Margherita Pusterla: Racconto storico
Part 15
--Benissimo. Quanto a me, io sto coi frati e zappo l'orto. Se oggi odo gridare _Popolo_ e _Viva Sant'Ambrogio_, grido anch'io _Popolo_ e _Sant'Ambrogio_; se domani urlano _Viva i Visconti_, ed io urlo più forte _Viva il biscione_.
--Bravo! così si sta amici con tutto il mondo.
--E si muore a suo letto».
Quindi si danno a fischiare una cadenza, a cantacchiare un motetto, a sollecitare i battimazza perchè lavorino, a dare uno scapellotto al fattorino impertinente, a far sentire più vivo lo strisciar delle piale, il ronzare dei tornj, l'affollare dei mantici, lo stridio delle lime e delle seghe, il picchio dei martelli: mentre la folla dei curiosi, dei ricchi, degli scioperoni, degli affaccendati, dei divoti, seguita a riempire le strade, le case, le piazze, le chiese, secondo l'usato, allegro e melanconico ciascuno secondo gli accidenti suoi proprj; e nessuno in particolare dolendosi di quello che era male di tutti.
La domenica seguente fu una memorabile solennità in Milano. Poichè i tiranni hanno l'amor proprio di volere che i loro sudditi sieno allegri--ottimo preservativo da quell'incomodo vizio del pensare--pompe e feste si ricordano ogni tratto, introdotte o praticate dai principi lombardi. A noi vaglia il ricordarne due in Milano, cominciate nel 1335 da Azone Visconti: l'annua processione del _Corpus Domini_, e la festa della Natività di Maria, in cui ogni città e borgo doveva, per suoi deputati, mandare a Milano la propria insegna e un drappo di seta da offrire alla metropolitana; i quali drappi, il primo anno, sommarono a centoventidue, del valore di settemila fiorini.
Alla solennità celebrata nel giugno, ove ci troviamo col nostro racconto, avea dato occasione il capitolo generale dei Domenicani, tenuto nel convento di Sant'Eustorgio, sotto alla direzione di Ugo Vantemann, sedicesimo generale di quell'Ordine recente e vigoroso; e vi fu dato compimento col trasferire il corpo di Pietro martire da Verona, stato ucciso a Barlassina da chi mal soffriva lo zelo di esso nello stabilire ed esercitare fra noi l'inquisizione contro l'eresia. Giovanni di Balduccio da Pisa, uno dei primi ristoratori della scultura, aveva in Sant'Eustorgio preparato quell'arca di sì stupendo lavoro che tutti avete veduto; e nella quale Giovanni Visconti, fratello di Luchino, in gran pontificale depose le sacre reliquie, con una sfarzosa processione, decorata da tutti i vescovi della provincia, dalla Corte, dal fior della nobiltà, dai paratici, voglio dire dalle sessanta badie d'artefici e negozianti, ciascuna con divise particolari e collo stendardo del proprio Santo protettore. Dalle città vicine, da tutto il contado accorse il popolo a folla, e tutto il dì fu uno scampanare a Dio lodiamo, e corse di barberi, e rappresentazione di misteri, e preghiere, e ubbriachezze, e una devozione, e un'allegria da non dire; poi la sera canti e suoni e luminare e fuochi di gioja--che il vulgo non distingue mai dai fuochi d'artifizio.
CAPITOLO IX.
BRERA.
Fra il generale rimescolamento di quella funesta giornata, che debolmente noi ci provammo di ritrarre, e che non può essere adeguatamente compreso da chi non esca affatto dalle costumanze d'oggidì, tutte quiete, tutte regolate, coperte, personali, per trasportarsi in quelle d'allora, piene di pubblicità, di vita, di spettacolo, di frastuono. Alpinolo, a maniera di disperato, cacciandosi per le vie di Milano, cercava il Pusterla, ne domandava a quanti conoscenti incontrasse, batteva anche ad alcune case, ma nessuno gliene sapeva dar contezza: i più anzi lo credevano delirante, e rispondevano:
--Il Pusterla? Oh sì! gli è lontano delle miglia più di quattro», giacchè solo a pochissimi era noto come egli fosse ritornato in città.
