# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 23

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Su per l'Arno intanto vedeva un mondo di bacchette guizzare leggiere fra mezzo ai grossi legni ancorati. Chi capitò a Pisa per la festa della Luminara, che si rinnova nel giugno d'ogni terzo anno, ed ha goduto, per non più dimenticarlo, l'incantevole prospetto di quella città, con tutti gli edifizj, le cupole e i campanili accesi a lumicini e fiammelle, e una quantità di navicelle illuminate vogare l'una a prova coll'altra, potrà immaginare il tripudio che, in tempi tanto più prosperi ad essa, vi si doveva fare alla festa di Ponte. Fra tutta quella moltitudine era una curiosa allegria; eccitata viepiù dal felice rinnovarsi della stagione, ed alimentata da capricciosi scherzi, da bizzarri motteggi, che si facevano, che si slanciavano gli uni agli altri, nella dolcissima e vivace loro favella. Un coro di giovani, dando fiato alle zampogne, accompagnava gli accordi di altri che cantavano la nota ballata:

Vaghe la montanine pastorelle, Donde venite sì leggiadre e belle?

E com'ebbero finito l'aria, una forosetta, che, per grandi occhi e per guancie rubiconde come una melarosa, si discerneva dalle compagne, rispondeva con voce più robusta che delicata, mentre appunto passava sotto al balcone ove stava Ramengo:

E s'io son bella, io son bella per mene, Nè mi curo d'aver de' vagheggini; E non mi curo niun mi voglia bene, Nè manco vo' ch'altri mi facci inchini.

--Guarda che bella tosa», esclamò un giovane, sbucando di dietro la taverna, e spingendosi audacemente verso la fanciulla. Al suono della parola e dell'accento forestiero si voltò Ramengo, e riconobbe un crocchio di Lombardi. Quando ogni paese portava diversissime foggie di vestimenti, bastava un'occhiata per discernere gente da gente; e i Lombardi d'allora, dico i più ricchi e da festa, usavano nobili panni, assettati alla persona, foderati di seta, o cappe tedesche foderate di vaj; cappucci alle gote con fregi d'oro intorno alle spalle; ai piedi calze e calzeroni; alla cintura larghe correggie con fibbie d'argento, da distinguerli al primo sguardo.

Vibrò Ramengo un'occhiata fra loro; fissò con sguardo scrutatore quei visi, ed accertatosi che fra quelli non v'era chi lo conoscesse per veduta, o gli potesse interrompere i disegni suoi, scese, e col parlare si diede a conoscere per loro compatrioto. Tosto gli furono essi intorno con quell'amorevole premura, onde si suol salutare un concittadino su terra lontana, dove basta la comunanza di patria per far riguardare siccome amico anche uno sconosciuto.

In quella libera città avevano fatto capo i molti forusciti da ciascuno dei varj paesi lombardi; e quivi, pascendosi delle speranze, dolce e indigesto nutrimento dei profughi, preparavano maneggi ed armi contro al tiranno della patria loro. Ma il tiranno della patria loro aveva il vantaggio, che ha sempre chi già trovasi in possesso d'una cosa, sovra colui che ne lo vuol privare; e mentre essi menavan trattati a danno di lui, altri più vivi ne raggirava sott'acqua, Luchino; quelli andarono sventati, questi riuscirono al loro intento.

Ma non anticipiamo gli eventi, e ci basti per ora mostrare come quella festa, al pari di tutte le altre antiche e moderne, nostrali e forestiere, potesse rassomigliare al color di rosa, che tinge le guancie d'alcuni consumati da mal sottile: sul volto non appare che la sanità, ma dentro cresce lo spasimo e il marasmo; oggi sorridono, domani morranno.

Ramengo, sicuro tra quei sicuri, salutava, rispondeva, abbracciava, stringea la mano a questo o a quello, e sebbene potesse sperare che il nome suo fosse tra i forusciti riguardato come quel d'un amico, d'un compagno di sventura, gli parve però prudenza il dissimularlo, e si diede per un tal Lanterio da Bescapè, nato all'ombra del Duomo di Milano, abitante alle Cinque Vie, e come loro fuggiasco dalla patria,--perchè (diceva) chi può reggere regga in una terra, a quel modo oppressa da così scellerato tiranno. Tenga egli seco i suoi mastini, tenga il suo Sfolcada Melik; non chi sentesi nelle vene stilla di sangue italiano».

