# Margherita Pusterla: Racconto storico

## Part 13

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Ma contentezza non segue al delitto, neppure in chi vi ha fatto il callo: le gioje che esso procura sono tempestose, come l'inferno da cui procedono. Quelle coltri, quel materasso riuscivano ispidi, pesanti per Ramengo; voltavasi, contorcevasi, volendo pure a sè medesimo simulare tranquillità, chiudeva gli occhi, si provava di dormire, ma rivenendo in sè, trovavasi averli spalancati, fisi, incantati sopra i fantasmi che l'immaginazione gli presentava. Non erano fantasmi di paura, ma quei della donna sua, del figliuolo, delle loro ambasce; e lì immobili, confitti alla proda del suo letto, al capezzale, alla porta: sicchè non potendo stornarli, procurava mutar lo spavento in un'atroce dilettazione. Balzò di su la coltrice, salì sulla vedetta: e quivi fermi gli sguardi lampeggianti sopra il lago, col fosco crine spartito sulle due tempia convulse, il pugno sopra la spada, l'altra mano aggrappata ad un merlo, si sarebbe detto una statua posta colà ad ornamento o a spauracchio. Tentennò poi risolutamente il capo, e proferì:--Sei là! là in mezzo. Maledetta! perchè non dura eterna questa notte? perchè non può colei sentir in essa tanti affanni, quanti da due mesi a me ne ha fatti soffrire!»

Poi mirò farsi bujo verso tramontana, e un nebbione, quasi densa fumea di fornace, avanzarsi radendo il lago: previde la burrasca, e ne tripudiò: tripudiò quando la vide scoppiare: ogni groppo di vento che rompesse, ogni fulmine che cascasse, egli trasaliva d'infernale piacere, nella frenesia della rabbia figurandosi quel che ne patirebbe la donna. L'acquazzone tutto il lavava; gli strideva tra le chiome il vento;--e' non lo sentiva; non sentiva altro che l'ardore della vendetta.

Solo al primo albeggiare si tolse da guardare il lago; e salito a cavallo, uscì furiosamente lunghesso la riva se mai essa vi fosse approdata, se piuttosto la procella ne avesse rigettato il cadavere. Nulla vide, nulla ne intese raccontare, onde fu al colmo della soddisfazione, sperando che, com'era stato suo disegno, il lago avesse inghiottito e la vittima e le traccie del delitto. Su quei primi giorni mascherò il rimorso con una smania di operare; spedì attorno a cercare se mai il nembo o la piena avessero fatto pericolare alcuno: sotto veste di esplorare gli andamenti di certe bande che infestavano la valle San Martino, mandò di qua, di là scorridori che gli riferissero a minuto quanto udivano, ma nessuno gli fe' cenno di una donna affogata: onde esclamò:--Hai pur dato l'ultimo tuffo!--Possa la tua agonia essere stata lunga, affannosa quanto te l'auguro io, quanto la meriti! Possa io un giorno, come ho goduto, della tua morte, così godere di quella dell'infame tuo drudo!»

A chiunque abbia idea della disordinata prepotenza dei governi militari in ogni tempo, e della confusione speciale d'allora, quando, per troncare un viluppo inestricabile, fu fatto uno statuto[16] che nessuno si ricercasse per delitti commessi durante la guerra di Monza dal primo novembre 1322 all'undici dicembre 1324, sarà agevole spiegare come veruno giuridicamente chiedesse conto a Ramengo della donna scomparsa; in privato poi, coi subalterni gli valeva la superiorità per farli tacere: coi pari e coi superiori non gli mancavano sfuggite e pretesti. A Lecco diede voce che la Rosalia fosse andata a Milano: a Milano che fosse corsa ad unirsi co' suoi parenti forusciti; poi che era morta, morta lei, morto il bambino, e se ne finse accorato, celando il suo delitto sotto impenetrabili apparenze, come celato lo aveva la superficie del lago, cui unicamente l'aveva confidato.