Così cercando senza curare del proprio pericolo, riuscì Alpinolo sulla piazza dei Mercanti, e la vista di quel luogo, di quei portici gli esacerbò il cordoglio; insaccò poi per l'angusta callaja di Santa Margherita di Gisone, e venuto al luogo, che chiamavano le Case Rotte pei rottami che vi si vedevano del diroccato palazzo dei Torriani e del loro giardino, quivi appunto incontrò il Pusterla.
La storica verità ci ha pur troppo costretti ad avvertire i lettori come egli, non soddisfatto nei tranquilli godimenti, cercasse un tumulto di affetti in indecorose passioni. Il mondo lo sapeva e non gliene faceva colpa, sì perchè corrotti erano i tempi, sì perchè egli era uomo ricco, giovane, bello; qualità che, non so per qual bizzarra ragione, sogliono far perdonare simili e peggiori traviamenti. Lo strano poi si è che questi traviamenti servivano ai maligni di testo per beffarsi della Margherita, quasi che uno potesse rimanere disonorato dalle colpe altrui: quasi non tornasse a maggior lode di quella virtuosa l'irreprovevole modo ond'ella si conduceva verso sè stessa e verso il marito.
E appunto il Pusterla, non sapendo durare un intiero giorno pacifico nel suo palazzo, era uscito per salutare qualche amica sua, ed anche per dare una volta nella città, come chi toglie congedo da un suo diletto, che per un pezzo non dee rivedere.
E fu ventura. La Margherita, che era andata a fare del bene, capitò nei manigoldi; suo marito, che andava per tutt'altro, li schivò:--tanto s'inganna chi aspetta quaggiù il compenso delle azioni.
Ma ravvolto in una veste comune, senza divisa, e col cappuccio in sugli occhi, neppure Alpinolo non l'avrebbe conosciuto, s'egli medesimo, ponendosi col cavallo attraverso alla corsa di quell'infuriato, non gli avesse chiesto:--Ove, così a precipizio?»
Non ho parole per descrivere il sentimento che Alpinolo provò nel ravvisarlo; e senz'altro rispondere, afferratagli la briglia del cavallo:--Fuggiamo», gli disse.
Non ebbe tempo l'altro di chiedere perchè; e secondando quell'imperio di spaventato, giù a spron battuto volse con esso per la via, che allora affatto ristretta serpeggiava tra monasteri e chiese, ora spaziosa e a filo signoreggia, fiancheggiata da caffè, da palazzi, e dal teatro della Scala; varietà di secoli. Ma giunti là dove questa è tagliata da un'altra via, che da dritta metteva ad altre chiese e monasteri, da mancina ad un antico olmetto che le dava il nome, ecco venire soldati da ambe le parti; onde più e più stimolando al corso gli alenati cavalli,--Corriamo (ripeteva Alpinolo), spronate; oh potessimo raggiungere la porta!»
Ma come furono in vista della postierla, videro difesa anche questa da un drappello sulle armi; talchè disperato, il giovane cominciò a strapparsi i capelli a ciocche, a bestemmiare gli uomini e Dio, e più non avvisando modo a campare, si volse tutto affannoso a Franciscolo dicendogli:--Siete perduto... cercano di voi... tutto è scoperto... vi vogliono morto».
Quelle interrotte parole spiegarono al Pusterla ciò che gli avevano già fatto presumere quella foga, e il trarre dei soldati, e il martellare delle campane. Ma se l'impetuosità abituale, cresciuta all'eccesso per l'angustia presente e pel feroce rimorso, non lasciava ad Alpinolo trovare un partito allo scampo, Francesco, più calcolato, lo ravvisò, e girata la briglia verso il convento di Brera, ivi si rifuggi.
