Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 19
Ma questa, soleva egli dire, fu la sua fortuna. Perocchè, facendosi rapportatore degli antichi suoi camerata e dei malandrini che gli erano dati compagni nella prigione, acquistò tanta grazia presso il capitano di giustizia, che tolto di là, mercè due sode braccia, un muso duro e un cuore più duro ancora, fu destinato prima per aguzzino, poi per carceriere nella torretta di porta Romana. Superbo coi sofferenti perchè vile coi superiori, sapeva che col ceffo e coi modi avrebbe sgomentato quelli, mentre a questi per nessuna cosa del mondo avrebbe osato dire un no.
Nei primi giorni che la Margherita si trovò nella costui balìa, per procurarsi quelle prime necessità che il suo stato portava, ella dovette cedergli a poco a poco ogni superfluo che le fosse rimasto addosso; nè esso le concedette requie finchè non la ebbe ridotta al più positivo e indispensabile vestire. Colla sommessione dell'agnello che lambisce la mano di colui che lo scanna, essa gli parlava: ma quello, burbero sempre, sardonico, stizzoso, rispondeva, la proverbiava, sghignazzava. Essa gli ragionò di compassione, nè tampoco il nome ei ne conosceva. Essa gli ragionò di Dio: ei sapeva che vi era, gli recitava per abitudine le devozioni, da sua madre insegnategli, ma non andava più in là, e nemmanco figuratasi che questa credenza dovesse modificare le sue azioni, e tanto meno fargli tradire l'obbligo del suo mestiere, che credeva quello di essere spietato.
Per quanto deva patirne la _storica dignità_, non voglio tacere questa circostanza minutissima. Una volta (fu sui primi di maggio) Lasagnone entrò nel carcere di lei con una bella rosa fra l'orecchio e le tempia. Un fiore, quel fresco colorito, quella rugiadosa fragranza, dovettero suscitare mille care idee nella Margherita, che mossa da innocente desiderio, con affettuosa commozione additando la rosa, disse al carceriere:--Donatela a me.
--Ah sì? La vi piace, eh? rispose il villanzone; pigliò fra le dita la rosa, la annusò sgarbatamente, mostrò porgerla alla meschina; poi ritirandola di scatto e sfogliatala, la gettò per la finestra, e sghignazzando come di un lepido fatto, se ne andò.
Che caso da' nulla, non è vero? finalmente non si trattava di pane, non d'altra necessità; eppure, che volete? alla Margherita fece tanto colpo, e tanto se ne ricordò, che quando una volta potè sfogarsi con un confidente, gli ripetè questo a preferenza di cento altri torti.
--Lesto, lesto, Lasagnone, che ti chiama il sor padrone intonò Grillincervello, sporgendo la testa rasa da un finestruolo al lungo corridojo delle prigioni, e ritraendolo presto e fuggendo come fa un lupo dal luogo dove altre volte restò preso alla tagliuola.
--Me? domandò Macaruffo tra meravigliato e pauroso: ma non ricevendo risposta, fretta fretta gettò via un suo abituale saltambarco sdruscito e bisunto, infilò un cappotto marrone alquanto migliore, si tirò sulle orecchie un berretto rosso, diede una girata a tutte le prigioni se fossero ben assicurati i chiavacci: e messosi in cintura a sinistra un grosso coltellaccio, a destra il mazzo delle chiavi, uscì frettoloso. Passò davanti a San Nazaro, lasciò a destra il lago artificiale presso al luogo ove sorge l'Ospedale, e di cui serbano memoria le vie di Pantano e di Poslaghetto e venne a San Giovanni in Conca. Fin qui stendevasi il palazzo, o piuttosto l'aggregato dei palazzi dei Visconti; e Luchino stava continuandone la fabbrica con quattro grandi torri ai canti, e dentro ogni migliore comodità. Nel tornare quivi era scavalcato il principe: dato un'occhiata alle costruzioni, censurato, lodato, ordinato siccome dee fare un padrone; quindi per un corridojo coperto, largo dieci e più braccia, e che accavalciava i tetti, era venuto fino alla Corte, ed entrato nelle splendide sale.