La prima volta che di ciò fu inteso, il giovane Pusterla se ne mostrò tocco nell'anima, siccome succede allorquando vediamo peccare chi più ci pareva dabbene; allorquando vediamo chiuder il libro della vita chi non ne avea scritto ancora che pochi fogli. E non rifiniva di chiederne; e s'ingegnava di consolare Ramengo, prima colla speranza che certo ella tornerebbe al marito, al dovere: poi, dopo credutala estinta, coll'enumerarne le belle doti, e rammentare certi atti minuti, certe leggiere parole, che tra i casi ordinarj sfuggono innotati, ma che tornano a mente vivacissimi allorchè scomparve quello alla cui memoria erano attaccati.

Ma questa commiserazione, questi encomj, ben altro suono facevano a Ramengo. Non già ch'e' fosse cotanto geloso dell'onor suo che credeva oltraggiato: ma la commiserazione faceva dispetto a lui, bramoso di eccitare invidia: e nella ribalda anima sua il rimorso palliavasi sotto altri affetti, dei quali soli era capace: odio, disprezzo, vendetta.

Sebbene verun tribunale, veruna potente voce chiamasse conto a Ramengo dell'operato, sì lo interrogava fieramente una voce interna, quella che, se i gran malvagi asseriscono di non sentire più, o mentiscono, o il vero è che l'hanno soffocata sotto altre voci, principalmente sotto alla smania che gli invade di nuovi delitti. Come l'ubbriaco, allorchè il vino comincia a fargli dar volta al capo, crede ripararvi col berne del nuovo: come una donna che d'una prima infedeltà sentesi spinta a cancellare la memoria col commetterne di nuove, e sostituire la vorticosa illusione della voluttà alla severità dell'innocenza perduta e al salutare stimolo della coscienza; tale Ramengo per rapirsi allo strazio del primiero misfatto provava una diabolica necessità di consumarne di nuovi. E com'è sottilissimo l'amor proprio a trovare scuse fino alle atrocità; così Ramengo versava ogni colpa sua sul Pusterla: fingeva a sè stesso di avere amato Rosalia d'immenso amore, sinchè tra i loro cuori non si frappose quell'esecrato: esagerava le speranze che avea fondate su quel fanciullo; e col lungo fingere un tal sentimento, talvolta Ramengo ritrovava in sè un vero rammarico di avere perduta quella sposa, di cui gli ricorrevano a mente le rare doti del corpo e dell'animo, e le dolcezze ch'essa gli prometteva.

Più ancora compiangeva il perduto figliuolo: così è dolce cosa a tutti il vedersi crescere intorno un bambolo, col quale ritessere il cammino della vita: così all'ambizioso è caro il poter erigere su quello la speranza e i disegni dell'avvenire! Nè poteva Ramengo ripiegare con un nuovo matrimonio, poichè da una parte la vulgare opinione aggiungeva non so che obbrobrio alle seconde nozze e a chi le contraeva; i feudatarj ne esigevano una tassa a profitto delle loro stalle: obbrobrio che, a chi pretendesse trovar ragioni delle popolari ubbie, parrà strano davvero in tempi che nessuno se ne apponeva al concubinato, all'adulterio. Ma se questo riguardo era gittato alle spalle dai principi e dai maggiori cittadini, doveva rispettarlo Ramengo, smaniato com'era di salire, e quindi in necessità di accarezzare e i vizj de' magnati e i pregiudizj de' volgari. Dall'altra parte chiedendo una seconda sposa poteva indurre e questa e i parenti a cercare più sottilmente l'esito della prima moglie, e rimestare così una sucida pasta.

Doveva dunque dire addio alle casalinghe consolazioni, smettere la lusinga di potere, quel che a stento gli veniva fatto per sè stesso, montare sublime per via di un figliuolo. Ma, anzichè accettare ciò come conseguenza e punizione del suo misfatto, non volea vedervi che una ragione onde portare peggior odio al Pusterla, onde concentrare su lui solo tutto l'astio, che era un bisogno dell'anima sua, e che dapprima sfogava contro la povera Rosalia.

