Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 20
Colla gioja di essa cresceva il furore del tiranno, indispettito dell'aver rivelato una notizia, che non sapeva da lei ignorata, del vedersi messa a nudo e rinfacciata così la sua ingiustizia, nè altro sperarsi da lui se non un esacerbamento di castigo. Ora dunque raddoppiava le minacce, ora tentava profittare del turbamento di lei per gl'indegni suoi istinti: ma se ella aveva resistito prima a lusinghe ed a paure, pensate ora, che sapeva vivi e liberi i suoi cari, ora che si teneva dall'ira di lui sicura, poichè n'erano sicuri gli oggetti per cui palpitava.
Accorciamo ai lettori l'ansietà di quel colloquio, più facile a immaginare che onesto a riferirsi, e basti il conchiudere che la Margherita trionfò.
--Trema! tu non sai fin dove possa giungere la mia vendetta!» furono le ultime parole che le gridò dietro l'iracondo, mentre ella sollevando gli occhi, ridenti di quella illibata serenità che è un raggio di cielo sul volto della virtù campata da grave pericolo, ringraziando Iddio, s'avviava alla sua prigione.
Luchino, sbuffante, scalpitando, digrignando i denti e mordendo le dita passeggiò alcun tempo di su, di giù pel salotto; indi, prese le armi, uscì buzzo, taciturno, agitato: passò senza far motto nè cenno tra i cortigiani, che inchinandosegli, si tentavano un l'altro col gomito, ed ammiccavansi malignamente. Come fu sul pianerottolo della scala, ecco farsegli incontro l'impertinente Grillincervello, e presentargli una pezzuola, dicendogli:--Perchè vi forbiate la bocca».
L'insulto era pungente, il momento scelto male, e la baja tornò sul capo del beffardo, giacchè Luchino d'un calcio il trabalzò sino al fondo della scala onde restò sì mal concio, che per tutta la vita ebbe ad andare sciancato. I cortigiani, la famiglia: che tutti gli volevano il peggior male del mondo in grazia di quella lingua, onde per dritto e per traverso scornacchiava ognuno, accennavansi un coll'altro, e gonfiando le gote, e a fatica reprimendo gli scrosci delle risa, si dicevano sottovoce:--Ve' ve': e' rotola come un battufolo. Questa è lezione col sale e col pepe!» Alcuno anche più caritatevole tentava aizzargli contro i cani, e passando dappresso a lui che sanguinava dal capo rotto e sdolorava delle peste membra, gli sgrignava sul viso ripetendogli a mezza voce:--Ben ti sta malignaccio!»
Quindi tacitamente s'avviavano dietro a Luchino, che saltato a cavallo, si cacciò di carriera verso il palazzo. Non era amore che lo martellasse,--poteva mai tale sentimento pigliar vigore in un'anima logorata dalle voluttà? Era corso di piacere in piacere sfiorando quel che di bello gli occorreva sulla perversa sua vita; se costei resisteva, che doveva importarne a lui? Cento altre il potrebbero compensare. Ma, d'altra parte, ebbro d'orgogliosa ambizione, aveva veduto i signorotti d'Italia cercarlo amico o paventarlo nemico; avea veduto umiliarsegli davanti quelli che, mentre durava in condizione privata, lo soperchiavano: avea veduto (quel che più valutava) inchinarsegli certi cittadini, gran vantatori delle patrie libertà: all'intorno tutto pendeva da un suo cenno: ed ora una donna, una sua prigioniera, osava resistergli, insultarlo,--poichè nel vocabolario dei tiranni chiamasi insulto il protestare contro le loro iniquità. Di ciò l'amor suo proprio non sapeva darsi pace, e si rodeva entro, e il ciglio corrugato, e l'aggrondatura della fronte davano spia dell'animo esagitato. La gente, che lo vedeva venir via per le strade a spron battuto, con dietro la turba e la famiglia, salvavansi a precipizio; e se alcuno gli alzava gli occhi in volto, avvertendo quello iroso cipiglio, esclamava:--Acqua grossa oggi!» e facendo di berretto, tirava muro muro.