Poco tardò a sopraggiungere Macaruffo, e lasciandosi dietro quelli che non avevano se non da esporre al principe i loro bisogni o domandargli la giustizia, fu introdotto da Grillincervello, il quale, con un fare tra goffo e maligno, scotendo i sonagliuzzi, imitava il rovistio delle chiavi, che tintinnivano ad ogni passo del montanaro. E poichè questi, col berretto in mano, rannicchiato presso allo stipite della porta, faceva grandi inchini, grande strisciar di piedi, il buffone forbottandolo gli diceva:--Bada, frusto villano, che non mi stracci il tappeto: vien di Damasco, e me lo pagheresti con altrettanto della tua pelle».
Luchino, senza guardare in viso al carceriere, domandò:--Che fa la signora Margherita Pusterla?
--Oh!... magnifico.... serenissimo.... Oh signor principe! la sta da papa rispondeva l'altro.--Nessuno che le torca un capello. Non trae mai fiato di lamento. E poi le domandi, e sentirà.
--Ma di me che dice?» richiese il Visconti.
--Dice... cioè... oh serenissimo... oh magnifico...» e seguitava questa litania, non tanto per adulazione, quanto perchè non sapeva che cosa rispondere; onde corrugava la fronte, e fissava due occhi stupidamente indagatori in faccia al padrone, come per leggervi se dovea rispondere che lo bestemmiasse, ovvero che lo benedicesse. Ma leggere sul freddo e impassibile viso di Luchino, era impresa difficile anche ad occhi molto più aguzzi de' costui; laonde imbarazzato egli cagliava. Se non che lo trasse di pena Grillincervello dicendo:--Su, parla: che? hai tu veduto il lupo? Scommetto la mia marotta d'argento che essa ne ragiona col miele sulle labbra: n'è vero?
--Appunto (parlava il carceriere): non sa finire di lodare la sua beneficenza che le ha dato sì vistoso alloggio.
--E sicuro dai ladri», interrompeva il buffone.
--E che la fa trattare come neanche a casa sua».
Qui il bergamasco taceva, seguitando a confermare l'asserito cogli atti del viso e con premer la mano sul petto, e Grillincervello saltava su:--Non lo sapeva io? Padrone, tu puoi quando che sia licenziare il tuo Andalon del Nero, e nominare me per astrologo serenissimo. Egli pronostica dalle stelle, io dal mio can barbone, che più gliene appoggio di sode, e più mi corre a leccar la mano».
Luchino fece un moto delle labbra che somigliava a un sorriso; poi voltosi al carceriere,--Da qui innanzi però trattala meglio, ed ogni mezzodì vieni a levare alla nostra cucina un piatto da recarle».
Poi, al tempo stesso che, alzando la mano, gli accennava d'andarsene, soggiunse:--E le dirai che il principe si ricorda di lei».
--Carità pelosa» mormorò il buffone. Il carceriere spalancava tanto d'occhi, corrugava la fronte, rotondava la bocca dalla meraviglia, e pensava fra sè:--Trattar bene un prigioniero! Ch'e' voglia morire?» Poi, moltiplicando le riverenze profonde fino a terra, dava indietro per uscir a modo dei gamberi, allorchè Grillincervello, dopo una sonora risata, ghermitolo per un braccio, e col dito dell'altra mano accennandolo a Luchino, disse:--Lasagnone meriterebbe il suo nome in superlativo se di quel piatto non ungesse la sua golaccia, ed a voi non desse ad intendere che madonna ne viene grassa, e che ve ne sa gran mercè.
--Potrebbe fargli (ripigliò con fiera ilarità il Visconti), potrebbe fargli il pro che ha fatto jeri la lepre a quell'altro».
Bisogna sapere che il giorno innanzi era stato côlto uno sciagurato, il quale aveva avuto l'imperdonabile ardimento di uccidere un lepratto: ed il principe freddamente aveva sentenziato che il delinquente mangiasse quella bestia così cruda, con ossa e pelle e tutto, come dovette fare, e in conseguenza crepare.
Grillincervello intese l'allusione, ed esclamando:--Dio salvi i cani da tali bocconi!» accompagnò con un calcio Macaruffo, il quale tra i denti augurava che il desinare diventasse tanto tossico al linguacciuto beffardo, perchè gli avesse sturbato il disegno che aveva già fatto sopra la vivanda della cucina principesca.
CAPITOLO XII.
PEGGIORAMENTO.