Però una vendetta subitanea e violenta poteva fallirgli, e venire punita, e non corrispondeva agli spasimi che nella sua immaginazione a lui preparava. Conservò dunque le apparenze di servitù e di amore verso i Pusterla, anzi le raffinò, come è stile dei traditori: non avresti detto potersi dare altri più zelante dell'onor di quella casa: ma intanto ne spiava ogni andamento, simile al lupo cerviero, che con lunga persistenza seguita la vittima che destinò pasto alla rabbiosa sua fame.

Corsero gli anni: al Pusterla incontrarono i casi che già accennammo, e si sposò colla Margherita Visconti. Ramengo, siccome cliente della famiglia, assistette alla pompa della benedizione conjugale: e quel sacro istante, in cui il cuore balza fra due vite, fra i desideri del passato e le promesse dell'avvenire, ricordò al feroce il momento in cui egli erasi giurato amore colla sua buona Rosalia. Vide poi la tenerezza e la felicità spargere fiori a gara intorno e sopra della Margherita: con invidioso struggimento vide il suo abborrito diventar padre d'un vezzoso fanciullo: la beatitudine che quello godeva nelle incolpate mura domestiche, gli riaprì, se mai erasi rimarginata, la ferita onde in grazia di lui dicevasi trafitto.--Ecco! a me rapita una moglie, un figliuolo: messa nell'animo mio questa procella.... tutto per colpa di lui... ed egli nel colmo d'ogni felicità! E quel bambino? Oh un figlio! se avessi io pure avuto un figlio! quanti ineffabili gaudj! quante floride speranze! Poter anch'io amare, poter destare invidia! E non l'avrò mai... mai! Colpa di chi? Ed egli lo ha... e così bello! Ha una donna... una tal donna! Oh potessi turbargli cotesti godimenti! oh potessi mescere alle sue labbra un sorso del fiele, di cui esso ha attossicate le mie!»

L'astio (tant'è versatile!) assunse perfino le apparenze di amore. Perocchè, o rimanesse veramente preso anche Ramengo alla virtù e alla bellezza della Margherita, come se un demonio s'invaghisse d'un cherubino: o non si tenesse per pagato fin a che non ricambiasse collo scorno lo scorno che dal Punteria pretendea aver ricevuto, incominciò a corteggiare la costui moglie. E prima le venne in atti ed in parole prodigando le lusinghe, da cui ella potesse argomentare come di lei vivesse passionato: spinse quindi la sfacciataggine fino al punto di richiederla apertamente di amore. La Pusterla vedevasi di così immensa distanza superiore a colui, del quale, se non sapeva tutte le nequizie, indovinava per istinto la maligna natura, che dalla sozza sua persecuzione affatto si trovava sicura, e senza farne motto a veruno, le parve assai castigarlo col disprezzo. Ramengo però non era uomo da fare come sbigottito e vinto al primo colpo: anzi viepiù s'infervorava, fosse per punta, fosse perchè, confidente nei meriti suoi, come suol essere chi non ne ha, credesse potere coll'assiduità riportare una vittoria, tanto più gloriosa quanto più difficile. Oltrechè fermamente erasi proposto di cominciare le sue vendette contro il Pusterla dal contaminarne la donna: e quando pure non vi dovesse riuscire nel fatto, anche le apparenze gli sarebbero bastate; bastato che la vulgare malignità trovasse onde appuntare la Margherita, e turbare i sonni a Franciscolo.--Ma costei (diceva tra sè) non è costei come tutte le donne? A qual di esse torna ingrato un omaggio che si presti alla loro bellezza? Oh cadrà, cadrà: venga solo l'occasione».

E l'occasione parvegli venuta nell'incontro che sto per dirvi.

Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà soprannaturale, alcune volte di giovare, più spesso, di nuocere altrui. Sapevasi che versiere e stregoni potevano destare i turbini e quietarli; ogni temporale si credeva da loro suscitato; e ne trovavano irrefragabili prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle quali l'immaginazione ravvisava figure di giganti, di bestie, di demoni. Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davan norme ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le azioni loro, le guerre, le partenze. Ove, per dirne una sola, ricorderò l'avventura del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione per l'inauguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul più bello interrotto da quell'astrologo Andalon del Nero, che altrove mentovammo, il quale aveva scoperto esser quello il preciso minuto della combinazione di stelle migliore per fare la cerimonia. Ogni malattia poi alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno: erano fatture di streghe gli accidenti, di cui l'uomo o non sapeva render ragione o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso: e credevasi ch'elle si congregassero, certe notti, in certi luoghi, a tenere i loro conciliaboli infernali.

Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste plebee: forse anzi si apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra il vulgo radicate se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di chi dirigeva il vulgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi: qualche chiesa introdusse formole per esecrarli e scongiurarli; i sapienti ne discutevano di proposito e sul serio; quando poi i tribunali processarono per delitti di malía, la credenza diventò certezza: volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che pretendevano di sapere, dall'altra, sparsa tra il vulgo da parabolani d'ogni abito e d'ogni condizione, acquistò fin al segno, da parere bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse.

Crescendo adunque il potere e il numero degli streghi a misura delle persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la classe culta aveva scongiuri e fiamme, il popolino ne praticava di meno empj e atroci; ad ubbie opponeva ubbie; e tra siffatti rimedj, efficacissima era tenuta la rugiada della notte di San Giovanni. Chi si bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da fatucchiere: certe erbe sbocciate e côlte in quella notte, erano il tocca e sana degl'incanti. La quale opinione si collega ad altre che qui non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In tutto il nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora grandi falò pel San Giovanni; un Inglese trovandosi in Irlanda la vigilia di quel giorno, fu avvisato non si meravigliasse se a mezzanotte vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno[17]; a Newcastle le cuciniere fanno quella sera fiammate di gioia, a Londra gli spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco; in una valle della contea di Oxford, detta Caval Bianco, si raccolgano tutti i vicini a _ripulire_, come essi dicono _il cavallo_[18], cioè a svellere l'erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a passarvi la giornata fra campestri allegrie. Io so di paesi lombardi ove, malgrado le proibizioni, quella notte suonano continue le campane: fanciulletto fui più d'una volta, da qualche femminella all'antica, condotto a ricevere la guazza di San Giovanni, e in diversi luoghi mi furono mostrati enormi noci, i quali, fin a quella sera conservatisi aridi come di gennajo, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gajo fogliame.

Ai tempi della nostra Margherita, in proporzione della fede o della corrività, più solennemente celebravasi la vigilia di San Giovanni. Dal cadere della sera fino all'alba successiva non tacevano mai le squille sui centoventi campanili della città, affinchè le streghe, a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erbe nocevoli, nè impedire con loro malizie che fossero côlte le preservative: intanto la gente non velava occhio per uscire garagollando a ricevere la guazza miracolosa. Era quindi una specie di festa, un berlingaccio notturno. Nei villaggi, adunati tutti alla campagna, su qualche aja, in certi luoghi da ciò, i villani, al suono di zampogne e cornamuse, canticchiavano, ballonzavano, pregavano: dico la gioventù, nel mentre che i vecchi strascinatisi anch'essi pigramente al lampaneggio, ripetevano una litania di storie di streghe: una donnicciuola assicurava d'avere ella stessa veduto il tale o tal caso: l'altra di avere conosciuto due, tre, più fatucchiere: quale, intender ogni notte un gatto miagolare sul tetto della vicina: quale sentir la sua pigionale, di mezza notte, massime quando il marito non fosse in casa, aprire e bisbigliare, certamente, col foletto; il maggior numero e le più sincere si erano quelle che assicuravano in vita loro non aver mai patito di malíe, perchè mai non aveano lasciato di bagnarsi alla rugiada del San Giovanni.