Non ebbe questa precauzione un fanciullo di forse dieci anni, il quale era stato messo da' suoi genitori sull'uscio di via con un canestrino di ciliegie primaticcie, per offrirlo al principe, sperandone, come altre volte gli era successo, una buona mancia. Attento ad ubbidire senza più altro guardare, il garzone si postò in mezzo alla strada con un ginocchio a terra e il canestro sovra il capo: ma Luchino quando se n'accorse fe' un cenno ai mastini suoi fedeli compagni, e questi gittatisi sul malcapitato, l'addentarono, lo pestarono, senza che nessuno, nemmanco i parenti, ardissero dare il ben gli sta a quegli animali.
Arrivato poi al palazzo, Luchino smontò senza far parola; salì, stette un poco da solo; chiamò quindi il cancelliere, come per distrarsi dalle proprie cure collo spacciare gli affari altrui, e chiese che l'informasse. Prese questi alcune pergamene, e scorrendole coll'occhio--Qui (diceva) il castellano di Robecco avvisa che fu colto un pastore, il quale tagliava un palo nei boschi di vostra serenità.
--Segargli le mani», diceva Luchino.
Il segretario inchinavasi, e proseguiva:--Nel borgo di Abbiategrasso, dove è la villa della magnificenza vostra, alloggiò un pellegrino proveniente di Toscana: e s'è scoperto qualche caso di peste.
--S'abbruci l'albergo, il pellegrino, gli ospiti e tutto», rispondeva Luchino.
--Scrive da Lecco il connestabile Sfolcada Melik, come uno dei suoi soldati rubò la marra ad un bifolco.
--S'impicchi colla marra a canto.
--Fu fatto così appunto, ed al villano pagata la marra. Ma costui la notte, andò a levar via dalla forca quell'arnese.
--Ebbene, si appenda anch'esso alla forca medesima, e la marra fra loro due.
--Sarà obbedita. Qui poi c'è una lettera di Ramengo da Casale...
--Ramengo? e donde?» l'interruppe Luchino con sollecitudine.
--Da Pisa sul punto d'imbarcarsi: e scrive in cifra che ha fiutato, dice, il covile della preda che vostra serenità, intende, e fra breve confida di consegnargliela.
--Sì? bene, bene! approposito davvero!» esclamò Luchino battendo palma a palma come per applaudire a sè stesso, e con un riso di selvaggia consolazione.
--Ma (ripigliava il segretario) esso Ramengo, oltre gli augurj e baciamani di formalità, fa a vostra serenità una domanda.
--Una domanda? che non è mai sazio? Genia infame cotesti spioni! non basta la confidenza che se ne mostra? Feccia vilissima, che si schiverebbe fino di toccar col piede, se non tornasse necessaria a tener in dovere cert'altri. Ma cosa vuole? dite su, udiamo.
--Egli rammenta che, a chi consegna un bandito, il capo 157 degli statuti di Milano concede di poter liberare un altro da qualunque...
--Che viene ora a metter in mezzo gli statuti? La legge sono io. Ma insomma cosa vuole, cosa chiede?
--Implora che la vostra serenità conceda, senza restrizione, impunità d'ogni delitto commesso sì a lui, sì a suo figliuolo.
--Suo figliuolo? Dove l'ha? nol conosco.
--Soggiunge in fatto che si riserba di farlo conoscere alla serenità vostra.
--Sì sì bene!» rispose Luchino--Speditegli subito il breve d'impunità la più intera, la più assoluta, ma a patto che al più presto abbia consegnato nelle mie mani chi deve. Largheggiate pure in promesse; ma insistete perchè sia presto, infallibile. Capite? presto.
--Sempre nuovi argomenti della sovrana clemenza» esclamò il cancelliere strisciando una riverenza e ritirandosi: e Luchino, lieto in viso più che non potesse essere in cuore, stropicciava le mani, chinava a scosse il capo con una ferina voluttà e pensava:--Ecco, il castigo segue davvicino all'oltraggio. Superba! sarai contenta. Mi sentiva proprio bisogno di questo balsamo. Ora mi trovo sollevato».
Non occorre dirvi che dei severi ordini di quel giorno, buona parte ricadde sopra la Margherita. Non solamente esso le levò quel ristoro giornaliero, ma la fe' gettare in una prigione assai peggiore e, sotterranea. Il carceriere, essere miserabile, contento di bistrattare a baldanza le persone a lui consegnate, come le vide tolto quel cibo ch'era un sacrifizio gradito alla sua ghiottoneria, le divenne oltre misura severo, quasi per vendicarsi di lei che avesse demeritato un favore, unicamente a lui profittevole. Che se dapprima il corruttibile animo suo scendeva con essa a qualche cortesia, almeno di parole e a modo suo, ora con atti dispettosi, con arguzie che fan tanto male a chi soffre, compiacevasi esacerbare le vendette del suo signore.
