: ma in Francia la si troverà da papa. E il papa stesso non lasciò la sua Roma per la Francia altrui?»

Con una fila di muli si avviarono dunque per la Valgana, indi per Marchirolo a Pontetresa, confine allora del contado rurale del Seprio, e varcata la Tresa, costeggiarono la rupe Cislana verso Luino, finchè voltarono nella Val Travaglia. Ma quando erano più inviluppati tra quelle gole, ecco sbucava loro addosso una masnada di armati, che in sulle prime fecero paventare Francesco per la vita propria e del figliuolo; sicchè, raccolti i mulattieri, preparavasi a venderla cara. Presto però si accorsero come quelli non attentavano alla vita: andassero pur dove volevano, purchè lasciassero quivi le robe, o pagassero una enorme taglia: giacchè provenivano da Milano, e coloro appunto eran nemici del signore di Milano.

Pedrocco protestava che, nemici o no, egli di cose politiche non se n'intendeva: ch'era roba dei frati, e che l'avrebbero a fare con tutti gli Umiliati di Lombardia, e col papa che li proteggeva. Ma quei masnadieri poco tenevano conto delle minaccie: e davano già mano a spogliarli, se non che il Pusterla intese come fossero uomini d'Aurigino Muralto da Locarno. Era questi, se vi ricorda, uno dei fidati del Pusterla, intervenuto all'adunanza della sera fatale; e cercato a morte dal Visconte, invece di fuggire cogli altri, erasi ridotto fra i patrj monti ed a Locarno, ond'era signore, e quivi intesosi coi Rusconi, dominatori di Bellinzona, aveva alzato bandiera contro Luchino.

Quel nome, quell'annunzio bastò per dissipare dall'animo del Pusterla tutti i proponimenti di quiete, di fuga, di nascondiglio.--Aurigino? (diceva agli uomini di masnada), grand'amico mio: guaj a colui che toccherà un filo di questa roba! Siamo del partito istesso: vengo a far causa con lui».

E ottenne di fatto che quei masnadieri, i quali avevano una specie di buona fede al modo loro, e di diritto delle genti al modo dei moderni Beduini, lasciassero quelle robe in deposito: mentre Pedrocco, che ripeteva non intendersi nulla nè di partiti nè di causa comune, tornava a Varese per impegnare gli Umiliati a riscattare le mercanzie. Il Pusterla si imbarcò sul Lago Maggiore, ed oh come il piccolo Venturino pareva deliziarsi al vedere tanta bellezza di cielo, di acqua, di rive, un pelago circondato da scabre montagne o da spiagge ammantate da lussureggiante vegetazione! Vi restava un tratto coll'occhio incantato, poi volgendosi al padre,--Oh se ci fosse mamma!» esclamava: e l'uno premeva il volto al volto dell'altro, e sospiravano. Ma se il cuore e la mente del fanciullo non si pascevano che di amore, ben altre idee occupavano il genitore; il quale già si figurava capo di un esercito di prodi e risoluti montanari, terribile al Visconte; e via di vittoria in vittoria scorreva col pensiero fino al momento di dettar patti a Luchino, e ricuperare per forza di armi la patria e la consorte. Arrivando di fatti a Locarno, vi fu ricevuto coll'entusiasmo onde si suole un nemico d'un nostro nemico; feste, tripudj, e mostrargli ogni apparecchio, ed esagerargli le forze, e menarne trionfo, quale forse gli Americani allorchè il giovane La Fayette andò a spargere per essi il nobile sangue francese. Ma Aurigino Muralto era in casa sua, era capo: per rinunziare al comando si vuole più virtù e meno impeto che non avesse il giovane ribelle. Cortesie dunque senza fine al Pusterla; dato libero l'andare al convoglio di Pedrocco; ma quanto fosse ad autorità, nessuna ne concedeva al foruscito; al quale, il trovarsi meno che secondo in piccola terra sapeva d'agresto, assai più che non l'obbedire nella patria, in città grande, ad una grande famiglia. Alle brevi illusioni tenne dunque dietro un prestissimo disinganno: e colla solita irrequietudine, già si augurava in qualunque luogo prima che in questo, ove gli amici stessi, diceva, l'abbandonavano, il tradivano.

Che far dunque? Ripigliare il duro viaggio dell'esule, che va e va, nè sa dove riposi al fine dell'amara giornata.

Sopraggiunse intanto Pedrocco, che era corso ad avvisare gli Umiliati del sorpreso convoglio; e mentre ringraziava Francesco di averglielo riscattato, gli dava lettere di Buonvicino, ove, con tutto l'ardore dell'amicizia, lo supplicava a fuggire, a scostarsi più che poteva, a non lasciarsi allucinare dalle troppo facili speranze dei forusciti: ricordasse che la vita della Margherita poteva dipendere da un suo moto: pensasse al figliolino che aveva seco, e che doveva conservare all'amore di quella sventurata; poi gli esponeva i preparativi che Luchino faceva, e contro cui certamente non avrebbe potuto reggere un pugno di sollevati, comunque coraggiosi.

In effetto Luchino, indispettito della resistenza oppostagli da quelli di Locarno e di Bellinzona, e dei guasti che recavano alle sue terre con correrie e rappresaglie incessanti, temendo anche il contagio tanto sottile dell'insubordinazione, volle con uno sforzo straordinario domare la straordinaria opposizione. Dal Po, dal Ticino, da Pizzighettone, da Mantova, da Piacenza, raccolse nel Tesinello navi da tal servigio, ben fornite in opera di battaglia; fece fabbricare sei _ganzerre_, barche di grossissima portata, con cinquanta remi ed ampie vele e torri e macchine, montate ciascuna da cinque o seicento armati. Capitanata da Giovanni Visconti da Oleggio, la flotta venne pel Lago Maggiore ad assaltare Locarno; mentre Sfolcada Melik da terra guidava un grosso di mercenari, che sottoposero Bellinzona, e scesero di là contro i Muralti, assalendoli così vigorosamente, che Locarno fu espugnato; i capi dovettero per le montagne fuggirsene; i primarj borghesi furono trasportati a Milano; e per tenere quel posto in soggezione, fu fabbricato un robusto castello; sicchè i rimasti dovettero chinare il capo, rodere il freno, e raccomandare ai loro figli pazienza e vendetta.

Prima che questi avvenimenti si compissero, Francesco Pusterla, secondando in parte i consigli dell'amico e la prudenza, in parte il dispetto del vedersi posposto, erasi ritirato da Locarno, ove si fecero di lui tante beffe, quanti applausi dapprima: e in compagnia ancora di Pedrocco valicava le Alpi per vie, segnate unicamente dallo scolo delle acque, e da qualche croce che additava i passi ove altri viandanti erano caduti in precipizio. Faceva uno strano spettacolo ai profughi nostri quella fila di muli, che, tenendosi sempre sull'orlo dei precipizi, s'arrampicavano tortuosamente, lenti e col capo basso, senza che per l'ampia solitudine altro si udisse che il battere dei loro zoccoli, il tintinnio delle loro sonagliere, e fioccare i giuraddii dei mulattieri. Nel centro della carovana Francesco procedeva sopra un mulo più robusto, tenendosi in groppa il suo Venturino: e pedestre a canto di lui camminava Pedrocco, accorrendo qua e là a dar gli ordini opportuni come uomo esperto, poi tornando pur sempre a sollevare con parole la noja del signore lombardo.