Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 16

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Suo padre non poteva altro che raccomandargli di tacere, di star zitto, perocchè frà Buonvicino neppure ai suoi confratelli erasi fidato di rivelare il segreto che chiudeva nella sua cameretta. Anzi, per dissimularlo, quella sera e il giorno da poi comparve tra essi alle opere, alle salmodie consuete, soffogando il dolore che lo struggeva. Ma ognuno potrà immaginarsi che trafitture fossero per lui i comuni discorsi, di cui erano tema inevitabile i casi del giorno precedente; e quando alcuno ne domandava lui stesso, e conoscendolo amico dei perseguitati, gli compartiva le sguajate consolazioni cha usa la società, e che non fanno se non invelenire le ferite. Colpo più forte portò al soffrente il prevosto della casa, frà Giovanni da Aliate. Eccellente uomo era questo, ma, siccome avviene troppo ordinariamente nei capi, qualora tra i loro dipendenti abbiavi alcuno che si faccia amare e rispettar più di loro, sentiva contro di Buonvicino un certo rancore, che egli intitolava zelo per la salute de' suoi confratelli. La venerazione in cui Buonvicino era tenuto nel convento, l'amore che gli portavano i cittadini, la fama di valente e di santo che godeva presso l'universale, e' li scambiava per attentati all'autorità sua propria. Non gli parve dunque vero di cogliere un'occasione onde umiliare quello che esso chiamava orgoglio di Buonvicino, il torto cioè di valere da più: e perciò quando si trovarono tutti uniti in circolo, il prevosto avviò il discorso su quella cattura, e, volgendosi a Buonvicino con tutta l'amorevolezza necessaria per rendere più vivo il colpo, gli mostrò come avesse mancato di prudenza mantenendo entratura con una casa, che già da un pezzo era conosciuta per turbolenta e avversa al principe; indi rivolto agli altri, e specialmente ai giovani, gli ammoniva che andassero cauti nella scelta degli amici: meglio non averne; ma, se non altro, cercassero gente quieta e dabbene: non imitassero l'esempio di certuni che, nutricando sotto al mantello dell'umiltà la superbia e l'affezione al mondo, anzichè volgersi ai poveri di Cristo, amano accomunarsi coi ricchi e coi potenti della terra; nè di cert'altri, ai quali sta bene quel che Festo diceva a San Paolo: _Insanis; multor te literæ ad insaniam convertunt_.

Tutti gli occhi naturalmente si fissarono sopra Buonvicino; i più dei confratelli dissero col cuore, ed alcuni anche colle labbra, che il prevosto aveva ragione, sebbene non s'inducessero a credere che Buonvicino avesse torto: altri però, e massime i novizj, chinavano il capo e tacevano, e dopo un silenzio meditabondo esclamavano con un sospiro: --Povera gente!» e taluni anche--Povero Buonvicino!»

Questi nulla rispose al rabuffo del prevosto, e, come sogliono le anime ambasciate, osservò rapidamente gli astanti per indagare su quale di loro potesse far conto in un caso di bisogno: se non altro, qual sentimento proverebbe al conoscere la vera sua situazione; e raccolto lo sguardo, quasi non avesse trovato a riposarlo, raggrinzò la fronte a guisa degli uomini forti, che concentrano i loro patimenti avvisando inutile ed imprudente lo svelarli quando veruna parola non sarebbe bastante a ritrarne la profondità, dove nessuno sarebbe capace di comprenderli.

Nella casa di Brera per tutto il giorno vi era un'attività faccendiera e regolata, quale appena negli opifizj più fiorenti delle più vive città ai giorni nostri; dalla porta un continuo entrare di carri, portando ballotti di lana greggia, ed uscire di altri, carichi di panni finiti; un pesare, un misurare, un battere di telaj, misto talvolta a devote salmodie, tal altra a qualche cantilena popolare. Il silenzio imposto negli altri monasteri, mai non erasi potuto prescrivere a questi, che per ciò avevano poco prima vinto una lunga lite col pontefice, siccome anche per non andar obbligati al digiuno: nè questo, nè quello trovando conciliabili coi traffici e col lavorìo, a cui specialmente si riguardavano dedicati.