Pensate se quelle parole andassero a' versi de' forusciti, e quasi il parlare avventato fosse infallibile contrassegno di spiriti animosi e sinceri, già, senza un sospetto al mondo, computavano il nuovo arrivato per un acquisto; già prendevano occasione di narrargli ciascuno i torti fatti da Luchino alla loro patria, a Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bergamo, ed i particolari loro disgusti, o domandarlo de' suoi, che immaginate s'egli sapeva impiantare e colorire al vero. Ognuno poi si affrettava a chiedergli di questo o di quello fra i parenti, fra gli amici che aveva lasciato a Milano.

--A che partito sono gli Aliprandi?

--Morti per fame.

--E Bronzino Caimo, quel gran moderatone, sta sempre col tiranno?

--Sta col muso alla ferrata per aver osato difendere la verità, se pure non gli è già capitato di peggio.

--E Matteo Visconte?

--Confinato a Morano di Monferrato.

--E Barnabò?

--In Corte dello Scaligero. E dicono farà un parentorio con quella signora regina.

--E Galeazzino? sempre bello? sempre galante? sempre adoratore di madonna Isabella?

--Oibò! Il signor Luchino dorme soltanto finchè vuole. Il bel Galeazzo è vagabondo per povertà, e per far perder allo zio la sua traccia. Dicono però sia in Fiandra»,

Così rispondeva Ramengo alle varie domande, lieto di mostrarsi informato per guadagnare maggior fede, e di narrare quel che sapeva onde ricavarne quel che cercava. Perocchè, come il marinaro nel riveder le onde quiete, come il ladro al presentarglisi un bel tiro, come il beone all'entrar in una bettola, dimenticano ogni proposito antecedente, così Ramengo dissipò quei momentanei impulsi al bene, tosto che si vide innanzi l'occasione di poter nuocere; volle mentire sulle prime, affine di scoprire, se potesse, ove trovare Alpinolo, quindi, al solito, un peccato il trasse all'altro, all'ebra necessità del delitto, a far il male per il male istesso.

--Ma dunque (gli domandavano quegli infervorati), che vivere è oggi a Milano?

--Il vivere (rispondeva Ramengo) dell'inferno e di ogni paese in servitù. Luchino ogni giorno più imbaldisce, perchè vede che le alre città, spaurite, vengono a lui, come il bove che volontario andasse al macello. Dieci n'ebbe già Azone in obbedienza, non è vero? Ebbene, costui già v'aggiunse Bobbio, Asti, Parma, Crema, Tortona, Novara, Alessandria....

--Vili! così lor pute la libertà? così vogliono farsi puntello al trono di uno scellerato?» l'interrompeva Aurigino Muralto da Locarno. Ed Acquevino, che mesceva loro del più generoso, ripetendo,--Guardino com'e' brilla, spruzza, salticchia! Resusciterebbe un morto», ascoltando quegl'infervorati loro parlari, quel prendersela così d'impegno, dimenava il capo ed esclamava:--Poveri paesi! Viva la libertà toscana! Per dio bacone, viva il giardino d'Italia!... Ma trovato quest'aria, questo vino, questa pace, cosa importa a loro chi sia e quale il padrone? Non basta ciò alla vita beata?» E andandosene canterellava:--Nè per tempo nè per signoria non ti dar malinconia».

Prediche al deserto. Ramengo, dopo vuotata una tazza con quei compatrioti, proseguiva:--Giudichereste però che egli cresca per questo in potenza? Tutt'al contrario: ingelosi le potenze vicine, e al primo vento le barbe diverranno rami. I signori Gonzaga lo guatano da Mantova in cagnesco; il conte di Savoja già levossi i guanti, e prepara delle buone armi; il marchese di Monferrato non vede quell'ora di romperla seco. Ma chi la romperà in modo da non rappiccarla più, ve ne accerto, sarà Mastino della Scala. Nel paese poi non vi dico altro. Sapete che gran ghibellino si è mostrato Luchino finchè durò in condizione privata. Chi non avrebbe creduto che dovesse ora in ogni cosa dar mano alla parte migliore? sostener i nobili contro la ciurmaglia? Ma no, li tratta nè più nè meno di quel che faccia coi Guelfi più marci nell'anima. Questi però non gli credono, e lo tengono un impostore; gli altri se gli rovesciano ogni di più; cosicchè gli è proprio il colosso di Nabucco dai piedi di creta.

