Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 22

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E stringendo il pugno, e stralunando gli occhi verso il cielo, scagliava sopra di quell'innocente le imprecazioni più rabbiose e più immeritate.--Se tu non fossi stato (proseguiva) sarei con onore vissuto tra gli uomini, non trascinato sopra una via, per la quale ora mi è forza camminare. Sì... è forza ch'io ne tocchi l'estremo; e se per tua cagione perdetti i gaudj dell'amore, possa io almeno inebbriarmi in quelli della vendetta! Rosalia! Rosalia! te lo giuro! ti vendicherò! ti vendicherò!»

Così la conoscenza del suo delitto a nuovi delitti lo traeva; somigliante a chi, nel terrore di un incendio, getta nuova esca al fuoco, sperando di soffocarlo.

Taceva, seguitava, errando come una cosa pazza per la landa uliginosa, affondandosi nelle pozze, saltando i fossati, poi si fermava, apriva il pugno coi brani dei viglietti lacerati, che macchinalmente stringeva, fissava su di essi gli occhi cristallini, dimenava il capo:--Ecco! essa gli avrà baciati tante volte, vi avrà sparso sopra chi sa quante lagrime; sarà morta premendoli al cuore, col nome di suo fratello sulle labbra, mentre avrà traboccate l'ira e le maledizioni sopra colui che la uccideva... Sopra lui, e non sopra quello che ne era la causa! Col latte avrà stillato l'odio nel mio bambino, gli avrà insegnato ad abborrirmi... Ma no! oh no! egli ignora l'autore dei suoi giorni, e spasima di saperlo, per poter con lui comparire nella società, ed ottenere quell'onore della cavalleria che gli fu negato, sol perchè d'ignota razza. Certo lo cerca, e non sa che quel desso erasi posto sulle orme sue per trarlo a rovina. Ma ora il troverò ben io, me gli paleserò: gli dirò che son suo padre. Qual tripudio per lui aver trovato un padre! come mi amerà! ed io amerò lui, compenserò lui dei torti fatti a quella sciagurata; potrò ricomparire nel mondo tenendomi ai fianchi un figliuolo, che sarà il mio decoro, il sostegno e la consolazione dei miei vecchi giorni. Ma che? no! neppur questo mi sarà dato forse. Eccolo involto nella malvagità del Pusterla. Perdio! avrà dunque il Pusterla a presentarsi traverso a tutte le mie gioje, a tutte? essere causa sempre dei miei tormenti? Maledizione sul capo di lui!»

E imperversava di nuovo: poi fermavasi a guardare la notte, ad ascoltar lo scroscio dell'acqua, unica voce nel silenzio della campagna disabitata. Quella campagna, quella notte un'altra gliene ricordava, un'altra in cui aveva ricevuto dalla Margherita quell'affronto; un affronto che omai non si poteva lavare se non col sangue. A tale rimembranza viepiù ribolliva il suo furore; nell'istante che scopriva il proprio misfatto e la innocenza dell'uccisa e del perseguitato, invece di pentimento, concepiva i più atroci disegni di vendetta.

Pure tra quell'inferno gli tornava innanzi giocondo il pensiero del sapersi padre! padre di un figlio che, ignorando l'antica sua colpa, l'avrebbe amato come quello che gli porgeva il modo di collocarsi con onore nella società; sostituendo così sempre il calcolo al sentimento, come uomo avvezzo a non vedere negli uomini che mezzi od ostacoli al salire. E quel figlio era lì vicino; e forse coll'alba poteva vederlo; forse tornando nel casolare vel troverebbe. Appena dunque la nuova luce gli lasciò distinguere gli oggetti circostanti, s'avviò per rintracciare la strada. Molto era corso quella notte, l'acquazzone aveva cancellato ogni sentiero, ogni pedata per la selvaggia lama; pure il muggito del fiume si udiva, dietro al quale dirigendosi, arrivò dopo lungo cammino, alle sue rive, secondando le quali distinse finalmente la baracca de' mulinai. Vi si accostò come uomo che va ad intender la sentenza di sua vita o di sua morte, entrò, ed alla Nena, che stava accosciata al fuoco, e che tutta si risentì al vederlo, chiese:--È tornato?

--Chi?» domandò ella.

--Chi! chi! Alpinolo.