In mezzo a quell'incessante rumore, zitto, occulto stavasi Franciscolo col suo bambino, accovacciato nella cella angusta, più sicuro che in qualsivoglia fortezza, ma col battimento di cuore troppo naturale alla sua desolata posizione. Il dì Buonvicino li lasciava sempre soli, tra per non mettere ombra col trascurare le solite occupazioni dell'istituto, e tra per darsi attorno, e informarsi di quello che importava sapere. La notte poi tutta la vegliava il buon frate coll'amico a discorrere dei casi loro, a provvedere, a confortarlo.

Di cosa mal condotta noi sogliamo dire anche oggi «La par roba di rubello»: il qual motto nasce da ciò, che le case e i poderi dei proscritti per titolo politico solevano mandarsi a guasto: demolire le prime, lasciar gli altri incolti. Azone Visconti però avea proibiti questi eccessi, e la plebaglia dovette sapergli mal grado d'averle tolto il gusto che, simile anche in questo ai fanciulli, essa prova nel distruggere. Il palazzo dunque dei Pusterla non fu diroccato e solo mandato a sacco; gli amici di Franciscolo che non erano riusciti a fuggire, doveano fra poco venir sottoposti al giudizio; della Margherita nulla si sapeva: silenzio che dava maggior ragione a temere.

Mentre una volta frà Buonvicino stava cogli infelici suoi ospiti, odono un suono di trombetta avvicinarsi, cessare, poi risonar più dappresso, interrompendosi di nuovo, sinchè chiaro lo si intese ai piedi del convento. Il fanciullo, che facilmente veniva divagato da un'impressione nuova e gradita, si mise in ascolto con compiacenza, invitando gli altri a fare l'istesso, ed accostando il piccolo indice al naso per accennare che tacessero, che gli lasciassero goder tutta quella distrazione. Era il banditore del Comune, il quale veniva gridando per la città con una voce da passar i tetti:--Cento fiorini d'oro di mancia a chi consegna vivo o morto Franciscolo Pusterla». Qui un minuto di silenzio, poi dava fiato allo strumento, e ripigliava:--Signori, taglia di cento fiorini d'oro sulla testa di Franciscolo Pusterla, capo d'una scellerata combriccola per abbattere il signor Luchino, scannare i preti, disfare la santa religione, e far morir di fame la povera gente.--Signori....»

E così alternando il sonare e l'urlare, allontanavasi fra una turba di plebe che lo seguiva; alcuni inorriditi delle annunziate enormità, appena credendo che gente così scellerata potesse vivere sotto l'occhio del sole, altri ideando qual bella fortuna sarebbe la loro se riuscissero a scoprire e consegnare il bandito: l'ideavan quegli stessi, che, se mai ne fosse venuto il caso, per natural bontà avrebbero rinunziato alla taglia ed ajutata la fuga dell'accusato.

Intesero frà Buonvicino e il Pusterla quel suono: e Franciscolo esclamando,--Una taglia! come un lupo, un orso!» coprì la testa del suo Venturino perchè non udisse quelle funeste intimazioni; poi rimasto un momento ad immaginare l'impressione che farebbe sulla ciurma, sui malevoli, sugli invidiosi, sugli indolenti, alzò gli occhi inviso a Buonvicino, e se gli buttò al collo, siccome una donna che, udendo narrare i tradimenti d'altri mariti, si abbraccia al suo fedele, esclamando:--Ma tu no; tu non mai».

Tolta la speranza di poter giovare alla Margherita, a sè, agli amici, non rimaneva a Franciscolo altro partito che di cercar salvezza colla fuga, e ritirarsi ad aspettare tempi migliori.--Va pure! (gli dicea frà Buonvicino) Se per la Margherita vi sarà modo di scampo, o almeno di consolazione, sai se qui lasci chi l'ama davvero, chi non farà meno di quel che faresti tu medesimo, senza esporsi ai pericoli come te. Oh, risparmia almeno a quella poveretta il sapere perduti e te e questo vostro angioletto. Va; fuggi; fuggi lontano più che puoi: non dar troppo facile credenza alle speranze, onde i forusciti lusingano sè stessi e gli altri: non ti fidare a vanti, a promesse di stranieri. Lungo è il braccio dei cattivi, e molte e tortuose le loro vie, più che il giusto neppur se lo possa immaginare».