Il giorno dappoi, all'ora che Lasagnone soleva portare alla Margherita una pagnotta, una scodella di zuppa ed una brocca d'acqua, le comparve dinanzi con volto più mansueto, a somiglianza d'un orso quando fa cerimonie. Obbediva egli così a colui, al quale egualmente avrebbe obbedito se gli avesse comandato,--Lasciala consumare di fame». E poichè le ebbe deposto per terra il vaso dell'acqua e accomodata la scarsa prebenda, a guisa di chi vuol mettere in sapore di cosa inaspettata, diceva:--Qui poi, ci ho un lacchezzo per vossignoria»; nel mentre che pian pianino, sto per dire con devozione, veniva rialzando i lembi di un tovagliuolo, di sotto al quale comparve un fragrante manicaretto. Tirò il fiato per le narici colui, come un segugio che fiuti il sito del selvatico, e mettendosi la mano sul cuore, esclamò:--Oh buono!» poi deponendolo avanti alla sventurata, che, a quei garbi così insoliti e così goffi, a quella voce così stranamente indolcita, così forzatamente cortese, apriva la fisonomia ad un malinconico sorriso,--Questo (le soggiunse) glielo manda l'illustrissimo signor Luchino: padrone nostro e di tutta Milano; e dice che glielo manderà tutti i giorni, dice; e che vuole sia trattata sempre da par sua: e dice che si ricorda di lei».
Questo cambiamento in meglio recò tutt'altro che conforto alla Margherita. Come succede al giusto conculcato dal prepotente, ella sentivasi di gran tratto superiore al suo nemico; e a guisa di una molla d'acciajo, più era calcata, più con vigore rimbalzava. Oggi però che ne riceveva una cortesia, e pur troppo non poteva recarsi a crederla da pietà o dalla acquistata certezza dell'innocenza sua, ma dovervisi celare qualche insidia; oggi le si apriva dinanzi all'immaginazione un'altra serie di patimenti e martirj nuovi che le sovrastavano. Quindi, allorchè il carceriere le fissava gli occhi guerci in faccia, aspettando di vederla tripudiare dall'allegrezza, un profondo sospiro mandò ella invece dal petto, e sollevando lo sguardo gonfio di lagrime al cielo, esclamò:--A voi mi raccomando».
Era corso il suo pensiero alla madre del bell'Amore: a lei si era votata contro i preveduti assalti. Si ricordò quando, bambina, le insegnavano ad offrire un fiore a Maria Vergine coll'astenersi, in certi giorni più devoti, da qualche vivanda che le facesse gola; buon avviamento a quelle abnegazioni che, in troppo più gravi cose, deve poi nella vita fare per forza chi non vi si abituò per virtù. Anche allora dunque voltasi Margherita a Macaruffo, e colla destra lievemente respingendo il tagliere ch'ei le sporgeva:--No (disse), no. Vedete? coteste delicatezze a me non s'addicono. Per reggere la vita n'ho assai di questo pane e di questa zuppa. Trovate di grazia un poveretto--qualche infermo che conosciate più bisognoso; dategli questo piatto, e raccomandategli che preghi per me.
--Come? la non lo vuole?» esclamava il carceriere, fuori di sè tra per lo stupore e per la fiducia di farne suo pro: e colla più tepida insistenza, che ingegnavasi di fare apparire sincera, ripeteva:--Senta, senta!» e annusava la pietanza e l'avanzava verso di lei:--Senta fragranza! È un pasticcino di beccafichi da serbatojo, tutti sugna. Ah buono! Un boccone da tornar il gusto a un morto.
--Tanto meglio (replicava la Margherita) quel poveretto lo mangierà più volentieri.
--Ma... a... a...!» riprendeva Lasagnone assumendo un'aria seria e contrita.--Il signor principe ha ordinato di darlo a lei, o sarebbero guaj. M'ha fatto una minaccia che... il Signore me ne scampi!
--Il principe non lo saprà. Io l'ho per accettato; fate conto che l'abbia goduto io: e destinatelo, vi prego, all'uso che vi ho detto.
--Deh che buon principe eh?» soggiungeva Macaruffo, pur collo sguardo incantato sopra la vivanda.--Ella può veramente chiamarsi fortunata d'essere nelle sue mani. Pare fino che abbia compassione di lei».
La Margherita chinava la testa, e colui seguitava:--Dunque darlo proprio ad un pitocco.
--Si, e che preghi per coloro che soffrono, ed anche per coloro che fanno soffrire.