--Ma il sassolino che basti ad atterrarlo?» soggiungeva Caccino Ponzone cremonese.

--Eh! il sassolino ci saria ben egli (rispondeva quel falso) e se... Ma lingua taci...» e battevasi sulla bocca.

Era il miglior modo di metterli in savore, onde, stringendosegli viepiù intorno e punzecchiandolo,--Che? dite su; c'è qualche nuvolo in aria? c'è speranze? Abbiamo ben compreso che voi in cose di Stato pescate al fondo. Perchè far misteri con noi? la causa dei Milanesi non è quella pure di noi tutti? e siam qui per dare di spalla quanto valiamo. Non si aspetta che quel momento del Signore, il _dies irae_. Ma chi dirigerebbe?

--Se Franciscolo Pusterla...» Proferito questo nome, Ramengo si recava sulla sua, con una di quelle pause a tempo, che sono il giuoco dei maliziosi, e girava uno sguardo aggressivo su tutti quegli impavidi visi, come per succhiellarne il pensiero più arcano. Ma non facea bisogno di tanto perchè l'imprudenza andava in essi di pari coll'ardor giovanile, tanto che il tristo n'ebbe miglior mercato che non isperava.--E che? (gli domandavano coloro) siete anche voi di quelli del Pusterla?

--Come! se sono dei suoi?... (ripigliava Ramengo) Chi aveva il mestolo di tutta quella faccenda a Milano? e perchè m'ho avuto di grazia ad uscirne colla pelle? Ora qui (e li mostrava) ho dispacci da recare a lui... ma, acqua in bocca, che alcuno non mi ascoltasse. La prudenza non è mai troppa. Coloro hanno bracconi da tutte le bande. Io ho lettere per lui dal signor Mastino della Scala...»

Ramengo punzava, ed emetteva queste parole a scosse; balestrando gli occhi in faccia a tutti: essi credevano per cautela, in fatto era per ispiare l'impressione che su loro faceva, e se alcuno potesse o volesse dargli notizie o modo d'averne. E notò alcuni che dimenavano il capo, come volessero esprimere,--Non ne faremo niente»; sicchè continuò:--Ma! quando si dice gli uomini!... Chi lo avrebbe creduto? Egli, che poteva, sol che volesse, divenire capo e salvatore della patria, ora dorme... s'è rimpiccinito... scappa come un fiacco paltone...

--E' bada a fare _mea culpa_ ai piedi di un fornaio...» uscì a dire Aurigino Muralto.

Fornajo di mestiere, quindi _Fournier_ di soprannome era stato il padre di Benedetto XII papa, allora sedente in Avignone. L'indicarlo a quella guisa, anzichè spiattellarne il nome e il luogo, era stato una di quelle povere transazioni che fanno colla prudenza coloro i quali sanno alle sue leggi rassegnarsi solo fino ad un certo punto.

Aurigino non si sarà creduto d'aver fatto il minimo, male, non n'avrà concepito il minimo rimorso, eppure avea messo lo spione sulla traccia, che più non perderebbe. Ramengo toccava appena il suolo colle piante per l'esultanza di questa scoperta, ma dissimulando e facendosene appieno informato,--Di certo (proseguiva) e' s'è messo ad Avignone come un chierico, il quale aspiri al cappel verde o al rosso, o come un basso delinquente, che cerca sicurezza celando lo stocco micidiale fra le tonache e le cocolle. Ma lo ridesteremo noi da codesto pigro sonno... oh, lo ridesteremo!

--E qui (soggiungeva il Ponzone) troverete amici suoi, da potervi dare indirizzo e ajuto.

--Vi saranno, m'immagino, suo fratello Zurione, Maffino da Besozzo, quel della Pietrasanta...» domandava Ramengo. E gli rispondevano:--Sì, ma chi ne mostra più amore e devozione è lo scudiere Alpinolo.

--Alpinolo?...» ripetè colui, sentendosi dai capelli alle piante rimescolare.--Alpinolo? dov'è? ch'io lo veda tosto, ho estrema necessità di parlargli per cosa che molto dappresso lo tocca. Dov'è? dov'è?

--Che furia!» saltava su quel mezzo prudente da Locarno.--Finiamo di bere, e poi venite con noi. Laggiù ve li faremo trovar tutti. Che festa per loro a rivedervi!...