Una mattina, Angiolgabriello da Concorrezzo, portinajo che conoscete della casa di Brera, schiudeva il cancello della porta rustica, e lasciava uscire un barroccio di pannilani, senza dir altro se non,--Iddio vi benedica».

In alto di esso, coricato boccone e celato dalla sargia, era un fanciullo e dietro dietro gli venivano due Umiliati, uno ravvolto nel gabbano bianco di lana sparato dinanzi e col cappuccio, secondo costumavano i sacerdoti del terzo ordine: l'altro a foggia dei laici, col gabbano anch'esso, greggio, chiuso davanti e sparato ai lati per trarne le mani, con le pantofole ai piedi, e in capo una gran berretta, della quale il popolo nostro li soprannominava _i berrettani_. Erano essi fratel Buonvicino, il Pusterla e Venturino. A questo avevano raccomandato vivamente di tacere, di non muoversi: e il poveretto dimandò--Si va forse a trovare la mamma?» e con questa speranza si accomodò e tacque. Chi entro fragile zattera abbandona una punta di scoglio dove era stato gittato dalla tempesta, e per riguadagnare il porto espone di nuovo la sua vita alla ventura dell'infido elemento, può dar immagine di quello che provavano dentro i due amici al primo metter piedi fuori dalla inviolabile soglia del convento, per dare alcuni passi nella città ove tutto era pericolo.

Vero è però, che, essendo già trascorsi alquanti giorni da quella prima sfuriata di guardie, di bandi, di sospetti, e credendosi omai presi o scampati tutti que' gran nemici dello Stato, meno attento occhio si aveva sopra coloro che uscissero. Anche le perquisizioni della finanza non mettevano a rischio i nostri viandanti, atteso che gli Umiliati godevano esenzione dal dazio di dieci soldi terzuoli, che ogni pezza di panno pagava all'uscire. E poichè un portinajo veniva eletto a voce di popolo per ciascuna porta della città, che vegliasse onde veruna frode non fosse fatta nella riscossione, alcune erano affidate agli Umiliati, cioè la porta Giovia, la postierla delle Azze, e questa del Guercio d'Algiso, dalla quale appunto avevano a passare i fuggiaschi.

All'avvicinarsi dunque del loro carro, come fu conosciuto essere merce dei frati, nessuno venne a farne la veduta: i due Umiliati di guardia esclamarono--Pace, fratelli»: e--Pace anche a voi», rispose Buonvicino: ed uscirono. Quando si trovarono allargati nella campagna, Franciscolo osò alzare gli occhi, girarli intorno, rimirar ancora quel bel cielo lombardo, imporporato dall'aurora, e che viepiù gli pareva bello dopo che da molti giorni nol rimirava se non attraverso una socchiusa finestra. Chiamò il figlioletto, che fin allora si era tenuto quatto, colle mani sugli occhi, senza trar fiato, al modo onde si rimpiattano sotto le coltri certi mal avvezzati, per paura delle fantasme. L'innocente rizzò il biondo capo, e la prima cosa fu un sorriso al genitore il quale se lo levò fra le braccia, teneramente baciandolo e ribaciandolo: e gli disse:--Ora siamo salvi».

Venturino corrispondeva a quelle carezze, poi fissando in volto al padre due occhi d'inesprimibile tenerezza, domandò:--E la mamma?»

Come potevano rispondergli i due se non col dare in uno scroscio di pianto? e ricorrendo su tutti i casi del vivere suo con quella sventurata, Francesco stette un momento rivolto verso le torri che s'abbassavano della sua terra natale.

Oh, la patria, quando la si abbandona è pur cara! E quando la si abbandona a quel modo! quando vi si lascia tanta parte di sè!