La carcere dove essa fu mutata nel recinto istesso del castelletto di porta Romana, era proprio conveniente a quei tempi, in cui furono fabbricate le Zilie di Padova da Ezelino, e da Galeazzo i Forni di Monza, nei quali i condannati si calavano per un foro della volta, e posavano sopra un pavimento scabro e convesso, in tanta angustia di spazio, da non potersi nè tirar ritti sulla persona, nè distendere per terra. In quei forni era stato custodito Luchino per alcun tempo dall'imperatore Lodovico il Bavaro: e poichè la sventura ai tristi non fa se non peggiorarli, volle che poco migliori riuscissero queste, che stava fabbricando.
La Margherita nella sua poteva appena mutare quattro passi: nessun'altra luce che la scarsa d'un alto finestruolo, il quale usciva a fior di terra in un cortile, per modo che nei giorni piovosi l'umidità vi scolava e ne rivestiva d'afronitro le pareti. Passati i giorni vernerecci, era allora incominciato il maggio, quando le tiepide arie fanno brulicare la vita nei campi, e infondono un ineffabile sentimento di gioja negli animali e nell'uomo. Dalla primitiva sua stanza, Margherita aveva veduto rinfrescarsi il verde dei prati, le gemme degli alberi gonfiare e sbocciarne le foglie primaticcie, delle quali, coll'amore e colla compiacenza che solo i prigionieri conoscono, ella osservava dì per dì e misurava il crescere, il dilatarsi, il verdeggiare; aveva sentito i venticelli fecondi alitarle sul viso: garruli stormi di augelletti rinnovare i canti e gli amori sotto al soave raggio del sole, che più sempre inalzandosi, faceva men lungo il tedio delle notti, sì caro il rosseggiare della mattina e del tramonto, invitando i mortali a ringraziare il Signore, che all'inverno fa succedere la primavera, ai patimenti le consolazioni.
Ma qui, nulla di tutto ciò, non più il sole, non più spaziare colla vista sopra le sterminate campagne, e lontan lontano, verso occidente, posarla sulle montagne, appena distinte dall'orizzonte: qui non più una pianta, non una zolla erbosa, non vedere un uomo che a suo talento vada o resti o torni; non potersi affissare nei melanconici splendori della luna: solo tenebria e lezzo e il tacere di un deserto, o le querule bestemmie di un inferno. Eppure le lagrime della Margherita scorrevano più libere, meno angosciose.
Al primo entrare in quella tana, si prostrò ginocchione a ringraziare la Madonna; aveva salvato il suo pudore, e di più aveva appresa quella vitale novella. Oh come lo disacerbavano i patimenti! come le sorrideva l'immaginazione! E poichè il prigioniero ama gettarsi lontano colla fantasia, e fermarsi su casi che possono succedere dopo molti anni, anzichè considerare quelli più vicini che troppo crudamente lo richiamano alla spietata sua situazione, le veniva nel pensiero e nella speranza un giorno, in cui col marito e col figliuolo ritornerebbe libera nella città, alla campagna, a tuffarsi nelle onde di luce, che così limpido versa il sole sulle terre lombarde, a rivedere le rive del lago Maggiore, piene delle vergini memorie dell'età sua più gioconda perchè più spensierata; e poi invecchiare nella propria casa, colmata di dolcezza da un figlio, degno di tutto l'amor suo, e con lui, coi figliuoli che nascerebbero da lui, ritesserne piacevolmente il viaggio della vita. Immaginando quel tempo, se ne figura al vero le gioje, e ne ringrazia Dio, e già le pare essere con Francesco suo, col suo Venturino, nei luoghi usati, fra cari amici, e più di tutti gli amici caro quel Buonvicino, che le aveva dato la maggior prova possibile di amore, quella di trionfare del proprio amore.
Nulla era accaduto che l'avesse pur d'un capello avvicinata all'avveramento di questi sogni: ma era fatta certa che que' suoi cari vivevano tuttavia; e la speranza è tanto ingegnosa a ordir le sue tele, appena trovi un filo pur debole a cui attaccarle!