--Ma io voglio parlare con Alpinolo dapprima... con lui testa testa. Le cose so come vanno trattate»; e mentre egli era dominato dall'ansietà di trovare un figlio, e dalla speranza che, scoprendosegli padre, ne avrebbe e perdono ed amore, essi continuavano a bere, a discorrere, a ragionare, massimamente di Alpinolo.

--È un demonio colui quando si tratta di mettersi ad un'avventura.

--E per un proponimento non ha il pari. Ti ricordi, Ponzone, i primi giorni? Noi lo credevamo muto: nè parlava nè faceva segno. Che è, che non è, aveva fatto proposito di non proferire sillaba per sei mesi.

--E così giovane! (soggiungeva il Muralto.) Che gran soldato vuol riuscire!

--Ed ai nostri giorni (replicava il Lambertengo) se n'è visto dei soldati, con nient'altro che la propria spada, fare slanci, e toccare i primi gradi. Costui lo vedo già a un gran posto.

--Di chi dicono? (s'inframmetteva Acquevino) Di quel garzonotto con quegli occhi senza secondi? E come se lo conosco! Caspita! gli è di buon gusto e vien a bere qui tal volta un par di gotti, e non mesce a miseria; e dice che vini come i toscani, è inutile, non se ne trovano al mondo nè in maremma. L'altro dì era con alcuni; e dagliene un sorso, dagliene un secondo, erano brilli; e venuti a parole, uno gli disse:--Taci là, tu che non hai nemmeno padre.--Non avea finito, che Alpinolo, senza dire, guarda che ti do, stampandogli le cinque... volli dire le quattro dita della sua mano sulla guancia, gli buttò tre denti in gola».

Che suono facessero ad un padre, ad un tal padre, siffatte parole, immaginatelo. Sapeva d'esser vicino al figlio, e quel figlio lo sentiva lodato: lodato per quell'unica virtù ch'egli valutava: l'unica che, in tempi di quella sorta, potesse aprirgli facile varco alla glòria e alla potenza. Che lusinghe per la vanità di Ramengo! come struggevasi di vederlo, di abbracciarlo! Come si componeva in bocca le parole per calmare la prima furia! Dimenticava perfino di avere scoperto il nascondiglio del Pusterla, dimenticava Luchino ed i premj sperati e le giurate vendette. Quindi, col cuore palpitante, al modo che gli aveva palpitato nelle notti che stette appostando il drudo della Rosalia, calossi verso Pisa in mezzo a quei buoni Lombardi, i quali, intrecciati braccia con braccia, intonavano le canzoni della patria loro,--canzoni che per l'esule finiscono sempre in un sospiro!

CAPITOLO XV.

PADRE E FIGLIO.

Entrando nella città, ritrovarono tesi da parete a parete drappelloni bianchi e vermigli, e filze di verzura secondo la stagione, che ivi chiamano _le fiorite_; dai balconi e sui muri sfoggiavansi ricchi tappeti e arazzi portati di Levante, e stoffe di seta, che alle Corti dei re parevano ancora un lusso esorbitante, e qui abbondavano in mano di quegli attivi negoziatori. In alcun luogo zampillavano fontane di vino, tra un'ingorda ciurmaglia intenta a riceverlo nelle aperte bocche, od attingerne col cavo della mano; in altri apparivano credenze e buffetti carichi d'ogni rarità venute dal Mar Nero, dal Golfo Arabico, dal Baltico, e serbate in memoria delle ardite e felici navigazioni. Brigate di giovani pisani, con a capo i loro più valenti e denarosi signori, tutti divisati ad un modo, con vesti di colori appariscenti, e briose cavalcature, movevano incontro ai vegnenti e salutavano i nostri Lombardi, i quali rispondevano:--Addio, Benedetto Lanfranchi!--Bel puledro, Nieri!--Passerino si discerne sempre alle più ricche divise!--Viva Banduccio Buonconti!--e stavano ad osservarli, mentre, dietro a gonfaloni con varie imprese e con motti bizzarri e ingegnosi, a suon di nacchere, di tamburi, di zuffoletti, si tiravano appresso la turba. Meno pompose venivano poi, dirigendosi al tempio od al ponte, le arti e le maestranze, guidate dai loro abati, tutti vestiti a una taglia, e tutti con un tal abbandono d'allegria, che Ramengo non potè di meno di riflettere quanto a Luchino avrebbe dato gusto l'avere un popolo così festivo, e quindi così facile a governare e raggirare.