--Buon pranzo a vossignoria», esclamò Macaruffo, traendosi il berretto con un'insolita gratitudine, e tiratosi dietro l'uscio, se n'andò contento che non gli parea vero; e non era disceso da metà la scala, che si sedette, e postosi quel leccume sovra le gambe incrociate, si diede ad ingojarlo con avidità, nell'estasi di tutta la sua ingordigia lamentandosi che fosse poco, e leccandosi le dita, le labbra, i barbigi, il piatto: invidiando quasi all'aria gli effluvj che gliene avea rapiti.
Il giorno da poi narrò alla meschina d'averlo dato ad un mendicante.--Se l'avesse veduto! sciancato, lebbroso, che non lo guarirebbe l'arcivescovo il dì delle palme [21]; non poteva reggersi sulle gambe, e ogni po' che io tardassi, e' cascava certamente di pura fame. Con che gola ricevette il suo dono! Aveva ad essere qualche cosa di ghiotto, io credo: Bocconi di quella fatta non ne pappano nemmeno i pitocchi. Fu certo la sua vita. E sa? egli ha mandato una furia di benedizioni addosso a lei, ai suoi vivi ed ai suoi morti».
Era questo uno di quegli esordj _per insinuationem_, che in retorica c'insegnavano, giacchè alla conclusione di esso, discoprì e le presentò un altro intingolo, che, giusta il comando, egli era stato a prendere dalla cucina di Corte.
--Bene! (disse la Margherita) lodato il Signore che, anche in questo stato, mi presenta il modo di soccorrere i miei poveri fratelli! Ed oggi abbiate la compiacenza di fare altrettanto con quest'altro.
--Come? anche oggi?» saltò su il carceriere, fingendo meraviglia di quel che già aveva per lo meno sperato.
--Sì (ripetè la signora); anche oggi.
--E anche domani?
--Anche domani, e così l'altro, e finchè me ne manderanno.
--Ma (replicava il ghiotto), se egli, se il signor principe le domandasse, che cosa gli risponderà? Non vorrei che credesse...
--Gli dirò che l'ho sempre ricevuto.
--E che lo ringrazia, n'è vero?»
Così tutto a pasto uscì il leccarde, cantarellando sommessamente--Di peggio non capiti».
Ma domandandole che cosa avrebbe risposto al principe interrogata, egli avea fatto rabbrividire Margherita, la quale presentiva che dovrebbe trovarsi faccia a faccia col suo persecutore. Nè quella paura tardò a verificarsi. Pochi giorni dopo, Luchino, girando da quelle parti con un codazzo di soldataglia e di cortigiani, si volse di tratto al suo buffone dicendogli:
--Grillincervello, vogliamo noi fare una visita a madonna Pusterla?
--Questa volta non ci sarà pericolo che madonna colei la troviate partita», rispose il buffone.
Rinfrescavano queste parole al principe una memoria spiacevole se altra mai, onde, a guisa d'un mastino traditore, che repente si volge a morsicare la mano da cui lasciavasi quietamente palpeggiare, digrignò i denti stizzito, e vibrò la mazza contro il motteggiatore insolente. Il quale fu destro a schivarne il colpo, e cacciandosi fra la turba esclamava guajolando:--S'e' mi coglieva, poveri i grilli del mio cervello!» Poi Luchino toccò di sprone il cavallo, e s'avviò alla rocchetta. Al suo venire, si cala il ponte, guardie gridano, guardie accorrono, un ossequio universale, un pendere attenti ad ogni suo cenno;--e tutto questo perchè? perchè egli ha nome il padrone...
Gonfio di tanti omaggi, ebbro dell'universale obbedienza, della vigliaccheria universale, entra, scavalca verso un appartamento che egli avea fatto allestire onde in ogni caso potervisi, come in luogo più sicuro, riparare da una prima furiata del popolo; e lasciata nell'anticamera la comitiva, come fu in una stanza interna, mentre un paggio gli sfibbiava l'armatura, ordinò al carceriere che portasse colà la signora Margherita.
Lesto Macaruffo fece sonare un mazzo di chiavi; orribile armonia, onde tutta si risentì la nostra infelice, tanto più quando in quell'ora straordinaria l'intese drizzarsi verso la sua prigione ed aprirla. In fatto egli schiuse, e con un ghigno di maliziosa petulanza sporgendosi mezzo in quella camera, le disse:--Buone nuove, signora, buone nuove: l'illustrissimo signor principe è di là che l'aspetta».