Quindi, allorchè la mattina un tardo raggio di fioca luce scendeva attraverso le ferriate della sua prigione, col primo pensiero ella correva ai suoi cari, che godrebbero intera la delizia della luce; ad essi mille volte fra le monotone cure del suo giorno; ad essi principalmente nell'ora che il dì se ne andava; ora feconda di tanti sospiri all'esule, al solitario, a chiunque ama, a chiunque patisce. Li sapeva liberi; dunque ne andava seguitando le orme;--dove? con chi? non poteva indovinarlo, ma poteva essere per tutto ove non giungesse la tirannide viscontea: tanto più vasto campo alla fantasia della paziente. E le idee carezzate fra il giorno le si riproducevano poi nel dormire, e le facevano consolati almeno gli istanti del sonno. Soffriva, deh se ancora soffriva! pure un pacato raggio a volta a volta diradava quell'oscurità, sicchè talora l'avresti fin detta allegra.
Più d'una volta Macaruffo si accostava origliando all'uscio della prigione, forse per il barbaro gusto di sentirla mormorare e indispettirsi, e tutt'al contrario l'udiva, con sommessa voce ma soave quanto un flauto che risuoni di lontano fra il tacer della notte, cantare le litanie, pregando la Madre degli afflitti che pregasse per noi.--Malann'aggia costei!» esclamava lo scortese.--Che mai non deva io vederla impazientirsi?» Egli ignorava che ella sapeva invocare Iddio. A sturbarle però almeno un istante quella calma, il villano bussava, rumoreggiava attorno alla porta, alzava in tono minaccievole quella sua voce rantolosa e squarciata: un ribrezzo correva per la persona alla Margherita, e lunga pezza il cuore le batteva convulso: il canto per tutto quel giorno era interrotto: lugubri fantasie si attraversavano alla sua mente, e piangeva, e invocava il nome del Signore, e lo supplicava di potere una fiata, una sola, per un sol momento rivedere lo sposo, il suo figlioletto!
Qualche volta anche le giungeva all'orecchio il vagire di un bambino, una voce fanciullesca che chiamava la mamma, o ripeteva la parola dell'innocenza sicura. Erano forse figliuoli di qualche soldato, o chi sa? di qualche prigioniera, con cui dividevano e della quale alleviavano il castigo. Ma alla Margherita quanti pensieri suscitavano, quanti affetti! che non avrebbe dato per poterli vedere, vedere quell'età, somigliante agli angeli, quei cari occhi da cui non traspare che ingenuo affetto e un amore non simulato, non calcolatore, e una placida curiosità; nulla di maligno, nulla di crudele, nulla di bugiardo! Se mai potesse almen da lungi rimirarli, inerpicavasi ella verso il pertugio da cui riceveva lume ed aria. Ah! non vedeva che mura scabre, altissime, con alte finestruole ferrate, entro alle quali altri languivano, forse innocenti al pari di lei, forse il ladro, l'assassino. Ne intendeva le voci: per lo più erano o sucidi parlari, o bestemmie, o un batter rabbioso dei ceppi contro le spranghe: nessuna parola di pace, nessuna di benevolenza, di perdono. Per implorare su di essi il dono della pazienza, essa pregava il Signore, e in quell'atto alzando i begli occhi, vedeva un piccolo campo di aria, e fermavasi a contemplarlo. Oh come il prigioniero conosce ogni stella, ogni nube, ogni accidente del palmo di cielo, in cui tante volte ha fissato lo sguardo!
Poi se miravasi dinanzi, a fiore della sua finestra era lo sterrato del cortile, per cui passeggiava una sentinella: tratto tratto vedea giungere qualche nuovo infelice, e rabbrividiva; qualche altro uscirne liberato, e con lui consolavasi: alcuno anche partire pel patibolo, ed era volta che esclamava:--Almeno quegli ha finito». E l'occhio le si empiva di lagrime; scendeva, pregava; poi, come se l'idea del morire, la quale fa tanto spavento ai fortunati, recasse a lei la consolazione di sapere che quei mali non durerebbero eterni, e che un altro ordine doveva venire appresso, sedevasi più tranquilla sul rozzo suo trespolo, e quivi rincorreva i tempi passati, tempi di virtuosa giocondità, di benefica floridezza; pensava a' suoi cari, alle speranze.