Udiva intanto un gridio, un trescamento di merciajuoli, che, colla bottega ad armacollo, gridavano, a' bei vezzi, a' bei nastri, agli abitini, alle crocette; di montanari che, al suono di ribecchini e tamburelli, facevano ballare i cagnuoli e le marmotte; di Lucchesi che esibivano santini di gesso, santa Zita, loro patrona, e santa Verdiana da Firenze, che dava a pascere ai serpenti. Altrove si faceva cerchio attorno al cerretano dai rimedj e dai segreti, od al cantastorie il quale mostrava sur un cartellone, il disastroso allagamento di Firenze dell'anno 33,--quando, (diceva esso) quest'Arno che vedete tanto quieto, straripò sulla città, portando via bestiame, case, palagi e migliaja di persone, che pareva il finimondo. Perchè non s'è portata via del tutto quella città, che Pisa ne sarebbe più grande e più gloriosa?»

Così il cantafavole; e il popolaccio, con villano patriottismo, ne secondava l'imprecazione, gridando:--Mora Firenze! e viva Pisa!» nè volevasi ricordare che il ciurmadore istesso, poco prima o poco dopo, avrebbe in Firenze augurato col rabbioso Ghibellino che la Capraja e la Gorgona chiudessero la foce dell'Arno, sicchè in Pisa annegasse ogni persona.

La genìa dei cerretani, e col nome proprio e con altri più onorevoli, non s'è ancora estirpata, come ognun vede; bensì è finita un'altra, che avea gran corso allora. Persone non d'ingegno, ma di memoria e di fronte vetriata, ricorrevano a quei che sapessero far versi; e parte a prezzo, parte per misericordia, parte per importunità, ne impetravano alcune composizioni, italiane o provenzali, che poi, con grande enfasi e gesti smaniosi, recitavano su per le fiere e nelle sale. Il Petrarca [23] ci ha lasciato memoria di molti fra costoro, che gli vennero innanzi poveri in canna, od ottenuti da lui alcuni sonetti, li rivide, pochi anni dopo, ben in arnese, ben in carne e ben al soldo, mercè le largizioni degli ammiratori.

Il poeta era dunque miglior mestiere che non oggidì, quando di simil arte più non avanzò se non qualche improvvisatore, da assettar piuttosto nella riga di quelli descritti innanzi.

Ramengo, infatti, ne intese di molti, i quali, in abiti bizzarri, accompagnandosi colla ghironda e la mandòla, gridavano stanze e sonetti appunto del Petrarca, di Cin da Pistoja, di Guido Cavalcanti, o leggende in cui si ricordavano le antiche vittorie dei Pisani sopra i Saracini di Sardegna, le imprese loro alle Crociate, il valore della Cinzica de' Sismondi, le cortesi prodezze di Uguccione della Fagiuola; senza dimenticare il conte Ugolino, sulla cui fine versavan tanto obbrobrio, quanta dispettosa compassione v'avea profuso l'Alighieri.

Fra il latrato, la gioja, la curiosità del popolo, che non si ricordava come la peste già irrompesse da ogni banda nel paese; che non si sovveniva di aver avuto fame jeri, e che l'avrebbe domani ancora, spingevansi i nostri Lombardi verso i varj posti dove sperassero scontrare Alpinolo, e li seguiva Ramengo, al quale il cappuccio a gote dava il modo di celarsi, quando mai imbattesse persona che gli convenisse evitare. L'ansietà che doveva stringergli il cuore, non tolse ch'e' restasse compreso di maraviglia nel veder quella stupenda piazza, ove nel mezzo sorge la maestosa cattedrale; davanti, il battistero rotondo di San Giovanni, e la torre inclinata, tutta a colonne; da lato, il Camposanto: storia compita e parlante delle arti belle in Italia. Byron, anche ai nostri giorni, chiamava quella piazza un sogno orientale; qual doveva apparire colla mobile decorazione di una folla sterminata e vivace?

Fra la quale videro guizzare un Milanese, a cui, dando la voce, il Muralto addomandò:--Ehi, Ottorino Borro, perdio tanta premura? Sapresti dirci ove stia Alpinolo?

--Sta in prima fila per combattere al Ponte; là sono tutti i nostri camerata. Corro a raggiungerli»; e si perdette tra la calca.

--Ma come gli entrò il ticchio (esclamava Ramengo) di mettersi a questo inutile sbaraglio? Combattere in frotta colle pertiche come un villano?