Chi avesse detto alla Margherita--Sei condannata a Morte», non le avrebbe dato nel sangue una mano così gelata, come annunziandole che doveva trovarsi testa a testa con quel cattivo. Impallidì, sentissi venir meno, talchè le convenne appoggiarsi ad una seggiola; sudò, gelò, poi gettatasi ginocchione, pregò fervidamente.
La interruppe il carceriere con un--Andiamo; lesta, che il suo tempo è prezioso».
Ella rincorata si alzò, e ripetendo--Andiamo», si avviò: mentre Macaruffo le teneva dietro replicandole:--La si ricordi che le pietanze io gliele ho portate:--e se non le volle, colpa sua: e che le ho detto che il principe si ricorda di lei;--e che l'ho trattata sempre come va...» La aspettava Luchino in un salotto, assiso in un seggiolone a intagli dorati, coperto di damasco: aveva deposto la corazza, l'elmo, gli schinieri, ed incrociando le gambe, appoggiava ad uno dei bracciuoli il gomito sinistro, e al dosso della mano la guancia. Due vivissimi occhi scintillavano nel viso di maschia bellezza, quale tutti l'avevano i Visconti; un viso, su cui la virilità aveva reso stabile qualche ruga, disegnatavi prima dall'orgoglio e dal dispetto. Ricca capellatura gli scendeva inanellata dal capo scoperto sopra le larghe spalle; e fissato alla porta, lasciava trapelare sul volto una mistura di turpi speranze, e di appagate vendette.
La Margherita gli comparve dinanzi in un vestito bruno, dimesso e trito, ma nelle pieghe di quello e nell'acconciatura del capo si rivelavano ancora le graziose consuetudini della donna elegante, la quale un tempo dalle labbra di chiunque la vedesse, strappava un grido di ammirazione. Da quel tempo oh come era mutata! eppure fra tanti segni di patimento compariva ancora troppo più bella, che non avrebbe essa desiderato per isfuggire alle malnate voglie del suo tiranno. Ma più bella ancora la rendeva quell'aspetto di superiorità, che la fronte dell'innocente conserva, allorquando, per le non rare combinazioni sociali, si trova chiamato a giustificare la propria virtù innanzi all'iniquità prevalente; superiorità così sublime, che un savio disse, essere lo spettacolo più maraviglioso agli occhi degli Dei.
Poichè all'uomo abituato alle nequizie poco costa una nuova, Luchino stava aspettandola colla indolente attenzione onde l'uccellatore attende la preda al paretajo. Forse, erudito come era, gli veniva in mente quell'imperatore romano che, carezzando la testa d'una sua amata, le diceva:--Mi piaci tanto più, perchè penso che con una parola posso fartela balzare ai piedi».
Vero è che nell'animo suo non aveva fatto disegno di usare violenza con essa: dirò più retto, non aveva pensato che dovesse tornarne bisogno. L'anima abjetta crede gli altri somiglianti a sè. Luchino nei volubili suoi capricci rado o non mai aveva (miseri tempi!) trovato la bellezza resistente alle lusinghe dell'oro, della vanità, del potere. Come credere che l'avrebbe fatto questa? questa, a cui i passati patimenti dovevano aver fatto chiaro da chi pendesse ogni sua fortuna; come un cenno di lui potesse ridurla infelicissima, o sollevarla a primeggiare nella Corte fra le sue eguali, e tornarla, che è più, al marito, al figlio, che importa se contaminata?--Il temere di essi, lo sperare in essi, il vivere per essi è pure l'unico sentimento, che nei sudditi suppongono i tiranni, e che credono bastante a frenar sino il pensiero; che dico? a farli sino amare. Quindi cortese salutò la tribolata, e--In quanto diverso stato io vi riveggo, madonna.
--In quello (rispose la Margherita) in cui piacque alla vostra serenità di ridurmi.
--Ecco!» esclamava Luchino, rizzando il capo e battendo della mano sulla sedia.--Ecco già sulle prime una parola schifa e superba. I casi dunque non vi avranno rintuzzato cotesto orgoglio? Perchè non riconoscere piuttosto i vostri errori? perchè non dire: Sono nello stato ove mi trassero le mie follie--e le altrui?
--Principe (replicava la signora con una dignità accorata), vi prego ricordare che non fui per anco giudjcata: e che il giudizio potrà mostrare come a torto mi si appongono delitti che ignoro. La sicurezza della mia fronte dovrebbe del resto attestarvi della mia innocenza».