Talvolta perfino intonava le canzoni che aveva intese, che aveva ella medesima ripetute mentre giovinetta attendeva al donnesco lavoro, o quando colle compagne vagava di primavera cogliendo mazzolini di primolette e virgulti di mirtillo, ovvero nell'estate, in una barchetta, lungo le floride rive del Vergante, lasciandosi in balìa di un placido venticello, salutava le bellezze della natura, e al creatore di essa porgeva l'omaggio di un cuore puro e giocondo. Erano cantilene di amore; più spesso erano arie melanconiche, la cui mesta armonia meglio si addiceva allo stato dell'animo suo. Singolarmente le andava al cuore una romanza, in altri tempi composta da Buonvicino, e che egli medesimo più volte aveva accompagnata col liuto, mentre essa la cantava sopra le note, pure da lui ritrovate. Ed era questa:
AMALIA
--Torni alfin, diletto Piero! Ti vedrò col nuovo dì». Lieta Amalia in tal pensiero S'addormì.
Ecco il mira. In armi splende Qual l'Olrisio fe' tremar. Sul suo cuore il cuor ne intende Palpitar.
Oh il tripudio del ritorno Fra le braccia dell'amor! Volge in riso quel bel giorno Il dolor.
A lui narra i lunghi affanni, Notti insonni, ansiosi dì: Pa lui sente i casi, i danni Che patì.
Ahi, fu un sogno! Spirto lieve Ei serena il suo dormir Con delizie onde non deve Mai gioir.
Sanguinoso al nuovo giorno Le presentano un cimier: È il cimiero ond'ella adorno Ha il suo Pier.
--Già vicino al patrio lido; Man rival l'assassinò: Cadde, e l'ultimo suo grido Te chiamò.--
Chiusa Amalia in pio recinto Fra le suore del Signor, Canta Iddio, ma al caro estinto Vola il cor.
Dal seren di miglior vita, Dolce spirto, miri al suol? Odi il gemer dell'attrita? Vedi il duol?
Dolce spirto, l'ora affretta Che, disciolto il mortal vel, Presso a te la tua diletta Goda in ciel.
Fermavasi alquanto la Margherita, poi ripeteva:
Oh il tripudio del ritorno Fra le braccia dell'amor! Volge in riso quel bel giorno Il dolor.
E dopo un altro istante di silenzio pensierosa tornava a cantare:
Ahi fu un sogno! Spirto lieve Ei serena il suo dormir Con letizia onde non deve Mai gioir [22].
A che pensava ella? di chi si ricordava? Un giorno, là, sul far della notte, le interruppe questo canto uno scalpicciare nel cortile, maggiore del consueto, un tuono di sghignazzi, d'insulti, fra cui si distingueva un rammarichio più gentile che non soglia fra prigionieri, ed affatto discorde dalle aspre voci che oramai sole era abituata a udire. Il cuore dello sventurato è così aperto sempre alla paura! Coll'ansietà di una colomba, che abbia veduto il cuculo fissare gli occhi sul fecondo suo nido, balzò la Margherita allo spiraglio, colle delicate mani si ghermì alle grosse sbarre, gettò lo sguardo verso quel rimescolamento, vide un fanciulletto che, scomposta la bionda capellatura sopra gli occhi, strillando e dibattendosi fra le braccia degli sgherri, andava gridando:--Babbo! babbo!» verso di un altro che tutto in catene e col volto dimesso, lo seguitava.
Ah!--La Margherita mise uno strillo come d'uomo percosso nel cuore, e cadde svenuta sul pavimento. L'occhio, l'orecchio, benchè di lontano, benchè a lume incerto, le avevano in quei due infelici fatto avvisare il suo Franciscolo, il suo Venturino.
Poveretta! Si fosse almeno ingannata.
CAPITOLO XIII.
RICONOSCIMENTO.