Una volta usciti di città, potevano i nostri profughi riguardarsi come in sicuro. I Governi d'allora, tutti impeto e di forza e poca astuzia, neppure sognavano la raffinata oculatezza dei secoli moderni. Quindi nè posti di gente d'arme, nè squadriglie di birri, nè chi cercasse dell'esser vostro, nè le mille cautele onde nei tempi colti la Polizia tutela la pubblica tranquillità. La gente poi della campagna non aveva, come la cittadina, sofferto l'influenza corruttrice della Corte e degli artifizj dei tirannelli; e come serbava più vive le ricordanze della goduta libertà, nutriva costumi schietti, compassionevoli: quei costumi che si alterano fra le egoistiche importanze della città, e che non furono ancora, per fortuna, disimparati affatto dai più lontani abitatori della campagna lombarda. Quindi da per tutto, nei riposi del lento loro viaggio trovarono liete accoglienze, cordiale ricovero.--Pace a questa casa ed ai suoi abitanti», esclamava frà Buonvicino entrando: e il padrone di casa correva loro incontro, levandosi il berretto:--Oh entrino i servi del Signore. Dove vanno, e' portano la benedizione come le rondini». E accomodatili di quel che abbisognavano, e chiesto con ingenua curiosità donde venissero, ove andassero, come prosperassero i traffici, quanto si vendesse il braccio di panno, con altrettanta ingenuità raccontava le sue faccenduole, domandava un parere, esponeva un affanno.--Oh! la brina questo aprile ci portò via mezzo il frumento. Ma le vigne mostrano bene.--Mia moglie? la poveretta è morta. Eh! se la ci fosse ancora, non vi sarebbero questi garriti colla mia nuora, che se la dice male cogli altri di casa. A proposito, il suo ultimo bambino, che non fa ancora l'anno, ha i bachi. Queste donne dicono sia qualche cosa di peggio, qualche malía: c'è qua una vecchia nostra vicina con cert'occhi, che.... Basta! loro sacerdoti non vorrebbero si pensasse male. Pure... farebb'ella la carità di benedirlo?»

E frà Buonvicino benediceva il fanciullo malescio; esortava la nuora a conservarsi dabbene, e augurava all'ospite una ricompensa di poco in questo mondo e di godimenti nell'altro.

A Varese, il carro dei panni doveva far capo alla casa degli Umiliati di colà, che ancor chiamano la Cavedra. Quivi il Pusterla mutati abiti, si separò col figlio da Buonvicino.--Addio (esclamava questi intenerito). Vedi le parole scolpite sopra del nostro convento? _Spera in Deo_. E tu le scolpisci in cuore. Riposa le tue speranze in quel Signore che dà una patria anche alla capra silvestre, e guida nel loro passaggio le rondini pellegrine. Egli è da per tutto e per tutti: ed a chi lo invoca di cuore piove sull'anima consolazioni, che il mondo non sa dare e non può rapire: Invochiamolo insieme: preghiamo che una volta ancora ci possiamo rivedere--rivederci in pace e in amore, a giorni più quieti per te, per me, per lei, per la patria nostra».

CAPITOLO X.

IL PROCESSO.

A Milano intanto erano stati disposti i processi delle persone arrestate per l'affare della congiura. Il signor Luchino Visconti era studioso di serbare le apparenze della giustizia; e i suoi lodatori rammentavano spesso a grande encomio il seguente fatto. Aveva egli commesso il governo di Lodi al suo prediletto figliuolo naturale Bruzio, giovane studioso di lettere, ma immerso a gola in ogni turpitudine. Sotto la costui balìa accadde che un gentiluomo lodigiano uccidesse un altro, onde fu preso e condannato nel capo. I parenti del reo si presentano a Bruzio, e--Messere (gli dicono), se avete bisogno di denaro, non perda la testa il figliuol nostro, ed eccovi quindicimila bei fiorini, un sopra l'altro».

Ciò udendo, Bruzio, avido dell'oro, cavalcò a Milano, fu dal padre, e inginocchiatosegli davanti, gli chiese grazia pel delinquente, mostrandogli come egli potrebbe così ristorarsi della sua povertà. Luchino fece segno ad un sergente che gli portasse il suo elmo, il quale era forbito e lucente, con sopra un bel cimiero, coperto di velluto vermiglio: ed avutolo, disse a Bruzio:--Leggi queste parole che vi sono scritte». Dicevano _Justitia_.--E la giustizia (soggiunse) noi porremo ad effetto; nè permetterò che quindicimila fiorini possano più della mia divisa. Va e torna a Lodi, e fa giustizia, od io la farò di te».