La Chiesa, che in tutto allora interveniva, neppur qui mancava: come si continuò fino a noi nella solennità del Natale, così allora in quel giorno si celebravano tre messe, una a mezzanotte, l'altra all'alba, la terza sull'ora nona. Durante e dopo la messa notturna, si cantava un ritmo, cioè un inno, una sequenza, lunga e di metro variato, della quale pongo qui sotto per saggio alcune strofe[19]; la cantavano preti e chierici; e il popolo, a tutta gola e cogli spropositi onde suol rifiorire i cantici latini, rispondeva per ritornello:

_Quam beatus puer natus Salvatoris angelus, Incarnati nobis dati Verbi vox et bajulus._

In Milano, senza ch'io vel dica, immaginerete che la solennità era più raffinata e clamorosa. Niuno sarebbe rimasto fra le mura: tutti uscivano chi di qua, chi di là; i più verso una selva, posta dove ancora si dice San Giovannino alla Paglia: ed era una gara delle donne di venirvi in begli abiti bianchi e divisati, che facevano singolare spicco al bujo della notte; scollacciate secondo che portavano l'usanza e la stagione, e con una vaghezza di fiori in capo, in mano, alla cintola, al lembo delle vesti. Molte in coro intonavano certe canzoni, di semplici note, cui gli uomini tenevano bordone; altre ad allegre sinfonie menavano vivaci carole: non potendo nel recinto di quella selva penetrare nè lettighe nè cavalli, e trovandosi a ronzare tutti a piedi, indistinti i nobili dai plebei, i ricchi dai pezzenti, tolto di mezzo l'oltraggioso ricordare della diversità delle fortune, nasceva una libertà sicura e procace, somigliante a quella dei balli mascherati in carnevale. La notte, la folla, l'allegria non è mestieri ch'io vi dica di quanti disordini fossero cagione od incettivo in tempi come quelli.

Se la Margherita credesse anch'ella e temesse le streghe e le altre superstizioni, non ho argomenti nè per asserirlo, nè per negarlo; è probabile di sì, giacchè, quando un errore è divulgato, troppo poche sono le menti privilegiate che ne siano tenute monde dallo spirito di osservazione e dal rifiuto dell'opinione popolare. Fatto è che colla folla soleva anch'essa colà condursi, ed unita alle compagne, prendersi onestamente sollazzo, andando in ronda quanto la notte durava.

Credette valersene agli effetti suoi il vile Ramengo, e standole indivisibile al fianco siccome un rimorso...

I cronisti, da cui ricaviamo tutta questa serie abbastanza sconnessa di fatti, sebbene in alcune particolarità usino troppo più licenza che nol comporti la raffinatezza degli orecchi moderni, qui non discendono a chiarire la cosa; nè altro appare, se non che Ramengo si avvicinò alla Margherita; e quanto insolente si comportasse il possiamo argomentare da ciò, che ella, tutta gentile e temperata che era, lo percosse d'uno schiaffo.

Per un'anima bieca che, simile ad un vaso fetido ove si corrompe anche la rugiada che vi caschi, convertiva in occasioni di scelleraggine fino i più soavi affetti, non domandate se questa fu profonda, immedicabile ferita. Nol rimorse la propria colpa: solo vide l'orgoglio suo oltraggiato, il contaminato onor suo: la sete di vendetta, che già lo stimolava contro dal Pusterla, altrettanto e più fiera s'accese ora contro della donna di lui:--Sì, sì; un colpo solo le farà scontare tutte. Orgogliosa! ti avrà a tornare a mente la notte del San Giovanni!»

Di questo accidente la Margherita non credette opportuno far cenno al marito: infatti a che pro? quanto a sè, tenevasi più che abbastanza sicura contro un essere tanto spregevole: dal manifestarlo allo sposo potevano nascere e turbazioni e guai vicendevoli. Ramengo però da quell'ora non osò comparire in casa i Pusterla; le prime volte che si avvenne in Franciscolo, il cansò studiosamente; ma dal modo con cui egli si comportava seco qualora lo trovasse in altre case, o nelle comparse, o sotto ai coperti, ebbe a chiarirsi che nulla sapeva dell'occorso; si rassicurò, non si mitigò. Prese anzi maggior corruccio dal conoscersi disprezzato, e nè tampoco creduto degno di ira: e poichè l'odio dei tristi grandeggia di tutta l'altezza onde il nemico sovrasta ad essi, gli pareva non aver bene di sè, finchè coloro non avessero redento col sangue i fattigli oltraggi. Sulla casa ove più non ardiva portare i passi, teneva aperti gli occhi indagatori: già vedemmo con quali seduzioni lusingasse Luchino a voler contaminare la bella donna: sapendo poi la ruggine che era tra il Pusterla e i Visconti, confidava non tarderebbe l'occasione di rovinarlo. Un'accusa è così presto trovata!