--Signor no... ho gran paura... Dio nol voglia, ma qualche disgrazia deve certo essergli accaduta. Un animo me lo fischia all'orecchio. Povero giovane!»

E fra il così dire, dava pure qualche sguardo sospettoso e di sottecchi a quell'ignoto, ripensando in che gran bestia l'avea veduto la sera antecedente. Egli fece sellare il cavallo, e se n'andò, lasciando detto che, se mai Alpinolo capitasse, ad ogni patto il ritenessero finchè egli tornasse, importandogli come la vita di parlargli. Quel giorno, il domani, e i seguenti vagò alla ventura, secondo che il capriccio, il caso, il cavallo, qualche idea, qualche superstizione lo portassero: fermavasi in un paese senza un perchè, camminava, tornava indietro, finchè ricapitava pur sempre al mulino. Quivi il suo giungere turbava la vita ingenuamente spensierata di quella buona gente, che ricordandosi quelle furie, avrebbero visto meno male il traboccare del Po.--Fosse almeno la febbre costui (talvolta diceva la Nena) che con una messa a san Sigismondo me ne libererei». E qualche altra:--Fin Giuda a casa del diavolo trova riposo la domenica: ma per costui non c'è festa che tenga».

Così colla testa ingombra di pregiudizj e col miglior cuore del mondo, non sapeva perchè, ma non poteva tollerare quell'uomo:--E neppure il nostro cagnuolo (soggiungeva) si è potuto mai assuefare a vederlo senza guaire come se lo pelassero».

Ma poichè per gli importuni ci vuol meglio che augurj e imprecazioni, Ramengo tornava sempre, assiduo come un creditore; la prima domanda che faceva era sempre di Alpinolo se fosse comparso; la risposta era sempre il medesimo no.

CAPITOLO XIV.

PISA

Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse, costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente gli chiese:--Vuol forse passare, signor cavaliere?

--Perchè cotesta domanda?

--Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho passati queste settimane!»

Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante così e così, dipingendo Alpinolo.

--Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è stato un via vai! Però... quel che mi descrive mi pare di averlo veduto sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque...

--No, no: meno: neppur venti; capelli neri...

--Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato...

--Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le membra:--impossibile vederlo e non ricordarsene.

--Uh! tanti asini si somigliano».

Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo, da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal navalestro fu che quei profughi erano _andati di là_. Varcò ancora da luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via dalla patria per la tirannide di Luchino.

Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi, i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni, contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino d'allora procacciavale il titolo di _dotta_ che conservò sin qua, come conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si calò nel bel paese toscano.

Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè, invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri nemici, gli stranieri.

Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura, scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora, acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia.

Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia, così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste, onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia; onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee, dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò: chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di desiderio.--Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io cerco».

E vi si drizzò.

Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come (fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa, riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture, di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero, i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano, più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a figure la _Divina Commedia_ di Dante, per leggere la quale avevano eretta una cattedra nella nuova Università;--poesia, pittura, scuola nazionale e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi della vita italiana d'allora.

Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute grandezze.

--Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che, venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio; poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate, rispondeva,--Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio, e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria, della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino, da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.--E (soggiungeva) qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per tutti; chi paga è buon amico».

Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:--Costui vuol riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua osteria.--Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe vino.--Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?--Vogliono esser forse trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani, nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj. Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh viva le donne toscane!--la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva, un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul ponte stesso...»

Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo.

La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme, che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti. Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che, come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che, dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera.

La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni, protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi, coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj; altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello, con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per chi dai parapetti traboccassero in Arno, ove stavano pronte le barchette a raccorli. Del resto si ferivano, si abbattevano, si disarmavano avversarj, si facevano prigionieri; nè per tre quarti d'ora restava il calcare, il ferire, l'accopparsi, come diceva Acquevino, con mirabile tripudio degli spettatori. Dalle finestre, dai terrazzi, dalle bertesche, d'in su i tetti, una calca di gente attendeva, smaniando di gioja, di timore, di applausi, d'incoraggiamenti, di fischi, secondo che questa o quella parte piegava o prevaleva; secondo che era in fortuna o in disdetta l'amico, il parente, l'amante; secondo che Sant'Antonio o Santa Maria più acquistavano del combattuto ponte; e sì gran fervore ponevano nel matto parteggiare, che madri, sorelle, amiche, all'udirsi annunziare le ferite e fino la morte dei loro cari, domandavano qual delle due parti avesse avuto il meglio, e se l'annunzio rispondeva ai loro desiderj (Spartane fuor di tempo) obliavano i più teneri e sacri affetti per prorompere in festose acclamazioni.