I conventi (e chi nol sa?) erano asili inviolabili, come le croci, come i sagrati, come le chiese, come i palazzi del Comune: rimedi infelici ad infelici legislazioni, ma che facevano meno sciagurato nell'applicazione il desolante eccesso delle pene minacciate, il precipizio onde i magistrati le applicavano, e la furia vendicativa dei prepotenti. In Brera dunque, ancorchè potesse essere stato veduto entrare, Franciscolo doveva tenersi sicuro; onde Alpinolo, allorquando lo vide scavalcare colà, respirò, come una madre che veda tornar sicuro nella camera un fanciulletto, il quale per isconsiderata vivezza erasi condotto a passeggiare sull'orlo d'un tetto. Precipitossi dunque a terra, baciò il limitare, poi abbracciando le ginocchia al suo signore, e bagnandole di copiose lagrime, si accingeva a contargli la colpa sua e il tradimento di Ramengo, quando il Pusterla lo interruppe dicendogli:
--Va, e salva Margherita».
Spaventosa allora balenò alla mente di Alpinolo l'idea che la Margherita potesse anch'ella correre pericolo, e questo dubbio ne moltiplicò l'angoscia. Un piloto che adoperi a rimettere a galla un naviglio, dalla sua inesperienza trascinato nelle secche; un famiglio che aiuti a spegnere l'incendio, da esso incautamente suscitato; un amoroso che voglia trarre l'amata donna da deplorabile situazione, ove esso l'ha sconsigliatamente ridotta, non operano con tanta ansietà, con quanta Alpinolo. Il meno che pensasse era il proprio pericolo; e, o fosse che le guardie poco badassero a questo giovane, scambiato per nulla meglio che un ordinario scudiero, fosse che la confusione di quel parapiglia lo giovasse, fosse quel concorso di circostanze che chiamasi fortuna, fatto sta che egli riuscì, sempre correndo a fiaccacollo presso al palazzo dei Pusterla. Quando vide la folla maggiore intorno a quello, gli brillò un raggio di speranza: confidò che i Milanesi vorrebbero salvare i loro concittadini e benefattori, e cominciò ad alzare il grido di--Viva la libertà!» La turba dava luogo a questo cavalcante infuriato, ed udendone il grido, guatavansi uno in faccia all'altro, e chiedevano:
--Cosa vuole colui?
--Che diamine urla?
--Viva la libertà? Deve essere qualche pazzo. Largo, largo, dategli il passo».
Sciagurato! Alpinolo arrivò al vicolo Pusterla nel momento appunto che i soldati eransi tolta in mezzo la Margherita, e se la portavano incatenata. Al colmo della rabbia e del dolore, precipitossi verso di quelli, e non trovandosi allato la spada, volea cominciare a menar le pugna, persuaso di essere assecondato dalla turba, che credeva lo avesse seguito; ma volgendosi indietro per rincorarla, si trova solo: non un viso di amico, non una simpatia di indispettito; nei più una vile e stupida curiosità: negli altri un'inerte compassione. Quasi vergognoso di stare più oltre fra una razza sì codarda, già si avventava per morire tra le alabarde mercenarie, allorchè dietro agli altri vide quel mascherato, nel quale già i lettori hanno riconosciuto Ramengo. Tenevasi egli, come abbiamo detto, il figliuolo del Pusterla, lieto nell'atroce cuore di farne uno strumento di squisita vendetta, comunque la cosa andasse a finire; e se pur non potesse cogliere l'abborrito Pusterla, consolandosi almeno di rapire a questo le inenarrabili gioje della paternità, che per cagione di lui credeasi avere egli stesso perdute. Strillava Venturino, invocando sua madre; ma ruvidamente gli turava la bocca Ramengo, e a volta a volta, gli percotea la vita e il capo, senza quasi che alcuno ponesse mente ad esso, intenti com'erano alla maggior pietà della madre.
Ben vi pose mente Alpinolo, il quale pur troppo accorgendosi di non poter essere per nulla d'ajuto alla Margherita, si spinse addosso allo sconosciuto, gridando:--Lascia, lascia!» Questi non rimase ad aspettarlo, ma via spronò pei tortuosi chiassuoli di colà intorno. Sentendosi però già sopra il giovane, e sperando accalappiarlo colle usate frodi, si fermò, e mostrando chiamarlo a sè,--Almeno (disse con aria sospettosa e con voce alterata) almeno questo l'ho salvato».