Quasi un anno era passato dal caso che vi raccontai, ed il prossimo ritorno della solennità di San Giovanni aveva rincrudita in Ramengo la mal saldata piaga. Le disposizioni dei cittadini per festeggiare quella notte, da cui tre giorni appena li dividevano, i preparativi delle donne, il tripudio con cui ne ragionavano i fanciulli, pei quali un dì festivo è un avvenimento, suscitavano in lui una maggiore furia di dispetto. Or pensa, lettor mio, se a gran disegno gli venisse l'imprudente colloquio di Alpinolo, il quale gli poneva in mano uno stilo avvelenato, onde colpire non la sola Margherita e il consorte di essa, ma quegli altri amici, ch'egli esecrava appunto perchè amati da loro; e nel tempo stesso gli lastricava la via di sollevarsi nel favore del principe con questa prova di zelo. Ambizione! l'idolo suo: e per raggiungerlo v'era di mezzo la testa dei suoi nemici.

Recatosi dunque alla Corte, e ottenuto accesso al signor Luchino, gli rivelò la gran trama, e ben crederete che trovò i colori più neri per aggravare la colpa e l'idea del pericolo. Il tornare secreto del Pusterla a Milano, abbandonando la sua destinazione, già dava titolo a sospettare: fresca era la memoria di Piacenza, perduta da Galeazzo, (noi l'abbiamo accennata parlando di frà Buonvicino), appunto per maneggi d'un marito oltraggiato: Luchino poi e sapeva di meritar l'odio di molti, ed agognava l'occasione di punire su Margherita le virtuose ripulse. Quando il tristo può ritrovare un pretesto onde, sotto velo di giustizia, mascherare l'iniquità, non ha egli il suo voto?

Dalla relazione di Ramengo appariva che i primi da cogliere dovevano essere o il Basabelletta o Alpinolo: e secondo le deposizioni di questi, regolarsi per gli altri. Ma Alpinolo era conosciuto come un fiero, che avrebbe resistito a qual volessero maggiore tormento, anzichè peggiorare in nulla la causa dei suoi benefattori: avrebbe anzi voluto in ogni guisa scaricarli, a costo della propria vita: vita d'uomo oscuro, e quindi di poca importanza. Parve dunque miglior consiglio porre lo mani addosso al Basabelletta; poco interesse aveva costui a tacere: e la corda gli strapperebbe quante confessioni bastassero per procedere, non importa se giustamente, ma legalmente, contro degli altri che più stavano a cuore.

Coll'abituale suo passo violento, e balestrando gli occhi in qua e in là, attraversava Alpinolo la piazza del Duomo, sempre infervorato nelle medesime fantasie; allorchè ode chiamarsi con voce sommessa e incalzante. Si volge, e ravvisa uno dei sergenti del capitano di giustizia, col quale egli soleva non di rado trovarsi in radunanze popolari, al giuoco, negli spettacoli, sulla taverna, luoghi che Alpinolo bazzicava per moltiplicare a sè ed alla buona causa amici e fautori tra la plebe e tra la gioventù. E gli giovò: poichè colui, passandogli a fianco, con aria di misterioso sgomento, gli disse:--Seguimi»; e senza mostrare che fosse fatto suo, piegò verso il Broletto nuovo, e quivi ridotti in uno di quei chiassuoli, badato ben bene che nessuno gli ponesse mente,--Va, (disse ad Alpinolo con voce affannata) va, e fuggi, e fa fuggire subito il Pusterla.

--Ma perchè?