Giustizia di questo calibro ne troverete facilmente presso i peggiori tiranni; troverete anche chi l'ascriva loro a merito, merito ad assassini che fedelmente spartiscono fra loro ciò che rubarono alla strada. Ma alcuni opinano che vera giustizia non possa mai esercitarsi laddove chi governa ha interesse diverso dei governati; poichè, qualora si trovino questi in collisione con quelli, l'istinto dell'utile personale si mescola alle decisioni, quasi senza che i giudici se ne avvedano. Quanto più doveva succedere in tempi tanto grossolani, e ignari della dignità dell'uomo!

Il diritto di sangue nelle repubbliche lombarde, dopo la pace di Costanza, spettava al podestà, magistrato che generalmente chiamavasi da paese forastiero, durava in posto uno o due o tre anni, e proferiva le sentenze di concerto con un luogotenente o vicario condotto seco, e con alcuni pratici della legge e delle costumanze, a norma di queste e di quelle. Il travalicare però il diritto nei casi di Stato era abuso di cui già si lordavano le repubbliche, e peggio i tirannelli succeduti ad esse in ogni parte d'Italia. Quando fu trovata, o dirò meglio, quando si tornò a studiare la ragione scritta nelle Pandette, i potenti non curarono gran fatto le garanzie ivi sancite dalla libera sapienza romana, ma trassero a loro servigio le esorbitanti leggi, che la timida tirannide dei Cesari aveva mescolate agli ordinamenti migliori; e si valsero di quegli esempj per farne puntello alla mal fondata autorità e credersi giustificati, se, nei casi di maestà, trascendevano il diritto.

Allora i giureconsulti, non guardando più ciò che era giusto ma ciò che era scritto, sugli esempj di una società nella quale non era ancora venuto Cristo ad erigere un potere tutelare contro la spada, degenerarono a schifosa servilità, e divennero adirati campioni della parte ghibellina, per quel genio d'imitazione romana che tante cose ha già guaste nel nostro bel paese. Quando il Barbarossa adunò a Roncaglia la dieta italiana, famosi legisti pronunziarono che l'imperatore era padrone del cielo e della terra, delle vite e delle robe. Poco meno sostiene Dante nel ghibellino suo libro _De Monarchia_. I giureconsulti avevano sempre, come si dice, in manica un discorso per indurre la città a mutare il governo a popolo in governo d'un solo: i tirannelli non domandatemi se facessero lor pro di dottrine per le quali la legalità non si riponeva nella ragione, ma negli atti del governo, qualunque ei si fosse: che sostenevano essere assolutamente obbligatorio il comando della legge, e la legge essere ciò che piace al capo: pel qual modo essi tiranni poterono vantarsi protettori della libertà, purchè questa venisse definita il poter fare tutto ciò che non è impedito dalla legge.

Sentono di quello spirito gli statuti criminali di Milano, dei quali il CLXVII sancisce che _ribelli del Comune milanese s'intendono tutti coloro, che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano:_ il precedente ordina che, nei casi di ribellione, presa in così lato senso, il podestà e i giudici suoi, tutti e singoli sieno tenuti per proprio uffizio ad investigare e procedere per indizj, argomenti e tormenti, e con tutti i modi che parrà; ed a punire e condannare.

Così elastici regolamenti facevano che in ogni paese, come dice il Muratori, quando per semplici sospetti o per vendetta si voleva togliere taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo di congiura.