Tanto bastò perchè Alpinolo sospendesse il suo furore, e credendolo un amico, gli dicesse:--Porgilo a me, porgilo a me, che lo renda a suo padre.
--E dov'è suo padre?» chiese il mascherato.
Il giovane schiudeva già la bocca ad una nuova imprudenza, quando la prima gli corse al pensiero, e con essa l'immagine più viva dell'esecrato Ramengo; alla quale paragonando la voce e gli atti dell'incognito, lo riconobbe per quel desso. Mugghiando allora come un toro percosso, se gli avventò al collo, gridando:--Ah traditore! Ah spia infame!» Qui cominciò una lotta, nella quale il ribaldo, per difendere sè stesso, dovette lasciar cadere Venturino, che a fatica e piangendo salvossi di sotto ai piedi degli scalpitanti cavalli, mentre Alpinolo, ghermito il nemico alle gavigne, gli pestava il muso e la persona, e, fattegli perdere le staffe, il lanciava per terra. Colui si appigliò al giovane con tanta forza, che lui pure trasse di sella, onde entrambi s'avvoltolavano sullo sterrato, a guisa di due villani rissosi. Alpinolo era disarmato e leggiero: l'altro, col morione e la lamiera di ferro; ma i pugni onde il giovane lo tempestava, pareano colpi di mazza, e non gli lasciavan ripigliar fiato; sinchè Alpinolo, riuscito a cacciarselo sotto e piantatogli un ginocchio sul petto, e la sinistra mano alle fauci, colla destra gli veniva traendo di cintola la _misericordia_.
Misericordia, chi nol sapesse, chiamavano certi pugnali, con cui, dopo avere scavalcato il nemico colla lancia o colla mazza, i guerrieri gli saltavano addosso a finirlo. Tale stravolgimento di nome non farà, spero, maraviglia al secolo nostro, avvezzato anche a più strani, che parrebbero una fina arguzia se non fossero troppo atroci.
Ramengo, sul punto di pagare in una volta tutte le sue iniquità, chiedeva perdono, e gridava agli uomini, a Dio, talchè fu inteso dai soldati, da cui, non visto, s'era diviso; il connestabile Sfolcada Melik comparve coi suoi in capo della via, e tra il fosco e il chiaro veduto quell'abbarruffamento, accorreva. Alpinolo conobbe non restargli tempo da perdere, e avere un obbligo più sacro che non la vendetta; onde abbandonando la sua vittima, e giurandogli che arriverebbe a lui pure il suo sabbato, si tolse sotto al braccio Venturino, e in men che dire addio, saltando in sella, spronò verso la parte opposta a quella onde traeva gente.
Il bujo e il trambusto di quella giornata ajutarono Alpinolo a scampare: ma divenuto ora cauto quanto era prima sconsiderato, più non osò rivolgersi alla casa degli Umiliati ove stava ricoverato il Pusterla, temendo che i passi suoi fossero spiati, e potessero tradire la traccia dell'amico. Rinvolto perciò Venturino, il teneva nascosto al seno, come, una gemma unica che avesse salvata in mano ai ladri; come la sola reliquia con cui potesse redimere la colpa di aver involontariamente gettato in precipizio l'amico, il protettore suo, il salvatore della patria. Così svignava per le strade più deserte, occhieggiando se scontrasse persona fidata, cui consegnare Venturino; ma di nessuno più sì assicurava; in chiunque vedesse temeva uno spione, un traditore: e intanto il fanciullo, mal frenando il pianto e l'impaziente desiderio, gli veniva tratto tratto esclamando:
--Rimettimi a casa... Dov'è il mio babbo?... La mamma dove l'hanno portata?»