Spirato il termine concesso a quel furore, sonavasi a raccolta, calavansi di nuovo le sbarre, e la parte che più avea preso dell'erta, veniva gridata vincitrice. Qui le baldorie, il trionfo, e i più segnalati campioni, incoronati dalla Signoria, abbracciati, baciati da chiunque avea la fortuna d'esserne, in quel giorno, amico; e scornacchiare i vinti, e cantare inni, come fossero stati distrutti i nemici della patria.

Poichè le usanze sopravvivono al loro motivo, i Pisani continuarono il sanguinoso spasso anche quando il valore non solo era divenuto inutile, ma si sarebbe reputato una colpa; e finalmente Pietro Leopoldo di Lorena, trovandolo troppo per un giuoco, troppo poco per una guerra, lo proibì.

--Non ha mai visto, signor forestiero, in vita sua e per tutto il mondo, un tal concorso di cristiani?» domandava l'oste a Ramengo, il quale, la mattina dello spettacolo, stava sopra un terrazzino, ombreggiato da un leccio, osservando Pisa e la folla che vi traeva. E girando in tondo la mano distesa, seguitava:--Le par poco? Che sciali! Che bellezza! che brio! Un toscano si discernerebbe anche di mezzo alla moltitudine di Val di Giosafatte. Quelli che vede in lucco maestoso sono i Fiorentini; ricchi sdondolati, sa, speculeranno anche sulla festa. Quest'altri, tutti in fronzoli e in fiocchi, sono Pistojesi; quelli là, da Siena, la gente più leale e sincera delle tre parti del mondo. Il desiderio di vedere le nostre feste gli ha fatti dimenticare delle vecchie emulazioni; e a Pisa tutti saranno i ben accolti, e nemmeno si temerà che ci portino la peste. Oh veda la bella cavalcata! Sono signori della Versilia e della Lunigiana, terribili nei loro castelli non meno che sul mare; lo sanno i viandanti.--Buon divertimento a lor signori! Posso servirli di nulla?--Questi sono di que' ricchi cogli arnioni, e vengono dalla val di Nievole, fertile e ridente, ch'è il paradiso di Toscana, come Toscana è il paradiso del mondo. Snidarono essi gli antichi baroni, e si piantarono nei loro palazzotti per coltivar le vigne e gli uliveti. Osservi, belle e robuste figure. E tutti hanno in groppa fanciulle e donne, che, non v'è rimedio, le eguali non vede il sole, per quanto giri.--Viva il bel sole, vivano le belle donne di Toscana».

Così, ma a spizzico e scappa scappa, raccontava l'ostiere a Ramengo, intanto che dava ricapito agli altri, che cominciavano bene la mattinata con un fiaschetto; e quel vivo spettacolo pareva ammansare il truce animo di Ramengo, che, nella contentezza di sapersi padre, nella speranza di pur trovare suo figlio, di riconciliarsi con esso, pareva entrare in una vita nuova, e talora sentivasi preso da un tal accesso di benevolenza, che proponeva lasciare la micidiale e infame sua scelleraggine, e cercare con belle azioni la stima dei buoni, la tranquillità dell'animo, la serenità che attorno a sè vedeva regnare nella turba festiva.

Alla quale intento, mirava dai poggetti, dagli scenderelli, dai tragetti, sbucare i villani, a larghi cappelli di treccia bianchi, con nastri rossi e neri; e quadriglie di contadinotte che, cammin facendo, trecciavano la paglia.--Esse scendono dai colli di Signa (ripigliava Acquevino). Questi sono i robusti montanari di Lucca. Cotesti pallidi e scialbi vengono dai contorni del lago di Bientina»; ed ai vivaci colori del loro vestito faceano contrasto i bigi e neri e bianchi delle tonache di tanti frati, e il marrone dei mendicanti, che accattavano pei poveri e per Dio.