--Andate a dirlo a lui (gli rispondevano). È così fatto. Quando sia da porsi in prova il coraggio, il volerlo distogliere è un buttare il fiato».

Mentre queste parole erano fra di essi, la campana del Comune toccò.--È il segno! è il segno!» gridarono i nostri, e accorsero, ed a spintoni si fecero strada. Ma di arrivare fin presso al combattimento non era speranza; onde, ficcatisi sotto un portico, sostenuto da una colonna di porfido egiziano e da una greca scanalata, un po' colle buone e un po' colle brusche salirono sovra certe are, qui portate dall'Attica, e poterono dominare quella folla di teste, parte nude, parte coperte colle più varie foggie del mondo, dal vistoso turbante del Levantino al positivo berretto del Veneziano; dalle ondeggianti piume del cavaliere provenzale, all'abborrita reticella gialla dei poveri Ebrei; dal tòcco di velluto ad oro dei baroni napoletani, al cappuccio arrovesciato dei Milanesi, che si erano posti fra i primi per testimonj alle prodezze del loro compagno.

Allora, a suon di tromba, comparvero il gonfaloniere e gli anziani sotto un pergolo adornato a guisa di un padiglione turco; la turba spettatrice più sempre si accalcava, mentre i disposti al combattere fremevano impazienti attorno alle sbarre dei due capi del Ponte, come freme un torrente attorno alla chiusa. Poi, quando ad un nuovo segnale caddero le sbarre, fra uno schiamazzo universale, tutti con tutti andarono ad affrontarsi, e per quanto Ramengo guardasse, non gli apparve nella prima mezz'ora che una procellosa mescolanza di gente che assaliva, di gente che respingeva, che si raffagotava; noderosi randelli a furia picchiavano su quelle povere teste, su quelle povere spalle; e gli urli di chi batteva, gli strilli di chi era battuto, mescolavansi alle acclamazioni di:--Viva Santa Maria! viva Sant'Antonio!»

Cresceva furore ed interesse alla scaramuccia l'esservisi, come soleva, interessate le fazioni e i politici puntigli; e le due parti dei Raspanti e dei Bergolini, che nei consigli e nelle frequenti baruffe per le strade dividevano Pisa, qui avevano tolto la prima a favorire Santa Maria, l'altra Sant'Antonio; onde il grido di guerra, le bandiere, gli applausi, gli insulti infervoravano la rabbia, il baccano, fieri quanto si possa immaginare.

Poi a poco a poco divenuta meno stivata la mischia pei morti, i feriti, gl'intronati, gli stanchi, già si poteva discernere da qual parte la fortuna piegasse; intanto si vedevan ora deporre dalle barche, intirizziti e guazzosi, quelli raccolti dal fiume, ora i mal capitati strascinarsi da sè, od esser portati a braccia fuori della zuffa, premendosi le mani sulle membra fiaccate, sulle tempia sanguinanti, protestando al cielo e alla terra di non avventurarsi mai più in quegli stolti badalucchi;--ma quelli che guarivano, credete a me che vi saranno tornati.

Però, dinanzi a quelli della parte di Santa Maria e dei Raspanti, si vide ben tosto sopra gli altri distinguersi uno per disperata robustezza di colpi, pel cerchio che largamente si faceva, per la rovina che menavasi davanti. Ramengo, alle fattezze e al grido dei compatriotti, non tardò a riconoscere Alpinolo, nè più da esso dispiccò gli occhi, ora inquieto del vederlo in pericolo, ora pieno di compiacenza e meraviglia a tanto vigore, e mostrando agli altri Lombardi quei colpi, che veramente parevano più che da uomo.

I Bergolini e Sant'Antonio non poterono a lungo stare alla prova di quella furia; e per sottrarre le teste voltarono il dosso. Allora quelli che, come dietro a un torrione, s'erano tenuti a riparo alle spalle di Alpinolo, con un coraggio da non dire si precipitarono addosso ai fuggenti, per aver la gloria, men bella forse, ma più sicura, di batterne i terghi, urlando a tutta gola:--Viva Santa Maria!--Viva i Raspanti!--Vergogna ai Bergolini!--Viva i Gambacurti!--Viva gli Aliati!--Abbasso Dino della Rôcca», questi eran i nomi dei capi delle due fazioni. Alpinolo cessò le picchiate quando cessò la resistenza, ed appoggiatosi al riposato targone, osservava, immoto come uno scoglio fra le ondate, il facile coraggio della vittoria.