Il padre suo fra ciò, ricoverato nella cella di frà Buonvicino, in massima segretezza stava trepidando sulla sorte sua, degli amici, della moglie, del figliuolo. Già il lettore ha compreso come l'animo di esso fosse tutt'altro che tempra di stocco. In battaglia aperta o in campo chiuso, in maneggiare lancia e destriero, non la cedeva ai migliori, nè mai fu veduto a fronte dei nemici abbassare gli occhi, nè mentire, nè ritirarsi: ma avea bisogno lo spettacolo, l'applauso, mancandogli affatto il coraggio civile, coraggio paziente, che sotto il cumulo dei guai, si conforta col testimonio della propria coscienza, o colla patetica gioja di lontane speranze. Dalla fanciullezza cresciuto negli agi, avvezzo a vedersi rispettato, obbedito, non avendo sentite mai le utili lezioni della sventura, non si era a questo disposto; e la presente infelicità più gli pesava, quanto erano maggiori i beni a cui aveva attaccato il cuore, senza immaginare di doversene disgiungere mai più. In questa cella medesima, quando ancora il cielo era ridente, Buonvicino lo aveva esortato a spiccarsi decorosamente dalle pompe cortigiane: ora, strappato con onta da quelle, doveva ricoverarsi quivi come un reo, come un perseguitato, avvilito agli occhi di quel pubblico, nel cui concetto aveva tremato di scapitare. Lasciò da banda le perdite reali, le dolcezze della casa, della patria, degli amici; una donna di cui più vive ora gli si presentavano le virtù, e più enorme il torto d'averla trascurata. Quindi, sollecito e povero di consigli, non che far fronte alla sventura, le si piegava sotto, come il salice alla bufera; nè trovando in sè vigore o prudenza, implorava l'uno o l'altra da Buonvicino, e con una desolazione scoraggiata, non sapea che stringer la mano al frate e ripetergli:--Amico... padre!... Buonvicino! mi raccomando a voi; son nelle vostre mani... che devo fare?»
Se allora Buonvicino gli valesse, lo argomenti chi nei maggiori suoi bisogni sentì la necessità di avere un amico, il quale voglia e sappia consigliare, soccorrere, avventurar, sè stesso. Misurando l'ansietà del Pusterla, dalla sua medesima, dopo che gli ebbe compartite quelle consolazioni che per momenti siffatti serbano la religione e la fiducia nella Provvidenza, uscì per prendere lingua, per conoscere se la Margherita abbisognasse di ajuto, o non potesse ricevere più che compassione. Con qual cuore egli fendeva le strade della città! con qual trepidazione si accostava ai crocchi, o schiamazzanti o sbigottiti delle persone, per raccogliere qualche notizia, qualche parola a mezzo! con che ansia interrogava qualche frate, qualche suo fidato! Pur troppo venne assicurato di quello che già presentiva: la disgrazia della Margherita: ma non avendo potuto sapere nulla di Venturino, si fece maggiore di sè, e trasse fino al palazzo dei Pusterla. Quivi una ciurma di popolaccio esultava nel dare il sacco, porzione di sue ingiustizie che Luchino concedeva all'ingordigia plebea per farla silenziosa e applaudente. Buonvicino vi entrò, salì, cercò ogni ripostiglio, chiese a tutti, ma nulla scoprì del figlioletto.
Vide la sala--quella memore sala!--Ogni cosa era scompiglio e guasto; ma colà, nel vano d'una finestra, al luogo appunto ove, nel giorno del suo errore e del pentimento, egli avea veduto la Margherita, scorse un telajo da ricamo, che a nessuno doveva aver fatto gola, come cosa da troppo poco.
Su quello aveva la Margherita cominciato a trapuntare il fiorellino, chiamato come lei. Oh quando lo cominciò, chi le avesse detto che non doveva finirlo, e dove aveva a ritrovarlo!
Questa reliquia egli si tolse, la baciò, se la pose sul cuore, proponendosi di non distaccarla mai più da sè; poi subito un affetto generoso gli si elevò nell'anima, che condannando questo rimasuglio di affetto mondano, gli ricordava la via di perpetua abnegazione, su cui era entrato, e lo persuase di recare quel dono al Pusterla:--qual cosa potrebbe riuscirgli più preziosa di quella, su cui la donna sua aveva fatto l'ultimo studio?