Sogghignò egli col freddo e crudele orgoglio, che suole il potente ribaldo al nome di virtù, e--La sicurezza (soggiunse) l'ostenta anche il ladrone, reo del sangue di molti. Non ho veduto mai un ribelle, che sulle prime non abbia in ogni atto, mostrato quell'innocenza che poi alle prove scomparve. Ben forti ragioni, o signora, ben forti devono essere quelle che m'indussero a trarre qui una persona, che voi sapete se io stimo... se amo».
E sorgendo le si avvicinò con aria di procace dimestichezza; essa dava indietro taciturna e sospirosa. Come feriscano al vivo le proteste d'amore fatteci da colui che ci perseguita, neppure al mio più atroce nemico augurerei di sperimentarlo.
--Ma voi (continuava Luchino) come rispondeste alle prove del mio affetto? Alterigia, fastidiosi dispregi e scherni, e dietro a questi, facile passaggio, congiure, tradimenti. Or chi siete voi da volervi alzare contro il vostro padrone? Miserabili! egli soffia, e vi fa polvere».
Così ora placido, ora severo egli veniva da varie bande tentando l'animo di essa, che sempre dignitosa, ne riprovava gli argomenti, lasciava sfogare le sue escandescenze; aveva ragione e gli chiedeva perdono, mentre egli la ingiuriava e chiamavasi offeso:--vicenda tanto consueta nei fasti della povera umanità. Sovratutto poneva essa ogni studio a sviare, a troncare un discorso che egli pur sempre rappiccava, il discorso d'amore: e poichè Luchino insisteva, essa gli disse:--Ma se è vero, o principe, che mi amate, perchè non inchinarvi alla preghiera mia, la prima e forse l'ultima che io vi faccia? Salvate il mio sposo, salvate mio figlio!» e gettatasegli ai piedi, gli abbracciava le ginocchia, con tutta l'eloquenza d'una bellezza innocente ed infelice ripetendo:--Salvateli!
--Sì (rispondeva egli): sta in voi; voi ne sapete il modo. Meno orgoglio da parte vostra, ed io li salvo, ve li rendo».
Il timore che i suoi cari fossero già caduti vittima del nemico, aveva sempre straziato quella meschina. Non saprei accertare se con arte e per meditazione le fosse uscita quella preghiera, onde scoprire la verità: ma dalla risposta veniva rassicurata che erano vivi; onde tripudiando nel cuore e non celando di fuori l'interna gioja--Che? (esclamava), vivono dunque tuttora? rendetemeli; sono innocenti... io sola sono rea; me punite, me: ma loro... O signore! ve ne prego col calore, onde in punto di morte voi pregherete Dio a perdonarvi... Deh concedetemi ch'io li veda; una volta sola vederli, poi fate di me lo strazio che vi piace».
Era venuto per tormentarla, e l'aveva contro voglia consolata: avea fatto conto sullo scoraggiamento di essa, e senza accorgersi le era stato egli medesimo cagione di sorger d'animo, di esaltarsi. Di ciò non poco s'inquietava Luchino, e come succede a chi incontra inaspettati incagli, viepiù si avviluppava quanto ingegnavasi d'uscirne e perdeva dell'abituale sua freddezza; ora volendo farsi un merito di questa involontaria rivelazione, ora procurando, strapparle la speranza ond'ella si lasciava lusingare: e--Non dubitate no (replicava esso) li vedrete, oh li vedrete e ve ne rincrescerà. Dovunque siensi trafugati, non tarderò a raggiungerli. Allora... oh allora...
--Trafugati? come? sono dunque sfuggiti?» proruppe la donna quasi fuor di sè dalla insperata consolazione.--Dunque non sono in vostro potere? Vivi e non in poter vostro! Oh gioja!» Sorgeva, alzava al cielo le mani, e sulla faccia lacrimosa scintillava un raggio d'ineffabile contentezza. --Gran Dio! (esclamava) ti ringrazio! Io mi lamentava che tu m'avessi dimenticata nel fondo delle sciagure, e non era: no, non m'avevi abbandonata. Che mi fanno ora i martirj? O principe, più non mi lagno, più: soffrirò che che spasimi volete; tacerò: raddoppiate pure, raffinate i tormenti miei; se essi sono salvi, più non mi cale della mia vita».