Camminerebbe pur bene il mondo, se, nell'effettuare lodevoli disegni, ponessero i buoni tanto impegno, quanto nei loro scellerati i ribaldi, pei quali le malvagità che non han potuto compire, sono un debito che si credono obbligati di spegnere. Luchino e Ramengo avevano raggiunto la Margherita e molti dei presunti congiurati: ma si eran lasciati sfuggire Franciscolo, e tanto bastava perchè considerassero il colpo come fallito. Ramengo specialmente rodevasi dentro, che il suo nemico avesse potuto camparsi col figliuolo; il figliuolo che tanto gli faceva stizza e invidia, come quello che gli rammentava l'unica gioia innocente che esso agognasse sulla terra, e che, come voleva credere, per colpa di Franciscolo, eragli stato tolto di godere.
--Che importa (diceva tra sè) che costui deva andare ramingo sopra la terra? Egli ha un figliuolo. Io vivo in patria, ma solitario; non avrò mai un figlio, le cui bellezze e le glorie si riflettan sopra di me, che m'aiuti a salire, che faccia me invidiato quant'io invidio altrui.
E più smaniava di vendetta allorchè rifletteva come quel fanciullo l'avesse avuto in propria mano, e gli fosse stato rapito con forza e con ischerno da quell'abborrito Alpinolo, a cui sempre più male voleva, come sogliono i ribaldi a coloro che ne sfuggirono gl'inganni o la violenza. Nell'ebbrezza pertanto della sua scelleraggine, propose al signor Luchino di uscire all'inchiesta del gran cospiratore e dei complici suoi. Per colorire la cosa, Luchino comprenderebbe anche Ramengo nella lista degli indiziati e degli sbanditi: talchè egli, in aspetto di perseguitato, entrerebbe creduto e compatito in mezzo ai forusciti, e potrebbe così, sotto l'ombra d'una fraternità di sentimenti e di castigo, discoprirne le trame; ritrovare il nascondiglio del Pusterla, e forse trarlo nelle reti. Così leali mezzi adoperavano i principi--allora.
Ben fornito a denaro, ma in apparenza di fuggiasco, e travisandosi col mutar foggia di barba, di capelli, di vestito, uscì dunque Ramengo di città, e prima scorse lo Stato dentro ai confini, se mai s'avvenisse a qualche amico dei profughi che stesse macchinando, o che gli desse fumo di ciò che gli importava. Da per tutto ritrovava la gente bassa intenta ai lavori dei campi, al traffico, alla domestica economia; i baroni nei loro castelli desiderosi di godere la vita e di conservare il poco potere che avevano ancora; i giovani cupidi di imprese in guerra e in amore; e per mezzo a tutti, preti e frati che predicavano la necessità di amarsi, di compatirsi, di negar la propria volontà, chi voglia vivere meno male questi fugaci giorni dell'esilio. Ramengo entrava fra loro narrando, chiedendo, tentando; essi gli rispondevano senza sospetto, senza doppiezze; rimembravano migliori tempi, l'udivano volentieri quando esso per suggestione accennava la probabilità che rinascessero, ma tutto finiva qui; ed egli, domanda, guarda, rifrusta, nessuna potè trarre alla luce delle bramate iniquità. Fermò dunque in animo di proseguir le sue indagini verso il cuore d'Italia, e dirizzossi al Po. Schivando Pizzighettone e Cremona, come faceva di tutte le città lombarde, dopo Grotta d'Adda piegò in quel terreno che scende laddove l'Adda mette foce nel re dei fiumi; terreno allora del tutto incolto, ghiajoso e sterpigno, in cui le acque esercitavano a baldanza i loro guasti, non frenati dalla mano dell'uomo. Nel fendere quella lama, un improvviso temporale, come suol avvenire sul mettersi dell'autunno, colse Ramengo in sulla sera, ove, non che vedere alcun ricovero, nè tampoco un sentiero discerneva che lo avviasse. Cacciato dalla pioggia battente e dalla notte che cadeva, spronò il cavallo senza sapere verso dove, ma secondo il terreno gli pareva abbassarsi, sperando che in riva al fiume troverebbe una casipola, un navalestro, un pescatore. Di fatto la sua fortuna, o la disgrazia altrui, gli fece discernere un giovane mugnajo, che a mazzate cacciavasi innanzi l'asinello colla soma del grano, per riparare la quale erasi cavata la giubba, buttandovela addosso al modo di sargia.
--Ehi! quel ragazzo! c'è a trovar un ricovero da queste bande?
--La venga con me. Qua a mancina sta un macchione di pioppi, indi il fiume e il mulino di mio babbo».