In tal guisa uscì di nuovo; uscì per l'ultima volta dal funesto palazzo; quanto il cordoglio glielo permetteva, esortando la ciurma ad esser buoni, a star cheti, a non esacerbare con atti o con insulti le miserie di chi già soffriva abbastanza. La turba lo ascoltava, sospendeva i sacrileghi guasti, dicevansi uno all'altro:--Gli è quel buon frate, quel frate santo»; ma appena aveva rivolto le spalle, e alla riflessione succedeva l'istinto, ritornavano a far come prima e peggio.
E difatto, in quel caso, il frate santo che nascondeva e favoriva la fuga di uno, perseguitato dalla legge, era prevaricatore; coloro che mandavano a sacco e guasto la roba d'un ribelle, operavano legalmente:--nuovo argomento in favore di chi fa sinonimi giustizia e legalità.
Tristo e desolato, col capo basso e rinvolto nel gabbano, si ravviava Buonvicino al suo convento, tra le fosche vie della città, dove appena negli spazj più dilatati la luna gettava uno sguardo senza calore, come l'ammirazione che un logorato damerino comparte alla bellezza; come la compassione che alla miseria concede l'egoismo. Ma poichè, sulla via stessa di Brera, giunse alla chiesa di San Silvestro, ode chiamarsi con replicata istanza. Riscosso quasi a forza dalle dolorose sue meditazioni, così alla bruna scorge alcuno che, addopato ad un pilastro, gli accenna cautamente; si accosta, e ravvisa Alpinolo, il quale occhieggiando se veruno, quantunque fosse già buon'ora di notte, il potesse notare, gli consegna il piccolo Venturino. Un lampo di fulgidissimo sereno tra la fitta tenebria d'un uragano potrebbe appena assomigliarsi alla gioja che irradiò il volto di Buonvicino; abbracciò il fanciulletto, strinse al seno e baciò in fronte Alpinolo, il quale tristamente esclamava:--O padre, non lo merito.... Salvate questo fanciullo.... salvate il Pusterla... Ditegli... la colpa di tutto fu....»
E i singhiozzi lo interrompevano: sicchè Buonvicino, udendo avvicinarsi una pedata:--Benedetto te! (gli disse) Va, fuggi; che il Signore t'accompagni, e renda a te il padre, come tu rendesti al genitore questo figliuolo».
Coperto poi sotto al gabbano il fanciullo, col favore della notte chiusa entrò inosservato in Brera, dove le regole eran ben lontane dai rigori imposti agli Ordini più recenti.
Lunghi, penosi volgevano intanto i momenti al Pusterla, chiuso in una cameretta, col tormento, che è sommo, quello di vedersi ridotto all'inazione allorchè maggior bisogno occorrerebbe d'operare: ridotto ad aspettare una decisione capitale senza poter nè cansarla, nè migliorarla; dubbioso su quello che fosse accaduto della casa sua, di sua moglie, del suo bambino; dubbioso su quel che accadrebbe di lui medesimo; senza il coraggio di prendersi tanta sciagura in pazienza e in espiazione. Quando Buonvicino entrò nella cella, era bujo affatto, lo che tolse a Francesco di vederne la fronte, pallida come di cadavere, ma tutta l'estensione della sua disgrazia dovette comprendere quando, chiesto a Buonvicino della Margherita, questi non fece che stendergli la mano convulsa e madida di sudor gelato, mentre un singhiozzo mal represso gli rivelò il pianto dell'amico.
E l'uno pianse coll'altro, e con essi il fanciullo;--povero fanciullo, già abbastanza intelligente per comprendere la paterna afflizione; non abbastanza ragionevole per conoscere l'arte di non esacerbarla. Egli si abbracciava a suo padre, e il padre a lui, coll'impeto onde, nella perdita di una persona cara, più ci attacchiamo a quelle che sopravanzano, più proviamo il bisogno di sapere che le amiamo, che ne siamo amati, di dirlo, di sentircelo dire. E tratto tratto Venturino rompeva in lacrime più dirotte, e,--Babbo (esclamava), la mamma... oh se tu l'avessi veduta! L'hanno legata come un ladro. Povera mamma! guardava me, chiamava te, ma non piangeva....Dove sarà la mamma? andiamo a cercarla; stiamo con lei:--con lei anche in prigione!»