E la voce d'una congiura l'avea qui sparsa Luchino; si trattava ora di convalidarla con un processo. Il 15 giugno, vale a dire sei giorni prima, era entrato podestà in Milano Francesco de Oramara marchese di Malaspina, giureconsulto anch'egli, e adoratore della lettera scritta, che poneva per primo dovere d'un magistrato il conservare la quiete; e nell'assumere la carica aveva giurato di far osservare gli statuti del Comune di Milano, e principalmente gli accennati contro i ribelli, o come qui li chiamavano, i _malesardi_. Non avrebbe dunque messo impaccio alla condanna de' ribelli: ma dall'altra parte egli era un onest'uomo, corto sì, ma retto, retto quanto bastava per venir raggirato da uno scaltro birbante; ma incapace assolutamente di menare una brutta pasta per piacenteria o per sordide speranze. L'uomo da ciò l'aveva in serbo Luchino.

Quella banda di San Giorgio, che v'ho detta raccolta da Lodrisio Visconte a danno del Milanese, dopo sconfitta a Parabiago, si era sparpagliata; e i mercenarj, avvezzi alla prepotenza ed al saccheggio, e buttatasi alla via, rubavano, assalivano, incendiavano; terribili ancora a minuto sotto il nome di Giorgi. Per reprimerli, fu dato licenza a chiunque di farsi giustizia da sè: e le memorie dei tempi ricordano che Antonio e Matteo Crivelli, cui i Giorgi avevano guaste le ville, quanti ne poteano avere gli arrostivano, e infarcendoli di avena, li davano a' cavalli; ad altri sul Cremonese fu stratagliata la pelle sul dorso a modo di nastrini indi il boja li frustava, gridando ad ogni colpo «Stringhe e bindelli». Così si educavano i privati e il pubblico all'umanità.

Luchino, per quel suo amore così fatto alla giustizia, aveva contro ai Giorgi istituito un magistrato nuovo, il capitano di giustizia, con autorità amplissima. E perchè il mite naturale de' Milanesi non rattenesse nell'esecuzione, scelse a quel posto un tal Lucio, severissimo uomo, il quale, imprigionando e impiccando a josa, sbrattò dai ladri il contado. Dai ladri dico grossi e minuti; giacchè molti signori, annidati nelle rôcche e nei palazzotti di campagna, non lasciavano passare immune se non chi avesse il salvocondotto della miseria. Anche a costoro pose freno Luchino: impedì le guerre tra persone e persone, famiglie e famiglie: dichiarò che tutto il contado immediatamente dipendesse pel criminale da Milano; sicchè i feudi si limitarono a semplice giurisdizione, non a tirannia: e i cortigiani del principe lo poterono lodare d'avere stabilito l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge;--eguaglianza però dalla quale si dovevano intendere eccettuati i forti, gli scaltri, gli adulatori, il principe, i suoi favoriti, e i favoriti de' suoi favoriti.

Miglioramenti così fatti sono una vera benedizione del Cielo qualora vengano da principe buono e di rette intenzioni: se mai è un tristo, gli somministrano armi terribili, che, dopo adoperate pel pubblico bene, può far servire al suo malnato talento. Luchino di fatti colla stessa mano onde feriva i nemici della società, abbatteva i suoi personali. Nel che egregiamente era servito da quel Lucio, così austero, così pratico delle leggi, o a meglio dire, dei tranelli del Foro, così zelante di far osservare il diritto: cioè la volontà del principe, e non già per coscienza erronea, ma perchè smanioso di togliersi d'addosso un'enorme vergogna che lo rimordeva più che un misfatto, quella d'essere nato da povera gente e povero egli stesso. A chi abbia profondo nell'animo questo abborrimento è facile, vi so dir io, il trovar modo da fare passata ed arricchire, perchè il merito, quando si vuol vendere, trova facilmente compratori.

E Luchino aveva comprato costui, e adoperatolo altre volte a' suoi fini: onde non esitò a porre gli occhi sopra di esso anche nel presente caso, e cominciò dal carezzarlo e solleticarne la vanità. Nel giorno della solenne traslazione delle ossa di san Pietro martire, la gran festa che abbiamo accennata terminò per la Corte in uno splendido convito, ove sedevano il vescovo Giovanni, tutti gli ambasciatori delle città e dei principi, gran signori e letterati sì paesani, sì avveniticci; e tanto straordinaria era la profusione, che Grillincervello, facendone le meraviglie, disse all'orecchio di Luchino:--Padrone, hai qualche pesce da pigliare per la gola?»